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UNIONE NAZIONALE ARMA CARABINIERI
AVVOCATURA NAZIONALE MILITARE
COMITATO NAZIONALE CONTRO LA MALAGIUSTIZIA
FONDAZIONE ANNO 1998, DA PARTE DEL GIA' MARESCIALLO DEL RUOLO D'ONORE DELL'ARMA DEI CARABINIERI DR.ANTONIO SAVINO
PAGINA 5 MILIONI DI VISITATORI Presidente, CONSORZIO UNAC SECURITY;
Presidente, COMITATO NAZIONALE CONTRO LA MALAGISUSTIZIA;
Presidente, ISTITUTO NAZIONALE DI CRIMINALISTICA E CRIMINOLOGIA;

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LA SCURE DEL TRIBUNALE DI VERONA CONTRO I POLIZIOTTI “ CONDANNATI IN PRIMO GRADO PER “TORTURA” E VIOLENZE IN QUESTURA.Pe...
17/10/2026

LA SCURE DEL TRIBUNALE DI VERONA CONTRO I POLIZIOTTI “ CONDANNATI IN PRIMO GRADO PER “TORTURA” E VIOLENZE IN QUESTURA.
Pene di sei anni e sei mesi di reclusione per un agente, quattro anni e tre mesi per il collega . A febbraio un secondo filone con altri dodici poliziotti sul banco degli imputati
Le violenze contro alcuni dei fermati, stranieri e senzatetto, sono tortura.
A Verona è arrivata la sentenza di primo grado del processo a carico di due poliziotti. Condannati entrambi per la maggior parte dei reati contestati. Il più grave, quello di tortura compiuta nelle vesti di pubblico ufficiale.
Sei anni e sei mesi di reclusione per A. M., ex poliziotto delle Volanti. Quattro anni e tre mesi (più di quanto chiesto dall’accusa) per il collega L. C.
Tutto è nato dal blitz e dagli arresti del giugno 2023. I poliziotti della Squadra mobile che indagano sui loro colleghi. Sotto la lente le violenze nel cosiddetto “acquario”, la stanza dei fermati della Questura.
Il verdetto
Il verdetto riconosce che di tortura si trattò ai danni di Nicolae Daju e Mattia Tacchi, ciascuno risarcito con 15mila euro. Per un terzo episodio, le violenze contro Adil Tantaoui, Colpini invece è stato assolto dall’accusa di lesioni con l’aggravante della discriminazione razziale.
Soddisfatte le parti civili. Gli avvocati della difesa invece promettono battaglia: sentenza profondamente ingiusta, hanno detto, pronti a ricorrere fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Una vicenda che non è conclusa, anche perché - a febbraio - sempre a Verona inizierà un altro processo. Un secondo filone con altri 12 poliziotti alla sbarra, quattro di loro chiamati a rispondere anche di tortura.

I VIGILI DI MILANO INDAGATI PER GLI ARRESTI ILLEGALI SALGONO A 15, I PM :” VOLEVANO FARE CARRIERA”.Sale a 15 il numero d...
16/10/2026

I VIGILI DI MILANO INDAGATI PER GLI ARRESTI ILLEGALI SALGONO A 15, I PM :” VOLEVANO FARE CARRIERA”.
Sale a 15 il numero degli agenti della polizia locale di Milano indagati per peculato, falso e arresti illegali. Secondo i pm, gli interventi sarebbero stati finalizzati a ottenere risultati da mostrare ai superiori per poter fare carriera.
La "squadretta" della polizia locale che, secondo i pm, faceva arresti illegali continua ad allargarsi: il numero degli indagati è salito a 15. Sei di loro saranno interrogati oggi, venerdì 9 ottobre, dal gip Elio Sparacino. Per loro, i pm Giovanni Tarzia e Francesca Celle hanno chiesto la custodia in carcere.

L'inchiesta – che ipotizza a vario titolo peculato, falso ideologico e arresti illegali – è partita dall'arresto di un uomo a Corsico lo scorso 16 luglio, si è poi progressivamente estesa, portando alla luce otto presunti arresti illegali. Da quella segnalazione, sono poi scattati i primi accertamenti sugli agenti dell'Unità Investigazioni e Prevenzione della polizia locale milanese. Tra gli agenti destinatari dei provvedimenti figurano Mattia Rignanese, Denni Dileo, Rosario Piscopo, Vincenzo Compagnone e la commissaria Ilenja Sabato. Oggi sono 33 i capi d'imputazione contestati, con accuse che comprendono falso, calunnia e peculato. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, gli agenti avrebbero alterato verbali e ricostruito in modo non veritiero le circostanze di diversi interventi, attribuendo alle persone fermate condotte che non avrebbero tenuto.

