Brevettiamo

Brevettiamo Passione per l'Ingegno! Difendiamo gli originali.

28/05/2026

A proposito di proprietà intellettuale, brevetti e diritti umani

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Federico Fubini:
Negli ultimi sedici mesi, gli Stati Uniti hanno notoriamente tagliato i loro rapporti con la diplomazia sanitaria internazionale: sono usciti dall'Organizzazione mondiale della sanità e, ai tempi del Doge di Elon Musk, hanno bloccato la grandissima parte dei fondi di US-Aid ai Paesi in difficoltà.
Meno discussa pubblicamente la svolta successiva: l'amministrazione americana da qualche mese ha iniziato ad offrire ai Paesi africani aiuti sanitari e programmi contro l’HIV, la malaria e la tubercolosi solo in cambio della cessione agli Stati Uniti delle banche dati con le informazioni sanitare nazionali dei Paesi beneficiari e persino di campioni biologici relativi alle malattie presenti fra la popolazione. Con un’asimmetria anche nei tempi: i programmi di aiuti hanno durata quinquennale, la cessione dei dati validità ventennale.
Gli accordi vanno sotto il nome «data-sharing agreements» e riguardano anche le cartelle cliniche digitali individuali dei cittadini dei vari Paesi africani, campioni fisici di agenti patogeni e dati di sequenziamento genetico. Questi ultimi sarebbero da consegnare entro 5 giorni dal prelievo.
Il governo USA ottiene il diritto — presso i Paesi africani che accettano — di girare i dati così raccolti a dieci «entità terze». Fra queste anche le multinazionali farmaceutiche americane. L’obiettivo dichiarato è sviluppare test diagnostici e farmaci di cui le aziende stesse mantengono la proprietà intellettuale, cioè il pieno sfruttamento commerciale. Peraltro, ai paesi africani che hanno fornito i dati dei loro cittadini non viene garantito diritto di accesso gratuito o prioritario alle cure così sviluppate.
Kenya, Nigeria, Uganda e Ruanda hanno accettato gli accordi offerti dall’amministrazione di Donald Trump. I governi di Ghana e Zimbabwe sono invece fra coloro che li hanno denunciati, rendendoli meglio noti al pubblico.

Da notare, anche una volta, la similarità dell’approccio di Donald Trump con quello della Cina. Per esempio, nelle nuove licenze per cessione di terre rare all'Europa, Pechino pretende di avere in cambio tutti dati sensibili sui prodotti di difesa, aeronautica o aerospazio che i Paesi europei vogliono produrre usando quelle terre rare

28/05/2026

Nel mio piccolo, mi riconosco perfettamente nell'esperienza e nell'analisi.

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Ilaria Vesentini/ILPOST

27 Maggio 2026
Forchielli: «Dei cinesi bisogna diffidare. Ti usano per entrare e poi ti buttano via»L’alert dell’imprenditore pioniere delle partnership tra Roma e Pechino: «Aprire le porte significa farsi colonizzare e diventarne schiavi»

APPROFONDIMENTI
L'analisi: Investimenti cinesi ai massimi in Europa a quota 16,8 miliardi La metà sull’auto

