12/08/2026
IL CASO DI VIA CARAVAGGIO
Napoli, autunno 1975.
Ci sono delitti che sembrano costruiti apposta per non avere una soluzione, perché ogni volta che si pensa di aver trovato il filo capace di tenere insieme tutto, quel filo si spezza e lascia dietro di sé soltanto altre domande.
La strage di via Caravaggio è uno di questi.
Tre persone assassinate nella propria casa. Padre, madre e figlia. Ucciso persino il cane. Un appartamento trasformato in una scena di sangue e poi, incredibilmente, rimesso quasi in ordine. Un assassino — o forse più assassini — che non fugge immediatamente, ma resta lì, fuma, beve qualcosa, cerca forse di coprire l’odore dei cadaveri, stacca la corrente e infine se ne va portando con sé l’automobile del padrone di casa.
Poi arriva un colpevole.
Ha un nome, un volto, un movente apparentemente plausibile.
Viene arrestato, processato e condannato all’ergastolo.
Solo che, anni dopo, la giustizia stabilirà che quell’uomo non aveva commesso il fatto.
E da allora, dell’assassino vero, non si saprà più nulla.
È l’8 novembre 1975 quando, al civico 78 di via Caravaggio, la strada che collega la zona del Vomero a Fuorigrotta, viene scoperta una scena che impressiona perfino una città abituata a convivere con la cronaca nera.
Nell’appartamento vivono Domenico Santangelo, cinquantacinque anni, ex capitano di lungo corso diventato rappresentante di articoli igienico-sanitari e appassionato giocatore del lotto; sua moglie Gemma Cenname, cinquantenne, ostetrica in una clinica napoletana; e Angela Santangelo, vent’anni appena, figlia di primo letto di Domenico, diplomata alle magistrali e impiegata all’INAM.
Nessuno di loro dà notizie da giorni.
A preoccuparsi è Mario Zarrelli, nipote di Gemma, che insieme alla moglie e alla cugina Fausta Cenname si rivolge alla polizia.
Quando entrano nell’appartamento, però, non c’è più nessuno da salvare.
Domenico e Gemma vengono trovati nella vasca da bagno, i corpi ormai in avanzato stato di decomposizione, uno sopra l’altro, coperti da lenzuola e da una coperta di lana.
Angela è nella camera dei genitori, adagiata sul letto del padre, ancora con addosso una calzamaglia, avvolta anche lei in un lenzuolo.
Sul fondo della vasca c’è Dick, il piccolo cane di famiglia.
Hanno ucciso anche lui.
I medici legali collocano la strage circa dieci giorni prima, tra il 29 e il 31 ottobre.
Le vittime sono state prima colpite violentemente alla testa con un corpo contundente mai identificato con certezza e poi sgozzate con un coltello.
Il sangue è ovunque.
Sulle pareti.
Negli ambienti.
Perfino sul soffitto.
Eppure qualcosa, in quella casa, non assomiglia alla fuga concitata di un assassino terrorizzato dall'idea di essere scoperto.
In cucina sono rimasti i resti della cena. Due orologi elettrici si sono fermati alle cinque del mattino. Qualcuno, dopo aver ucciso tre persone, sembra essersi trattenuto nell'appartamento.
Ha fumato almeno un paio di si*****te.
Si è versato da bere.
Potrebbe avere spruzzato del deodorante per attenuare l’odore dei cadaveri.
Poi ha staccato la corrente.
E se n’è andato.
Dalla rimessa manca la Lancia Fulvia rossa di Domenico Santangelo, che verrà ritrovata successivamente abbandonata nella zona del porto.
Dalla casa risultano scomparsi anche alcuni oggetti, tra cui una statuetta di bronzo raffigurante una Fortuna bendata.
E soprattutto manca una cosa molto più curiosa.
Il diario personale di Angela.
Per quattro mesi gli investigatori cercano qualcuno capace di dare un senso a quella mattanza.
C’è anche un testimone.
Un sarto che abita nella stessa strada racconta che, nella notte fra il 30 e il 31 ottobre, un’automobile identica alla Fulvia dei Santangelo lo avrebbe quasi investito. Alla guida, dice, c’era un uomo robusto, con i capelli mossi.
Poi, nel marzo 1976, l’indagine cambia direzione.