Il caso intorno al quale si è sviluppata l'indagine ha portato al fermo di un uomo. Secondo quanto ricostruito dall'accusa, gli agenti lo avrebbero bloccato e trasferito verso Milano, intervenendo fuori dal territorio di competenza. La droga sarebbe stata poi indicata come trovata sotto il sedile della sua auto, perquisita senza la sua presenza. Nei verbali sarebbero inoltre state riportate circostanze false sul luogo dell'arresto e sulla presunta resistenza dell'uomo. Gli investigatori hanno quindi approfondito altre operazioni. Tra queste, quella del 17 gennaio scorso che coinvolge un minore. Nel verbale gli agenti avrebbero descritto il ragazzo mentre prelevava ripetutamente droga da un albero in un giardino condominiale e tentava di venderla a una donna. Quest'ultima era in realtà l'ufficiale della polizia locale Ilenja Sabato, attualmente ai domiciliari, impegnata nell'acquisto organizzato. Secondo l'accusa, il minorenne non avrebbe opposto resistenza e la contestazione sarebbe servita a giustificare una ferita al labbro riportata durante l'intervento.

Gli interventi – secondo quanto ricostruito dagli inquirenti – sarebbero stati finalizzati a ottenere risultati da mostrare ai superiori e a favorire la carriera degli agenti, sfruttando i contatti con gli informatori attivi nelle piazze di spaccio. Negli atti, tuttavia, non emergerebbero ipotesi di denaro o droga trattenuti dagli operatori.

QUANDO LE SCUOLE ALLIEVI SONO LUOGHI DI “ABUSI”.ALLIEVA CARABINIERI VIENE ESPULSA DAL CORSO PER 3 INSUFFICIENZE, PECCATO...
15/10/2026

QUANDO LE SCUOLE ALLIEVI SONO LUOGHI DI “ABUSI”.
ALLIEVA CARABINIERI VIENE ESPULSA DAL CORSO PER 3 INSUFFICIENZE, PECCATO CHE 2 NON ESISTEVANO.
IL TAR GLI DA RAGIONE E LA RIAMMETTE.
Reggio Calabria – Tre insufficienze contestate, una sola effettivamente esistente. È questo il cuore dell’ordinanza cautelare con cui il TAR Calabria, Sezione staccata di Reggio Calabria, ha accolto il ricorso di un’allieva carabiniere espulsa dal 144° Corso Formativo (2° ciclo) e prosciolta dalla ferma quadriennale. Il provvedimento, ne dispone la riammissione nella ferma e nell’Arma fino alla decisione di merito.
Il provvedimento di espulsione e il ricorso
L’atto impugnato è la determinazione del 20 maggio 2026, notificata il giorno successivo, con cui il Comando Legione Allievi Carabinieri ha disposto l’espulsione dell’allieva con decorrenza dal 21 maggio 2026, su proposta del Comandante della Scuola Allievi Carabinieri di Reggio Calabria formulata il 28 aprile. La ricorrente ha chiesto l’annullamento previa sospensione dell’efficacia. Il Ministero della Difesa si è costituito a metà settembre tramite l’Avvocatura Distrettuale dello Stato, depositando documenti e una memoria all’inizio di ottobre.

Il travisamento dei fatti accertato dai giudici
Il collegio ha riconosciuto il fumus boni iuris soprattutto sul quarto motivo di ricorso, relativo al travisamento dei fatti. L’amministrazione aveva fondato l’espulsione su voti insufficienti in “Diritto Penale”, “Diritto Penale Militare” e “Procedura Penale e Tecniche Investigative”. Ma, come rilevato dal TAR, le prime due non sono materie autonome, bensì un’unica disciplina: una sola insufficienza era stata dunque conteggiata due volte. Quanto alla terza, l’insufficienza è risultata “palesemente insussistente”: in quella materia l’allieva aveva ottenuto 27/30.
La difesa erariale ha sostenuto che si trattasse di un “mero errore materiale, irrilevante”. Tesi respinta dai giudici: il provvedimento non risulta “ictu oculi” fondato su una sola materia e, soprattutto, dalla normativa richiamata non si evince che una singola insufficienza comporti automaticamente il proscioglimento. Fondati prima facie, quindi, anche i primi due motivi di ricorso. Il TAR ha inoltre censurato il richiamo a una “rottura del rapporto di fiducia” non argomentata, che comunque non potrebbe discendere da un’unica insufficienza in un percorso articolato su più materie, moduli ed esami.

La domanda che resta aperta sulla catena gerarchica
Il caso solleva un interrogativo di interesse pubblico che va oltre la singola vicenda. Un provvedimento che interrompe una carriera al termine del percorso formativo dovrebbe poggiare su dati verificati, non su una scheda di valutazione che sdoppia una materia e attribuisce un’insufficienza dove c’era un voto alto. Il passaggio dalla proposta della Scuola alla determinazione della Legione non ha intercettato l’errore. È legittimo chiedersi, allora, se gli strumenti di controllo interni siano adeguati e se sia proporzionato che la valutazione formulata nelle scuole di formazione – dove il giudizio sugli allievi è affidato a istruttori e quadri spesso all’inizio del proprio percorso professionale – possa tradursi in un proscioglimento immediato senza un filtro più stringente, per una sola insufficienza reale.
Un segnale che il Comando Generale non può ignorare
Non si tratta di una svista burocratica qualunque. Qui un’istituzione formativa ha certificato come insufficiente un esame superato con 27/30 e ha trasformato una materia in due, e nessuno, lungo la catena di comando, se n’è accorto prima che la vicenda arrivasse davanti a un giudice. Se un errore così evidente ha potuto attraversare indenne Scuola e Legione, è lecito domandarsi quanti altri fascicoli siano stati chiusi con la stessa leggerezza senza che l’interessato avesse la forza, o i mezzi, per impugnarli. Si spera che il Comandante Generale dell’Arma, Generale Salvatore Luongo, saprà – e dovrà – intervenire su questo aspetto delle scuole di formazione: perché la credibilità di chi forma i futuri carabinieri si misura anche nel rigore con cui valuta, e nella capacità di riconoscere un errore prima che sia un tribunale a farlo.

