11/06/2026
2 GIUGNO FESTA DELLA REPUBBLICA: I GENERALI FESTEGGIANO VICINI AI “POTENTI” E I CARABINIERI DI BASE PIANGONO I LORO COLLEGHI CHE SI “SUICIDANO” NELLE CASERME.
IL SUICIDIO DI UN GIOVANE CARABINIERE NELLA STAZIONE DI VARAZZE, AVVENUTO IL 2 GIUGNO – DOPO ALTRO SUICIDIO DI CARABIERE IN TOSCANA - NELLA STESSA GIORNATA DELLA FESTA DELLA REPUBBLICA, DOVE I “NOTABILI CON LE GRECHE” ERANO A ROMA A FESTEGGIARE E STRINGERE LA MANO A QUELLI CHE “CONTANO” , IMPONE UNA RIFLESSIONE. OGNI GESTO ESTREMO APPARTIENE AD UNA STORIA PERSONALE COMPLESSA, MA QUANDO AVVIENE IN UN LUOGO DI SERVIZIO ASSUME ANCHE UN SIGNIFICATO ISTITUZIONALE, INTERROGANDO LA CULTURA ORGANIZZATIVA, IL RAPPORTO TRA DISCIPLINA E VULNERABILITA’, L’ACCESSO AL SUPPORTO PSICOLOGICO E LA CAPACITA’ DI RICONOSCERE IL DISAGIO PRIMA CHE DIVENTI IRREPARABILE, LA GIUSTIZIA CHE SEMPRE RIMANE INESISTENTE IN QUESTI CASI DOVE SPESSO SI CELA UN “MOBBING”. LA PREVENZIONE RICHIEDE PRESIDI “ESTERNI” ALL’ISTITUZIONE MILITARE PERMANENTI DI ASCOLTO, PERCORSI RISERVATI E NON “PUNITIVI”, FORMAZIONE DEI COMANDANTI SPESSO FALSI PROFETI, DEBRIEFING DOPO EVENTI CRITICI E UNA CULTURA PROFESSIONALE NELLA QUALE CHIEDERE AIUTO SIA CONSIDERATO ATTO DI RESPONSABILITA’ E NON SEGNO DI DEBOLEZZA, COME TI FANNO CREDERE NELL’ARMA DEI CARABINIERI I SIGNORI UFFICIALI.
PER DECIDERE DI TOGLIERSI LA VITA E RINUNCIARE A MOGLIE E FIGLI, CI VUOLE CORAGGIO E L’ESISTENZA DI MOTIVAZIONI PROFONDE CHE VANNO ACCERTATE E PERSEGUITE DA CHI SI GIRA DALL’ALTRA PARTE E METTE TUTTO A TACERE.
QUANDO UN CARABINIERE SI SUICIDA, HA PERSO SOPRATTUTTO “LO STATO” AL QUALE ERA AFFIDATO E PER IL QUALE PRESTAVA SERVIZIO. I VERI RESPONSABILI E ISTIGATORI MORALI, NON VENGONO MAI PUNITI.
La tragedia nella mattina della Festa della Repubblica
La tragedia si è consumata nella mattinata del 2 giugno 2026, giorno della Festa della Repubblica, intorno alle 8.30, all’interno della stazione dei Carabinieri di Varazze, dove il militare prestava servizio, è deceduto all’interno della struttura, facendo scattare l’intervento immediato dei soccorsi, ma i sanitari del 118 e i volontari della Croce Rossa di Varazze giunti rapidamente sul posto non hanno potuto far altro che constatare il decesso.
La coincidenza con la Festa della Repubblica conferisce al fatto una forza simbolica ulteriore. Il 2 giugno è il giorno in cui lo Stato celebra se stesso, la propria forma democratica, la propria storia costituzionale e il valore delle istituzioni repubblicane; proprio in quel giorno, dentro un presidio territoriale dello Stato, un militare dell’Arma ha trovato la morte. Non si tratta di costruire sovrainterpretazioni emotive, né di piegare una vicenda personale a una lettura retorica, ma di riconoscere che il luogo e il tempo della tragedia interrogano il rapporto tra istituzione e persona, tra funzione pubblica e vulnerabilità umana, tra disciplina del servizio e bisogno di cura.
La sequenza di questi tragici episodi è diventata impressionante non solo per l’impennata che ha subito ultimamente il fenomeno ma anche per la coincidenza di tempo, luogo e modalità del gesto estremo.
