01/12/2025
Analisi davvero interessante:
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L’Italian Sounding divide chi esporta. Per molti una minaccia, per altri parte del gioco
Le imitazioni del Made in Italy agroalimentare costano al Paese oltre 100 miliardi l'anno. Per Fabio Leonardi (Assolatte) il vero problema per il lattiero-caseario sono le produzioni americane, «ma è utopico eliminarle». L’imprenditore vicentino Roberto Brazzale rovescia la tesi del danno e attacca il modello ‘cibo italiano=materia prima prodotta in Italia’ imposto da Coldiretti. «Dovremmo produrre per l’estero con materia prima estera»
Damiano Manfrin
venerdì 28 Novembre 2025
Periferia di New York. Nel banco frigo di un grande supermercato il “Parmesan Cheese – Italian Style” domina la corsia con l’etichetta verde-bianco-rossa. A pochi centimetri ci sono il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano autentici. Il primo costa meno della metà degli altri due. In quella differenza di prezzo, si consuma una partita economica che, secondo le stime più recenti di Coldiretti, costa al Paese 120 miliardi di euro l’anno considerando non solo il mancato fatturato diretto, ma l’intero effetto sulle filiere.
È il fenomeno dell’Italian Sounding, ossia i falsi prodotti italiani nel settore agroalimentare, che per Coldiretti vede gli Stati Uniti come paese leader nella ‘falsificazione’ e i prodotti lattiero-caseari (mozzarella, Parmigiano, Grana, provolone e Pecorino) come i più colpiti. Un fenomeno che cresce dove l’Italia non riesce a soddisfare il mercato, tra un mix di carenza di capacità produttiva e – negli Stati Uniti – di dazi e inflazione che hanno reso i nostri prodotti un lusso per pochi. E la narrazione istituzionale, rilanciata con forza dal Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e dalle associazioni di categoria, è quella di uno «scandalo» e un furto di identità che richiede nuove tutele. Dalla voce degli industriali emerge una realtà ben più complessa.
Fabio Leonardi, ad di Igor Gorgonzola e vicepresidente di Assolatte, individua negli Stati Uniti il vero campo di battaglia. «L’Italian Sounding nei paesi in Europa non c’è», chiarisce. «Dove sono stati siglati accordi di libero scambio come Giappone, Corea del Sud, Canada, o dove le intese sono prossime alla firma come il Mercosur, abbiamo tutte le tutele delle nostre indicazioni geografiche e prodotti Dop. E sappiamo che se in questi Paesi arrivano dei prodotti di Italian Sounding che vengono prodotti principalmente negli Stati Uniti, riusciamo a bloccarli. Nei distretti del Wisconsin e del Vermont producono tonnellate di imitazioni di formaggi italiani che evocano anche nell’imballaggio l’italianità».
Il problema, dunque, è geopolitico e riguarda le aree dove il libero scambio non è tutelato da accordi, «quindi principalmente il mercato americano, che però con 40.000 tonnellate è anche il terzo per l’importanza quantitativa per l’export lattiero-caseario italiano dopo Francia e Germania», osserva Leonardi. Senza la concorrenza interna «potrebbe essere un mercato da 500.000 tonnellate», aggiunge, pur con un bagno di realismo sulle possibilità di intervento. «Con gli Stati Uniti oggi è utopico pensare di trovare un accordo, perché vi rientrerebbe tutta la problematica delle carni per le quali usano gli ormoni della crescita. Sarebbe improponibile una soluzione che elimini le produzioni di formaggi americane».
Ma c’è anche chi come Roberto Brazzale, presidente dell’omonima azienda lattiero-casearia vicentina e voce spesso fuori dal coro, non giudica l’Italian Sounding come una frode, quanto piuttosto un enorme buco nell’offerta che l’Italia non riesce a colmare, e ribalta completamente la prospettiva del danno subito. «Danni? Semmai è uno spreco di potenziale commesso seguendo le logiche di Coldiretti», afferma l’imprenditore, puntando il dito contro un sistema che ha legato il concetto di Made in Italy esclusivamente all’origine nazionale della materia prima. «Il maggiore sindacato agricolo, e tutta la politica lo asseconda per paura o nella speranza di ricavarne consenso, ha fatto credere a popolo e media che l’Italian Sounding sia un illecito, una frode, quando è semplicemente sinonimo di Italian Style», spiega Brazzale.
La sua tesi è che il mondo ha fame di prodotti italiani, ma l’Italia non ha le risorse fisiche per sfamarlo. «Non ne abbiamo la materia prima e non l’avremo mai per deficit di territorio, bellissimo, ma troppo montagnoso e sovra-urbanizzato. E perché allora la materia prima non ce la procuriamo fuori dall’Italia? Perché non lo vuole Coldiretti, la quale ci ha suggestionati al punto di imporre il modello di “cibo italiano=materia prima prodotta in Italia” anche quando la materia prima procurata dagli italiani all’estero è di gran lunga migliore, com’è il caso del grano duro per la pasta o del latte. Lo scopo – aggiunge – è quello di controllare l’offerta di materia prima e con essa sostenerne i prezzi».