Il prezzo pagato dalle famiglie
Resta infine il nodo economico. Il TAR ha disposto la compensazione delle spese di fase: pur a fronte di un provvedimento che i giudici hanno ritenuto viziato già a un sommario esame, l’allieva ha dovuto anticipare i costi per difendersi, incluso l’onere di rinnovare la notifica del ricorso come richiesto dal tribunale con una precedente ordinanza di inizio settembre. Il periculum in mora è stato riconosciuto proprio per l’interruzione immediata del percorso intrapreso. Per molte famiglie, spesso legate da generazioni all’Arma, far valere un diritto davanti al giudice amministrativo significa un sacrificio economico non indifferente, anche quando l’errore è dell’amministrazione. La parola definitiva spetta ora al giudizio di merito che siamo certi sara’ positivo.
Questo non cancella il calvario di questa Allieva Carabiniere e della sua famiglia e di tanti che invece non c’è l’hanno fatta.

RIMINI, MARESCIALLA INDAGATA: AVREBBE FATTO RICONOSCERE AL MARITO DUE FIGLI FORSE AVUTI DA UNA RELAZIONE CON UN SUO SUPE...
14/10/2026

RIMINI, MARESCIALLA INDAGATA: AVREBBE FATTO RICONOSCERE AL MARITO DUE FIGLI FORSE AVUTI DA UNA RELAZIONE CON UN SUO SUPERIORE
La Procura di Rimini indaga una sottufficiale dell’Arma per due presunti episodi di dichiarazioni non veritiere rese all’ufficiale di stato civile. Al centro dell’inchiesta una relazione extraconiugale con un superiore
Una marescialla dell’Arma dei Carabinieri è indagata dalla Procura della Repubblica di Rimini per due presunti episodi di alterazione dello stato civile dei propri figli. Al centro dell’inchiesta c’è una relazione extraconiugale con un superiore e le dichiarazioni rese all’ufficiale dello stato civile.
Secondo l’ipotesi accusatoria, all’epoca dei fatti la militare era sposata con un altro appartenente all’Arma. Avrebbe avuto una relazione con un sottufficiale che era stato il suo comandante di stazione. Al momento non sono note le circostanze in cui è nata l’inchiesta, se sia originata da una denuncia, da accertamenti d’ufficio o da altro. Non risultano neanche notizie sulla presunta falsa paternità dei minori.
Sembra che la donna fosse consapevole della possibilità che i figli non fossero biologicamente del marito. Nonostante questo, avrebbe attribuito a lui la paternità di entrambi i bambini, inducendolo a ritenere di esserne il padre naturale.
I fatti contestati sono due e risalgono rispettivamente al 2023 e al 2025, in occasione della formazione degli atti di nascita dei due bambini.
L’unica indagata è la marescialla, assistita da un avvocato del foro di Torino. L’ipotesi di reato è quella prevista dagli articoli 48, 81 e 567, secondo comma, del codice penale. Riguarda la presunta alterazione dello stato civile attraverso dichiarazioni non veritiere rese al pubblico ufficiale incaricato di formare gli atti di nascita.

DESENZANO: FURTI IN SERVIZIO , CARABINIERI DAI “COMPRO ORO” CON L’AIUTO DELLE MOGLII due militari della Compagnia di Des...
13/10/2026