Il peso della disciplina e la cultura del silenzio
Il servizio nell’Arma dei Carabinieri comporta una esposizione quotidiana a situazioni di conflitto, emergenza, sofferenza, violenza, marginalità sociale, rischio operativo e responsabilità decisionale e chi interviene nei momenti peggiori della vita degli altri porta con sé, nel tempo, una quota di esperienza emotiva che non sempre trova spazi adeguati di elaborazione.
Il rischio più grave è che la cultura del silenzio venga confusa con forza professionale. La capacità di reggere lo stress è necessaria, ma non può diventare obbligo di tacere la sofferenza. La disciplina resta una componente essenziale delle organizzazioni in divisa, ma non può tradursi nella rimozione dell’ascolto, e spesso nell’abuso persecutorio ( Mobbing ) così come l’efficienza operativa costituisce un valore solo se non viene separata dalla cura delle persone che rendono possibile il servizio. Quando la richiesta di aiuto viene interpretata come cedimento personale o come perdita di affidabilità professionale, il disagio tende a nascondersi e a radicarsi nel silenzio; quando invece viene riconosciuta come atto di responsabilità verso sé stessi, verso i colleghi e verso l’istituzione, essa può diventare il primo passaggio di un percorso di protezione, accompagnamento e prevenzione.
La letteratura sui comportamenti suicidari sottolinea che la prevenzione è più efficace quando interviene prima della crisi acuta, rafforzando i fattori protettivi, riducendo lo stigma, favorendo l’accesso ai servizi e costruendo relazioni di appartenenza capaci di contrastare l’isolamento (O’Connor & Kirtley, 2018; World Health Organization, 2014). Applicare questa prospettiva ai corpi in divisa significa riconoscere che il benessere psicologico non è un tema laterale o assistenziale, ma una condizione della qualità del servizio pubblico.
Appartenenza, ruolo e isolamento nella lettura sociologica
La sociologia del suicidio, a partire da Durkheim, ha mostrato che il gesto suicidario non può essere interpretato soltanto come atto individuale, ma deve essere compreso anche alla luce dei legami sociali, dell’integrazione, della regolazione e della qualità delle appartenenze collettive (Durkheim, 1897/2005). Senza applicare meccanicamente questa prospettiva a un singolo evento, essa resta utile per comprendere che le organizzazioni professionali possono essere, a seconda della loro qualità interna, fattori di protezione o di isolamento, luoghi di appartenenza o spazi nei quali la sofferenza resta non nominata.
Nei corpi in divisa, l’identità professionale è particolarmente forte, perché la persona non esercita soltanto un lavoro, ma incarna un ruolo pubblico, un simbolo, una disciplina e una promessa di protezione verso la comunità. Questa intensità identitaria può generare senso, appartenenza e orgoglio, ma può anche rendere più difficile distinguere tra fallimento personale e difficoltà professionale, tra fragilità temporanea e perdita di valore, tra bisogno di cura e timore di non essere più all’altezza della divisa. Quando l’identità di ruolo diventa troppo rigida, la sofferenza rischia di essere percepita come incompatibile con l’appartenenza al gruppo.
La caserma, da questo punto di vista, è un microcosmo sociale nel quale il legame tra individuo e istituzione si fa particolarmente intenso. Il sostegno dei pari, la qualità della leadership, la possibilità di parlare senza essere giudicati e la percezione che la fragilità possa essere accolta senza conseguenze punitive sono elementi decisivi per trasformare l’appartenenza professionale in fattore protettivo. Al contrario, quando prevalgono silenzio, vergogna, paura del giudizio o sfiducia nella riservatezza dei canali di aiuto, la comunità organizzativa può non riuscire a intercettare il disagio, anche quando esso si sviluppa al suo interno.
La questione delicata degli strumenti ad alta letalità
Uno dei profili più complessi dei suicidi in divisa riguarda la disponibilità di strumenti ad alta letalità e il tema deve essere trattato con equilibrio, evitando semplificazioni ideologiche e senza trasformare l’armamento in un bersaglio polemico, perché in molte funzioni operative esso risponde a esigenze di servizio, sicurezza e tutela della collettività. Tuttavia, quando una persona attraversa una crisi acuta, l’accesso immediato a mezzi letali impone all’organizzazione una responsabilità specifica.
