27/08/2026
𝗗ALLA CHIESA E IL MISTERO DI QUEL “FAVORE” FATTO ALLA MAFIA.
I SUOI 100 GIORNI A PALERMO COME PREFETTO, OGGI SI SCOPRE LASCIATO SOLO ANCHE DALL’ARMA.
«Ε𝑑 𝑖𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑐𝑒𝑟𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑖𝑙 𝑑𝑒𝑝𝑜𝑠𝑖𝑡𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑖𝑛𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑣𝑖𝑐𝑒𝑛𝑑𝑒 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑡𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎𝑛𝑜, 𝑚𝑖 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑜 𝑎𝑑 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑟𝑖𝑐ℎ𝑖𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑖𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑖𝑚𝑝𝑟𝑜𝑏𝑜 𝑒, 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑛𝑜, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑠𝑜», scriveva la sera del 30 aprile 1982 il generale dei carabinieri 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐡𝐢𝐞𝐬𝐚.
Parole affidate al suo diario, una sorta di immaginaria lettera alla prima moglie morta da quattro anni.
Da poche ore era stato trasferito a Palermo, nel nuovo incarico di prefetto della città; la risposta dello Stato alla tracotanza mafiosa che quella mattina aveva ucciso il deputato comunista e segretario regionale del Pci Pio La Torre, insieme all'autista Rosario Di Salvo.
«𝐶𝑎𝑡𝑎𝑝𝑢𝑙𝑡𝑎𝑡𝑜» a difendere l'immagine e l'onore delle istituzioni sotto attacco, annotava il generale-prefetto reduce dalle più delicate indagini antiterrorismo, consapevole che stavolta il lavoro sarebbe stato molto più complicato.
Per la solitudine avvertita da subito, mentre quando fronteggiava le Brigate rosse «𝑒𝑟𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑚𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑎 𝑙’𝐴𝑟𝑚𝑎»; e per sentirsi quasi una foglia di fico, strumento «𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑜 𝑆𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑓𝑓𝑖𝑑𝑎 𝑙𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑛𝑞𝑢𝑖𝑙𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑔𝑖𝑎̀ 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑜𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑏𝑎𝑡𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑒 𝑑𝑒𝑏𝑒𝑙𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑓𝑖𝑎 𝑒𝑑 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑜𝑙𝑖𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑚𝑎𝑓𝑖𝑜𝑠𝑎, 𝑚𝑎 𝑎𝑙𝑙'𝑢𝑠𝑜 𝑒𝑑 𝑎𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑓𝑟𝑢𝑡𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑚𝑖𝑜 𝑛𝑜𝑚𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑡𝑎𝑐𝑖𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑙'𝑖𝑟𝑟𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑡𝑖».
𝐋𝐞 𝐭𝐞𝐥𝐞𝐟𝐨𝐧𝐚𝐭𝐞
Uno Stato pronto ad esibirlo come un trofeo in caso di eventuali successi, ma anche «𝑎 𝑏𝑢𝑡𝑡𝑎𝑟𝑚𝑖 𝑎𝑙 𝑣𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑝𝑝𝑒𝑛𝑎 𝑑𝑒𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑛𝑎𝑡𝑖 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑠𝑎𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑜 𝑑𝑜𝑣𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑡𝑜𝑐𝑐𝑎𝑡𝑖 𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑟𝑒𝑠𝑠𝑖». Così si sentiva Carlo Alberto dalla Chiesa appena giunto a Palermo.
