Antonio Savino

Antonio Savino Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Antonio Savino, Legale, ROMA, Rome.

UNIONE NAZIONALE ARMA CARABINIERI
AVVOCATURA NAZIONALE MILITARE
COMITATO NAZIONALE CONTRO LA MALAGIUSTIZIA
FONDAZIONE ANNO 1998, DA PARTE DEL GIA' MARESCIALLO DEL RUOLO D'ONORE DELL'ARMA DEI CARABINIERI DR.ANTONIO SAVINO
PAGINA 4 MILIONI DI VISITATORI Presidente, CONSORZIO UNAC SECURITY;
Presidente, COMITATO NAZIONALE CONTRO LA MALAGISUSTIZIA;
Presidente, ISTITUTO NAZIONALE DI CRIMINALISTICA E CRIMINOLOGIA;

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UNA DELLE TANTE VITTIME DELLA SETTA RANUCCI,  SEMPRE "COPERTA" DAI GIUDICI CHE ARCHIVIAVANO OGNI "QUERELA" SPORTA DA CHI...
02/09/2026

UNA DELLE TANTE VITTIME DELLA SETTA RANUCCI, SEMPRE "COPERTA" DAI GIUDICI CHE ARCHIVIAVANO OGNI "QUERELA" SPORTA DA CHI SI SENTIVA DIFFAMATO. E SONO TANTI..
NON TUTTO ERA GIORNALISMO "D'INCHIESTA" TANTE ERANO PURE LE ILLAZIONI E DIFFAMAZIONI CHE HANNO DISTRUTTO CARRIERE E PERSONE DELLE QUALI "REPORT" E I SUOI INVIATI SI SONO OCCUPATI SENZA MAI SCUSARSI O PAGARNE LE CONSEGUENZE. ECCO UN CASO EMBLEMATICO.
A RANUCCI, QUESTO SINDACATO HA INVIATO PIU' VOLTE LE "PROVE" DI UNA COLOSSALE "TRUFFA" COMMESSA DA UNA FONDAZIONE DI "GENERALI DEI CARABINIERI", SEMPRE "COPERTA" DA CERTI "PROCURATORI", DI CUI TROVATE LE PROVE SU QUESTO PROFILO.
OGGI CAPIAMO PERCHE' NON SE NE' MAI VOLUTA OCCUPARE.
CERTI "POTERI" DOVEVANO RIMANERE "INTOCCABILI" DA REPORT.
La cardiologa Maria Grazia Modena, in questi giorni ha ricordato come, nel 2015, subì una gogna mediatica da parte del narcisista Ranucci. Report accusò la dottoressa per corruzione e per sperimentazioni cliniche sospette. Tre anni dopo, venne assolta in quanto il fatto non sussisteva. Il “giornalista”, dopo aver rovinato la reputazione della ricercatrice, si limitò a scrivere sul sito due righe in merito all’innocenza. Report non è mai stato un giornalismo d’inchiesta bensì uno sputtanamento con l’obiettivo di colpire e rovinare persone appartenenti a un differente schieramento politico.

MA CE L'HANNO RACCONTATA DAVVERO TUTTA SUI DANNI COLLATERALI DEI VACCINI CHE CI HANNO OBBLIGATO A FARE?
01/09/2026

MA CE L'HANNO RACCONTATA DAVVERO TUTTA SUI DANNI COLLATERALI DEI VACCINI CHE CI HANNO OBBLIGATO A FARE?

QUANDO DAL CARCERE GLI EX TERRORISTI LANCIANO DEI MESSAGGI.Paolo Bellini torna a parlare. Lo fa dal carcere di Padova, d...
31/08/2026

QUANDO DAL CARCERE GLI EX TERRORISTI LANCIANO DEI MESSAGGI.
Paolo Bellini torna a parlare. Lo fa dal carcere di Padova, dove sta scontando l’ergastolo dopo la condanna definitiva come uno degli esecutori della strage fascista del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. In alcuni video diffusi online, registrati durante una videochiamata dalla sala colloqui dell’istituto penitenziario, Bellini attacca i magistrati che lo hanno condannato, i giornalisti che hanno scritto di lui e soprattutto l’ex moglie Maurizia Bonini, la donna che contribuì a far crollare un alibi rimasto in piedi per oltre quarant’anni. Fu Bonini, infatti, a riconoscere Bellini nelle immagini Super 8 girate alla stazione da un turista svizzero poco prima dell’esplosione che uccise 85 persone e ne ferì più di 200. Quel riconoscimento sarebbe diventato uno degli elementi centrali del processo concluso con la sua condanna.
Adesso il problema non riguarda soltanto ciò che Bellini dice, ma come quelle parole siano riuscite a diventare un messaggio pubblico. Secondo quanto ricostruito, la conversazione sarebbe avvenuta durante una videochiamata con il figliastro e sarebbe stata registrata e successivamente diffusa da qualcuno all’esterno del carcere. Perfino i suoi difensori hanno preso le distanze: «Noi non abbiamo a che fare con la diffusione di video dal carcere di Padova fatta da Paolo Bellini, è una sua iniziativa», ha dichiarato l’avvocato Capitella.
Sulla vicenda è stata presentata un’interrogazione al ministro della Giustizia, mentre potrebbero intervenire anche il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e il Tribunale di Sorveglianza.
Il nome di Bellini compare anche nelle indagini sulle stragi mafiose del 1992/1993, da Capaci e via d’Amelio fino agli attentati continentali. A Caltanissetta la sua posizione è ancora oggetto di approfondimenti e, su una richiesta di archiviazione, il gip ha disposto che prima di decidere si torni a discutere nel contraddittorio tra le parti. Questo significa che i suoi eventuali rapporti e collegamenti con quella stagione stragista sono ancora materia di indagine.