Le strategie internazionali di prevenzione del suicidio attribuiscono particolare rilievo alla riduzione dell’accesso immediato ai mezzi letali nei momenti di crisi, non come misura punitiva, ma come intervento di protezione capace di guadagnare tempo, interrompere l’impulsività e rendere possibile l’accesso all’aiuto (World Health Organization, 2014). Nei corpi in divisa, questo principio richiede procedure estremamente delicate, riservate, proporzionate e non punitive, perché l’operatore deve poter chiedere supporto senza temere che la propria fragilità venga automaticamente trasformata in marchio professionale.
La chiave è la fiducia. Se il militare percepisce la richiesta di aiuto come anticamera di una penalizzazione, di una perdita definitiva di status, di una lesione della reputazione o di una esclusione dal gruppo, tenderà a nascondere il disagio, viceversa se il sistema viene percepito come cura, riservatezza, accompagnamento e protezione temporanea, diventa più probabile che la persona in difficoltà acceda a un percorso prima che la crisi diventi irreversibile. L’obiettivo non deve essere punire chi sta male, ma proteggere la persona, i colleghi, la famiglia e il servizio.
La prevenzione come standard
La prevenzione dei suicidi in divisa non può essere concepita come risposta eccezionale attivata dopo la tragedia, né può restare affidata alla sensibilità individuale dei singoli comandanti, alla solidarietà spontanea dei colleghi o alla generica previsione di servizi di supporto formalmente esistenti ma difficilmente accessibili. Essa deve diventare uno standard organizzativo permanente, integrato nella vita ordinaria delle caserme, nelle procedure interne, nella formazione iniziale e continua, nella leadership, nella gestione delle relazioni professionali e nella cultura quotidiana dei corpi in divisa. Prevenire significa costruire ambienti nei quali il disagio possa essere riconosciuto prima della crisi, la richiesta di aiuto non sia percepita come cedimento, la fragilità non diventi stigma e l’accesso a un sostegno qualificato sia riservato, tempestivo e non punitivo.
Una prevenzione realmente efficace richiede canali di ascolto indipendenti e credibili, formazione dei comandanti e dei responsabili intermedi sul riconoscimento dei segnali di sofferenza, debriefing dopo eventi critici, monitoraggio del clima organizzativo, procedure di accompagnamento nei momenti di difficoltà personale o professionale e strumenti di sostegno anche per i colleghi coinvolti emotivamente da una perdita. La salute psicologica degli operatori non può essere trattata come questione privata separata dalla qualità del servizio, perché incide sulla lucidità decisionale, sulla gestione dei conflitti, sulla coesione del gruppo, sulla fiducia interna e sulla sicurezza della comunità servita.
Solo in questa prospettiva la tragedia può cessare di restare un evento isolato, affidato al cordoglio successivo e alla memoria dolorosa dei colleghi, per diventare domanda pubblica capace di generare protezione, ascolto e responsabilità. La prevenzione, nelle organizzazioni in divisa, deve assumere la stessa dignità della formazione operativa, della disciplina e della sicurezza fisica, poiché nessuna istituzione può chiedere ai propri appartenenti di proteggere la collettività senza predisporre, al proprio interno, strumenti adeguati per proteggere anche la loro vulnerabilità.
Per questi motivi, sin dal 1998 alcuni carabinieri che conoscono il sistema “arma” hanno fondato l’UNAC ( unione nazionale arma carabinieri) quale strumento “esterno” ed efficace per rimediare a queste situazioni, ma in oltre 30 anni i “generali” dei carabinieri sempre “avversi” ad un “vero” sindacato per i carabinieri, hanno fatto di tutto per evitarli, permettendo solo la creazione di “falsi” sindacati gialli ( nuovi Cocer) sempre alla merce’ della classe dirigente dell’Arma. In piu’ dopo gli eventi “suicidari” detti ufficiali dell’Arma, avvicinano le famiglie, promettendo loro una “pensione” ed un aiuto per gli “orfani”, tutte tutele di diritto, fatte passare per “favori”, naturalmente in cambio del “silenzio” da parte dei familiari. Ecco perche’ di queste notizie la stampa – pure controllata dai vertici militari - non si occupa di segnalare, denunciare e approfondire queste situazioni, mentre la Magistratura, vicina ai vertici militari mette da subito una “archiviazione” del caso verificatosi, quasi sempre senza indagare sulle vere cause che hanno portato al suicidio del carabiniere.
A CURA DEL CENTRO STUDI DEL SINDACATO CARABINIERI UNAC NATO NEL 1998 WWW.CARABINIERISINDACATO.IT ( UNIONE NAZIONALE ARMA CARABINIERI) E COMITATO CONTRO LA MALAGIUSTIZIA WWW.MALAGIUSTIZIA.CC
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:
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