Il risultato di questa autarchia forzata, secondo Brazzale, è un assist formidabile ai produttori esteri. «Molti prodotti italiani Dop praticano delle autolimitazioni della produzione per sostenere artificialmente i prezzi – denuncia –. Dunque, le vendite le limitiamo da soli, assurdo pretendere poi che il mondo se ne stia fermo ad aspettarci, senza formaggio grana o mozzarelle», incalza l’imprenditore. Nella sua visione, l’Italian Sounding non è il nemico, ma la prova che il mercato esiste ed è florido: «Per fortuna proliferano (le imitazioni, ndr)! Significa che ancora suscitiamo interesse in qualcosa. L’imitazione e la concorrenza sono l’anima dell’economia».
L’errore strategico sarebbe dunque quello di non sfruttare «la capacità di trasformazione illimitata e vero valore aggiunto dell’industria italiana» utilizzando latte, grano o materie prime estere per coprire quella fascia di mercato che oggi è presidiata dalle imitazioni. «Il “sistema Italia” dovrebbe stimolare e valorizzare l’utilizzo, accanto alla materia prima italiana, di quella realizzata in altri Paesi più vocati del nostro, come Germania, Francia o Repubblica Ceca. Ne usiamo già il 40% del nostro fabbisogno (21 milioni di tonnellate di latte, di cui ‘solo’ 13 soddisfatte dalla produzione italiana), ma soprattutto per i consumi interni. Dovremmo importare, cioè, molta più materia prima e semilavorati di alta qualità, magari lungo filiere governate dai nostri tecnici, per trasformarla con la nostra formidabile arte italiana e poi esportarla nel mondo creando valore aggiunto per il Paese», continua Brazzale.
A complicare il quadro odierno per le aziende italiane che esportano oltreoceano si è aggiunta la ‘tempesta perfetta’ finanziaria: dazi, inflazione e svalutazione monetaria. I prodotti autentici sono diventati quasi inaccessibili al consumatore medio. «I dazi americani al 15% più un 15% di svalutazione del dollaro pesano, ma ci stiamo dimenticando che noi in questi anni abbiamo alzato del 25-30% i prezzi dei nostri prodotti perché siamo passati in tre anni da un costo del latte che era 40-41 centesimi al litro a 60 negli ultimi 8 mesi», analizza il vicepresidente di Assolatte. La conseguenza è l’espulsione dal mercato di massa: «E’ chiaro che i nostri prodotti non solo sono meno competitivi ma diventano dei prodotti extra premium per una fascia di consumatore americano alto spendente», aggiunge Leonardi. A testimoniarlo sono anche i dati delle esportazioni. «Nei primi tre mesi dell’anno l’export ha registrato un +15% perché gli importatori temevano l’applicazione dei dazi e quindi è stato fatto stock soprattutto dei formaggi duri. Al contrario – continua Leonardi – il -10-13% registrato tra aprile e luglio è stato letto come una fase di destocking. Ma il dato brutto è quello di agosto-settembre, -24% e -14%. Vuol dire che adesso il mercato è in flessione pesante».
Di fronte a questo scenario, la politica risponde con nuovi strumenti legislativi. Il ministro Lollobrigida ha recentemente salutato con favore l’approvazione al Senato (e inizio ’26 andrà alla Camera) del disegno di legge sui reati agroalimentari, parlando di norme che permetteranno «ancora di più di difenderci dalle imitazioni, dall’Italian Sounding, dai rischi di vere e proprie aggressioni alla nostra economia». Tuttavia, l’efficacia di queste norme al di fuori dei confini nazionali è tutta da dimostrare. Leonardi è netto: «Non ho ancora letto il decreto. Ma qualsiasi cosa abbia fatto il nostro governo, come può incidere sugli Stati Uniti dove abbiamo il vero problema?»
Resta aperto il tema dell’educazione del consumatore, spesso invocata come panacea. Se si insegnasse all’americano medio a riconoscere il vero Parmigiano dal Parmesan, il problema si risolverebbe? Brazzale è scettico verso quella che definisce una forma di paternalismo di Stato: «La cosiddetta “alfabetizzazione alimentare” non sarebbe altro che l’ingerenza dello Stato nelle libere scelte del consumatore su pressione di interessi particolari come sindacati agricoli o consorzi. È pura propaganda». Per l’imprenditore vicentino, il consumatore sa scegliere benissimo. Leonardi, al contrario, vede nella promozione dei prodotti e nell’educazione all’origine l’unica via percorribile, seppur ardua: «Ci sono forme di provolone fatte nel Wisconsin che, a confronto con il provolone italiano, sono difficili da riconoscere anche per un operatore come me. Pensate quindi ad un consumatore americano – aggiunge –. Tuttavia, andare a fare campagne mirate negli Stati Uniti, che è il primo mercato dell’Italian Sounding, contro i produttori americani è abbastanza difficile».
Il quadro che ne esce è quello di un’Italia a due velocità: da una parte la retorica della difesa a oltranza del “Made in Italy” inteso come materia prima nazionale, dall’altra la realtà industriale che deve fare i conti con mercati globali, dazi e competitor aggressivi. L’Italian Sounding, in quest’ottica, smette di essere solo una truffa ai danni del Belpaese e diventa l’indicatore di una domanda insoddisfatta. «Se noi non presidiamo i mercati con continuità – chiosa Ivano Chezzi, presidente di GranTerre – qualcuno lo farà al posto nostro. Le imitazioni crescono dove noi non ci siamo, dove non siamo in grado di imporre il nostro prodotto».