Il sospettato diventa Domenico Zarrelli.
È nipote di Gemma Cenname, ha trentaquattro anni, studia Giurisprudenza e sogna di diventare avvocato come il fratello Mario. Viene descritto come un giovane amante della bella vita, legato sentimentalmente a una ballerina giamaicana, Sandra Thompson, e soprattutto come un uomo che avrebbe avuto continuamente bisogno di denaro.
La ricostruzione dell’accusa è semplice e terribile.
Domenico avrebbe chiesto soldi alla zia Gemma.
Lei glieli avrebbe negati.
Lui l’avrebbe uccisa.
Poi avrebbe eliminato Domenico Santangelo e Angela perché testimoni.
Angela, secondo l’accusa, sarebbe stata assassinata per garantire all’omicida l’impunità.
È una storia che sembra avere finalmente un movente.
Ma manca qualcosa di decisivo.
Le prove.
Zarrelli proclama la propria innocenza e fornisce un alibi: la sera in cui secondo gli investigatori sarebbe avvenuta la strage era stato prima al cinema e poi a casa insieme a Sandra Thompson, con la quale aveva trascorso la notte.
La donna conferma.
Non viene creduta.
Il 9 maggio 1978 Domenico Zarrelli viene condannato all’ergastolo per l’omicidio di Angela e a trent’anni per gli altri due delitti.
Il caso sembra chiuso.
E invece è proprio allora che comincia davvero.
Perché dietro quella strage esistono particolari che continuano a non tornare.
Gemma Cenname, prima di morire, aveva confidato a un amico di temere che qualcuno potesse entrare in casa per rubare i suoi gioielli, tanto da averli depositati in banca.
Avrebbe pronunciato una frase inquietante: prima o poi qualcuno sarebbe salito nel loro appartamento e li avrebbe ammazzati tutti.
Ma ancora più inquietanti sono alcune parole attribuite ad Angela.
A un amico aveva scritto che mancavano soltanto due giorni al «giorno fatale».
A un collega aveva detto che sarebbe morta «scannata».
E poi aveva aggiunto:
«C’è un ingegnere...»
Chi era questo ingegnere?
Un personaggio esisteva davvero.
Gemma aveva affittato un casolare di sua proprietà a un pregiudicato calabrese con precedenti per traffico di droga, successivamente detenuto per rapina. L’uomo si era presentato come un «ingegnere chimico» e aveva spiegato di voler utilizzare l’immobile per installarvi un laboratorio.
Ma quando Gemma e il marito erano andati a controllare, non avevano trovato alcun laboratorio.
Soltanto delle brandine.
Che cosa veniva fatto realmente in quel casolare?
Era un rifugio?
Un luogo utilizzato dalla criminalità organizzata?
E quell’uomo era l’«ingegnere» di cui aveva parlato Angela?
Interrogato, non diede risposte.
Nel frattempo anche la dinamica dell’omicidio comincia ad apparire meno compatibile con l’azione furiosa e improvvisata di un singolo parente in cerca di denaro.
Tre persone adulte vengono neutralizzate, colpite e sgozzate.
I corpi vengono spostati.
Due vengono sistemati nella vasca.
La casa, dopo la strage, appare sorprendentemente ordinata.
L’autore o gli autori rimangono nell’appartamento abbastanza a lungo da fumare e bere.
È davvero opera di un solo uomo?
Su questa domanda si inserisce addirittura la letteratura.
Lo scrittore Carlo Bernari rimane affascinato dalla vicenda e nel 1980 pubblica Il giorno degli assassini, romanzo ispirato al caso. Ragionando sulla dinamica, Bernari arriva alla conclusione che la strage potrebbe essere stata organizzata ed eseguita da più persone.
La difesa di Zarrelli studia quella tesi.
E la porta in aula.
Al processo d’appello la costruzione accusatoria comincia lentamente a sgretolarsi.
La testimonianza del sarto viene considerata priva di valore.
E soprattutto emergono gli indizi materiali.
O meglio, emerge il fatto che quasi nessuno di essi conduce a Zarrelli.
Nell’appartamento sono state trovate impronte di scarpe numero 42.
Domenico porta il 45.
Ci sono due mozziconi di si*****te.