DESENZANO: FURTI IN SERVIZIO , CARABINIERI DAI “COMPRO ORO” CON L’AIUTO DELLE MOGLI
I due militari della Compagnia di Desenzano avrebbero sottratto gioielli durante i sopralluoghi nelle abitazioni private. Una ventina gli episodi contestati
Igioielli sottratti dalle abitazioni private sarebbero stati rivenduti ai compro oro, anche con l'aiuto delle mogli. Emergono nuovi dettagli sull'inchiesta che coinvolge due carabinieri della Compagnia di Desenzano, indagati per una serie di furti che sarebbero stati commessi durante il servizio.
Secondo quanto ricostruito, i due militari, entrambi con il grado di carabiniere semplice, avrebbero approfittato dei sopralluoghi nelle case per impossessarsi di oggetti preziosi. La refurtiva sarebbe poi stata rivenduta attraverso i negozi specializzati nell'acquisto di oro usato, con la collaborazione delle rispettive mogli.
I due carabinieri denunciati dai loro stessi colleghi
I militari indagati, non graduati e impiegati nel territorio gardesano, sono stati immediatamente sospesi. Una ventina i colpi messi a segno
La divisa d’ordinanza e la missione istituzionale di tutela da un lato, poi, secondo le accuse, varcata la soglia delle abitazioni private per effettuare controlli, verifiche o rilievi di servizio, dall’altro si sarebbero consumati dei furti o delle appropriazioni indebite di monili. È uno scenario inquietante e francamente incredibile quello che emerge da un’articolata inchiesta della Procura di Brescia, che vede coinvolti due carabinieri appartenenti alla Compagnia di Desenzano del Garda, finiti al centro di un’indagine con la pesante accusa di aver messo a segno una serie continua di furti ai danni di cittadini.
Le indagini
I due militari, non graduati e impiegati nel territorio gardesano, sono stati immediatamente sospesi dal servizio nell’Arma. A far crollare il muro di riservatezza e ad accendere i riflettori su quanto accadeva durante i turni di guardia sarebbero stati i loro stessi colleghi: un segnale di rigore interno e di tolleranza zero che ha portato gli investigatori a scavare a fondo nei comportamenti sospetti della coppia di militari per i quali non è stata ancora stabilita la richiesta di una misura ma che nel caso potrebbe giungere solo dopo l’interrogatorio preventivo voluto dalla riforma Nordio e che si terrà settimana prossima.
Secondo la ricostruzione dell’attività investigativa – rivelata in prima battuta da Bresciaoggi – la sequenza degli episodi risulterebbe sistematicamente identica. Secondo le indagini, sfruttando la propria posizione e il libero accesso a case private e luoghi oggetto di accertamenti o sopralluoghi giudiziari, i due militari si sarebbero appropriati di oggetti preziosi, monili e gioielli lasciati incustoditi. Sarebbero dunque almeno una ventina gli episodi contestati, distribuiti nell’arco di diversi mesi in vari Comuni dell’area di competenza della Compagnia di Desenzano.
La vendita
Un bottino consistente, sottratto a cittadini che in quel momento vedevano nei due uomini un presidio di sicurezza e legalità. Ma la refurtiva, una volta sfilata dai cassetti delle abitazioni, doveva essere trasformata rapidamente in contanti. È in questo passaggio che l’inchiesta allarga il proprio raggio d’azione: i preziosi presi di mira sarebbero stati collocati sul mercato attraverso diversi negozi specializzati nell’acquisto di oro usato.
Per eludere eventuali controlli incrociati e non attirare l’attenzione degli investigatori sui propri nomi, i due militari si sarebbero avvalsi del supporto determinante di persone a loro vicine, probabilmente mogli o compagne. Sarebbero state proprio queste a presentarsi ai banchi dei rivenditori per piazzare l’oro e incassare il denaro, facendo da ponte tra la refurtiva e la liquidità immediata.
Le perquisizioni
La svolta decisiva nell’indagine si è avuta nei giorni scorsi. Su disposizione del Pubblico Ministero Claudia Moregola, titolare del fascicolo d’inchiesta coordinato dalla Procura di Brescia, i carabinieri del nucleo investigativo hanno dato esecuzione a decreti di perquisizione personale e locale nei confronti dei due colleghi e delle loro abitazioni. Durante gli accertamenti sono stati posti sotto sequestro elementi ritenuti utili a ricostruire la tracciabilità delle compravendite e a verificare l’esatta provenienza dei preziosi.
Se il quadro d’insieme appare già grave e delineato, restano ancora diversi punti d’ombra che i magistrati intendono chiarire nelle prossime settimane. In primo luogo occorrerà stabilire con esattezza il grado di consapevolezza delle persone che si sono recate ai compro oro, ovvero se fossero a conoscenza della provenienza illecita dei gioielli o se abbiano agito su semplice indicazione.
Contestualmente, gli inquirenti stanno incrociando i registri delle attività di compro oro del Bresciano per mappare l’intera refurtiva e cercare di restituirla ai proprietari, senza escludere che il numero degli episodi contestati possa salire a seguito di ulteriori verifiche sulle denunce presentate nei mesi scorsi. Come di consueto in questa fase del procedimento penale, le responsabilità di tutte le persone coinvolte restano al vaglio dell’autorità giudiziaria nel rispetto della presunzione d’innocenza.

IL DRAMMA VISSUTO DA UN FINANZIERE.Ho subito umiliazioni e punizioni per motivi futili, fino a restare chiuso per 250 gi...
12/10/2026

IL DRAMMA VISSUTO DA UN FINANZIERE.
Ho subito umiliazioni e punizioni per motivi futili, fino a restare chiuso per 250 giorni in un solo anno».
Neil Soorya Prakash Beedaysee, 28 anni, di origini mauriziane, ha raccontato così la sua esperienza alla Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza di Coppito, a L’Aquila. In un’intervista ha parlato di un sistema di sanzioni continuo, legato a episodi quotidiani e spesso banali, dal colore del pigiama a un sorso d’acqua.
Nel suo racconto emergono provvedimenti per aver riso o parlato in mensa, per scarpe considerate non adatte, per l’uso dei servizi igienici senza permesso. Beedaysee descrive un clima di controllo costante, in cui le regole apparivano spesso arbitrarie e difficili da capire.
Ha definito l’istituto un «allevamento intensivo» con circa 4. 500 allievi divisi in tre battaglioni. Le lezioni, spesso a distanza, avrebbero reso ancora più freddo il rapporto con i docenti, dentro un ambiente segnato da disciplina rigida e poco spazio per la vita quotidiana.
Secondo il suo racconto, i procedimenti disciplinari accumulati sono stati 101. Le contestazioni andavano dalla divisa a una busta di indumenti sporchi, fino a una semplice conversazione durante i pasti. Alla fine, lo stress accumulato avrebbe compromesso il suo percorso fino all’espulsione.
Sul caso è intervenuta anche la senatrice Ilaria Cucchi, che ha denunciato l’assenza di risposte istituzionali davanti alle segnalazioni di violenze nella scuola. Critiche anche dal Sindacato Finanzieri Democratici, che chiede di capire che cosa debba essere davvero un istituto di formazione e se Coppito sia finito lontano dai principi dello Stato di diritto.
Oggi Beedaysee continua a denunciare il «sistema Coppito» e a chiedere chiarezza su un modello che, secondo lui, mette la disciplina davanti alla crescita personale e professionale degli allievi.