È stato chiamato per anni “Mister China”, il grande esploratore del capitalismo asiatico. Ma dopo aver lavorato per dieci anni nella terra di Mao ed essere stato il pioniere delle collaborazioni tra l’industria italiana e quella del Dragone, oggi Alberto Forchielli è uno dei testimoni più disincantati e sferzanti di quanto pericoloso sia l’assalto cinese alla manifattura europea. Il suo è un monito drastico: chiudete le porte.
È in atto una massiccia ondata di investimenti cinesi in Europa e in Italia. Che strategia c’è dietro?
Vogliono costruire un’altra Cina fuori dalla Cina. Sanno benissimo che di fronte alla loro avanzata i Paesi occidentali metteranno altri dazi per difendersi. Quindi si stanno preparando a comprare tutto il comprabile e a investire tutto l’investibile, in modo da camuffarsi da industria nazionale. Fanno una fabbrica di assemblaggio in Europa per bypassare le regole, ma spediscono i componenti sottocosto dalla Cina. Così la nostra componentistica locale va a farsi benedire e ci smantellano i posti di lavoro.
Stiamo solo subendo il loro dumping o c’è anche una capacità tecnologica ormai concorrenziale?
C’è eccome, i cinesi non fanno più la bassa qualità di dieci anni fa. Hanno milioni di laureati in scienze e una capacità di innovare bestiale. Ormai ci stanno superando in contenuto tecnologico: basta guardare Byd nelle auto, Catl nelle batterie, Dji nei droni, o Huawei e Trina Solar. Anche i macchinari industriali sono ormai molto più sofisticati in Cina che da noi.
C’è chi propone di aprire ai cinesi, affinché siano nostri alleati e non padroni. È la ricetta giusta?
Chi lo propone non ha capito come sono i cinesi. Sono nostri alleati solo finché serviamo, poi ti cancellano. Adesso hanno bisogno di noi per introdurre i loro investimenti, vogliono comprare una fabbrichetta e allora ti trattano a champagne e inchini. Ma il giorno in cui hanno ottenuto quello che vogliono, ti mandano a quel paese. Il cinese non ha la logica dell’equo profitto, non conosce il 50-50: vuole che sia -20 per te e 120 per lui, deve essere tutto suo. E lo dimostra il fatto che in pochi anni sono arrivati a detenere quasi due terzi della capacità produttiva industriale del mondo, ma la utilizzano solo per metà e hanno bisogno di far girare di più gli impianti, hanno bisogno di appropriarsi della domanda mondiale. E lavorano 9 ore al giorno per 6 giorni alla settimana, con una meritocrazia pazzesca per cui se non vai ti cacciano in un secondo.
Che cosa resta dei territori in cui entrano a fare affari?
Non rimane niente. Per ottenere quello che vogliono promettono investimenti e sviluppo, poi se ne infischiano. A Reggio Emilia Faw aveva annunciato di fare lì il più grande laboratorio europeo di R&S per la meccanica agricola, si sono presi i marchi di trattori e il know-how e se ne sono andati. Lo stesso accadrà con l’automotive e con l’elettrodomestico e noi stiamo zitti. Ci resta solo il Golden Power, con Pirelli ha funzionato.
Perché l’Europa subisce questa cannibalizzazione e gli Stati Uniti no?
Perché noi in Europa siamo lenti, farraginosi, un disastro. Spendiamo un sacco di tempo in trattative e consulenze, e li temiamo. Se decidiamo di mettere un vincolo impieghiamo tre anni, facciamo regole tenui piene di scappatoie e, se chiudiamo un varco, loro vanno in Ungheria, dove trovano le porte aperte. Negli Usa invece sono meno timorosi: in 90 giorni mettono i dazi e in gran parte riescono a tenerli fuori dai settori strategici.
Lei ha vissuto un decennio in Cina, portando anche le loro aziende qui. Da dove nasce questa disillusione?
Pensavo fosse una parentesi felice, è stata una parentesi del terrore. Ho sofferto come un cane insieme ai miei colleghi. I cinesi sono dispettosi e infidi: in dieci anni ho contato 38 dispetti, mosse scorrette e mancanze di parola. In 38 occasioni mi sono sentito quasi truffato.
Può farci un esempio concreto?
L’agenzia di rating cinese Dagong, di cui io comprai il 40%. Li portai in Europa, feci ottenere l’autorizzazione dell’Esma: il giorno dopo aver incassato il permesso, smontarono tutti gli accordi e io mi resi conto che ero solo il loro strumento, decisi di rompere e mi feci liquidare. Oggi la Cina è una superpotenza economica ma non ha un’agenzia di rating internazionale, con grande felicità anche degli americani. E bisogna stare attenti: una volta che acquisiscono le aziende e il potere economico, questo si converte sistematicamente in potere politico e finanziario. Cominciano a finanziare i politici italiani, e lo stanno già facendo, il distretto di Prato è un caso di scuola.
Anche gli indiani, però, stanno entrando in Europa: corriamo lo stesso pericolo?
Gli indiani sono meno pericolosi e più gestibili. Primo, non hanno la stessa potenza, dato che il loro Pil è un sesto di quello cinese. Secondo, non sono organizzati a livello di sistema: la Cina si muove compatta con lo Stato, i ministeri, i soldi pubblici. È un’aggressione di sistema a cui è difficilissimo resistere.
Quindi, di fronte alle offerte dei capitali cinesi, che suggerisce di fare?
Chiudere la porta. Se li facciamo investire in casa nostra, distruggeranno le nostre industrie e la nostra economia. Ricordatevi una cosa: il cinese vuole bene solo agli altri cinesi, la sua famiglia è in Cina, e tu non farai mai parte della sua famiglia.

