un avvocato per il calcio

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È stato un onore ed un piacere rappresentare la sezione AIAS del Friuli Venezia Giulia accogliendo l’invito degli amici ...
21/03/2026

È stato un onore ed un piacere rappresentare la sezione AIAS del Friuli Venezia Giulia accogliendo l’invito degli amici giuslavoristi per moderare un formativo incontro di studio sul lavoro sportivo, dal quale ricavo nuovi spunti di riflessione e di crescita! Complimenti ai preparatissimi relatori!

Il VAR non è un occhio elettronico: è un tribunale di luce sospeso sopra il campo.Ogni decisione passa da lì come un fas...
26/02/2026

Il VAR non è un occhio elettronico: è un tribunale di luce sospeso sopra il campo.
Ogni decisione passa da lì come un fascio di fotoni che cerca giustizia tra l’istinto umano e la precisione della tecnologia. Ma la verità? Il protocollo VAR non nasce per eliminare l’errore — nasce per amministrarlo. Perché, proprio come nel diritto, la perfezione non è l’obiettivo: è l’equilibrio tra regola e contesto, tra tempo e decisione, che dà legittimità al sistema.
Troppo spesso pensiamo al VAR come a una certezza matematica. In realtà, è un diritto amministrativo in miniatura, applicato in tempo reale su un rettangolo d’erba. C’è un organo (il VAR), un procedimento (la “review”), una norma guida (il protocollo UEFA–FIGC) e un principio supremo: l’intervento deve essere chiaro ed evidente. È la corrispondenza sportiva del principio di proporzionalità, quella soglia invisibile che separa il potere di intervenire dal dovere di lasciar giocare.
Ma ecco il paradosso che pochi vedono: più il protocollo tenta di disciplinare, più espone l’arbitro al rischio dell’interpretazione. Ogni richiamo al VAR è una piccola udienza in cui il tempo si ferma, lo spettacolo tace, e il diritto — non la tecnica — decide se la storia può continuare.
Il VAR, in fondo, non corregge gli errori: li giudica.

SORTEGGIONEL’introduzione del sorteggio per i componenti del CSM e dell’Alta Corte di Giustizia assomiglia terribilmente...
13/02/2026

SORTEGGIONE
L’introduzione del sorteggio per i componenti del CSM e dell’Alta Corte di Giustizia assomiglia terribilmente a quella breve stagione in cui la Serie A scelse il sorteggio arbitrale integrale: per due anni il pallone fu più libero, oggi potrebbe esserlo la giustizia.
Il precedente del sorteggio arbitrale : Quando la Lega Serie A decise di abbandonare il designatore unico e passare al sorteggio arbitrale integrale, il messaggio era chiaro: togliere dal tavolo il sospetto che “certe” partite e “certi” arbitri viaggiassero in coppia per ragioni che con il merito avevano poco a che fare.
In quei campionati comparvero risultati inattesi, caddero certezze, si ridusse la sudditanza psicologica verso i club più potenti, proprio perché ogni direttore di gara sapeva di non dover più “curare” il proprio rapporto con chi decideva le designazioni.
Per due stagioni gli arbitri furono, nel bene e nel male, più liberi: non dovevano compiacere l’ambiente giusto per sperare nelle grandi partite, perché il grande palcoscenico non dipendeva più da una porta da tenere sempre spalancata, ma da una urna da cui poteva uscire chiunque.
Il problema delle correnti nel CSM : Oggi molti magistrati vivono una dinamica simile a quella dei vecchi arbitri: non è solo questione di capacità, ma di appartenenza alla corrente giusta, di equilibrio tra gruppi, di fedeltà a filiere associative che pesano sulle nomine e sulle carriere.
Le cronache degli ultimi anni hanno mostrato come le correnti, nate per dare voce culturale alla magistratura, si siano spesso trasformate in comitati elettorali permanenti, capaci di condizionare l’accesso agli incarichi direttivi e semidirettivi più ambiti.
In questo contesto, il CSM rischia di assomigliare più a una stanza dei bottoni che a un organo di autogoverno realmente guidato da indipendenza e merito: chi non ha “casacca” o non appartiene alla filiera giusta parte, di fatto, con un handicap strutturale.
Il sorteggio costituzionale per cambiare il “calendario”: La riforma costituzionale sottoposta a referendum sostituisce l’elezione con il sorteggio per i membri togati dei due nuovi Consigli superiori (giudicante e requirente) e per l’Alta Corte di Giustizia, attingendo a elenchi di magistrati, professori e avvocati predisposti secondo legge.
Due terzi dei membri togati di ciascun Consiglio saranno estratti a sorte tra tutti i magistrati giudicanti o requirenti, mentre i membri laici verranno sorteggiati da elenchi formati dal Parlamento, riducendo drasticamente il peso delle campagne elettorali interne alle correnti.
È come se, nel “campionato” della giustizia, si decidesse di togliere alle correnti la penna con cui scrivono il calendario delle carriere, sostituendola con un meccanismo che rende molto più difficile costruire in anticipo gli equilibri di potere attorno al CSM.
Dalla sudditanza psicologica alla libertà professionale: Nel calcio, il sorteggio arbitrale – pur breve e imperfetto – ha dimostrato che quando togli il controllo delle designazioni a chi ha interesse a “pilotare” il sistema, gli arbitri possono permettersi decisioni più coraggiose, anche contro le grandi.
Allo stesso modo, un CSM costruito (in larga parte) a sorteggio può liberare il magistrato dalla necessità di coltivare appartenenze interne per sperare in un incarico, restituendo centralità al lavoro in aula, alla qualità dei provvedimenti, alla reputazione professionale.
La vera posta in gioco non è se la sorte sia perfetta – non lo è, né nel calcio né nella giustizia – ma se sia in grado di spezzare il legame malato tra potere di decidere le carriere e capacità di condizionare chi dovrebbe esercitare la propria funzione in solitudine, davanti alla legge e alla propria coscienza.
Riflessione conclusiva: Quando togli il designatore, l’arbitro torna a fischiare per la partita, non per la propria carriera; quando togli alle correnti il controllo del CSM, il magistrato torna a decidere per la giustizia, non per il proprio percorso interno.
Il sorteggio non è la fine della democrazia nella magistratura: è, semmai, il fischio d’inizio di una stagione in cui la maglia che conta davvero è solo quella della Costituzione.