RIMINI: INCHIESTA CHOC ALLA MUNICIPALE, 8 PUBBLICI UFFICIALI INDAGATI PER FALSE ANNOTAZIONI DI SERVIZIO.Terremoto alla p...
11/10/2026

RIMINI: INCHIESTA CHOC ALLA MUNICIPALE, 8 PUBBLICI UFFICIALI INDAGATI PER FALSE ANNOTAZIONI DI SERVIZIO.
Terremoto alla polizia Locale di Rimini: la Guardia di Finanza ha eseguito perquisizioni su delega della Procura che ha chiesto per tutti anche la sospensione dall’esercizio di ogni pubblico ufficio e servizio. Su questo si dovrà pronunciare il giudice. I reati: falso, violenza privata, calunnia e lesioni
Rimini, 7 ottobre 2026 – Otto pubblici ufficiali appartenenti al nucleo ‘Falchi’ della polizia locale di Rimini sono indagati, a vario titolo, per falso in atto pubblico, violenza privata, calunnia e lesioni. Avrebbero redatto false annotazioni di servizio. É questa l’accusa nei loro confronti.
La Guardia di finanza ha eseguito nei loro confronti un decreto di perquisizione su delega della Procura, che ha chiesto per tutti anche la sospensione dall’esercizio di ogni pubblico ufficio e servizio. Sulla richiesta il giudice non si è ancora pronunciato.
Le indagini della Guardia di Finanza
La notizia arriva dal Comando provinciale della Guardia di finanza, attraverso un comunicato diffuso il 7 ottobre e autorizzato dalla Procura. La nota non entra nel dettaglio dei fatti oggetto dell’inchiesta. Le contestazioni riguardano gli otto indagati in modo diverso: non tutti rispondono di tutti i reati indicati. Le perquisizioni sono state disposte per evitare che elementi di prova potessero essere dispersi dopo che gli indagati avessero appreso dell’indagine attraverso la convocazione davanti al giudice.
Notificato l’invito a comparire davanti al gip
Durante le operazioni, i finanzieri hanno notificato anche l’invito a comparire davanti al giudice per le indagini preliminari per l’interrogatorio preventivo. Questo passaggio precede la decisione sulla misura richiesta dalla Procura, che, se accolta, comporterebbe la temporanea interdizione dalle attività legate ai pubblici uffici e servizi.
"Collaborazione ampia e determinante dei colleghi”
La Guardia di finanza riferisce inoltre che altri appartenenti allo stesso comando della polizia locale hanno dato una collaborazione “ampia e determinante” nel corso dell’inchiesta. Il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari. Secondo quanto riportato nel comunicato, il giudice non ha ancora disposto alcuna sospensione. Per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza: le eventuali responsabilità dovranno essere accertate con sentenza definitiva.
Il sindaco: "Confidiamo che venga fatta luce sui reati a tutela delle persone e dell’onorabilità del Comune”
“Nella notte, la Procura di Rimini ha eseguito perquisizioni domiciliari nei confronti di 8 agenti della Polizia locale di Rimini. Confidiamo che in tempi rapidi venga fatta piena luce sui reati contestati, a tutela delle persone e dell'onorabilità del Comune di Rimini". Lo ha detto il sindaco di Rimini, Jamil Sadegholvaad. "Abbiamo completa fiducia negli investigatori e nella trasparenza e serenità con cui verranno condotti i necessari, successivi approfondimenti. Altresì - ha aggiunto - non abbiamo dubbi sull'integrità del Corpo della Polizia locale di Rimini. Nelle prossime ore, il Comune di Rimini aprirà l'istruttoria per valutare i riflessi disciplinari delle condotte contestate".

CASO GARLASCO: ERRORI DI TRASCRIZIONI E SOVRAPPOSIZIONI NEI VERBALI DEI CARABINIERI REDATTI CONTRO ANDREA SEMPIO ALL’EPO...
10/10/2026

CASO GARLASCO: ERRORI DI TRASCRIZIONI E SOVRAPPOSIZIONI NEI VERBALI DEI CARABINIERI REDATTI CONTRO ANDREA SEMPIO ALL’EPOCA DEI FATTI.