04/04/2026

È il caso che sta sconvolgendo la Germania.
Collien Fernandes è un’attrice e presentatrice TV. Sposata con Christian Ulmen, attore.
Una coppia di star, quelli della serie Jerks.
Sono anni che lo dice: ci sono deepfakes su di me che circolano in rete. Finte immagini e video p***o, creati dall’IA e diffusi su profili social a mio nome. Con appelli a violentarmi. Io che dico e io che faccio, come fosse scelta mia. Lo dice in TV, ne fa persino un documentario. Parla pubblicamente di stalking telefonico, costante, quotidiano. Siamo nel 2023.
Nel 2024 fa causa contro X.
La notte di Natale, il marito le dice sono io.
Sposati da 14 anni e una bambina.
Cercava lontano, ed era l’uomo più vicino a sé.
Collien Fernandes ha fatto causa in Spagna, l’ex paese di residenza. L’ha scelto perché le leggi contro le violenze sessuali sono più evolute che in Germania.
Ma ne parla su Der Spiegel.
Lo rende pubblico, come Gisèle Pelicot, che ammira.
‘Mi ha violentata virtualmente. 30 uomini hanno intrattenuto con me relazioni sessuali on line a mia insaputa per diversi anni’.
E dal 20 marzo, l’onda. Una manifestazione a Berlino, una a Amburgo in cui lei stessa parla di fronte a 20000 persone, con il giubbotto anti-proiettili, visto le minacce di morte. 250 donne mediatiche scrivono una lista di 10 provvedimenti legali urgenti e la rettifica delle leggi in vigore sulle violenze digitali, molte sono vittime anche loro.
Giovedì il Parlamento Europeo ha approvato la legge che impedisce all’IA di spogliare persone senza il loro consenso. Come quella funzionalità di Grok, l’assistente creato da Elon Musk, che crea montaggi di donne e creature denudate, basta dare la foto originale.
‘Danke Collien’, cantano i cartelli nelle piazze, come per ‘Merci Gisèle’. Come il gruppo Facebook
‘Mia moglie’: l’omino, ordinario o star, con cui ti addormenti. Che crede possederti e, come dice
lei, ‘ruba il corpo’. Basta. Anche in Germania la vergogna sta cambiando campo.
(Con le parole di )

https://www.liberation.fr/international/europe/mon-corps-a-ete-vole-au-fil-des-annees-en-allemagne-une-affaire-de-deepfakes-sexuels-secoue-la-societe-et-la-classe-politique-20260327_QMA6TWIE7FAGXHO2W3VR2ONLYE/

Chiaro
02/04/2026

Chiaro

Un esperimento su quasi cinquemila utenti reali ha misurato l'effetto dell'algoritmo sulle opinioni politiche

29/03/2026

Stipendi trasparenti solo a metà
Rita Querze 28 mar 2026

Riforma dimezzata: così il decreto rischia di lasciare intatte le disuguaglianze

Parliamo di busta paga. L’Italia sta per recepire una direttiva (2023/970) sulla trasparenza salariale che vuole spingere le aziende ad aumentare la meritocrazia interna per accrescere la produttività. Il governo ha prodotto uno schema di decreto legislativo che ha appena avuto i pareri favorevoli, con osservazioni, delle commissioni parlamentari Lavoro, Bilancio e Politiche dell’Unione europea. A vedere i resoconti dei lavori — e speriamo di sbagliare — alla fine il risultato rischia di essere molto lontano dall’obiettivo.

Il problema è prima di tutto uno: quando la contabile Laura, l’addetta al controllo Rachele e, perché no, il capo reparto Davide chiederanno i dati sulle retribuzioni medie dei colleghi maschi e femmine che fanno il loro stesso lavoro, a essere considerata non sarà tutta la busta paga ma soltanto la parte definita dai contratti nazionali. Esclusa quella variabile «ad personam» costituita da premi e superminimi!
È dagli anni Sessanta che i contratti definiscono livelli retributivi uguali per uomini e donne. Eventuali discriminazioni stanno proprio nella parte variabile che viene esclusa. La commissione «Politiche dell’Unione europea» della Camera che ha esaminato lo schema di decreto legislativo ha segnalato questa incongruenza auspicando che il confronto venga fatto su livelli retributivi complessivi, anche per evitare una procedura d’infrazione. Ma la procedura d’infrazione sarebbe il meno. Il problema vero è di sostanza. Colpisce l’enorme lavoro che viene fatto apparentemente per cambiare tutto, in realtà per tenere tutto com’è. Un dispendio di forze, energie, intelligenze per correre sul posto, trovandosi sempre allo stesso punto, ma facendo finta di avere scalato l’Everest.