ITER BUROCRATICO INFINITO PER IL RICONOSCIMENTO DELLE MALATTIE SUBITE QUALI CAUSA DEL SERVIZIO.SOLO GLI “UFFICIALI” HANN...
29/08/2026

ITER BUROCRATICO INFINITO PER IL RICONOSCIMENTO DELLE MALATTIE SUBITE QUALI CAUSA DEL SERVIZIO.
SOLO GLI “UFFICIALI” HANNO UNA CORSIA PREFERENZIALE.
IL RESTANTE DEL PERSONALE DEVE ASPETTARE SE VA BENE ALMENO 10 ANNI DALLA PRESENTAZIONE DELLA DOMANDA PER VEDERSI POI RIGETTARE SISTEMATICAMENTE LA DOMANDA DALLA CMO COMPETENTE E DAL COMITATO DI VERIFICA DI ROMA, PER CUI SONO COSTRETTI A FARE RICORSO AL TAR PER VEDERSI RICONOSCIUTO UN SACROSANTO DIRITTO.
I COMANDI GENERALI SI DISINTERESSANO DELLA QUESTIONE E PENSANO SOLO AI PROPRI “AFFARI”.
I RAPPRESENTANTI DEL GOVERNO INVECE DI STRINGERE SISTEMATICAMENTE LE MANI AI GENERALI, PER DIMOSTRARE IN APPARENZA LA “VICINANZA” AL COMPARTO SICUREZZA E DIFESA, SI PORTINO NELLE PERIFERIE DEL PAESE E DIALOGHINO CON I CARABINIERI DI “STRADA” LA VERA ARMA DEI CARABINIERI.
IL SINDACATO CARABINIERI UNAC, CON L'ASSOCIAZIONE DEI CONSUMATORI, STA VALUTANDO UNA CLASS ACTION PER RISARCIMENTO DANNI, DI TUTTI I CARABINIERI E MILITARI IN ATTESA DA ANNI DELLA AGOGNATA VISITA MEDICA PER IL RICONOSCIMENTO DELLA CAUSA DI SERVIZIO.
IL RICORSO SARA’ NOTIFICATO ALLA “FUNZIONE PUBBLICA” DEL GOVERNO DEDITA A SANZIONARE LE “RESPONSABILITA’” DI TUTTI I DIPENDENTI PUBBLICI E QUINDI ANCHE DI QUELLI ADDETTI ALLE CMO E COMITATO DI VERIFICA DI ROMA.
Causa di servizio, pratiche ferme da anni: carabinieri ostaggio dei ritardi delle CMO e del Comitato di Verifica.
Attese infinite per una visita che dovrebbe arrivare in 30 giorni
Sette anni per una convocazione. In alcuni casi, pratiche ferme dal 2016 per una valutazione sanitaria che, sulla carta, dovrebbe seguire tempi ben più rapidi. È il paradosso che riguarda diversi carabinieri in attesa di essere chiamati davanti alle Commissioni Mediche Ospedaliere per l’esame delle infermità riconducibili a causa di servizio e attendere poi il responso finale del Comitato di verifica che da 20 anni a questa parte è sempre “negativo” per il personale non dirigente ma “sempre positivo” per la categoria degli ufficiali.
Una vicenda che non può essere archiviata come semplice lentezza burocratica. Perché dietro ogni fascicolo bloccato ci sono persone, patologie, lesioni, percorsi professionali segnati dal servizio e diritti che restano sospesi in un limbo amministrativo.
Quando una pratica rimane ferma per anni, il ritardo non è più un incidente di percorso: diventa un problema strutturale, con conseguenze dirette sulla dignità del personale.
Il caso esplode dal territorio: pratiche bloccate e diritti sospesi
Il dato più allarmante riguarda le pratiche con decorrenza risalente anche al 2016. Una tempistica che rende evidente la distanza tra le previsioni normative e la realtà vissuta dal personale.