L'ex comandante dei Carabinieri di Vigevano, Gennaro Cassese, ha ammesso la presenza di errori di trascrizione e sovrapposizioni di orari nei verbali del 4 ottobre 2008 relativi al caso di Garlasco.
I principali punti emersi:
• Sovrapposizione di orari: Il verbale di sommarie informazioni (SIT) di Andrea Sempio risulta aperto dalle 10:30 alle 14:40, ma negli stessi archi temporali si accavallano i verbali di altri testimoni, come Mattia Capra (dalle 13:25) e Sibilla Bia (dalle 11:25). Cassese ha attribuito queste anomalie a errori materiali di trascrizione.
• La richiesta del biglietto/alibi: Sempio chiese di tornare a casa per recuperare un biglietto (lo scontrino del parcheggio del 13 agosto 2007), ma di questa richiesta non c'è traccia formale nel verbale.
• Mancata verbalizzazione della sospensione: L'ex comandante ha ammesso di aver sbagliato a non verbalizzare gli orari di sospensione dell'interrogatorio.
• L'episodio dell'ambulanza: Sempio si sarebbe sentito male durante l'audizione, rendendo necessario l'intervento di un'ambulanza. L'ex carabiniere non ha ricordato con certezza l'episodio specifico, ipotizzando di trovarsi in un'altra stanza a sentire un altro testimone in quel momento.
• Posizione giudiziaria: Le incongruenze e le omissioni hanno spinto i magistrati di Pavia a iscrivere Cassese nel registro degli indagati per verificare eventuali false informazioni o vizi nella prima inchiesta, come riportato da Il Fatto Quotidiano e ripreso nelle ricostruzioni di Quarto Grado.

MALAGIUSTIZIA: LA CADUTA DI PIGNATONEAFFARI IMMOBILIARI CON MAFIOSI E ANOMALIE GIUDIZIARIE: LE OMBRE SULL’EX PROCURATORE...
09/10/2026

MALAGIUSTIZIA: LA CADUTA DI PIGNATONE
AFFARI IMMOBILIARI CON MAFIOSI E ANOMALIE GIUDIZIARIE: LE OMBRE SULL’EX PROCURATORE DI ROMA CHE EMERGONO DALL’ORDINANZA DEL GIUDICE DI CALTANISSETTA.
Il Foglio, 6.10.2026
Per quanto l’attenzione dei quotidiani e della politica si sia concentrata sulle “attività depistanti” dell’ex pm Roberto Scarpinato in commissione parlamentare Antimafia, dall’ordinanza del giudice di Caltanissetta sulla vicenda mafia e appalti la figura che esce più macchiata è senza dubbio quella di Giuseppe Pignatone, figura storica della magistratura:
toga per oltre 45 anni, in servizio alla procura di Palermo per oltre trent’anni e coordinatore dell’inchiesta che portò alla cattura di Provenzano, poi dirigente della procura di Reggio Calabria, infine capo della procura di Roma e coordinatore della celebre indagine “Mafia Capitale” (che mafia non era, come stabilito dalla Cassazione), in pensione dal 2019.
Una carriera da paladino antimafia che rischia di essere spazzata via.
Secondo il gip di Caltanissetta, infatti, Pignatone si sarebbe reso autore di una serie di anomalie sul piano processuale e anche di comportamenti altamente discutibili sul piano dell’opportunità.
Il primo fronte riguarda l’incredibile vicenda che vede Pignatone aver acquistato diversi appartamenti da una società gestita da tre mafiosi, versando una parte delle somme in nero.
Dalle indagini è emerso infatti che tra il 1980 e il 1983 la famiglia Pignatone acquistò 24 unità immobiliari da una società (la Immobiliare Raffaello) di cui erano azionisti tre soggetti già all’epoca considerati “in odore di mafia”, come Salvatore Buscemi, Francesco Bonura e Vincenzo Piazza.
Dagli accertamenti è emerso che Pignatone acquistò gli immobili a un prezzo inferiore di un terzo a quello di mercato e ha ammesso che una parte delle somme venne pagata in nero.
Ma le contestazioni non finiscono qui.
Pignatone non si astenne dall’indagine che la procura di Palermo avviò sugli appalti della Sirap, società partecipata dall’Espi, all’epoca presieduto dal padre di Giuseppe Pignatone, Francesco.
C’è poi la vicenda dei mancati omissis.
Nel deposito al Riesame del rapporto Ros del 16 febbraio 1991, Pignatone e Guido Lo Forte lasciarono visibili i nomi e le informazioni riguardanti diversi indagati estranei alle misure cautelari.
Una dimenticanza che, secondo il gip, contribuì a mettere in allarme gli interessati e a compromettere ulteriori sviluppi investigativi, anche sul filone Sirap.
In un successivo procedimento, riguardante i rapporti Buscemi-Calcestruzzi Ferruzzi, Pignatone interrogò due persone come indagati senza che fossero iscritti nel registro, chiese una misura cautelare contro una di loro prima della sua iscrizione e, mentre quella richiesta era pendente, presentò una richiesta di archiviazione per tutti gli indagati.
Nello stesso fascicolo furono respinte le perquisizioni richieste dallo Sco nei confronti di società del gruppo Calcestruzzi, nonostante il gip avesse ritenuto necessari ulteriori approfondimenti.
Nell’ambito del procedimento mafia e appalti, il giudice contesta a Pignatone di non aver disposto alcune perquisizioni che il materiale investigativo fornito dal Ros dei Carabinieri avrebbe consentito di effettuare.
Tra i soggetti che, secondo il decreto, avrebbero potuto essere destinatari di tali perquisizioni viene indicato anche Antonino Buscemi.
Per quanto riguarda la gestione complessiva del fascicolo mafia e appalti, il giudice giunge a parlare di “climax ascendente nella mala gestio”, aggiungendo che Pignatone ne è “il comune denominatore”.
Parole che pesano come macigni sull’immagine di un magistrato che per decenni è stato considerato un simbolo della lotta alla mafia.
di Ermes Antonucci

SICURAMENTE NON SI DIMETTE IL SENATORE PENTASTELLATO E NON VEDO DICHIARAZIONI IN TELEVISIONE E TANTOMENO SULLA CARTA STA...
08/10/2026

SICURAMENTE NON SI DIMETTE IL SENATORE PENTASTELLATO E NON VEDO DICHIARAZIONI IN TELEVISIONE E TANTOMENO SULLA CARTA STAMPATA, SARA’ PAURA?
Filippo Facci

LA VERITA', piano piano
«L’attività depistante» di Scarpinato, la sua «attività di inquinamento» e l’archiviazione che 34 anni fa lui e Guido Lo Forte, a Palermo, nascosero a Paolo Borsellino, isolato e lasciato esplodere cinque giorni dopo in via D’Amelio senza che nessuno l’avesse neppure mai interrogato su ciò che sapeva, e che, da solo e in segreto, aveva raccolto anche sulla morte di Giovanni Falcone.
E’ ciò di cui parla la devastante sentenza di archiviazione di 644 pagine depositata ieri mattina a Caltanissetta: un decreto in cui il senatore dei Cinque Stelle Roberto Scarpinato è immortalato come un inquinatore della verità giudiziaria, e, nondimeno, un depistatore dei tentativi della Commissione Antimafia di ricostruire la verità storica.
C’è davvero molto che non si era mai letto né visto: compresa un’alleanza che comprende le indagini del procuratore Salvatore De Luca e, ora, questa archiviazione firmata dal giudice Santi Bologna che sembra sposare l’attività della magistratura di Caltanissetta col lavoro della Commissione di Chiara Colosimo e, soprattutto, con il fondamentale e percussivo contributo di Fabio Trizzino, che è il legale della famiglia Borsellino e il genero di Paolo. All’appello, ora, ma non da oggi, manca solo una libera stampa disposta a fare la sua parte.
Ma torniamo al decreto, che archivia un procedimento contro ignoti ma non archivia ancora la posizione di Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone (arriverà un’altra puntata, quindi) i quali sono altri due magistrati già protagonisti di archiviazioni imbarazzanti nel 1992, prima che i medesimi si rilanciassero, nell’era Caselli e dopo la cattura di Totò Riina, in un «nuovo» corso che in parte cercò di occultare il ruolo della magistratura nel vecchio.
E’ lo stesso sistema in cui Scarpinato si ritrovò «a difendere la gestione eufemisticamente scellerata di mafia-appalti» alla quale aveva contribuito «fidandosi dei Dott.ri Lo Forte e Pignatone», ma questo «non è una scusante a favore del Dott. Scarpinato», si legge.
Non c’è pietà neppure per il magistrato Guido Lo Forte, il quale per decenni «ha mentito» sull’importanza del pentito Leonardo Messina ascoltato da Borsellino; «ha mentito» al Csm quando disse che Falcone aveva ricevuto il dossier Mafia-appalti due giorni prima di andare via da Palermo, e non, molto prima, dal Ros dei Carabinieri; ha detto il «falso», Lo Forte, anche nel processo per il depistaggio di via D’Amelio quando disse che ignorava le indagini del sostituto catanese Felice Lima sul pentito Giuseppe Li Pera, che a Palermo avevano completamente scelto di ignorare dopo che cominciò a parlare.
Ma veniamo all’oggi, o quasi.
Il 18 gennaio 2024 Roberto Scarpinato preparò con Gioacchino Natoli (intercettato da Caltanissetta) l’audizione che quest’ultimo doveva rendere in Commissione Antimafia: concordarono il racconto della riunione in Procura a Palermo (14 luglio 1992) in cui fu nascosta a Borsellino l’imbarazzante e parziale archiviazione del troncone principale di Mafia-appalti.
Scarpinato: «Tu mi devi dire che ci fu un’esposizione anche del fatto che c’era stata la richiesta di archiviazione». Scarpinato a quella riunione non aveva neppure partecipato. L’archiviazione, però, l’aveva firmata.
Ora, secondo il giudice Santi Bologna, la successiva audizione di Natoli in Antimafia del 1° febbraio 2024 ha confermato l’inquinamento «in senso a sé favorevole», e la conclusione è inequivoca: «Borsellino, della richiesta firmata il giorno prima da Scarpinato e Lo Forte, non fu volutamente informato né prima, né nel corso della riunione del 14 luglio 1992». Otto giorni dopo, con Borsellino morto da tre, il procuratore capo Pietro Giammanco - uomo di ambigue frequentazioni e sempre salvaguardato dalla sua corporazione - appose il suo visto sull’archiviazione. I racconti di un Paolo Borsellino informato ora sono finalmente giudicati «contributi dichiarativi oggettivamente inattendibili».