Nella bozza di decreto la trasparenza salariale non si applica ad apprendisti e lavoratori in somministrazione. Perché? Gli apprendisti, in particolare, possono avere fino a 30 anni e comunque parliamo di un contratto a tempo indeterminato. Tra l’altro, i divari salariali tra uomini e donne si manifestano fin dai primissimi anni di lavoro.
L’applicazione di un contratto nazionale stipulato dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative è considerata di per sé garanzia di equità. Siamo sicuri che non ci siano contratti che nella loro architettura contengano ancora forme di discriminazione indiretta? Poniamo di sì, anche se non è scontato. In ogni caso lo schema di decreto legislativo lascia spazio anche ai contratti firmati da associazioni non rappresentative. Non a caso dieci tra le maggiori associazioni d’impresa (da Confindustria a Confcommercio, passando per le organizzazioni principali dell’artigianato e della cooperazione) in audizione congiunta hanno contestato proprio questo punto.

Prendiamo poi il rapporto biennale che le imprese con più di 50 dipendenti sono tenute già oggi a consegnare sull’equità di genere in azienda: continuerà a esistere e al suo fianco ci sarà un nuovo rapporto «integrativo» per le aziende dai 100 dipendenti in su introdotto dal recepimento della direttiva. Ma non sarebbe il caso di mettere un po’ di ordine in tutte queste carte, di rendere i rendiconti più semplici da fare per le aziende oltre che più semplici da leggere per i lavoratori? L’esperienza legata ai rapporti biennali qualcosa dovrebbe aver insegnato: anni di raccolta di dati che costituiscono un impegno in più per le imprese senza avere inciso in maniera significativa sulle disparità di genere.
Per finire, del tutto fuorviante appiattire la trasparenza salariale a istanza che interessa solo alle donne. Aumenti, premi, carriere e avanzamenti nel nostro Paese spesso non hanno a che fare soltanto con il merito: ma questo riguarda anche gli uomini, eccome. Nessuno è così ingenuo da pensare che rendere trasparenti i criteri con cui si definiscono retribuzioni totali e avanzamenti sia facile. Ma procedere in questa direzione, anche con passi graduali e senza oberare le imprese di adempimenti inutili, servirebbe a tutti: ai lavoratori e alle lavoratrici per essere pagati il giusto, alle imprese per attirare e trattenere i talenti, al Paese per avere un sistema produttivo in grado di produrre maggiore ricchezza.

26/03/2026

Sottoscrivo in pieno:

Meloni, Berlusconi, Santanchè e Bartolozzi: quelle lotte di potere tra le donne della destra
di Annalisa Cuzzocrea

26 Marzo 2026

Per paradosso rispetto a una famiglia politica che non può certo dirsi – in nulla – femminista, e che soprattutto non tiene ad esserlo, quello che è in atto nella destra di governo è uno scontro tutto tra donne.

Giorgia Meloni ha deciso di sacrificare l’amica Daniela Santanchè sull’altare della sconfitta al referendum. Lo ha fatto dopo averla difesa per tre anni, in un momento in cui nulla di nuovo era successo riguardo ai tre procedimenti giudiziari di cui è protagonista. Lo ha fatto nonostante la vicinanza di Santanchè al cofondatore del partito Ignazio La Russa, i viaggi insieme a New York, la consapevolezza che – a differenza del fedelissimo Delmastro – non è facile prevedere come potrà ancora reagire l’ormai ex ministra del Turismo. Che già nella sua lettera ha fatto capire tutto quel che pensa di questa mossa della presidente del Consiglio: le sta facendo pagare conti non suoi, viene messa nel mucchio insieme a persone sospettate di fare affari con gli affiliati dei Casalesi, le vengono imputate responsabilità politiche che non ha avuto nella campagna referendaria.

Non è tipa da stare zitta e buona, Daniela Santanchè, e Meloni lo sa. Ha però accettato il rischio di defenestrarla perché ha bisogno di ripartire da una sorta di tabula rasa rispetto ai suoi elettori più giustizialisti, quelli che le hanno voltato le spalle nel voto di domenica e lunedì scorsi. E per convincerla, ha mandato due uomini: un emissario di FdI che Santanchè non ha nemmeno ricevuto al ministero, e infine quell’Ignazio La Russa che ha difeso la sodale fino all’ultimo momento possibile. Ma ha poi dovuto cedere, perché non aveva scelta e perché anche al presidente del Senato la presidente del Consiglio potrebbe imputare mosse incaute in una campagna per il Sì tutta sbagliata.

