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19/10/2026

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Di Daniele Panella, sul quotidiano Cammino Diritto.

🔗 https://rivista.camminodiritto.it/articolo.asp?id=11677

Un Avvocato Esemplare
11/10/2026

Un Avvocato Esemplare

NINO D’UVA – L’AVVOCATO UCCISO DALLA MAFIA.

Antonino “Nino” D’Uva fu uno dei più noti e stimati avvocati penalisti del Foro di Messina e una delle figure centrali del grande processo contro la criminalità organizzata messinese degli anni Ottanta.

Si laureò in Giurisprudenza a soli 21 anni con il massimo dei voti, la lode e la pubblicazione di alcuni stralci della sua tesi. Dopo la laurea iniziò la propria formazione nello studio penalistico dell’avvocato Candela e, nel corso degli anni, costruì una brillante carriera forense, distinguendosi per preparazione, correttezza e indipendenza professionale.

D’Uva era anche un uomo di grande cultura: appassionato di storia, letteratura, pittura, teatro, cinema e musica, fece parte del consiglio direttivo della Filarmonica Laudamo di Messina e di un’associazione culturale italo-tedesca.

Il suo nome rimane però indissolubilmente legato al Maxiprocesso di Messina.

Il 14 aprile 1986, nell’aula bunker del carcere di Gazzi, ebbe inizio il grande processo contro la mafia messinese. Alla sbarra c’erano 283 imputati, accusati, tra l’altro, di associazione mafiosa e traffico di stupefacenti.

Nino D’Uva era uno dei penalisti maggiormente impegnati nel dibattimento. Diverse ricostruzioni indicano in tredici gli imputati da lui difesi, mentre altre fonti parlano di circa venti assistiti.

Il processo si svolgeva in un clima pesantissimo. Dalle gabbie degli imputati arrivavano urla, insulti, proteste e minacce. D’Uva cercò di svolgere il proprio ruolo con professionalità e indipendenza, tentando anche di mediare nei momenti di maggiore tensione tra la Corte e gli imputati.

Ma proprio il comportamento degli avvocati difensori non soddisfaceva alcuni esponenti delle cosche.

Uno degli episodi più inquietanti ebbe come protagonista il boss Gaetano Costa, che durante un’udienza arrivò a lanciare una scarpa contro D’Uva. Quel gesto assunse successivamente un significato ancora più sinistro.

Secondo quanto ricostruito giudiziariamente negli anni successivi, infatti, la linea difensiva di D’Uva e degli altri avvocati veniva considerata da alcuni mafiosi troppo “blanda”. L’eliminazione del penalista doveva rappresentare un messaggio diretto non soltanto a lui, ma all’intera classe forense impegnata nel Maxiprocesso.

Il 6 maggio 1986, appena ventidue giorni dopo l’inizio del processo, Nino D’Uva venne assassinato.

Quella mattina aveva partecipato a una lunga e concitata udienza del Maxiprocesso. Nel pomeriggio tornò nel proprio studio, situato al terzo piano di un palazzo di via San Giacomo, nel centro di Messina, a pochi passi da piazza Duomo.

Tra le 19 e le 20 qualcuno bussò alla porta.

D’Uva aprì. L’assassino entrò nello studio, prese un cuscino dal divano e lo utilizzò per attutire il rumore dello sparo.

L’avvocato si trovava sulla propria sedia e stava per effettuare una telefonata quando il killer lo raggiunse alle spalle e gli sparò un solo colpo con una pi***la calibro 7,65, tra la nuca e l’orecchio.

Nino D’Uva morì sul colpo. Aveva 61 anni.

L’assassino lasciò lo studio, abbandonò successivamente la pi***la in un cassonetto e si allontanò a bordo di una Mini verde sulla quale lo attendeva un complice.

Il corpo dell’avvocato fu scoperto poco dopo dalla collaboratrice domestica, che trovò la porta dello studio socchiusa.

Le indagini e soprattutto le successive dichiarazioni dei collaboratori di giustizia permisero negli anni di ricostruire la matrice mafiosa dell’omicidio.

