08/03/2026
Oggi è l’8 marzo.
E come ogni anno compariranno mimose, citazioni motivazionali e qualche post sulla “forza delle donne”.
Permettetemi una piccola eresia.
Io non credo che le donne abbiano bisogno di essere celebrate.
Le donne hanno bisogno di essere prese sul serio. Anche se sanno essere belle, sexy, desiderabili.
Sul serio quando parlano in una riunione e qualcuno ripete la stessa idea cinque minuti dopo prendendosene il merito.
Sul serio quando firmano un contratto, guidano un’azienda o dirigono un team.
Sul serio quando studiano, lavorano, costruiscono competenze e non desiderano essere chiamate “quote”.
Sul serio quando fanno ricerca, quando scrivono codice, quando interpretano una norma, quando prendono decisioni difficili.
Perché il vero problema non è l’assenza di mimose.
Il problema è l’assenza di riconoscimento.
E questo tema oggi riguarda anche il mondo che studio e in cui lavoro: tecnologia, dati, intelligenza artificiale.
Gli algoritmi non sono neutrali.
I dataset non sono neutri.
Le scelte di progettazione non sono neutre.
Se i sistemi vengono progettati da gruppi omogenei, con le stesse esperienze, gli stessi bias e le stesse prospettive, il risultato è semplice: anche la tecnologia finirà per replicare quelle stesse asimmetrie.
Per questo la questione femminile non è una questione “di genere”.
È una questione di qualità delle decisioni.
Più pluralità significa sistemi migliori.
Più prospettive significa tecnologia più giusta.
Più competenze femminili significa innovazione più intelligente.
Non servono celebrazioni rituali.
Servono tavoli decisionali aperti.
Non servono slogan.
Servono spazio, voce e responsabilità.
E magari, un giorno, l’8 marzo smetterà di essere una festa.
Perché sarà diventato semplicemente un giorno normale.
Il giorno in cui nessuna donna dovrà più dimostrare due volte di meritare il posto che occupa.