I successivi tre mesi furono la cronaca di un'estate segnata da continui delitti di mafia eseguiti con ostentata ferocia «𝑖𝑛 𝑓𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎» al nuovo prefetto, con tanto di inusuali rivendicazioni in stile terroristico, tanto per far capire di avere raccolto la sfida: «𝑆𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑖 𝑘𝑖𝑙𝑙𝑒𝑟 𝑑𝑒𝑙 𝑡𝑟𝑖𝑎𝑛𝑔𝑜𝑙𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑒. 𝐿'𝑜𝑝𝑒𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑎 𝑛𝑜𝑖 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑚𝑎𝑡𝑎 "𝐶𝑎𝑟𝑙𝑜 𝐴𝑙𝑏𝑒𝑟𝑡𝑜" 𝑐𝑜𝑛 𝑙'𝑜𝑝𝑒𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑠𝑡𝑎𝑚𝑎𝑛𝑖 𝑙'𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑞𝑢𝑎𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑙𝑢𝑠𝑎», disse una voce anonima al centralino del 𝐪𝐮𝐨𝐭𝐢𝐝𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐋'𝐎𝐫𝐚 segnalando un duplice omicidio il pomeriggio del 10 agosto.
Quella mattina su la Repubblica era uscita un’intervista (sollecitata da lui stesso a 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐢𝐨 𝐁𝐨𝐜𝐜𝐚) in cui dalla Chiesa lamentava le promesse non mantenute dal governo di dargli gli strumenti per provare almeno a «contenere» il fenomeno mafioso; dopo oltre due mesi non s'era visto niente: «𝑁𝑜𝑛 𝑐ℎ𝑖𝑒𝑑𝑜 𝑙𝑒𝑔𝑔𝑖 𝑠𝑝𝑒𝑐𝑖𝑎𝑙𝑖, 𝑐ℎ𝑖𝑒𝑑𝑜 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑟𝑒𝑧𝑧𝑎. 𝐻𝑜 𝑖𝑑𝑒𝑒 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑟𝑒, 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑖𝑙 𝑐𝑎𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎𝑟𝑛𝑒 𝑖𝑛 𝑝𝑢𝑏𝑏𝑙𝑖𝑐𝑜 𝑚𝑎 𝑙𝑒 ℎ𝑜 𝑑𝑎 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑖𝑙𝑙𝑢𝑠𝑡𝑟𝑎𝑡𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑒𝑑𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑒𝑡𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝑠𝑝𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑟𝑒𝑡𝑖𝑧𝑧𝑖𝑛𝑜 𝑎𝑙 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑡𝑜».
In quell'occasione evocò l'assassinio del presidente della Regione 𝐏𝐢𝐞𝐫𝐬𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐌𝐚𝐭𝐭𝐚𝐫𝐞𝐥𝐥𝐚, avvenuto due anni e mezzo prima, per illustrare la «nuova regola del gioco» nei delitti di mafia cosiddetti «eccellenti»: «𝑆𝑖 𝑢𝑐𝑐𝑖𝑑𝑒 𝑖𝑙 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑎𝑣𝑣𝑖𝑒𝑛𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑏𝑖𝑛𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑓𝑎𝑡𝑎𝑙𝑒, 𝑒̀ 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑡𝑟𝑜𝑝𝑝𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑠𝑜 𝑚𝑎 𝑠𝑖 𝑝𝑢𝑜̀ 𝑢𝑐𝑐𝑖𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑒̀ 𝑖𝑠𝑜𝑙𝑎𝑡𝑜».
Nemmeno un mese più tardi, la sera del 3 settembre '82, Carlo Alberto dalla Chiesa salì sulla A112 guidata dalla giovane nuova moglie, 𝐄𝐦𝐚𝐧𝐮𝐞𝐥𝐚 𝐒𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐂𝐚𝐫𝐫𝐚𝐫𝐨, e insieme uscirono dalla prefettura, nel centro di Palermo. Si disse che aveva prenotato il tavolo per cenare in un ristorante dalle parti di Mondello. Quello che accadde qualche centinaio di metri dopo, 𝐢𝐧 𝐯𝐢𝐚 𝐈𝐬𝐢𝐝𝐨𝐫𝐨 𝐂𝐚𝐫𝐢𝐧𝐢, lo raccontò - intercettato in carcere nel 2013 - 𝐓𝐨𝐭𝐨̀ 𝐑𝐢𝐢𝐧𝐚 in persona: «𝐿𝑎 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀... 𝑐𝑒 𝑙'𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎𝑣𝑢𝑡𝑎 𝑛𝑜𝑖𝑎𝑙𝑡𝑟𝑖... 𝑠𝑡𝑎 𝑢𝑠𝑐𝑒𝑛𝑑𝑜, 𝑑𝑒𝑣𝑒 𝑢𝑠𝑐𝑖𝑟𝑒, 𝑑𝑒𝑣𝑒 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑔𝑖𝑎𝑟𝑒... 𝑒 𝑣𝑎 𝑏𝑒𝑛𝑒... 𝑡𝑎-𝑡𝑎-𝑡𝑎-𝑡𝑎-𝑡𝑎-𝑡𝑎-𝑡𝑎- 𝑡𝑎...», disse simulando le sventagliate di mitra contro i dalla Chiesa e l'agente di scorta 𝐃𝐨𝐦𝐞𝐧𝐢𝐜𝐨 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐨.