ARBITRI versus VAR (?)LA VAR HA CAMBIATO IL CALCIO, ESATTAMENTE COME TEMEVA CASARIN Paolo Casarin lo aveva detto con lar...
22/01/2026

ARBITRI versus VAR (?)
LA VAR HA CAMBIATO IL CALCIO, ESATTAMENTE COME TEMEVA CASARIN
Paolo Casarin lo aveva detto con largo anticipo: *“La tecnologia va bene, ma la VAR deve aiutare l’arbitro, non comandarlo”*.
Oggi, guardando molte partite di Serie A, la sensazione è opposta: il fischietto in campo sembra un esecutore, il vero direttore del gioco è seduto davanti a qualche schermo a chilometri di distanza. La VAR era stata presentata come un paracadute per gli errori **gravi**, non come un metal detector per il contatto di una mano sfiorata o di un ginocchio in area dopo dieci replay al rallentatore. Invece oggi ci ritroviamo con:
- rigori in aumento stagione dopo stagione, fino a modificare l’andamento dei campionati;
- difensori trasformati in “pinguini”, con le braccia dietro la schiena per paura di un fotogramma fatale;
- minuti di attesa davanti al monitor per episodi che l’arbitro, dal campo, aveva già letto e giudicato con buon senso.
Il paradosso è evidente: la clausola del “chiaro ed evidente errore” è diventata il grimaldello per rivedere tutto, anche ciò che evidente non è affatto.
Così l’arbitro perde centralità, il ritmo del gioco si frantuma, il pubblico sugli spalti e a casa non capisce più dove finisce il calcio e dove comincia il processo televisivo all’azione.
Casarin lo ha spiegato benissimo: se la VAR si stacca dall’arbitro e ne condiziona ogni scelta, non è più una tutela, è un altro potere.
E quando il potere si sposta dalla dinamica viva del campo alla stanza dei monitor, il rischio è che a cambiare non siano solo i regolamenti, ma la natura stessa del gioco.
Non serve abolire la tecnologia, serve riportarla al suo posto:
- interventi rapidi solo sugli errori davvero macroscopici;
- protocollo più chiaro, con meno discrezionalità e più uniformità; responsabilità finale sempre in capo all’arbitro di campo, che resta l’unico garante dell’equilibrio tra regola e spirito del gioco.
Finché questo non accadrà, avrà avuto ragione Casarin: non è la VAR a servire il calcio, è il calcio che si sta piegando alle esigenze della VAR.

Indirizzo

Via Nimis 5
Udine
33100

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 17:00
18:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 17:00
18:00 - 19:00
Mercoledì 09:00 - 17:00
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Giovedì 09:00 - 17:00
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Venerdì 09:00 - 17:00
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Telefono

+39 0432 46296

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