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𝐋𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐜𝐫𝐢𝐩𝐭𝐨𝐟𝐨𝐧𝐢𝐧𝐢: 𝐔𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐭𝐞𝐥𝐞𝐟𝐨𝐧𝐢 𝐢𝐧𝐯𝐢𝐨𝐥𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢, 𝐡𝐚𝐜𝐤𝐞𝐫 𝐝𝐢 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨, 𝐜𝐫𝐢𝐦𝐢𝐧𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐬𝐭𝐢𝐠𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢: 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐥'...
09/10/2026

𝐋𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐜𝐫𝐢𝐩𝐭𝐨𝐟𝐨𝐧𝐢𝐧𝐢: 𝐔𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐭𝐞𝐥𝐞𝐟𝐨𝐧𝐢 𝐢𝐧𝐯𝐢𝐨𝐥𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢, 𝐡𝐚𝐜𝐤𝐞𝐫 𝐝𝐢 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨, 𝐜𝐫𝐢𝐦𝐢𝐧𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐬𝐭𝐢𝐠𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢: 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐥'𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐚 𝐡𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐛𝐚𝐭𝐭𝐮𝐭𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐛𝐚𝐭𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝐜𝐫𝐢𝐦𝐢𝐧𝐞 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐨.
«𝑃𝑒𝑟 𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑢𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑖 𝑡𝑒𝑙𝑒𝑓𝑜𝑛𝑖 𝑓𝑜𝑠𝑠𝑒𝑟𝑜 𝑖𝑛𝑣𝑖𝑜𝑙𝑎𝑏𝑖𝑙𝑖. 𝐿𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑒̀ 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑠𝑜𝑟𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒.»
𝐂𝐚𝐩𝐢𝐭𝐨𝐥𝐨 𝐕𝐈𝐈𝐈 - 𝐏𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐈𝐈: 𝐈𝐥 𝐃𝐚𝐭𝐨

𝑼𝒏 𝒂𝒓𝒄𝒉𝒊𝒗𝒊𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒊𝒏𝒖𝒂𝒗𝒂 𝒂 𝒄𝒂𝒎𝒃𝒊𝒂𝒓𝒆
La dinamicità dei dati in elaborazione aiuta a comprendere un fenomeno che può apparire sorprendente quando si osservano oggi i dataset Sky ECC arrivati nei procedimenti giudiziari italiani che abbiamo potuto esaminare. Il materiale trasmesso dalla Francia poteva presentarsi sotto forma di file tabellari nei formati CSV e XLSX, nei quali messaggi e metadati erano organizzati in righe e colonne, mentre gli eventuali contenuti multimediali potevano essere forniti separatamente e collegati ai rispettivi record attraverso le informazioni presenti nel dataset. Ciò che giungeva all'autorità richiedente era quindi il risultato di un'esportazione strutturata, destinata a rendere consultabile una parte del patrimonio informativo precedentemente acquisito ed elaborato.

Un esempio concreto permette di comprenderne meglio la struttura. In uno dei file XLSX effettivamente trasmessi dalla Francia nell'ambito di un procedimento italiano, 1.900 record descrivono messaggi e relativi metadati attraverso dodici campi: timestamp della comunicazione, identificativo del mittente, contenuto, titolo della chat, identificativo del messaggio e della conversazione, lingua, codice paese, hash SHA-1 dell'eventuale allegato, nome del file multimediale, categoria dell'informazione e data di acquisizione del record nel sistema (𝑖𝑛𝑔𝑒𝑠𝑡_𝑑𝑎𝑡𝑒).

La presenza di quest'ultimo campo è particolarmente interessante. Lo stesso 𝑚𝑒𝑠𝑠𝑎𝑔𝑒_𝑖𝑑 può comparire più volte, mantenendo identici il contenuto e il momento della comunicazione, ma presentando differenti 𝑖𝑛𝑔𝑒𝑠𝑡_𝑑𝑎𝑡𝑒; in alcuni casi, lo stesso messaggio ricompare in diverse occasioni distribuite nell'arco di settimane. Il file non rappresenta quindi soltanto una successione cronologica di comunicazioni ma conserva anche traccia di momenti differenti nei quali lo stesso oggetto informativo è entrato nel dataset.
Questo comportamento è compatibile con un processo nel quale il materiale veniva sottoposto a successive “ingestioni” o rielaborazioni. I documenti disponibili non consentono di affermare che ogni nuova 𝑖𝑛𝑔𝑒𝑠𝑡_𝑑𝑎𝑡𝑒 corrispondesse a una diversa versione del software o a un nuovo algoritmo di decifrazione: potevano intervenire nuovi cicli di elaborazione, elementi crittografici divenuti successivamente disponibili, ulteriori sorgenti oppure una nuova acquisizione nel sistema di risultati già prodotti. Il dato significativo, ai nostri fini, consiste nella natura processata dell'oggetto che arriva all'analista.

Un altro campo rende ancora più evidente questa distinzione: il dataset contiene un campo di classificazione della lingua del messaggio nel quale, per alcune espressioni inequivocabilmente afferenti la lingua italiana o un suo dialetto vi è un’attribuzione, ad esempio, alla lingua portoghese. Quest'indicazione costituisce, quindi, un metadato derivato evidentemente non corretto in quanto probabilmente attribuito da un modello linguistico non sufficientemente addestrato, prodotto durante una fase della catena di elaborazione e, quindi, non rappresenta una proprietà originaria della comunicazione; il materiale disponibile non consente, allo stato, di stabilire con certezza quale componente della pipeline abbia generato quella classificazione.

La differenza può sembrare sottile ma sul piano forense è sostanziale: il testo scritto dall'utente appartiene alla comunicazione intercettata; l'etichetta che lo classifica come italiano, portoghese o francese appartiene invece all'elaborazione successiva.

𝐼𝑙 𝑑𝑎𝑡𝑜 𝑎𝑐𝑞𝑢𝑖𝑠𝑖𝑡𝑜 𝑒 𝑖𝑙 𝑑𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑟𝑜𝑑𝑜𝑡𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙'𝑎𝑛𝑎𝑙𝑖𝑠𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑛𝑒𝑐𝑒𝑠𝑠𝑎𝑟𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑎.

𝑳'𝒂𝒍𝒕𝒓𝒂 𝒎𝒆𝒕𝒂̀ 𝒅𝒆𝒍𝒍'𝒊𝒅𝒆𝒏𝒕𝒊𝒕𝒂̀
Le conversazioni così intercettate, tuttavia, conservavano ancora un problema che nessuna decifrazione poteva risolvere da sola. Gli utenti Sky ECC non comparivano, ovviamente, con un nome ed un cognome: ciascun account era associato a un identificativo, lo Sky ID o PIN, costituito da una breve sequenza alfanumerica (per esempio K7M4PX, R2F8WN o T9C3KL) alla quale poteva affiancarsi un nickname scelto dall'utilizzatore, come “Il Rosso”, “Falco” o “Il Professore”. Gli esempi sono di fantasia, ma restituiscono bene ciò che poteva presentarsi agli investigatori: una conversazione tra identificativi e pseudonimi che consentiva di seguire rapporti, contatti e contenuti senza rivelare automaticamente l'identità anagrafica delle persone che si trovavano dietro quei dispositivi.

𝑃𝑒𝑟 𝑢𝑛'𝑖𝑛𝑑𝑎𝑔𝑖𝑛𝑒 𝑝𝑒𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑖𝑙 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑠𝑢𝑐𝑐𝑒𝑠𝑠𝑖𝑣𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒𝑣𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑡𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖𝑔𝑖𝑡𝑎𝑙𝑖 𝑖𝑛 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒.

I metadati dei server disponibili a partire dal giugno 2019 contenevano lo Sky-ID, composto da sei caratteri, e il nickname scelto dall'utente; in molti casi potevano inoltre mostrare gli IMEI e gli ICCID utilizzati in associazione a quell'account. Alcuni messaggi automatici generati durante l'attivazione o il rinnovo del servizio contenevano Sky-ID, tipo di telefono, numero seriale e IMEI, permettendo così agli investigatori di ricostruire il collegamento tra l'account e uno o più apparati. Questa relazione poteva cambiare nel tempo: uno stesso account poteva essere utilizzato con più telefoni e, viceversa, uno stesso telefono poteva essere utilizzato con account differenti. I metadati, tuttavia, non conservavano necessariamente per ogni account un messaggio di attivazione dal quale ricavare direttamente tale associazione. L'IMEI identifica l'apparato, l'ICCID identifica la scheda SIM, l'IMSI identifica la sottoscrizione mobile associata alla SIM all'interno della rete dell'operatore, il numero MSISDN rappresenta invece la numerazione telefonica associata al servizio. Mettendo insieme queste informazioni diventava possibile costruire una catena: 𝑆𝑘𝑦-𝐼𝐷 → 𝐼𝑀𝐸𝐼 → 𝐼𝐶𝐶𝐼𝐷 → 𝐼𝑀𝑆𝐼/𝑀𝑆𝐼𝑆𝐷𝑁.

I telefoni Sky ECC utilizzavano principalmente SIM KPN e AT&T e i verbali olandesi le descrivono come numerazioni M2M (Machine to Machine), concepite principalmente per il trasferimento di dati. Le SIM osservate presentavano IMSI riconducibili a KPN, con prefisso 20408, oppure ad AT&T, con prefisso 310170. Sky ECC utilizzava inoltre diversi APN privati, fra i quali Ecc00.com.attz, Ecc01.com.attz, Ecc.movistar.es, ecc.m2m ed ecc.apn.

L'APN, Access Point Name, può essere immaginato come il punto attraverso il quale una connessione dati mobile viene indirizzata verso la rete alla quale deve accedere. Un APN privato consente di riservare quel percorso a una determinata organizzazione o categoria di utenti; per gli investigatori quella caratteristica produceva una possibilità ulteriore: interrogare i dati dell'operatore relativi alle connessioni verso gli APN utilizzati da Sky ECC; questa interrogazione diede i suoi frutti: KPN fornì dati relativi al periodo compreso fra il 15 maggio 2019 e il 4 aprile 2021. I record comprendevano elementi quali IMSI, MSISDN, IMEI, APN utilizzato, data e ora, durata e Cell ID; quando una SIM KPN operava all'estero, nei record poteva inoltre comparire il codice MCC/MNC della rete visitata; il verbale riporta come esempio 20620, relativo a una rete belga, e riferisce anche la presenza regolare di Cell ID stranieri nei dati di traffico, senza però fornire elementi sufficienti per stabilire in ogni caso la precisa granularità geografica di tali identificativi.

𝐴 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑜 𝑙𝑜 𝑆𝑘𝑦-𝐼𝐷 𝑐𝑜𝑚𝑖𝑛𝑐𝑖𝑎𝑣𝑎 𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑎𝑛𝑜𝑛𝑖𝑚𝑎𝑡𝑜.

𝑫𝒂𝒍𝒍𝒂 𝒓𝒆𝒕𝒆 𝒂𝒍𝒍𝒂 𝒑𝒆𝒓𝒔𝒐𝒏𝒂
Per una parte dei terminali, tuttavia, all'identificazione tecnica potevano aggiungersi informazioni provenienti dagli operatori telefonici. Nell'ambito dell'indagine WERL, la polizia olandese aveva richiesto a KPN i dati relativi ai telefoni che si erano collegati agli APN utilizzati da Sky ECC e aveva ricevuto, per il periodo compreso tra il 15 maggio 2019 e il 4 aprile 2021, record contenenti fra l'altro IMEI, numero telefonico, data e ora della connessione e Cell ID. Non si trattava quindi di informazioni ricavate automaticamente dall'infrastruttura Sky ECC per qualunque telefono presente nel mondo, bensì di dati di traffico disponibili attraverso lo specifico operatore telefonico e destinati inevitabilmente a dipendere dalla SIM utilizzata, dalla rete sulla quale il terminale si era registrato e dalle informazioni conservate o rese disponibili dagli operatori.

Quando questi dati erano disponibili con sufficiente dettaglio, il loro valore investigativo poteva essere considerevole: la polizia olandese descrive, per esempio, la possibilità di esaminare i Cell ID maggiormente utilizzati, di osservare quelli ricorrenti nelle ore serali, notturne e del primo mattino per formulare ipotesi sull'area abitualmente frequentata dall'utilizzatore, oppure di confrontare gli spostamenti del dispositivo Sky ECC d’interesse con quelli di telefoni appartenenti a persone già identificate e con luoghi e orari di eventi investigativamente rilevanti. Il meccanismo investigativo era quindi molto più ampio della semplice lettura delle conversazioni; un account poteva comunicare con altri Sky-ID, i metadati potevano collegarlo a un determinato IMEI, l'apparato poteva essere associato a una SIM e a un IMSI, i dati della rete mobile potevano collocarlo nello spazio e nel tempo; quei movimenti potevano infine essere confrontati con quelli di una persona conosciuta.

Ogni passaggio, considerato da solo, forniva un'informazione parziale, ma tutte le informazioni reperite e la loro sovrapposizione poteva trasformare i sei caratteri anonimi dello Sky-ID in un individuo. La stessa documentazione olandese descrive espressamente questa finalità: una volta individuato l'utilizzatore del telefono attraverso i metadati e i dati di traffico, l'identificazione poteva essere estesa all'account Sky collegato.

𝑄𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑖𝑛𝑜 𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑚𝑜𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑣𝑎 𝑠𝑒𝑚𝑏𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑚𝑒𝑡𝑜𝑑𝑜 𝑎𝑝𝑝𝑙𝑖𝑐𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑎 𝑠𝑖𝑛𝑔𝑜𝑙𝑖 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑢𝑛𝑡 𝑠𝑡𝑎𝑣𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑜̀ 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑠𝑐𝑎𝑙𝑎; 𝑖𝑙 𝑛𝑢𝑚𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑎𝑟𝑣𝑒 𝑎𝑑 𝑢𝑛 𝑐𝑒𝑟𝑡𝑜 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑖 𝑑𝑜𝑐𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑓𝑢 41.457.

𝑸𝒖𝒂𝒓𝒂𝒏𝒕𝒖𝒏𝒐𝒎𝒊𝒍𝒂 𝒊𝒅𝒆𝒏𝒕𝒊𝒕𝒂̀ 𝒎𝒐𝒃𝒊𝒍𝒊
La dimensione di questa seconda raccolta sarebbe emersa pienamente soltanto più tardi. Nel marzo 2024 le autorità olandesi comunicarono di aver ottenuto da AT&T dati di telecomunicazione e geolocalizzazione relativi agli IMSI associati agli Sky PIN. Il dataset riguardava 41.457 IMSI unici e copriva il periodo dal 23 marzo 2017 al 23 marzo 2022. La documentazione richiamava espressamente una catena di rapporti tecnici dedicati all'associazione fra Sky-ID e IMEI, fra IMEI e IMSI/ICCID e, infine, fra questi identificativi e i dati AT&T.

Questo numero rende esplicita la scala dell'intera operazione; decine di migliaia di identità mobili potevano essere messe in relazione con altrettante identità utilizzate all'interno di una piattaforma nata precisamente per separare la comunicazione dalla persona che la produceva. Il telefono cifrato poteva nascondere il contenuto della conversazione ma la scheda SIM doveva comunque permettere al dispositivo di raggiungere una rete radiomobile (a meno che non venisse utilizzata una rete Wi-Fi).

𝑳𝒂 𝒄𝒓𝒊𝒕𝒕𝒐𝒈𝒓𝒂𝒇𝒊𝒂 𝒑𝒓𝒐𝒕𝒆𝒈𝒈𝒆𝒗𝒂 𝒊𝒍 𝒎𝒆𝒔𝒔𝒂𝒈𝒈𝒊𝒐 𝒎𝒂 𝒍𝒂 𝒓𝒆𝒕𝒆 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒊𝒏𝒖𝒂𝒗𝒂 𝒂𝒅 𝒂𝒗𝒆𝒓𝒆 𝒃𝒊𝒔𝒐𝒈𝒏𝒐 𝒅𝒊 𝒔𝒂𝒑𝒆𝒓𝒆 𝒒𝒖𝒂𝒍𝒆 𝒖𝒕𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒔𝒕𝒆𝒔𝒔𝒆 𝒄𝒉𝒊𝒆𝒅𝒆𝒏𝒅𝒐 𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒏𝒏𝒆𝒕𝒕𝒆𝒓𝒔𝒊: 𝒒𝒖𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒆𝒔𝒊𝒈𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒂𝒑𝒓𝒊𝒗𝒂 𝒖𝒏 𝒔𝒆𝒄𝒐𝒏𝒅𝒐 𝒔𝒑𝒂𝒛𝒊𝒐 𝒊𝒏𝒗𝒆𝒔𝒕𝒊𝒈𝒂𝒕𝒊𝒗𝒐... (𝒔𝒆𝒈𝒖𝒆)

𝑃𝑒𝑟 𝑛𝑜𝑛 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑟𝑜𝑚𝑝𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜, 𝑖 𝑟𝑖𝑓𝑒𝑟𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑏𝑖𝑏𝑙𝑖𝑜𝑔𝑟𝑎𝑓𝑖𝑐𝑖 𝑒 𝑑𝑜𝑐𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑙𝑖 𝑢𝑡𝑖𝑙𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑠𝑡𝑟𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑐𝑒𝑛𝑑𝑎 𝑠𝑎𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑟𝑖𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑡𝑖 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑔𝑟𝑎𝑙𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑎𝑙 𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑜𝑙𝑜.

𝐋𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐜𝐫𝐢𝐩𝐭𝐨𝐟𝐨𝐧𝐢𝐧𝐢: 𝐔𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐭𝐞𝐥𝐞𝐟𝐨𝐧𝐢 𝐢𝐧𝐯𝐢𝐨𝐥𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢, 𝐡𝐚𝐜𝐤𝐞𝐫 𝐝𝐢 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨, 𝐜𝐫𝐢𝐦𝐢𝐧𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐬𝐭𝐢𝐠𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢: 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐥'...
04/10/2026

𝐋𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐜𝐫𝐢𝐩𝐭𝐨𝐟𝐨𝐧𝐢𝐧𝐢: 𝐔𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐭𝐞𝐥𝐞𝐟𝐨𝐧𝐢 𝐢𝐧𝐯𝐢𝐨𝐥𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢, 𝐡𝐚𝐜𝐤𝐞𝐫 𝐝𝐢 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨, 𝐜𝐫𝐢𝐦𝐢𝐧𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐬𝐭𝐢𝐠𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢: 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐥'𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐚 𝐡𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐛𝐚𝐭𝐭𝐮𝐭𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐛𝐚𝐭𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝐜𝐫𝐢𝐦𝐢𝐧𝐞 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐨.
«𝑃𝑒𝑟 𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑢𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑖 𝑡𝑒𝑙𝑒𝑓𝑜𝑛𝑖 𝑓𝑜𝑠𝑠𝑒𝑟𝑜 𝑖𝑛𝑣𝑖𝑜𝑙𝑎𝑏𝑖𝑙𝑖. 𝐿𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑒̀ 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑠𝑜𝑟𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒.»
𝐂𝐚𝐩𝐢𝐭𝐨𝐥𝐨 𝐕𝐈𝐈𝐈 - 𝐏𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐈. 𝐒𝐤𝐲 𝐄𝐂𝐂: 𝐋'𝐨𝐜𝐞𝐚𝐧𝐨

𝑳𝒆𝒈𝒈𝒆𝒓𝒆 𝒆𝒓𝒂 𝒔𝒐𝒍𝒐 𝒍’𝒊𝒏𝒊𝒛𝒊𝒐
Il 9 marzo 2021, quando l’operazione contro Sky ECC divenne pubblica e i tre server ospitati nel datacenter OVH di Roubaix furono sequestrati, alle spalle degli investigatori c’erano ormai quasi due anni di acquisizioni, analisi, tentativi, modifiche e progressivi affinamenti. Le sonde collocate sull’infrastruttura avevano osservato e prelevato enormi quantità di traffico, la memoria dei server aveva restituito materiale crittografico utile a comprenderne il funzionamento, i sistemi Man in the Middle avevano permesso di ottenere dai telefoni gli elementi crittografici necessari alla decifrazione delle comunicazioni e, dal 15 febbraio 2021, gli investigatori erano entrati nella cosiddetta “phase live”, durante la quale divenne possibile conoscere in tempo reale il contenuto di alcuni dei messaggi scambiati dagli utenti della rete Sky ECC; il problema che si apriva a quel punto era, però, di natura completamente diversa.

“𝐿𝑒𝑔𝑔𝑒𝑟𝑒 𝑒𝑟𝑎 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑙’𝑖𝑛𝑖𝑧𝑖𝑜...”

Un messaggio decifrato possiede un significato per il suo destinatario ma diventa informazione investigativa soltanto quando è possibile stabilire chi lo abbia inviato, a chi fosse diretto, quando sia transitato, a quale conversazione appartenga, quali altri messaggi lo abbiano preceduto e lo seguano, quali immagini o registrazioni audio siano collegate a esso e, soprattutto, quale persona possa nascondersi dietro quelle sei lettere e quei numeri che costituivano uno Sky-ID. Moltiplicare questo problema per decine di migliaia di utenti significa comprendere quale fosse la vera sfida che iniziava nel momento stesso in cui la crittografia aveva smesso di rappresentare una barriera invalicabile. Il 12 marzo 2021, appena tre giorni dopo l'operazione che aveva portato al sequestro dei server, il procuratore federale belga Frédéric Van Leeuw fornì una misura impressionante della quantità di informazioni ormai disponibile agli investigatori: 440 milioni di messaggi erano già stati decifrati e il numero continuava ad aumentare. Secondo il suo calcolo, una squadra composta da quaranta agenti, impiegando cinque o sei minuti per leggere e contestualizzare ciascun messaggio, avrebbe avuto bisogno di 685 anni per esaminarli tutti.

Le dimensioni del materiale spiegano meglio di qualsiasi definizione la natura del problema. Nei documenti del Nederlands Forensisch Instituut, il laboratorio forense nazionale olandese, l’intera raccolta viene descritta come composta da circa 203 terabyte di dati di intercettazione compressi; una volta decompressi, secondo la stima contenuta nello stesso documento, sarebbero diventati circa 600 terabyte. Quel traffico era conservato in file PCAP, un formato utilizzato per registrare i pacchetti osservati durante una comunicazione di rete; nel caso Sky ECC i file PCAP erano compressi mediante applicativo “gzip” e ciascun file pcap.gz occupava fra 2 e 11 gigabyte, diventando mediamente circa tre volte più grande dopo la decompressione.

Un PCAP, tuttavia, non è una conversazione; il suo nome deriva da “packet capture” e indica, semplificando, una registrazione dei pacchetti di dati che hanno attraversato una rete. Immaginare quei file come giganteschi archivi di chat sarebbe quindi fuorviante: ciò che contenevano era il traffico intercettato, frammentato secondo le regole con cui i computer comunicano attraverso una rete, all’interno del quale dovevano essere individuate, ricostruite e interpretate le comunicazioni di interesse.

L’investigatore che volesse leggere un messaggio partendo da quel livello non avrebbe davanti una schermata simile a quella del telefono di un utente Sky ECC. Avrebbe davanti la materia prima dalla quale quella schermata avrebbe dovuto essere ricostruita.

𝑫𝒂𝒍 𝒑𝒂𝒄𝒄𝒉𝒆𝒕𝒕𝒐 𝒂𝒍 𝒎𝒆𝒔𝒔𝒂𝒈𝒈𝒊𝒐
Il rapporto del NFI consente di seguire questo percorso quasi dall’interno perché descrive le fasi di elaborazione individuate dagli specialisti olandesi: ricostruzione delle comunicazioni TCP/IP, decifrazione del livello TLS, analisi delle comunicazioni HTTPS e di quelle con i database, estrazione delle chiavi dalla rappresentazione JSON e, infine, combinazione delle chiavi con i dati cifrati. La polizia aveva sviluppato strumenti specifici per compiere queste operazioni: una componente basata sullo sniffer di rete Wireshark per le prime fasi dell’analisi e moduli della cosiddetta Toolbox per estrarre gli elementi crittografici e combinarli con i dati necessari a rendere leggibili i messaggi.

Vale la pena fermarsi su questo passaggio, perché permette di capire che cosa significhi realmente parlare di “chat Sky ECC” all’interno di un procedimento penale.

TCP è il protocollo che consente di suddividere una comunicazione in unità trasmesse attraverso la rete e di ricostruirle correttamente a destinazione. Una cattura di rete conserva i pacchetti osservati; l’analisi deve ricomporli per ricostruire i flussi ai quali appartenevano. Sopra quel livello operava TLS, il protocollo che protegge una comunicazione durante il trasporto. Superata anche quella protezione, restavano da comprendere le comunicazioni applicative e quelle con i database; soltanto successivamente entravano in gioco gli elementi crittografici propri di Sky ECC necessari per arrivare al contenuto dei messaggi.
La distinzione è importante perché esistevano più strati di protezione, ciascuno con una funzione differente: la protezione TLS riguardava il canale attraverso il quale viaggiavano i dati; la crittografia di Sky ECC proteggeva invece il contenuto delle comunicazioni tra gli utenti; decifrare il primo livello consentiva quindi di osservare ciò che l’applicazione scambiava con l’infrastruttura, senza trasformare automaticamente ogni messaggio Sky ECC in testo leggibile.

La catena documentata dal NFI rende visibile questa progressione. I PCAP compressi venivano decompressi e dai pacchetti venivano ricostruiti i flussi TCP/IP; seguivano la decifrazione del livello TLS e l’analisi delle comunicazioni HTTPS e di quelle con i database, fino a ottenere una rappresentazione strutturata dei dati in formato JSON, nella quale le informazioni potevano essere organizzate attraverso campi e valori. A questo punto interveniva la Toolbox, che elaborava anche gli elementi crittografici acquisiti nel corso dell’operazione grazie ai messaggi PUSH e li associava ai dati cifrati ai quali si riferivano nel tentativo di ricostruire il contenuto dei messaggi e degli elementi multimediali associati.

Quegli elementi crittografici non devono essere confusi con il normale traffico registrato nei PCAP. Come abbiamo visto nel capitolo precedente, proprio l’impossibilità di ricavare dal solo flusso intercettato tutto ciò che occorreva per decifrare le singole comunicazioni aveva condotto gli investigatori allo sviluppo del sistema Man in the Middle, attraverso il quale i terminali Sky ECC venivano indotti a restituire gli elementi necessari alla successiva decifrazione. La fase descritta dal NFI riguarda dunque il momento nel quale patrimoni informativi acquisiti attraverso percorsi differenti potevano finalmente essere messi in relazione: da una parte i dati cifrati ricostruiti a partire dal traffico intercettato, dall’altra gli elementi crittografici necessari per renderne leggibile il contenuto.
Soltanto al termine di questa catena il messaggio poteva assumere una forma comprensibile all’investigatore. Dietro poche righe di testo visualizzate sullo schermo rimaneva però una successione di operazioni che aveva attraversato pacchetti di rete, ricostruzione dei flussi, livelli di cifratura, strutture applicative, elementi crittografici e procedure di elaborazione sviluppate appositamente per Sky ECC.

𝐴 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑚𝑒𝑠𝑠𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑒𝑟𝑎 𝑠𝑖̀ 𝑓𝑖𝑛𝑎𝑙𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑙𝑒𝑔𝑔𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑚𝑎 𝑖𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑏𝑙𝑒𝑚𝑎 𝑑𝑒𝑖 203 𝑡𝑒𝑟𝑎𝑏𝑦𝑡𝑒 𝑟𝑖𝑚𝑎𝑛𝑒𝑣𝑎.

𝑫𝒂𝒓𝒆 𝒖𝒏𝒂 𝒇𝒐𝒓𝒎𝒂 𝒂𝒍𝒍𝒂 𝒎𝒂𝒔𝒔𝒂
Una grande indagine digitale presenta un paradosso: l’acquisizione di una quantità crescente di dati aumenta le possibilità investigative fino al momento in cui la quantità stessa rischia di renderli inutilizzabili. Migliaia di conversazioni separate possono essere lette una alla volta, ma milioni di comunicazioni provenienti da una rete internazionale richiedono una struttura capace di trasformare ogni singolo elemento in qualcosa che possa essere ricercato, correlato e, poi, confrontato.
La Toolbox svolgeva una parte essenziale di questa trasformazione: il rapporto NFI la descrive come un programma di analisi forense utilizzato dalla polizia, articolato in moduli, alcuni dei quali erano stati sviluppati specificamente per elaborare il traffico Sky ECC precedentemente trattato dagli strumenti basati su Wireshark. Il risultato poteva essere conservato in diversi formati; nell’analisi condotta dal NFI veniva utilizzato JSON.

All’interno di quella rappresentazione cominciavano ad apparire oggetti comprensibili: Message, per i messaggi; DigitalIdentity, per le identità digitali; Environment, per informazioni relative all’ambiente della conversazione, come quelle dei gruppi; File, per gli allegati; una comunicazione cessava così di essere soltanto una sequenza di pacchetti e diventava un insieme strutturato di attributi.
Persino il concetto apparentemente elementare di “messaggio” richiedeva attenzione; il protocollo poteva generare più oggetti collegati alla stessa comunicazione: l’invio del messaggio, la conferma della consegna, la conferma della lettura. La presenza dello stesso identificatore all’interno di più record non implicava, quindi, necessariamente l’esistenza di più messaggi distinti e la struttura tecnica della piattaforma lasciava tracce delle diverse fasi attraversate dalla comunicazione; quelle tracce dovevano essere interpretate prima di poter essere presentate come eventi comprensibili.

Questa trasformazione rappresentava uno degli aspetti meno visibili dell’intera operazione Sky ECC; ciò che sarebbe apparso agli investigatori come una conversazione leggibile era in realtà il risultato finale di una lunga sequenza di acquisizioni ed elaborazioni, durante la quale il traffico intercettato era stato progressivamente ricostruito, interpretato e associato agli elementi crittografici necessari alla decifrazione. Rendere comprensibile il contenuto dei messaggi, tuttavia, risolveva soltanto una parte del problema, perché una quantità così vasta di informazioni avrebbe avuto un’utilità investigativa molto limitata se non fosse stato possibile organizzarla, indicizzarla e soprattutto ricercarla secondo criteri utili alle indagini.

𝑯𝒂𝒏𝒔𝒌𝒆𝒏
Il passo successivo consisteva dunque nel rendere quell’enorme patrimonio di informazioni concretamente utilizzabile da chi doveva svolgere le indagini, trasformando i risultati delle elaborazioni in dati che potessero essere organizzati, indicizzati, ricercati e messi in relazione tra loro. Hansken è una piattaforma sviluppata dal NFI per consentire l’analisi di grandi quantità di materiale digitale; la sua funzione, nel contesto Sky ECC, non era quella di “decifrare Sky”, come una descrizione troppo sintetica potrebbe lasciare intendere. La decrittazione e gran parte dell’elaborazione dei dati avvenivano prima, attraverso la catena tecnica appena descritta. Il compito di Hansken era rendere investigativamente fruibili le tracce prodotte da quel processo, organizzandole e indicizzandole affinché potessero essere ricercate, confrontate e messe in relazione tra loro all’interno dell’enorme patrimonio informativo acquisito.

La differenza può essere immaginata pensando a una biblioteca. Possedere milioni di pagine significa possedere l’informazione; sapere in quale libro, capitolo e pagina compare un determinato nome significa poterla utilizzare; l’indicizzazione trasforma la quantità in possibilità di ricerca.
L’NFI affrontò espressamente il problema di come portare dentro Hansken i risultati della Toolbox, valutando non soltanto velocità di elaborazione, capacità di memorizzazione e rapidità delle ricerche, ma anche aspetti propriamente forensi fra i quali la possibilità di ricondurre automaticamente un messaggio ai file sorgente dai quali era stato ottenuto e di rendere quelle sorgenti accessibili attraverso la piattaforma.

Questo punto merita attenzione. In ambito forense sapere che un sistema mostra la frase “X” rappresenta soltanto una parte della questione; occorre poter ricostruire da dove provenga X e quali trasformazioni abbiano condotto alla sua visualizzazione. La tracciabilità verso la sorgente diventa quindi una caratteristica della prova, oltre che uno strumento di analisi.
Il progetto delineato dal NFI prevedeva una progressione precisa: rendere dapprima accessibili in Hansken i messaggi sulla base dei risultati prodotti dall’attuale implementazione della Toolbox, verificarne successivamente la correttezza e valutarne separatamente la completezza, confrontandoli con i dati dell’intercettazione e con quelli disponibili sui telefoni utilizzati per il confronto; infine migliorare il metodo esistente, completare i metadati e sottoporre nuovamente a validazione i risultati dopo le modifiche introdotte. Per questa attività il NFI prevedeva anche il confronto dei messaggi e dei relativi metadati con telefoni fisici e, ove disponibili, con dati storici provenienti da esperimenti di riferimento.

𝑄𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑒𝑞𝑢𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑑𝑖 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒: 𝑖𝑙 𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒𝑚𝑎 𝑑𝑖 𝑎𝑛𝑎𝑙𝑖𝑠𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑛𝑎𝑐𝑞𝑢𝑒 𝑔𝑖𝑎̀ 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑔𝑙𝑖 𝑖𝑛𝑣𝑒𝑠𝑡𝑖𝑔𝑎𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑟𝑖𝑢𝑠𝑐𝑖𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑎 𝑙𝑒𝑔𝑔𝑒𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑜 𝑚𝑒𝑠𝑠𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜, 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑜̀ 𝑎𝑑 𝑒𝑣𝑜𝑙𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑟𝑒 𝑎𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑖 𝑑𝑎𝑡𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑝𝑜𝑛𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖, 𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑣𝑖 𝑟𝑒𝑐𝑢𝑝𝑒𝑟𝑎𝑡𝑒 𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑟𝑒𝑛𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑡𝑜𝑐𝑜𝑙𝑙𝑜.

𝑪𝒐𝒓𝒓𝒆𝒕𝒕𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒊𝒈𝒏𝒊𝒇𝒊𝒄𝒂 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒍𝒆𝒕𝒐
Proprio l’NFI affrontò uno dei problemi più delicati dell’intera operazione: stabilire quanto ci si potesse fidare del risultato prodotto dalla Toolbox e per fare ciò dovevano essenzialmente rispondere a due domande diverse; la prima riguardava la correttezza: 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑣𝑒𝑛𝑖𝑣𝑎 𝑚𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑟𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑛𝑑𝑒𝑣𝑎 𝑒𝑓𝑓𝑒𝑡𝑡𝑖𝑣𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑒𝑟𝑎 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑠𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑠𝑢𝑙 𝑡𝑒𝑙𝑒𝑓𝑜𝑛𝑜? La seconda riguardava la completezza: 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑒𝑟𝑎 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑠𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑠𝑢𝑙 𝑡𝑒𝑙𝑒𝑓𝑜𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑎𝑟𝑖𝑣𝑎 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑟𝑖𝑠𝑢𝑙𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑒𝑙𝑎𝑏𝑜𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒?

Confondere questi due concetti significherebbe perdere uno dei punti tecnicamente più interessanti dell'indagine. Un sistema può ricostruire correttamente tutti i messaggi che riesce a elaborare e, contemporaneamente, non riuscire a recuperarli tutti.

L'NFI confrontò quindi i risultati della Toolbox con i dati presenti su telefoni fisici e con materiale ottenuto attraverso esperimenti di riferimento. Il rapporto concluse che i dati prodotti dalla Toolbox fornivano una rappresentazione corretta dei messaggi e dei relativi metadati esaminati, mentre la completezza risultava inferiore: furono individuate tracce relative al 97,5% dei messaggi presenti sui telefoni utilizzati per la verifica, mentre il 73,7% risultò effettivamente decifrato. Una parte delle comunicazioni rimaneva quindi presente nella catena di elaborazione senza poter essere resa leggibile, principalmente perché mancavano le chiavi necessarie.

La differenza non era marginale. Un messaggio assente dalla visualizzazione finale poteva essere stato intercettato ma non ancora decifrato; poteva mancare un elemento necessario alla ricostruzione; poteva diventare leggibile successivamente se fosse stata recuperata una nuova chiave. Un verbale della polizia olandese del 22 settembre 2021 lo affermava in termini molto chiari: “𝑢𝑙𝑡𝑒𝑟𝑖𝑜𝑟𝑖 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑣𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑎𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑎 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑟𝑖𝑣𝑒𝑙𝑎𝑡𝑒 𝑒 𝑖𝑙 𝑛𝑢𝑚𝑒𝑟𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑚𝑒𝑠𝑠𝑎𝑔𝑔𝑖 𝑆𝑘𝑦 𝐸𝐶𝐶 𝑑𝑒𝑐𝑖𝑓𝑟𝑎𝑡𝑖 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑣𝑎 𝑞𝑢𝑖𝑛𝑑𝑖 𝑎𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒”.

𝑰𝒍 𝒅𝒂𝒕𝒐, 𝒊𝒏𝒔𝒐𝒎𝒎𝒂, 𝒏𝒐𝒏 𝒆𝒓𝒂 𝒏𝒆𝒄𝒆𝒔𝒔𝒂𝒓𝒊𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒊𝒎𝒎𝒐𝒃𝒊𝒍𝒆... (𝒔𝒆𝒈𝒖𝒆)

𝑃𝑒𝑟 𝑛𝑜𝑛 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑟𝑜𝑚𝑝𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜, 𝑖 𝑟𝑖𝑓𝑒𝑟𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑏𝑖𝑏𝑙𝑖𝑜𝑔𝑟𝑎𝑓𝑖𝑐𝑖 𝑒 𝑑𝑜𝑐𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑙𝑖 𝑢𝑡𝑖𝑙𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑠𝑡𝑟𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑐𝑒𝑛𝑑𝑎 𝑠𝑎𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑟𝑖𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑡𝑖 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑔𝑟𝑎𝑙𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑎𝑙 𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑜𝑙𝑜.

27/09/2026

𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐢𝐦𝐩𝐞𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐚 𝐮𝐧 𝐜𝐞𝐥𝐥𝐮𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐥𝐚𝐧𝐝𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐟𝐞𝐫𝐢𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐟𝐮𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐚𝐥 𝐜𝐚𝐫𝐜𝐞𝐫𝐞? 𝐋𝐞𝐠𝐠𝐢 𝐥’𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 «𝐔𝐧𝐚 𝐜𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐚 𝐜𝐞𝐥𝐥𝐚»: https://www.facebook.com/crimelabsrls/posts/pfbid02P49VbAGsY9eubTqLw2tSxK4qBHujBFaXMi5mQEXTFg3pgGF6RVupiMcBDUs7awhVl

𝐔𝐧𝐚 𝐜𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐚 𝐜𝐞𝐥𝐥𝐚𝑪𝒐𝒎𝒆 𝒔𝒊 𝒑𝒖𝒐̀ 𝒊𝒎𝒑𝒆𝒅𝒊𝒓𝒆 𝒂 𝒖𝒏 𝒄𝒆𝒍𝒍𝒖𝒍𝒂𝒓𝒆 𝒄𝒍𝒂𝒏𝒅𝒆𝒔𝒕𝒊𝒏𝒐 𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒎𝒖𝒏𝒊𝒄𝒂𝒓𝒆 𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 "𝒔𝒑𝒆𝒈𝒏𝒆𝒓𝒆" 𝒒𝒖𝒆𝒍𝒍𝒊 𝒇𝒖𝒐𝒓𝒊 𝒅𝒂...
26/09/2026

𝐔𝐧𝐚 𝐜𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐚 𝐜𝐞𝐥𝐥𝐚
𝑪𝒐𝒎𝒆 𝒔𝒊 𝒑𝒖𝒐̀ 𝒊𝒎𝒑𝒆𝒅𝒊𝒓𝒆 𝒂 𝒖𝒏 𝒄𝒆𝒍𝒍𝒖𝒍𝒂𝒓𝒆 𝒄𝒍𝒂𝒏𝒅𝒆𝒔𝒕𝒊𝒏𝒐 𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒎𝒖𝒏𝒊𝒄𝒂𝒓𝒆 𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 "𝒔𝒑𝒆𝒈𝒏𝒆𝒓𝒆" 𝒒𝒖𝒆𝒍𝒍𝒊 𝒇𝒖𝒐𝒓𝒊 𝒅𝒂𝒍 𝒄𝒂𝒓𝒄𝒆𝒓𝒆.

𝗩𝗲𝗻𝘁𝗶𝗾𝘂𝗮𝘁𝘁𝗿𝗼𝗺𝗶𝗹𝗮.
È il numero che, nelle ultime ore, ha accompagnato la notizia della sperimentazione di un sistema destinato a impedire le comunicazioni cellulari clandestine all’interno del carcere di Secondigliano. Secondo quanto dichiarato dal Sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni sarebbero stati registrati circa 24.000 "tentativi di accesso" alla rete, tutti respinti dal nuovo sistema di inibizione. Il numero ha subito attirato l’attenzione e potrebbe facilmente essere interpretato come il conteggio delle telefonate tentate o dei dispositivi presenti nell’istituto, mentre le informazioni rese pubbliche parlano più precisamente di "tentativi di accesso". Lo stesso Sottosegretario Balboni ha chiarito che i detenuti presenti nella struttura sono circa 1.500 e che uno stesso soggetto potrebbe avere effettuato numerosi tentativi; rimane però sconosciuto un dettaglio tecnicamente decisivo per comprendere il significato di quel dato: quale evento venga contabilizzato dal sistema come un singolo “tentativo di accesso”. È da questa domanda che la vicenda di Secondigliano comincia a diventare più interessante della parola utilizzata quasi ovunque per raccontarla: 𝐽𝑎𝑚𝑚𝑒𝑟.
Questa parola evoca un principio conosciuto da tempo nel mondo delle telecomunicazioni: introdurre nell’ambiente radio un’interferenza capace di degradare il collegamento tra un terminale e la rete radiomobile fino a renderne impossibile l’utilizzo. Applicato a un istituto penitenziario il jamming incontra una difficoltà legata alla natura stessa delle onde radio, che attraversano le strutture, vengono attenuate o riflesse dai materiali e continuano a propagarsi senza riconoscere il confine fisico e giuridico rappresentato dal muro di cinta esterno.
Il telefono clandestino nascosto in una camera detentiva può ricevere i segnali delle reti cellulari che servono il territorio circostante, mentre un’interferenza generata per impedirgli di comunicare può propagarsi oltre l’area da proteggere e raggiungere dispositivi radiomobili che si trovano all’esterno dell’istituto. La realizzazione di una barriera basata su questo principio richiede quindi di ottenere un’inibizione efficace nelle zone interessate, confinandone per quanto possibile gli effetti entro il perimetro carcerario e preservando le comunicazioni che devono continuare a funzionare all’esterno.
Le dichiarazioni rese dopo la sperimentazione aggiungono a questo scenario un particolare decisivo: il Sottosegretario Balboni ha spiegato che un numero limitato di utenze può essere autorizzato a "oltrepassare la barriera", così da preservare le comunicazioni di servizio previste all’interno della struttura; nella stessa occasione ha chiarito che l’estensione della tecnologia ad altri istituti di pena dipenderà anche dalla possibilità di evitare effetti sulle abitazioni e sulle attività circostanti, tanto che ogni installazione dovrà essere preceduta da una propria sperimentazione e seguita da uno specifico collaudo.
La parola jammer, a questo punto, comincia a stare stretta, perché il problema descritto dalle informazioni disponibili comprende l’inibizione delle comunicazioni clandestine, la possibilità di preservare quelle autorizzate e la necessità di confinare gli effetti del sistema entro un perimetro che dovrebbe avvicinarsi il più possibile a quello fisico dell’istituto. Per comprendere quali tecnologie possano affrontare contemporaneamente queste esigenze occorre partire proprio dalla parola cellulare, che contiene già una parte della risposta.

𝗟𝗮 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗮 𝗰𝗲𝗹𝗹𝗮
Una rete mobile è definita "cellulare" perché la copertura del territorio viene organizzata attraverso aree radio, le c.d. celle, servite dalle rispettive stazioni radio base; il telefono acceso interagisce con questa infrastruttura anche quando il proprietario non sta effettuando una chiamata: ricerca le reti disponibili, misura i segnali ricevuti, seleziona le celle secondo i criteri previsti dalla tecnologia utilizzata e svolge le procedure necessarie per registrarsi e ottenere il servizio.
Proprio su questa architettura si basano alcune delle tecnologie sviluppate all’estero per contrastare l’impiego dei telefoni clandestini nelle strutture penitenziarie. Negli Stati Uniti vengono sperimentati da anni i Managed Access Systems, MAS, studiati anche nell’ambito di progetti finanziati dal National Institute of Justice del Dipartimento di Giustizia statunitense. Questi sistemi realizzano, nell’area da proteggere, una rete di accesso cellulare controllata, progettata per gestire le richieste di servizio dei terminali presenti nella propria area di copertura e applicare specifiche regole di autorizzazione.
Le comunicazioni associate a dispositivi o numeri preventivamente autorizzati possono essere consentite, mentre alle altre viene negato l’accesso al servizio secondo un meccanismo di 𝑤ℎ𝑖𝑡𝑒-𝑙𝑖𝑠𝑡𝑖𝑛𝑔. La documentazione statunitense dedica infatti specifiche sezioni alla copertura della rete di managed access e ai meccanismi di capture e roaming, elementi essenziali perché il sistema riesca a governare l’accesso dei terminali presenti nell’area interessata.
Il principio introduce una differenza sostanziale rispetto al jamming.
Un jammer agisce producendo un’interferenza radio capace di degradare il collegamento tra il terminale e la rete; un sistema di managed access interviene, invece, sul processo attraverso il quale il dispositivo accede alla rete cellulare, creando un ambiente radio controllato nel quale le richieste di servizio possono essere gestite secondo criteri differenti. La distinzione emerge anche nello studio dedicato al penitenziario del Mississippi che tratta separatamente il jamming e il managed access come differenti tecnologie utilizzabili per contrastare l’impiego dei cellulari clandestini.
Nasce così una situazione curiosa anche dal punto di vista linguistico: per controllare il telefono nascosto in una cella carceraria si può creare intorno a esso una cella radio controllata: 𝑈𝑛𝑎 𝑐𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑒𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑙𝑎 𝑐𝑒𝑙𝑙𝑎.
Rimane, però, una difficoltà che costituisce probabilmente la parte più interessante dell’intero problema: fuori dalle mura continuano ad esistere le normali celle degli operatori commerciali.

𝗗𝗶𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝗿𝗲 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗶𝗻𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗲𝘁𝗲𝗿𝗲
Il telefono cellulare presente nel carcere si trova in un ambiente radio nel quale arrivano sia i segnali delle normali reti cellulari degli operatori commerciali sia quelli generati dalla 𝑟𝑒𝑡𝑒 𝑎𝑑 𝑎𝑐𝑐𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑔𝑒𝑠𝑡𝑖𝑡𝑜 installata all’interno dell’istituto di pena. Quest’ultima deve quindi essere progettata in modo da esercitare il proprio controllo nell’area desiderata, evitando allo stesso tempo di coinvolgere i dispositivi legittimi presenti all’esterno. Potenze di trasmissione, posizione e numero delle antenne, caratteristiche costruttive degli edifici, attenuazioni, riflessioni e geometria della struttura diventano così parti dello stesso problema.
Un esempio particolarmente interessante arriva dal Baltimore City Jail Complex, studiato nell’ambito di un progetto finanziato dal National Institute of Justice proprio per analizzare l’impiego del managed access in un contesto urbano; in un ambiente di questo tipo la copertura deve essere modellata con particolare attenzione perché intorno alla struttura penitenziaria continuano a operare le normali reti commerciali e, immediatamente oltre il perimetro da controllare, si trovano dispositivi che devono poterle utilizzare senza subire gli effetti del sistema di controllo. Lo studio dedica per questo ampio spazio alle differenti architetture radio utilizzabili, confrontando macro-celle, small cells e Distributed Antenna Systems, DAS.
Nel caso di Baltimora il Managed Access System utilizzava proprio un DAS, nel quale la copertura radio viene distribuita attraverso più antenne collocate nell’area da servire; una simile architettura consente di modellare la copertura con maggiore granularità rispetto a quella ottenibile attraverso un unico punto radio destinato a coprire un’area molto più ampia, caratteristica particolarmente utile quando il confine da rispettare attraversa edifici, cortili, muri e spazi immediatamente adiacenti alla struttura. La documentazione del progetto mostra infatti separatamente la copertura ottenuta attraverso un DAS e quella realizzata mediante una soluzione basata su macro-cella, mettendo in relazione queste architetture con le caratteristiche dell’ambiente nel quale devono operare.
Il confronto con l’esperienza condotta nel penitenziario statale del Mississippi rende ancora più chiaro il problema: una struttura collocata in un territorio relativamente isolato permette di progettare una copertura radio più ampia; un carcere inserito nel tessuto urbano richiede invece un controllo molto più preciso del perimetro servito. Cambia quindi il modo nel quale viene costruita la copertura del 𝑚𝑎𝑛𝑎𝑔𝑒𝑑 𝑎𝑐𝑐𝑒𝑠𝑠, mentre rimane identico il problema fondamentale: fare in modo che i terminali presenti nell’area da controllare interagiscano con il sistema senza estenderne indebitamente gli effetti ai dispositivi che si trovano fuori dal carcere. Lo stesso studio sul Mississippi dedica una parte rilevante proprio alla copertura del MAS, alla capture, al roaming e alla possibile formazione di coverage holes, cioè aree nelle quali il sistema non riesce a ottenere la copertura prevista.
Questo è un aspetto che trova una corrispondenza interessante nelle dichiarazioni rilasciate dopo il collaudo di Secondigliano; il Sottosegretario Balboni ha spiegato che il sistema potrebbe non risultare utilizzabile in tutti gli istituti penitenziari per esigenze di salvaguardia del territorio e delle attività circostanti; il riferimento riguarda in particolare le strutture prossime ai centri abitati e alle attività commerciali, dove gli effetti dell’inibizione potrebbero estendersi oltre le mura. Ogni istituto dovrà quindi essere sottoposto a una propria sperimentazione e a un successivo collaudo, proprio perché configurazione del sito e ambiente radio circostante costituiscono variabili determinanti.
Il muro di cinta rappresenta un confine preciso per chi osserva la planimetria di un carcere; per un segnale radio è invece una struttura caratterizzata da determinate proprietà elettromagnetiche, capace di attenuarne una parte, rifletterne un’altra e consentire a una quota del segnale di propagarsi oltre; il problema tecnologico consiste allora nel costruire un secondo perimetro, invisibile, cercando di farlo coincidere quanto più possibile con quello disegnato dal cemento.

𝗟𝗮 𝗽𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗶𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮𝗻𝗮
La sperimentazione di Secondigliano si inserisce in un percorso che compare nella documentazione del Ministero della Giustizia già prima degli eventi di questi giorni; in una risposta del 2 maggio 2025 a un’interrogazione parlamentare, il Ministero riferiva che negli istituti penitenziari erano già stati distribuiti 560 metal e cell phone detector a portale, 1.194 detector manuali, 506 dispositivi portatili e 740 rilevatori di frequenza radio. Nello stesso documento veniva descritto anche un progetto per la schermatura degli istituti attraverso un sistema capace, secondo la formulazione ministeriale, di «intercettare tutte le telefonate effettuate da dispositivi cellulari» al loro interno. Il particolare tecnicamente più interessante si trova poche parole dopo: quel sistema veniva definito, "a differenza dei jammer, completamente passivo" e privo di emissione di campi elettromagnetici.
La distinzione acquista rilievo osservando un altro atto del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria; nel luglio dello stesso anno il DAP disponeva infatti l’acquisto di tre apparati espressamente denominati «Jammer fissi 5G», destinati alle esigenze operative del Gruppo Operativo Mobile. In quel documento l’Amministrazione utilizza dunque esplicitamente il termine Jammer per identificare gli apparati oggetto della fornitura, un dato che suggerisce prudenza nell’applicare automaticamente la stessa definizione a sistemi descritti nelle altre fonti con terminologie differenti.
Un ulteriore tassello compare nella Relazione sull’amministrazione della giustizia relativa al 2025, pubblicata in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026; il documento riferisce del progetto “Defence network for unauthorized mobile calls – Rete di difesa dalle chiamate non autorizzate”, inserito nel più ampio programma di contrasto all’introduzione e all’utilizzo dei telefoni cellulari negli istituti penitenziari. La documentazione associa a questo percorso tecnologie destinate alla rilevazione, alla ricerca e all’inibizione dei segnali prodotti dai cellulari clandestini e richiama strumenti per individuarne la presenza e localizzarli all’interno delle strutture.
Letti insieme, questi documenti mostrano che il contrasto alle comunicazioni cellulari clandestine è stato affrontato attraverso tecnologie e progetti differenti: rilevamento delle emissioni radio, individuazione dei terminali, apparati espressamente qualificati come jammer e sistemi di schermatura descritti anche come passivi. Le fonti disponibili non consentono, tuttavia, di stabilire quale architettura tecnica sia stata adottata nell’impianto collaudato a Secondigliano, né permettono di identificarlo con certezza con uno dei sistemi descritti nei documenti precedenti.
Definirlo, oggi, un Managed Access System significherebbe quindi spingersi oltre ciò che è documentato. Le caratteristiche rese pubbliche presentano tuttavia analogie funzionali interessanti con le esperienze analizzate negli Stati Uniti: esiste una barriera destinata a impedire determinate comunicazioni, alcune utenze possono essere autorizzate a oltrepassarla, il sistema contabilizza eventi definiti «tentativi di accesso» e la possibilità di estenderlo ad altri istituti dipende anche dalla capacità di limitarne gli effetti sul territorio circostante. Sono indizi utili per comprenderne la logica funzionale, non elementi sufficienti per ricostruirne l’architettura.
Il contenuto tecnologico della soluzione di Secondigliano rimane quindi, allo stato delle informazioni pubbliche disponibili, in parte sconosciuto; potrebbe comprendere tecniche di accesso gestito, inibizione radio, rilevamento o più componenti integrate; stabilire quale di queste ipotesi corrisponda realmente all’impianto richiederebbe documentazione tecnica che le fonti disponibili non forniscono.

𝗨𝗻𝗮 𝗯𝗮𝗿𝗿𝗶𝗲𝗿𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗲 𝗼𝗻𝗱𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘃𝗲𝗱𝗼𝗻𝗼
Immaginiamo un telefono clandestino nascosto all’interno di una camera detentiva e, a poca distanza, oltre il muro di cinta, lo smartphone di una persona che percorre una strada adiacente all’istituto. Entrambi i dispositivi si trovano immersi nello stesso ambiente radio e possono ricevere i segnali delle reti commerciali presenti nell’area, mentre per le onde elettromagnetiche il muro che li separa rappresenta soltanto un ostacolo fisico capace di attenuarne, rifletterne o modificarne la propagazione. La sfida consiste nel creare, all’interno di questo spazio condiviso, condizioni tali da impedire al primo terminale di utilizzare la rete, preservando il normale funzionamento del secondo e delle eventuali utenze autorizzate nelle aree dell’istituto in cui ne è consentito l’impiego.
Il problema tecnologico assume così una forma molto precisa: distinguere comunicazioni che avvengono a pochi metri di distanza e che, dal punto di vista della propagazione radio, appartengono allo stesso ambiente; il terminale clandestino deve essere escluso dal servizio, quello situato all’esterno deve continuare a utilizzare normalmente la rete commerciale e le eventuali utenze autorizzate devono poter attraversare la barriera prevista dal sistema. Per ottenere questo risultato entrano in gioco la gestione degli accessi, la progettazione della copertura, le potenze trasmesse, la posizione e la distribuzione delle antenne, le caratteristiche elettromagnetiche degli edifici e l’interazione con le reti degli operatori che continuano a funzionare tutto intorno.
Vista da questa prospettiva, la notizia arrivata da Secondigliano racconta qualcosa di più interessante dell’accensione di un apparato capace di disturbare un telefono; racconta il tentativo di costruire un confine radio all’interno di uno spazio fisico abbastanza efficace da rendere inutilizzabile una comunicazione clandestina e abbastanza preciso da preservare quelle autorizzate e quelle che avvengono oltre il perimetro dell’istituto.
Le mura definiscono con grande precisione dove comincia e dove finisce un carcere; le onde radio seguono regole diverse, attraversano quei confini, vengono attenuate o riflesse dalle strutture fisiche e percorrono uno spazio che nessuna planimetria può obbligare a coincidere con il perimetro dell’edificio. Per controllarle occorre, allora, disegnare nell’etere un altro spazio, fatto di celle, antenne, frequenze, potenze e protocolli; è proprio lì, dentro le mura del carcere di Secondigliano, che prende forma l’immagine da cui siamo partiti: 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑒𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑙𝑎 𝑐𝑒𝑙𝑙𝑎.

𝐷𝑖𝑒𝑡𝑟𝑜 𝑖𝑙 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜:
- 𝐶𝑜𝑟𝑝𝑜 𝑑𝑖 𝑃𝑜𝑙𝑖𝑧𝑖𝑎 𝑃𝑒𝑛𝑖𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑎𝑟𝑖𝑎 – 𝐷𝑖𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝐴𝑚𝑚𝑖𝑛𝑖𝑠𝑡𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑃𝑒𝑛𝑖𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑎𝑟𝑖𝑎, 𝑆𝑖𝑠𝑡𝑒𝑚𝑎 𝑑𝑖 𝑖𝑛𝑖𝑏𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑡𝑒𝑙𝑒𝑓𝑜𝑛𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑚𝑖𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑎𝑡𝑖 𝑛𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑖𝑠𝑡𝑖𝑡𝑢𝑡𝑖 𝑝𝑒𝑛𝑖𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑎𝑟𝑖, 24 𝑠𝑒𝑡𝑡𝑒𝑚𝑏𝑟𝑒 2026. Fonte istituzionale relativa alla sperimentazione di Secondigliano e alle dichiarazioni sui 24.000 "tentativi di accesso", sulle utenze autorizzate e sulla possibile estensione del sistema ad altri istituti.
- 𝐴𝑁𝑆𝐴, 𝑆𝑡𝑜𝑝 𝑐𝑒𝑙𝑙𝑢𝑙𝑎𝑟𝑖 𝑖𝑛 𝑐𝑎𝑟𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑆𝑒𝑐𝑜𝑛𝑑𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎𝑛𝑜, 24𝑚𝑖𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑖𝑣𝑖 𝑏𝑙𝑜𝑐𝑐𝑎𝑡𝑖 𝑖𝑛 𝑢𝑛 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜, 𝑠𝑒𝑡𝑡𝑒𝑚𝑏𝑟𝑒 2026. Resoconto del collaudo e delle dichiarazioni del sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni e del capo del DAP Stefano Carmine De Michele.
- 𝐴𝑁𝑆𝐴, 𝐵𝑎𝑙𝑏𝑜𝑛𝑖, 𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒𝑚𝑎 𝑎𝑛𝑡𝑖-𝑐𝑒𝑙𝑙𝑢𝑙𝑎𝑟𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑎𝑟𝑎̀ 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑖𝑛 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑎𝑟𝑐𝑒𝑟𝑖, 𝑠𝑒𝑡𝑡𝑒𝑚𝑏𝑟𝑒 2026. Dichiarazioni sulle difficoltà di confinamento dell’inibizione e sulla necessità di valutare separatamente ciascun istituto in relazione alle abitazioni e alle attività presenti nelle aree circostanti.
- 𝑀𝑖𝑛𝑖𝑠𝑡𝑒𝑟𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝐺𝑖𝑢𝑠𝑡𝑖𝑧𝑖𝑎, 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑡𝑎 𝑑𝑒𝑙 2 𝑚𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 2025 𝑎𝑙𝑙’𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑟𝑜𝑔𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑛. 4-04346. Il documento descrive le dotazioni per il rilevamento dei cellulari clandestini e il progetto di schermatura basato su un sistema definito "a differenza dei jammer, completamente passivo".
- 𝑀𝑖𝑛𝑖𝑠𝑡𝑒𝑟𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝐺𝑖𝑢𝑠𝑡𝑖𝑧𝑖𝑎 – 𝐷𝑖𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝐴𝑚𝑚𝑖𝑛𝑖𝑠𝑡𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑃𝑒𝑛𝑖𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑎𝑟𝑖𝑎, 𝐹𝑜𝑟𝑛𝑖𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑛. 3 𝐽𝑎𝑚𝑚𝑒𝑟 𝑓𝑖𝑠𝑠𝑖 5𝐺 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑒 𝑒𝑠𝑖𝑔𝑒𝑛𝑧𝑒 𝑜𝑝𝑒𝑟𝑎𝑡𝑖𝑣𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝐺𝑟𝑢𝑝𝑝𝑜 𝑂𝑝𝑒𝑟𝑎𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑀𝑜𝑏𝑖𝑙𝑒, 𝑑𝑒𝑐𝑖𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑟𝑟𝑒 𝑒 𝑎𝑓𝑓𝑖𝑑𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑛. 23721.𝐼𝐷, 30 𝑙𝑢𝑔𝑙𝑖𝑜 2025. Il documento attesta l’acquisizione da parte del DAP di apparati espressamente qualificati come "Jammer fissi 5G".
- 𝑀𝑖𝑛𝑖𝑠𝑡𝑒𝑟𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝐺𝑖𝑢𝑠𝑡𝑖𝑧𝑖𝑎, 𝑅𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑠𝑢𝑙𝑙’𝑎𝑚𝑚𝑖𝑛𝑖𝑠𝑡𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑔𝑖𝑢𝑠𝑡𝑖𝑧𝑖𝑎 – 𝑎𝑛𝑛𝑜 2025, 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑖𝑛 𝑜𝑐𝑐𝑎𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑖𝑛𝑎𝑢𝑔𝑢𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝐴𝑛𝑛𝑜 𝑔𝑖𝑢𝑑𝑖𝑧𝑖𝑎𝑟𝑖𝑜 2026. Contiene i riferimenti al progetto Defence network for unauthorized mobile calls – Rete di difesa dalle chiamate non autorizzate e alle tecnologie destinate al rilevamento, alla ricerca e all’inibizione dei cellulari clandestini.
- 𝐺𝑟𝑜𝑚𝑚𝑜𝑛 𝐸., 𝐶𝑎𝑟𝑡𝑒𝑟 𝐽.𝐺., 𝐹𝑟𝑎𝑛𝑡𝑧 𝐹., 𝐻𝑎𝑟𝑟𝑖𝑠 𝑃., 𝐴 𝐶𝑎𝑠𝑒 𝑆𝑡𝑢𝑑𝑦 𝑜𝑓 𝑀𝑖𝑠𝑠𝑖𝑠𝑠𝑖𝑝𝑝𝑖 𝑆𝑡𝑎𝑡𝑒 𝑃𝑒𝑛𝑖𝑡𝑒𝑛𝑡𝑖𝑎𝑟𝑦’𝑠 𝑀𝑎𝑛𝑎𝑔𝑒𝑑 𝐴𝑐𝑐𝑒𝑠𝑠 𝑇𝑒𝑐ℎ𝑛𝑜𝑙𝑜𝑔𝑦, 𝑎𝑔𝑜𝑠𝑡𝑜 2015, 𝐷𝑜𝑐𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡 𝑁𝑜. 250262, ricerca finanziata dal National Institute of Justice. Studio sul funzionamento dei Managed Access Systems, sulle procedure di white-listing, sulla copertura radio, sulla capture e sul roaming dei terminali.
𝐹𝑟𝑎𝑛𝑡𝑧 𝐹., 𝐻𝑎𝑟𝑟𝑖𝑠 𝑃., 𝐴𝑛𝑎𝑙𝑦𝑠𝑖𝑠 𝑜𝑓 𝑀𝑎𝑛𝑎𝑔𝑒𝑑 𝐴𝑐𝑐𝑒𝑠𝑠 𝑇𝑒𝑐ℎ𝑛𝑜𝑙𝑜𝑔𝑦 𝑖𝑛 𝑎𝑛 𝑈𝑟𝑏𝑎𝑛 𝐷𝑒𝑝𝑙𝑜𝑦𝑚𝑒𝑛𝑡: 𝐵𝑎𝑙𝑡𝑖𝑚𝑜𝑟𝑒 𝐶𝑖𝑡𝑦 𝐽𝑎𝑖𝑙 𝐶𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑥, 𝑠𝑒𝑡𝑡𝑒𝑚𝑏𝑟𝑒 2015, 𝐷𝑜𝑐𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡 𝑁𝑜. 250263, ricerca finanziata dal National Institute of Justice. Analisi dell’impiego di un MAS in ambiente urbano, con particolare attenzione ai Distributed Antenna Systems (DAS), al confinamento della copertura e al rapporto con le reti cellulari commerciali circostanti.

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