𝐋𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐭𝐞 «𝐬𝐩𝐚𝐫𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢»
I sicari sono stati individuati e condannati, insieme ai mandanti della solita Cupola mafiosa, nel maxi-processo istruito da 𝐅𝐚𝐥𝐜𝐨𝐧𝐞 e 𝐁𝐨𝐫𝐬𝐞𝐥𝐥𝐢𝐧𝐨 e poi in un altro, all'inizio degli anni Duemila, imbastito grazie al «pentimento» di alcuni «picciotti» che parteciparono all'agguato. Giustizia fatta, dunque, per un delitto avvolto fin da subito nei misteri collaterali che spesso accompagnano gli omicidi che Giovanni Falcone chiamava di «terzo livello», cioè esterni all'organizzazione mafiosa ma necessari per la sopravvivenza dell'organizzazione stessa: la cassaforte della residenza di dalla Chiesa trovata inspiegabilmente vuota; la borsa sparita dalla A112 e recuperata solo trent'anni dopo, vuota anche quella; alcune carte notate sotto il sedile dell'auto durante il primo sopralluogo di polizia e mai più viste da nessuno.
Tutto quasi scontato, per come vanno le cose in Italia. Ma stavolta, insieme alle «sparizioni» di contorno, c'è qualche interrogativo in più. Perché dal generale-prefetto inviato a Palermo senza poteri, 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐛𝐞𝐧 𝐩𝐨𝐜𝐨 𝐝𝐚 𝐭𝐞𝐦𝐞𝐫𝐞; mentre aveva (e ha avuto) tanto da perdere uccidendolo: una settimana dopo il Parlamento fin lì inerme fu quasi costretto ad approvare il 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐫𝐞𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐚𝐬𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐨𝐬𝐚, 𝐧𝐨𝐧𝐜𝐡𝐞́ 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐬𝐜𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐛𝐞𝐧𝐢 𝐚𝐢 𝐛𝐨𝐬𝐬, che 𝐏𝐢𝐨 𝐥𝐚 𝐓𝐨𝐫𝐫𝐞 aveva proposto da oltre due anni.
Allora perché venne organizzata ed eseguita la strage di via Carini? E’ una domanda rimbalzata fra gli stessi mafiosi, che non hanno trovato risposte ma solo il rammarico per un delitto controproducente, probabilmente richiesto o sollecitato da altri.
C'era il delirio di onnipotenza di Riina, d'accordo, confessato da lui stesso nelle intercettazioni in carcere: «Il generale dalla Chiesa promosso nuovo prefetto di Palermo... Prepariamoci, gli ho detto... il benvenuto gli dobbiamo dare... Lui sembrava che veniva a trovare qua i terroristi, gli ho detto "qua il c**o glielo facciamo a cappello di prete"...».
