23/05/2026
Oggi si è svolta l’Assemblea straordinaria dell’Unione delle Camere Penali, occasione di confronto tra gli associati dopo l’esito del referendum sulla separazione delle carriere.
Nel dibattito sono emerse posizioni diverse, a tratti anche molto distanti. Del resto il confronto autentico vive anche del dissenso e della pluralità delle opinioni.
Accanto alle riflessioni sulle ragioni della sconfitta referendaria, nel corso dell’assemblea sono emerse anche proposte costruttive, idee di cambiamento e la consapevolezza della necessità di ripensare linguaggi, modalità di comunicazione e capacità di dialogo con la società civile.
Abbiamo sostenuto quella riforma nella convinzione che rappresentasse un passaggio necessario per dare piena attuazione al modello accusatorio delineato dal codice Vassalli. L’esito referendario non cancella però la nostra identità di difensori delle garanzie individuali, soprattutto in una fase storica in cui molte fragilità attraversano non solo la giustizia, ma la società nel suo complesso.
Le condizioni delle carceri restano spesso incompatibili con qualsiasi seria prospettiva rieducativa.
Sempre più frequentemente i processi si sviluppano anche nello spazio mediatico e nei social network, compromettendo la serenità del giudizio e la dignità delle persone coinvolte, comprese quelle alle quali non viene attribuita alcuna responsabilità.
Ci stiamo abituando, quasi senza accorgercene, a un modello in cui la vita privata diventa esposizione permanente e il confine tra informazione, curiosità e spettacolarizzazione si assottiglia sempre di più.
Nel frattempo l’avvocato penalista viene progressivamente marginalizzato nel processo e costretto, soprattutto nelle difese d’ufficio e nei procedimenti a spese dello Stato, a lavorare in condizioni economiche che non valorizzano il rilievo costituzionale della funzione difensiva. A questo si aggiungono le difficoltà quotidiane create dalle disfunzioni del sistema telematico, che incidono concretamente sull’esercizio del diritto di difesa.
In un contesto simile, l’Unione delle Camere Penali non può rinunciare al proprio ruolo e deve continuare a denunciare le violazioni delle regole processuali e dei diritti fondamentali, a difendere le persone più esposte davanti al potere dello Stato e a mantenere viva una cultura delle garanzie che riguarda la qualità della democrazia prima ancora che il funzionamento del processo penale.
Gli avvocati penalisti devono continuare a farlo nei tribunali, nelle scuole, nei luoghi di confronto pubblico e nella società civile, con la convinzione che il diritto di difesa e il rispetto delle regole non siano privilegi di pochi, ma strumenti di tutela per tutti.