20/10/2026
Un prodotto viene realizzato in Cina, la confezione, il marchio e la presentazione commerciale richiamano l'Italia e alla fine sull'etichetta compare anche la scritta “Made in China”. È sufficiente per evitare di ingannare il consumatore?
La Cassazione, con la sentenza n. 25366/2026, ha chiarito che indicare correttamente il Paese di produzione non basta sempre a escludere la responsabilità di chi commercializza il prodotto: secondo i giudici, infatti, bisogna valutare come il prodotto viene presentato nel suo insieme. Se la confezione, i simboli, le immagini o altri elementi richiamano in modo particolarmente evidente un'origine italiana, la semplice dicitura “Made in China” potrebbe non essere sufficiente a evitare che il consumatore venga tratto in inganno.
La Corte ha inoltre precisato la distinzione tra le condotte che possono costituire un reato e quelle che comportano soltanto una sanzione amministrativa. Non ogni riferimento all'Italia su un prodotto realizzato all'estero costituisce quindi un illecito penale, ciò che conta è la capacità della presentazione commerciale di far credere al consumatore che il prodotto abbia un'origine diversa da quella reale, trasmettendo così un messaggio fuorviante.
La trasparenza sull'origine dei prodotti deve riguardare l'intera presentazione commerciale, non soltanto una scritta sulla confezione.