Ma sono di una marca diversa da quella fumata da lui.
Su un bicchierino appoggiato sulla scrivania vengono rilevate impronte digitali.
Non appartengono a Zarrelli.
E non appartengono neppure alle vittime.
C’è poi la questione delle ferite che Domenico aveva sulle mani pochi giorni dopo la scoperta del massacro.
Per l’accusa potrebbero essere state provocate dall’arma utilizzata per stordire le vittime, forse un batticarne con la base a rilievo scomparso dall’abitazione.
Zarrelli sostiene invece di essersi ferito cadendo sulla ghiaia mentre spingeva la propria automobile rimasta in panne.
La madre e la cameriera confermano di averlo medicato.
Anche loro, inizialmente, non vengono credute.
Il 6 marzo 1981 arriva però il primo clamoroso capovolgimento.
Domenico Zarrelli viene assolto per insufficienza di prove.
Ha già passato cinque anni in carcere.
Cinque anni durante i quali ha continuato a studiare.
Si è persino laureato in Giurisprudenza mentre era detenuto, discutendo — con una coincidenza che sembra scritta da uno sceneggiatore particolarmente sarcastico — una tesi intitolata La prova indiziaria nel processo penale.
All’esame viene accompagnato da dieci carabinieri.
Ma la sua odissea non è finita.
La Cassazione annulla la sentenza d’appello e dispone un nuovo processo, questa volta davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Potenza.
Si torna ancora una volta sulle scarpe.
Sui mozziconi.
Sulle impronte.
Sul misterioso batticarne.
Sulle ferite alle mani.
Sul denaro che Zarrelli avrebbe disperatamente cercato.
E persino sull’ipotesi, sostenuta dall’accusa, che l’assassino fosse tornato successivamente nella casa per disseminare false tracce e confondere gli investigatori.
Un vigile urbano sostiene infatti di avere visto una luce accesa nell’appartamento alle 3.30 della notte tra il 31 ottobre e il primo novembre.
Qualcuno era tornato nella casa dei morti?
O qualcuno non se n’era mai andato?
Alla fine, però, ciò che dovrebbe accusare Zarrelli continua a non accusarlo.
Le impronte non sono sue.
Le scarpe non sono della sua misura.
Le si*****te non sono quelle che fuma.
Il movente rimane una costruzione ipotetica.
L’arma non viene trovata.
La dinamica rimane incerta.
E nel nuovo giudizio Domenico Zarrelli viene assolto per non aver commesso il fatto.
Formula piena.
Nel marzo 1985 la Cassazione mette definitivamente fine alla vicenda giudiziaria respingendo il ricorso della Procura generale.
Per Domenico Zarrelli l’incubo è terminato.
Diventerà avvocato, proprio come aveva sempre desiderato.
Per le vittime, invece, il caso torna al punto di partenza.
Domenico Santangelo.
Gemma Cenname.
Angela Santangelo.
E Dick.
Quattro esseri viventi massacrati in un appartamento di Napoli in una notte di fine ottobre del 1975.
Rimane quella casa insanguinata eppure stranamente ordinata.
Rimane il diario scomparso di Angela.
Rimane quell’inquietante «giorno fatale» che la ragazza sembrava attendere.
Rimane l’«ingegnere» che non volle spiegare che cosa facesse realmente nel casolare affittato da Gemma.
Rimangono le impronte di uno sconosciuto sul bicchiere.
Rimangono le scarpe numero 42.
Rimangono le si*****te fumate con una calma quasi inconcepibile accanto ai cadaveri.
E rimane soprattutto la domanda che attraversa questa storia da più di mezzo secolo.
Se Domenico Zarrelli non ha ucciso la famiglia Santangelo — e per la giustizia italiana non l’ha uccisa — chi entrò quella notte nell'appartamento di via Caravaggio?
E perché Angela sembrava sapere che qualcuno stava per arrivare?
La strage di via Caravaggio non ha mai avuto una risposta.
Ha avuto un imputato.
Ha avuto una condanna all’ergastolo.
Ha avuto processi, annullamenti, assoluzioni, perizie, ricorsi e perfino un romanzo capace di entrare nella storia giudiziaria del caso.
Ma un colpevole, quello vero, no.
Quello non è mai arrivato.