Secondo la ricostruzione processuale, tra i responsabili dell’omicidio figuravano Gaetano Costa e il boss della ’ndrangheta Natale Iamonte, mentre Placido Calogero e Giuseppe De Domenico furono indicati tra gli esecutori.

Il 26 gennaio 1998, in appello, furono inflitte condanne a 24 anni per Natale Iamonte, 23 anni e 6 mesi per Placido Calogero, 21 anni per Giuseppe De Domenico e 12 anni per Gaetano Costa. La sentenza venne confermata dalla Corte di Cassazione il 4 gennaio 1999.

L’omicidio D’Uva rappresentò qualcosa di più dell’eliminazione di un singolo professionista.

Uccidere un avvocato impegnato in un maxiprocesso significava tentare di intimidire tutti i difensori e condizionare lo svolgimento stesso del procedimento. Il pubblico ministero Italo Materia avrebbe successivamente spiegato che il delitto D’Uva era stato compiuto proprio con l’obiettivo di influire sul Maxiprocesso.

La notizia dell’assassinio ebbe una forte eco anche a Palermo, dove contemporaneamente si stava celebrando il grande Maxiprocesso a Cosa Nostra.

È importante quindi fare una precisazione: Nino D’Uva non era un avvocato del Maxiprocesso di Palermo. Fu invece uno dei protagonisti del Maxiprocesso alla mafia di Messina. La sua uccisione, tuttavia, provocò grande preoccupazione anche tra gli avvocati impegnati nell’aula bunker palermitana.

Oggi Nino D’Uva è ricordato come vittima innocente delle mafie e come simbolo dell’indipendenza dell’avvocatura.

Morì indossando idealmente quella toga che aveva sempre esercitato con autonomia: non perché fosse un magistrato o un investigatore, ma perché aveva rifiutato che fossero gli uomini delle cosche a stabilire come un avvocato dovesse esercitare la propria professione.

FONTI:

Libera – Nino D’Uva
https://vivi.libera.it/storie-283-nino_d_uva

Centro Studi sulle Mafie – Università degli Studi di Messina
https://centro-studi-sulle-mafie.unime.it/it/node/61

StrettoWeb – A Messina una via intitolata all’avvocato Nino D’Uva
https://www.strettoweb.com/2018/05/messina-via-nino-duva/701342/

MessinaOra – Il ricordo di Nino D’Uva
https://www.messinaora.it/notizia/2022/05/06/mafia-ricordo-nino-duva-parte-del-nipote-francesco/157520

Lega Navale Italiana – Nino D’Uva, vittima della mafia
https://www.leganavale.it/

20/08/2026

⚖️ 𝐁𝐚𝐧𝐜𝐚𝐫𝐨𝐭𝐭𝐚 𝐟𝐫𝐚𝐮𝐝𝐨𝐥𝐞𝐧𝐭𝐚: 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐚𝐭𝐫𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐠𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐫𝐞𝐚𝐭𝐨?
𝑃𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝐶𝑎𝑠𝑠𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑛𝑜.

📌 La mera constatazione di un atto di depauperamento o di una distrazione sine titulo non è sufficiente, da sola, a integrare la bancarotta fraudolenta patrimoniale prefallimentare.

🔎 Occorre verificare qualcosa in più: che quella condotta fosse concretamente idonea, con valutazione ex ante, a creare un reale pericolo per il soddisfacimento dei creditori.

Il punto centrale diventa quindi l’offensività concreta della condotta:

💰 non basta che il patrimonio sociale sia stato ridotto;
⚠️ bisogna accertare che tale riduzione abbia effettivamente esposto le ragioni creditorie a un pericolo.

Con la sentenza n. 5946/2025, la Cassazione richiama così l’attenzione sulla necessità di una verifica specifica della capacità offensiva dell’atto distrattivo.

👉 Quando la distrazione integra davvero il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale? Leggi l’approfondimento completo su Diritto.it dal link nelle storie

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