23/04/2020
Molto efficace!
BERGAMO
Ogni sera, alle 18, tutta l'Italia ascolta attenta il bollettino della Protezione Civile, che mentre scrivo, segna 94.067 contagiati e 17.127 morti. Tutta l'Italia tranne Bergamo. All'ospedale Papa Giovanni quei dati, oggi che si parla di meno ricoverati, più guariti, curve in declino, non rassicurano affatto. Perché abbassano la guardia. "E invece, non significano niente", dice Luca Lorini, il direttore dell'Area Critica, che con i suoi 92 posti, è la principale del paese. "Quelli sono i positivi rispetto al totale dei tamponi. I positivi veri sono molti di più. Per noi l'unico numero che conta sono gli ingressi in pronto soccorso, e gli ingressi qui, in terapia intensiva: quanti hanno bisogno di cure, e di quali e quante cure. Perché non importa che siano 100 invece che 150. Importa che non siano troppi", dice.
"Non abbiamo più pazienti in attesa nei corridoi, come una settimana fa. Ma abbiamo comunque pazienti in attesa negli altri reparti".
E in attesa a casa. Perché tutti siamo concentrati sugli ospedali, ma quello che è crollato, in Lombardia, è tutto il resto: l'assistenza sul territorio. All'anagrafe, confrontando marzo 2019 e marzo 2020, per Bergamo e provincia risultano 5mila morti in più. Solo la metà sono registrati come Covid-19.
Solo la metà sono finiti nei bollettini delle 18.
E non sono diminuiti i ricoverati: è diminuito l'aumento dei ricoverati.
Mentre nel resto d'Italia l'ordine è di stare a casa, ed è necessaria la polizia per pattugliare le strade, qui l'ordine è molto più rigoroso: stare non solo a casa, ma ognuno per conto proprio. Senza eccezioni. Ognuno come se fosse contagiabile e contagiante. Perché altrimenti, si fa di ogni casa un focolaio. Letteralmente. Sono trascorsi 67 giorni dal primo infetto di Wuhan ai primi 100mila, ma solo 11 tra i primi 100mila e i successivi. E solo 4 tra quei successivi 100mila e i successivi ancora.
Non c'è un dentro e un fuori, in questa epidemia. Siamo cerini in castelli di carte.
E soprattutto, non c'è cura, è inutile. Non c'è cura neppure qui, in questo ospedale in cui entri, e di istinto, ti senti a New York, se non fosse che a New York, ora, scavano fosse nei parchi, e quindi questa, semplicemente, è Italia, Italia e basta, con una terapia intensiva tra le migliori al mondo: ma persino qui, non c'è che quello che si chiama supporto vitale. E cioè un po' di farmaci, e molto ossigeno. Persino la più avanzata delle tecnologie, la cosiddetta ECMO, una tecnica di circolazione extracorporea con cui, come spiega Wikipedia in modo forse improprio, ma efficace, sopravvivi alla tua morte, non fa che questo: Comprare tempo, dice Luca Lorini. "Perché appunto: è una tecnica, non una terapia. Il sangue viene aspirato via, e processato all'esterno. Eliminata l'anidride carbonica, e aggiunto l'ossigeno, viene immesso nuovamente nel paziente: che così, ha cuore e polmoni fermi. In riposo assoluto. Ma poi, il resto sta al suo fisico", dice. "Al suo sistema immunitario".
Perché il massimo possibile, è aiutarlo a resistere.
Perché reagisca, e da sé, arrivi dove la scienza per ora non arriva.
E comunque, gli ECMO qui sono solo sei.
E in Italia, hanno ECMO solo altri otto ospedali.
"Molti, purtroppo, sono ancora convinti che se si è sani, se non si hanno queste altre famose patologie pregresse, questo virus non è niente di speciale. Un po' di febbre, e via. Ma il decorso è imprevedibile. E soprattutto, cosa che non è chiara a nessuno: i polmoni subiscono danni di lungo periodo. Un po' come un infarto, che lascia una cicatrice. Non è che si viene dimessi come se niente fosse", dice.
"Se torni, non torni come prima".
In un momento così, avrebbe impegni più urgenti di un'intervista. Ma in questa Italia che pensa che l'epidemia sia ormai in ritirata, la sfida non è solo qui. Perché è questione di matematica, oltre che di medicina. "In attesa di un vaccino, il nostro unico alleato è il tempo", dice. "Tempo per i pazienti, perché sviluppino anticorpi. Ma anche tempo per gli ospedali: perché ci sia equilibrio tra chi entra e chi esce. Tra i numeri", dice. Ma i numeri giusti. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, il 14 percento dei contagiati avrà problemi, e il 5 percento finirà in terapia intensiva. L'1 percento, morirà comunque. Il numero che conta, dunque, è questo 20 percento. "Ma non è il 20 percento dei 94.067 contagiati ufficiali: è il 20 percento di quelli reali", dice.
Che secondo le stime dell'Imperial College di Londra, sono 5,9 milioni.
Fa più di un milione.
Contro i 192mila posti letto dei nostri ospedali.
Sono in tanti, qui, a chiedersi perché ad Alzano Lombardo, la città da cui tutto è cominciato, non sia mai stata istituita una zona rossa. Se tutto questo era evitabile. E sarà la magistratura a rispondere. L'unica certezza, per ora, è che il lockdown sta funzionando. Che i numeri, un po' alla volta, stanno diventando di nuovo gestibili. Non normali: gestibili. "Ma onestamente, adesso è facile parlare", dice Luca Lorini. "All'inizio, non avevamo che i dati della Cina. Dati sballati. Con cui abbiamo sottovalutato tutto. Per il resto dell'Italia, però, è diverso. Abbiamo dei dati veri, ora. E sono dati che dicono una cosa sola: che siamo in bilico. E saremo in bilico fino al vaccino. Anche perché qui le polmoniti circolano da gennaio. Non ha senso dire che è trascorso un mese, ormai, che l'epidemia è rimasta in Lombardia. Non ha senso dire che è finita. Altrove, non è iniziata. E forse, solo per il momento".
Il vaccino arriverà, e arriverà presto, dice. E comunque, già nei prossimi giorni, con i nuovi test sierologici, potremo capire chi di noi è immune, e per quanto: e riorganizzarci. Perché se lavoriamo in sicurezza noi, dice, può lavorare in sicurezza chiunque. Perché non è l'apocalisse. Si supera.
"Ma ci ha travolto in 10 giorni", dice. "E non siamo un ospedale qualsiasi".
Capitasse al sud, dico, o a Roma, che succederebbe? Ci riflette un minuto, si fa due calcoli. "Avremmo 300mila morti".
Quanti?, dico. Ma ho capito bene. "300mila".
© Il Fatto Quotidiano
[Foto Il Messaggero]
[Luca Lorini, direttore dell'Area Critica dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo]