19/04/2026
Come avvocato impegnato quotidianamente nella difesa di persone straniere trattenute nei , non posso che esprimere profondo sdegno per gli emendamenti approvati venerdì in Senato al recente decreto sicurezza.
Parliamo di disposizioni che incidono direttamente su chi, come me e tanti altri colleghi, è impegnato nella difesa di migranti privati della libertà personale, spesso in condizioni di estrema vulnerabilità.
Secondo il testo approvato infatti, si introduce un meccanismo che prevede un compenso economico per il legale subordinato all’esito del rimpatrio del proprio assistito, pari all’importo riconosciuto al migrante che opta per il rimpatrio volontario, pari a 615 euro.
In altre parole: l’avvocato verrebbe pagato se riesce a convincere il proprio assistito a lasciare il Paese.
È difficile immaginare una distorsione più grave del ruolo della difesa.
Ciò accade in modo particolarmente evidente nei , dove il rapporto tra avvocato e assistito è spesso l’unico presidio effettivo di tutela dei diritti fondamentali.
Legare il compenso del difensore all’allontanamento della persona assistita significa introdurre un conflitto di interessi evidente, minando alla radice la fiducia e l’indipendenza della difesa.
La funzione dell’avvocato non è quella di “favorire” il rimpatrio, ma di garantire che ogni decisione sia assunta nel rispetto della legge, dei diritti fondamentali e della dignità della persona.
Ancora più grave è che una norma di questo impatto sia stata adottata senza alcun coinvolgimento dell’avvocatura, che pure ne subisce direttamente le conseguenze.
Questa previsione non è solo discutibile, ma è una vera e propria aberrazione giuridica e pertanto sottoscrivo e aderisco allo stato di agitazione dell' avvocatura deliberato dall'Organismo Congressuale Forense, nella fiduciosa attesa che la norma venga cancellata nel passaggio alla Camera per l'approvazione definitiva.