C’è poi Marina Berlusconi, la vera leader di Forza Italia se non altro perché sono i suoi soldi a tenere in vita il partito. Da mesi fa capire di essere delusa dalla gestione di Antonio Tajani, dice pubblicamente di volere un partito più moderno e attento ai diritti, ha chiamato Meloni per fare con lei l’analisi della sconfitta ben sapendo che le loro posizioni sono lontanissime: così come il padre era lontana da colei che si è presa il potere senza chiedere il permesso.

Anche Marina è in vena di repulisti. Ma non chiamiamole pulizie di Pasqua: non c’è niente di “femminile”, tanto meno di “casalingo”, e neanche di differente rispetto al machismo della politica in queste donne di potere che hanno forse faticato più dei maschi per ottenerlo, ma che hanno deciso di giocare seguendo le loro regole e non tentando di cambiarle neanche per chi verrà dopo di loro.

E quindi non bisogna scambiare per una crisi isterica quella secondo cui Giusi Bartolozzi avrebbe litigato furiosamente, fin quasi a ve**re alle mani, con un’alta dirigente di via Arenula nel momento in cui ha dovuto accettare la sua defenestrazione da capo di gabinetto del ministro della Giustizia. Lei lì era la “zarina” non per diritto ereditario, ma per le relazioni che aveva saputo tessere a destra con grande sicumera. Basti vedere come ha affrontato il caso del generale Almasri, il criminale libico ricercato dalla Corte penale internazionale, lui sì assassino e stupratore rimandato a casa non dai giudici, ma da una decisione del governo per la quale ora Bartolozzi rimane l’unica indagata. Visto che il tribunale dei ministri non ha dato l’autorizzazione a procedere per Mantovano, Nordio e Piantedosi.

E se è vero che al posto del sottosegretario Delmastro andrà un’altra donna del partito, e che il capo dell’organizzazione di Fratelli d’Italia Donzelli rischia il posto a favore di Arianna Meloni, il quadro si completa con in prima fila le donne al comando.

A sinistra può venir voglia di guardarle con un po’ di invidia: sia Elly Schlein che Silvia Salis sanno cosa sia il sessismo in politica, e quanto pesi mentre si cerca di avanzare. Il fatto che la segretaria del principale partito di centrosinistra non sia considerata da molti una possibile candidata premier, e che se ne debba cercare un altro, ha – in un angolo nascosto della coscienza progressista – anche a fare col suo essere donna. Quanto alla sindaca di Genova, piena di ambizioni che non cerca di nascondere, c’è chi sussurra alle sue spalle: chi c’è dietro? Come se debba, per forza, esserci un uomo.

Ma nonostante sia forse più dura, per incrostazioni che arrivano dritte da partiti storicamente maschilisti come il Pci e la Dc, in un Paese dove il patriarcato esiste nonostante chi si affanna a negarlo, l’augurio è che le donne che vogliono costruire l’alternativa a sinistra non prendano esempio da chi non ha fatto nulla per la parità e anzi biasima le quote rosa. Con l’idea che debbano andare avanti le donne toste, più dure, “con gli attributi”. Lasciando indietro tutte le altre.

25/03/2026

Natascia Ronchetti/ItalyPost
Innovazione Brevetti, Italia decima al mondo. Primato di Coesia, Ferrari e IvecoL’innovazione ancora appannaggio del Nord per numero di domande. Svetta la Lombardia, tallonata dall’Emilia-Romagna
Brevetti, Italia decima al mondo. Primato di Coesia, Ferrari e Iveco
Sistemi automatizzati del gruppo Coesia

Il gruppo bolognese Coesia si conferma al primo posto, Ferrari lo tallona, a distanza si posiziona Iveco. Come nel 2024, anche l’anno scorso sono stati loro i campioni italiani dei brevetti. La holding emiliana, specializzata nel packaging e nelle macchine automatiche, ha depositato 179 domande all’Ufficio europeo dei brevetti (Epo). La casa automobilistica del Cavallino Rampante 151, mentre Iveco ne ha presentate 68.