𝐈 𝐝𝐮𝐛𝐛𝐢 𝐝𝐞𝐢 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐨𝐬𝐢
Ma non era sufficiente. «𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡'𝑜𝑚𝑖𝑐𝑖𝑑𝑖𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝐶ℎ𝑖𝑒𝑠𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑖 𝑣𝑜𝑙𝑒𝑣𝑎, 𝑐𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑢𝑚𝑜̀, 𝑐𝑖 𝑣𝑜𝑟𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑚𝑖𝑛𝑖𝑚𝑜 𝑑𝑖𝑒𝑐𝑖 𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑟𝑖𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑏𝑒𝑛𝑒 𝑙𝑎 𝑏𝑎𝑟𝑐𝑎, 𝑙𝑎 𝑠𝑖𝑡𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒», confidò 𝐏𝐢𝐧𝐨 𝐆𝐫𝐞𝐜𝐨 𝐒𝐜𝐚𝐫𝐩𝐮𝐳𝐳𝐞𝐝𝐝𝐚, uno dei killer, al futuro pentito 𝐓𝐮𝐥𝐥𝐢𝐨 𝐂𝐚𝐧𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 che l'ha raccontato nel 1996. «𝐼𝑜 ℎ𝑜 𝑎𝑣𝑢𝑡𝑜 𝑢𝑛𝑜 𝑠𝑐ℎ𝑒𝑟𝑧𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑜𝑚𝑖𝑐𝑖𝑑𝑖𝑜 - 𝑎𝑔𝑔𝑖𝑢𝑛𝑠𝑒 𝑆𝑐𝑎𝑟𝑝𝑢𝑧𝑧𝑒𝑑𝑑𝑎 - 𝑒 𝑚𝑒 𝑙𝑜 𝑓𝑒𝑐𝑒 '𝑢 𝑟𝑎𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖𝑒𝑟𝑒», cioè 𝐁𝐞𝐫𝐧𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐏𝐫𝐨𝐯𝐞𝐧𝐳𝐚𝐧𝐨: «𝑙𝑢𝑖 𝑙𝑜 𝑠𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜̀». E ancora più tardi, nell'aprile 2001, il boss di Brancaccio 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞 𝐆𝐮𝐭𝐭𝐚𝐝𝐚𝐮𝐫𝐨 fu registrato mentre diceva a un altro mafioso: «𝑀𝑎 𝑡𝑢 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑖 𝑑𝑎𝑙𝑙'𝑂𝑡𝑡𝑎𝑛𝑡𝑎𝑑𝑢𝑒... 𝑚𝑎 𝑐ℎ𝑖 𝑐𝑎𝑧𝑧𝑜 𝑠𝑒 𝑛𝑒 𝑓𝑜𝑡𝑡𝑒𝑣𝑎 𝑑𝑖 𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝐶ℎ𝑖𝑒𝑠𝑎... 𝑎𝑛𝑑𝑖𝑎𝑚𝑜, 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑟𝑜... 𝐼𝑛𝑠𝑜𝑚𝑚𝑎 𝑣𝑖𝑒𝑛𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑟𝑒... 𝐸 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑔𝑙𝑖𝑒𝑙𝑜 𝑑𝑜𝑣𝑒𝑣𝑎𝑚𝑜 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑓𝑎𝑣𝑜𝑟𝑒?... 𝐶ℎ𝑖 𝑒̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑔𝑙𝑖𝑒𝑙𝑜 ℎ𝑎 𝑑𝑜𝑣𝑢𝑡𝑜 𝑓𝑎𝑟𝑒... 𝑐ℎ𝑖 𝑔𝑙𝑖𝑒𝑙𝑜 ℎ𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜?... 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑠𝑝𝑖𝑛𝑔𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑛𝑎𝑡𝑒 𝑒𝑠𝑎𝑠𝑝𝑒𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖... 𝑝𝑒𝑟 𝑓𝑎𝑟𝑐𝑖 𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑡𝑟𝑖𝑡𝑎𝑐𝑎𝑟𝑛𝑒».
