18/09/2026
C’è un tema di cui si parla troppo poco, forse perché è scomodo, forse perché impone di uscire dalla retorica buonista del “genitore è sempre genitore”.
No. Non è così.
In un tempo in cui il disagio psichico appare sempre più diffuso e spesso mal gestito, io sono francamente sempre più preoccupata per i minori affidati a figure genitoriali manifestamente inadeguate, emotivamente disregolate, incapaci di garantire stabilità, contenimento, protezione e continuità educativa.
La genitorialità non è un diritto assoluto esercitabile a prescindere dalle condizioni personali del soggetto adulto.
È una funzione.
E come tale richiede equilibrio, responsabilità, lucidità, capacità di autocontrollo e adeguatezza relazionale.
Soggetti con grave instabilità emotiva, condotte impulsive, abuso di sostanze stupefacenti, utilizzo improprio di psicofarmaci, comportamenti aggressivi, persecutori o francamente disorganizzati non possono essere valutati con leggerezza quando in gioco c’è la sicurezza psicologica (e talvolta anche fisica) di un minore.
Qui non si tratta di discriminare chi soffre.
Si tratta di proteggere chi non può proteggersi da solo.
Invito tutti i colleghi che operano in ambito forense, clinico e giudiziario a valutare con maggiore rigore, maggiore prudenza e maggiore severità queste condizioni.
Perché un bambino non può diventare il contenitore del caos emotivo di un adulto.
E perché il principio del “mantenimento del rapporto con entrambi i genitori” non può trasformarsi in una scorciatoia ideologica per esporre un minore a contesti disfunzionali, imprevedibili o potenzialmente pregiudizievoli.
La tutela dei minori viene prima della narrazione consolatoria.
Sempre.