18/08/2026
Gli articoli pubblicati oggi su Il Sole 24 Ore e Milano Finanza, i quali riportano le considerazioni di un gruppo di economisti della BCE, lanciano un segnale che merita certamente attenzione: le valutazioni dei grandi titoli tecnologici americani sono vicine ai massimi storici e, pertanto, un’eventuale — malaugurata — correzione dei cosiddetti Magnifici 7 avrebbe conseguenze che andrebbero ben oltre Wall Street. Infatti, proprio le famiglie dell’area euro — dati della stessa BCE — sarebbero direttamente esposte per circa 440 miliardi di euro ai titoli tecnologici statunitensi, mentre le compagnie assicurative e i fondi pensione sarebbero esposti, rispettivamente, per 250 e 200 miliardi di euro.
È dunque un alert, quello della BCE, che sarebbe ingenuo sottovalutare ed è proprio il riferimento degli economisti della BCE alla bolla dot-com che mi offre l’occasione per una riflessione più ampia.
Alla fine degli anni Novanta Internet rappresentava una rivoluzione autentica. La sbornia collettiva arrivò al punto da attribuire valutazioni astronomiche a imprese con fatturati modestissimi, utili inesistenti e modelli di business ancora tutti da dimostrare, tant’è che, in alcuni casi, la sola aggiunta “.com” al nome di una società ne moltiplicò insensatamente il valore.
Internet, naturalmente, non era una bolla: la bolla riguardava il prezzo che il mercato era disposto a pagare per determinate aspettative sul suo futuro.
Anche oggi, nella nostra epoca, l’AI sta producendo uno straordinario entusiasmo e i capex necessari al suo sviluppo hanno raggiunto dimensioni “monstre” ma, diversamente dalla bolla dot-com, esiste un’economia travolgente che sta crescendo a una velocità impressionante — basti citare Anthropic e, in generale, i Magnifici 7, per rimanere agli articoli citati — e che è caratterizzata da fatturati, utili e flussi di cassa enormi.
Tutto ciò, chiaramente, non significa affatto che una forte correzione non possa verificarsi; sul tema, infatti, occorre distinguere almeno tre cose: la validità di una tecnologia, la capacità di un’impresa di trasformarla in ricavi e utili e il prezzo che il mercato è disposto a pagare oggi per quegli utili futuri.
Ed è qui che torna straordinariamente attuale Robert Shiller, premio Nobel per l’Economia, con la sua lezione sull’“Euforia irrazionale”, il quale sostiene che i mercati non vivono soltanto di fondamentali, ma anche di aspettative, narrazioni e meccanismi di retroazione.
Dunque, l’euforia può alimentare altra euforia: i prezzi salgono, attirano nuovi investitori e il rialzo finisce per diventare esso stesso la giustificazione di ulteriori acquisti. Ma lo stesso meccanismo psicologico può funzionare esattamente anche al contrario: la narrazione negativa può provocare vendite, le vendite determinare ribassi, i ribassi alimentare altro pessimismo e, dunque, altre vendite; tutto ciò anche in assenza di un deterioramento dei fondamentali economici.
Ed è proprio sulla scorta delle argomentazioni che precedono che mi sovviene una riflessione molto semplice e, più precisamente: il tema fondamentale non è stabilire oggi se l’AI sia o meno “una bolla”, ma — ripeto, a mio modestissimo parere — mettere ciascun investitore nelle condizioni di distinguere il prezzo dal valore e, soprattutto e ancora prima, di avere contezza del perché sta investendo in una determinata impresa.
Al riguardo mi vengono in mente due celebri regole di Warren Buffett:
Regola n. 1: non perdere denaro.
Regola n. 2: non dimenticare mai la regola n. 1.
So che a molti potrebbe sembrare quasi una battuta ma, in realtà, le regole sopra richiamate racchiudono la filosofia più profonda di Buffett, ovvero che, ancor prima di domandarsi quanto si possa guadagnare, occorre comprendere quale rischio si sta assumendo.
E proprio in tema di rischio è ancora una volta Warren Buffett a cristallizzare un’altra massima di grande saggezza nel principio del “circle of competence”, ovvero, in termini molto più semplici, non investire mai in ciò che non si comprende.
Ovviamente, detto principio non significa poter conoscere in anticipo l’andamento di un titolo azionario — cosa che nessuno può fare — ma comprendere almeno l’impresa che c’è dietro al titolo azionario, qual è il modello di business, a quanto ammontano gli utili, a quanto ammonta l’indebitamento, quali vantaggi competitivi possiede, quali rischi corre e, infine, se il prezzo richiesto dal mercato abbia una ragionevole relazione con il suo valore.
E qui arriviamo, infine, a mio avviso, al problema del nostro sistema Paese: io sono assolutamente persuaso dell’idea che sarebbe oltremodo auspicabile un grande ed efficace piano di educazione e formazione finanziaria, capace di creare non semplicemente più investitori, ma — giustappunto — investitori più consapevoli.
Insegnare a comprendere gli elementi essenziali di un bilancio — fatturato, utili, indebitamento, flussi di cassa e multipli —; spiegare la differenza tra prezzo e valore, tra rendimento e rischio e mettere, quindi, il risparmiatore nelle condizioni di comprendere realmente anche cosa contengono il fondo o l’ETF che sta acquistando, qualora volesse investire passivamente.
Quanto sopra detto, lo preciso a scanso di equivoci, non certo per trasformare milioni di cittadini in fini analisti finanziari, ma per consentire loro di scegliere consapevolmente dove mettere i propri risparmi.
E tutto questo assume un’importanza ancora maggiore in un Paese come il nostro, che dispone di un enorme patrimonio finanziario privato, mentre moltissime small e mid cap italiane hanno bisogno di capitale per investire, innovare, crescere e competere. Perché proprio questa dovrebbe essere, in fondo, una delle funzioni più importanti del mercato finanziario: mettere in relazione il risparmio con chi ha bisogno di capitale per produrre, investire e creare nuova occupazione.
Dunque, concludendo, io credo che una delle migliori protezioni contro le bolle non consista nell’allontanare i cittadini dai mercati — ancora oggi considerati da molti luoghi elitari per addetti ai lavori — ma nel fornire loro gli strumenti per comprenderli.
Un investitore consapevole certamente non è in condizioni di eliminare il rischio — nessuno lo è —, ma certamente sarà consapevole del rischio assunto e, dunque, potrà reagire al meglio alla volatilità dei mercati la quale è, senza tema di smentita, connaturata alla natura stessa dei medesimi.