Un favore fatto a qualcuno (che ancora non conosciamo), sul quale fior di «uomini d'onore» continuavano a interrogarsi a vent'anni di distanza. Per nulla persuasi dall'eliminazione preventiva di un nemico, sia pure col benestare dei vecchi amici con i quali reinstaurare gli antichi rapporti di quieto vivere tra mafia e politica.
C'era qualcosa di più, rivelato da 𝐓𝐨𝐦𝐦𝐚𝐬𝐨 𝐁𝐮𝐬𝐜𝐞𝐭𝐭𝐚 nel 1992 alla commissione parlamentare antimafia: già nel '79 mentre dalla Chiesa era solo il generale richiamato a inseguire le Br all'indomani dell'omicidio di Moro, dopo l'inopinato scioglimento del suo Nucleo antiterrorismo Cosa nostra si era attivata per toglierlo di mezzo. Senza alcuna ragione «personale», evidentemente su richiesta di altri. Lui stesso fu coinvolto nel progetto: mentre era in carcere gli dissero di contattare un brigatista per sondare la disponibilità a rivendicare un omicidio che la mafia poteva eseguire ma non firmare; il brigatista risposte che le Br rivendicavano solo quello che facevano, e il discorso si chiuse lì.
𝐋𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐝𝐢 𝐁𝐮𝐬𝐜𝐞𝐭𝐭𝐚
Dalla Chiesa in quell'occasione si salvò, ma Buscetta ha spiegato all'Antimafia: «𝐼𝑙 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎𝑙𝑒 𝑣𝑖𝑒𝑛𝑒 𝑢𝑐𝑐𝑖𝑠𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑚𝑎𝑛𝑑𝑎𝑡𝑜 𝑖𝑛 𝑆𝑖𝑐𝑖𝑙𝑖𝑎 𝑎𝑑 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑢𝑟𝑏𝑎𝑟𝑒 𝑖 𝑚𝑎𝑓𝑖𝑜𝑠𝑖, 𝑒 𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑜 𝑖 𝑚𝑎𝑓𝑖𝑜𝑠𝑖 𝑎𝑣𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒𝑟𝑜 𝑑𝑜𝑣𝑢𝑡𝑜 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑓𝑖𝑠𝑖𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑜: 𝑡𝑢 𝑐𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑢𝑟𝑏𝑖, 𝑛𝑜𝑖 𝑡𝑖 𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑖𝑎𝑚𝑜. 𝑀𝑎 𝑒̀ 𝑑𝑎𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑢𝑖 𝑣𝑖𝑒𝑛𝑒 𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝐶ℎ𝑖𝑒𝑠𝑎? 𝐼𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜 𝑠𝑝𝑖𝑒𝑔𝑎𝑟𝑒. 𝐶𝑒𝑟𝑡𝑜 𝑒̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑎 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑢𝑟𝑏𝑎𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛 𝑚𝑎𝑓𝑖𝑜𝑠𝑜. 𝑂 𝑚𝑖 𝑠𝑏𝑎𝑔𝑙𝑖𝑜?».
Non si sbagliava, Tommaso Buscetta. E le successive inquietudini mafiose lo confermano. Il 1979 rimanda alla lotta al terrorismo e ai suoi segreti, alla «doppia scoperta» del memoriale Moro nel covo brigatista di Milano, ai riferimenti del giornalista 𝐌𝐢𝐧𝐨 𝐏𝐞𝐜𝐨𝐫𝐞𝐥𝐥𝐢 ai memoriali «veri e falsi» e al «generale Amen» pronto per essere ucciso o «suicidato», al fatto che disse ancora Buscetta - «Ре𝑐𝑜𝑟𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝐶ℎ𝑖𝑒𝑠𝑎 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠'𝑖𝑛𝑡𝑟𝑒𝑐𝑐𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑡𝑟𝑎 𝑙𝑜𝑟𝑜». Una trama dove sembra che tutto si tenga; a partire dai segreti intorno a quei due omicidi, e che dopo oltre quarant'anni nessuno ha saputo svelare