15/05/2026
𝗧𝗮𝗿, 𝗹𝗲𝗴𝗶𝘁𝘁𝗶𝗺𝗼 𝗰𝗵𝗶𝗲𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗶𝘃𝗶𝗲𝘁𝗼 𝗱'𝗮𝗰𝗰𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗮𝗶 𝗰𝗮𝗰𝗰𝗶𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 '𝗽𝗲𝗿 𝗺𝗼𝘁𝗶𝘃𝗶 𝗲𝘁𝗶𝗰𝗶'
Il Tar di Pescara, con sentenza n.254/2026, ha stabilito che un cittadino può chiedere il divieto di caccia sul proprio terreno per motivi etici e la Regione può bocciare la domanda solo dimostrando che la sottrazione di un particolare terreno impedisce il raggiungimento degli obiettivi del Piano Faunistico Venatorio.
La vicenda ha origine nel 2021: al momento del varo del Piano decine di proprietari chiesero alla Regione Abruzzo di vietare l'accesso ai cacciatori, ma quasi tutte le richieste furono respinte affermando che si era già superato il 30% di territorio protetto. Una sola cittadina, assistita dalla Stazione Ornitologica Abruzzese (Soa) e dagli avvocati Herbert Simone e Michele Pezone, contestò davanti al Tar il diniego regionale.
Nel 2021 una prima vittoria, il Tar sospendeva la determinazione della Regione imponendole di riesaminare la domanda e la Regione rinnovò con le stesse motivazioni il diniego, costringendo la cittadina a presentare nuovo ricorso.
Ieri la sentenza di merito che ha bocciato nuovamente la Regione, affermando due principi di civiltà giuridica. Il primo è che il limite del 30% del territorio sottratto alla caccia è da considerarsi soglia minima che può essere superata. Il secondo, più rilevante, è che si può fondare la richiesta su motivi etici e morali e la Regione, per il diniego, deve dimostrare come la richiesta impedisca il raggiungimento degli obiettivi del Piano venatorio, tenendo in debito conto la rilevanza delle motivazioni di tipo etico alla base della richiesta".
Scrivono i giudici, osservano i legali, che la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, con varie pronunce, ha affermato "che il proprietario di un fondo non è tenuto a tollerare che altri vi pratichino la caccia", se tale attività è in contrasto con le proprie convinzioni personali e morali. "Secondo la Corte di Strasburgo, essendo l'attività venatoria esercitata a fini prevalentemente ricreativi, una legislazione nazionale non può impedire al proprietario di negare l'accesso al proprio fondo quando la caccia è vista da chi non la pratica come una ingerenza sproporzionata di terzi nella propria sfera privata.