Dominatori della corsa all’innovazione in un’Italia che arretra leggermente per attività di brevettazione (con una flessione dell’1,8%), ma guadagna posizioni a livello globale (si piazza al decimo posto) e in Europa, quarta dopo Germania, Francia e Paesi Bassi. A trainare la spinta sono soprattutto settori come quello dei trasporti, incluso l’automotive, l’handling, le macchine speciali e l’ingegneria civile.

Fin qui tutto da manuale, con un totale di 4.767 domande di brevetto e in fondo poche grandi sorprese. Con la Lombardia che svetta, ancora saldamente al primo posto con oltre 1.350 richieste, pari al 28,4% del totale, l’Emilia-Romagna che la rincorre con 1.022 domande (21,4% del totale nazionale) e il Veneto al terzo posto con 619 domande (13%).

Ma qualche novità c’è. Mentre la Lombardia frena bruscamente, con un decremento che sfiora l’8%, e il Veneto rallenta (-4,9%), l’Emilia-Romagna spicca un balzo del 10,8%: una corsa che può essere spinta da vari fattori, come la decisione delle imprese di concentrare in un determinato periodo gli investimenti in innovazione, e che non necessariamente prelude a un sorpasso della Lombardia.

Una regione, quest’ultima, che – come rileva Enrica Acuto Jacobacci, presidente del gruppo internazionale Jacobacci, specializzato in intellectual property – «conferma di avere un modello imprenditoriale molto forte in un Paese che negli ultimi anni sta brillando».

Quanto all’Emilia-Romagna, prosegue Jacobacci, «raccoglie i frutti di un sistema integrato che funziona bene, con una forte interconnessione tra mondo produttivo, università e scuola, con filiere compatte e coese, con una galassia imprenditoriale multisettoriale che spazia dall’agroalimentare al packaging. È una regione che ha un dinamismo capace di portare ottimi risultati, ma credo che l’arretramento della Lombardia debba essere ricondotto più a una questione congiunturale».

Resta il fatto che entrambe le regioni guadagnano posizioni nella top 20 delle aree Ue più innovative. La Lombardia sale al dodicesimo posto (era al tredicesimo nel 2024), l’Emilia-Romagna al sedicesimo (dal diciassettesimo di due anni fa).

Per il resto si conferma una tendenza storica, con le regioni del Mezzogiorno che arrancano (le ultime in classifica sono Sardegna, Sicilia, Molise, Basilicata e Calabria). Più indietro di Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto anche Piemonte, Toscana e Lazio, che pure si posizionano dal quarto al sesto posto.

Tra le aziende che in Italia brillano ci sono anche Pirelli, Leonardo, Chiesi Farmaceutici, Ima e Sacmi. Da notare che le ultime tre sono emiliane come Coesia e Ferrari: Chiesi (Parma), Ima (provincia di Bologna), Sacmi (Imola, sempre nel Bolognese).

La città più innovativa del Paese resta Milano, con 561 domande di brevetto, al sedicesimo posto a livello europeo. Seguono Torino, Roma, Modena e Bologna.

I settori tecnologici dove si innova di più sono diversi, a seconda dei territori. In Lombardia la ricerca si concentra sui polimeri, sui farmaci e sui macchinari speciali. In Emilia-Romagna invece il maggior numero di richieste arriva da handling e trasporti. Quanto al Veneto, al primo posto ci sono i macchinari speciali.

A livello globale, invece, il primato spetta sempre agli Stati Uniti, nonostante un lieve calo dell’1,6%. Seguono la Germania, al secondo posto, e la Cina, che per la prima volta è salita sul terzo gradino del podio, superando il Giappone con un’impennata delle domande di brevetto del 9,7%.

Da rilevare che la corsa del gigante asiatico sembra inarrestabile, con richieste triplicate dal 2016 a oggi. Anche la Corea del Sud sta facendo passi da gigante, con un balzo del 9,5% l’anno scorso rispetto al 2024.

In Europa, invece, a trainare la crescita sono gli Stati che si collocano a metà classifica: Paesi come la Danimarca, la Spagna e l’Austria. E soprattutto la Finlandia, che l’anno scorso ha fatto boom, con un aumento delle richieste pari al 44%.

4.767
domande di brevetto italiane nel 2025

-8%
calo delle richieste dalla Lombardia

+10,8%
balzo delle domande dall’Emilia-Romagna

12/03/2026

Elsa Fornero ha rivolto una critica a Matteo Salvini commentando il suo operato politico.

Indirizzo

Borgo Berga 88
Vicenza
36100

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