E’ un contributo serio alla vera storia di quegli anni: nonostante, a nasconderli, abbia contribuito per decenni la stessa magistratura; i verbali resi al Csm dai colleghi di Borsellino sono stati desecretati ufficialmente il 22 gennaio 2020, e neppure tutti: ne risulteranno ancora «riservati» e inaccessibili alcuni di Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte, desecretati solo il 20 luglio 2022; l’ex magistrato Luca Palamara, parlando nel 2021 in Commissione antimafia, disse che tutto quel segreto era per non rimettere in discussione «gli equilibri politico-istituzionali che governavano il mondo interno della magistratura».
Prima di allora, per poter utilizzare quelle e altre carte (anche nei processi) avvocati come Basilio Milio e Francesco Romito avevano dovuto insistere per anni e anni dopo aver cominciato a chiederle nel 2011.
Che cosa c’era da nascondere?
Molte cose: tra queste che l’inchiesta Mafia-appalti avrebbe anticipato Tangentopoli (come Antonio Di Pietro ha testimoniato a processo nel 2019, puntando il dito contro la procura di Palermo) perché l’indagine dei Ros dei Carabinieri raccontava già un intreccio di mafiosi, imprese e politica nella spartizione dei lavori pubblici.
Giovanni Falcone ne aveva seguito lo sviluppo, Borsellino cercò segretamente di ricomporne i pezzi sinché fu in vita: i suoi colleghi della Procura intanto separavano, frantumavano e infine archiviavano ogni fascicolo sino alla consunzione.
Il decreto reso noto conferma l’interesse per Mafia-appalti come concausa delle stragi di Capaci e soprattutto di via D’Amelio: non unica, ma decisiva. Il 25 giugno 1992, pubblicamente, Borsellino annunciò che avrebbe testimoniato a Caltanissetta: non fu mai ascoltato. Ma l’annuncio del magistrato contribuì a portare il suo assassinio «in cima alla lista delle operazioni da compiere», e il suo isolamento in Procura, e la maggiore esposizione al pericolo, sono indicati anche dal decreto di Santi Bologna come precondizioni della strage.
Anche l’ex magistrato Giuseppe Pignatone, uno che era presidente del Tribunale vaticano due anni fa, nel 1992 «ha mentito» al Csm come pure ha fatto Lo Forte: riscrivevano il passato coi morti appena sepolti. Il padre di Pignatone controllava la Sirap al centro delle indagini, e la famiglia Pignatone comprava immobili dal gruppo mafioso Piazza–Bonura–Buscemi; anche Guido Lo Forte comprò casa dalla stessa società.
«Giammanco, Lo Forte e Pignatone», si legge, nascosero a Borsellino anche un fascicolo sui rapporti fra mafia e imprese come la Ferruzzi di Gardini; lavoravano nello stesso palazzo, ma le carte non circolavano.
Un testimone chiave, Giuseppe Li Pera, già nel giugno 1992, aveva raccontato il sistema politica-imprese-mafia al magistrato Felice Lima di Catania, e Palermo certo non era «al buio» rispetto a queste indagini catanesi: ma Lo Forte ha negato tutto, e Felice Lima si ritrovò sottoposto a procedimenti penali e disciplinari per iniziativa della procura di Palermo.
Nel 2021 Lo Forte ha detto: «Quando apprendemmo dell’esistenza delle dichiarazioni rese da Lipera a Lima, l’ufficio inviò una relazione al Ministero e al Csm». «Quando apprendemmo», dice: ma in procura a Palermo già lo sapevano, lo stesso Lo Forte aveva firmato una segnalazione a proposito.
Poi arrivò un’altra Italia: Tangentopoli, il crollo dei vecchi equilibri, con gli uomini delle precedenti scelte che si ritrovarono di fronte alle nuove. Scarpinato, Lo Forte e Natoli dovevano sostenere l’accusa nel processo Andreotti, e il prestigio richiesto da Gian Carlo Caselli e dalla sua nuova Procura finì per proteggere anche la storia della vecchia: e contribuì a nascondere delle verità che solo ora cominciamo a intravedere.
Nella nuova Italia, il 17 maggio 1993, Lo Forte e Scarpinato chiesero l’arresto di Antonino Buscemi, Giuseppe Lipari, Claudio De Eccher e Domenico Favro, per i quali avevano chiesto l’archiviazione l’anno prima, con Borsellino vivo: nuove dichiarazioni e riscontri che si aggiunsero a elementi però per buona parte già esaminati.
Le anomalie che riguardano Lo Forte, Pignatone, Natoli e Scarpinato, conclude il giudice Santi Bologna, non sempre rientrano «“solamente” nell’alveo di comportamenti negligenti o imperiti».
La verità dovuta alla famiglia Borsellino comprende quindi chi gli nascose le carte mentre lui era vivo.
E chi, sopravvissuto al vecchio sistema, cercò di sopravvivere anche al racconto delle proprie responsabilità.

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