Il peso concreto dei ritardi: benefici congelati e tutele rinviate
Il ritardo nella convocazione davanti alla Commissione Medica Ospedaliera non produce soltanto disagio. Produce effetti concreti.
Per il personale interessato significa rimanere per anni senza una definizione chiara della propria posizione. Restano così bloccati o rinviati benefici e spettanze collegati alla causa di servizio, tra cui equo indennizzo, profili previdenziali e possibili tutele fiscali.
Si tratta di diritti che non possono essere trattati come un accessorio amministrativo. Sono strumenti di tutela previsti per chi, nello svolgimento del servizio, ha riportato infermità o lesioni.
Quando il riconoscimento effettivo arriva se arriva, con anni di ritardo, il sistema finisce per svuotare di significato la protezione che dovrebbe garantire. E il prezzo di questa paralisi lo paga chi ha già pagato, spesso sulla propria salute, il peso del servizio.
Il paradosso delle convocazioni dopo il congedo
Tra gli aspetti più delicati c’è anche il caso dei carabinieri convocati quando sono ormai già in quiescenza.
Una circostanza che rende ancora più evidente la distorsione del meccanismo. La visita arriva quando il militare ha già lasciato il servizio attivo, con il rischio di vanificare la funzione stessa della tutela nel momento in cui sarebbe stata più utile.
Il risultato è un cortocircuito amministrativo: chi ha servito lo Stato attende per anni una risposta dallo Stato, spesso senza poter accedere tempestivamente ai benefici previsti.
Non è soltanto una questione di tempi. È una questione di rispetto istituzionale.
La legge parla chiaro: visita entro 30 giorni
Il nodo normativo è altrettanto rilevante. Il D.P.R. 461/2001 prevede che la Commissione Medica Ospedaliera proceda alla visita entro 30 giorni dalla ricezione degli atti.
A fronte di questo termine, attese di anni appaiono difficilmente compatibili con i principi di efficienza, trasparenza e buon andamento della Pubblica Amministrazione, richiamati dall’articolo 97 della Costituzione e dalla Legge 241/1990.
Le eventuali difficoltà organizzative legate alla chiusura o all’accorpamento delle ex Commissioni Mediche di Verifica non possono trasformarsi in un costo scaricato sul personale.
Chi indossa una divisa non può restare prigioniero di passaggi amministrativi che si trascinano oltre ogni limite ragionevole.
La richiesta ai vertici: come per la sanità pubblica, serve un intervento strutturale.
Il Governo e le Regioni stanno mettendo in atto un piano straordinario per ridurre le attese di visite mediche nelle strutture pubbliche, che si faccia altrettanto per le strutture militari.
La linea indicata è chiara: non bastano risposte generiche, servono misure operative, tempi certi e responsabilità definite.
Solo una fotografia reale delle pratiche ferme può consentire di capire dove intervenire, con quali priorità e con quali strumenti.
Priorità alle pratiche più vecchie e più personale medico
Serve un piano straordinario di smaltimento, con priorità assoluta per le pratiche aventi decorrenza antecedente al 2021.
L’obiettivo è partire dai casi più risalenti, evitando che fascicoli già datati continuino a rimanere sommersi da nuovi arretrati.
Altro punto centrale riguarda il potenziamento degli organici, con personale medico dedicato alle valutazioni, e la digitalizzazione dei flussi documentali.
Due interventi considerati indispensabili per ridurre rallentamenti, passaggi intermedi e ritardi nella gestione degli atti.
La digitalizzazione, in particolare, non può essere solo uno slogan. In procedimenti che incidono sulla salute, sui diritti economici e sulla posizione giuridica del personale, la tracciabilità dei documenti e la rapidità delle comunicazioni diventano elementi essenziali di tutela.
Organismi medici alternativi per sbloccare le valutazioni
Tra le soluzioni possibili compare anche il ricorso a organismi medici alternativi, previsto dall’articolo 9 del D.P.R. 461/2001.
Si tratta di una strada da valutare per alleggerire il carico delle Commissioni Mediche Ospedaliere e consentire la definizione delle pratiche rimaste ferme.
Una misura che, se applicata in modo organizzato, potrebbe contribuire a ridurre gli arretrati e garantire risposte più rapide al personale interessato.
Il punto, però, resta politico e amministrativo prima ancora che tecnico: occorre decidere di affrontare il problema come una priorità, non come una pratica ordinaria da lasciare scorrere nei tempi della burocrazia.
Riguarda il riconoscimento di ciò che è accaduto durante il servizio, la possibilità di accedere ai benefici previsti e il diritto a non restare per anni sospesi in una procedura senza fine.

E VAI CON IL LISCIO..LA TRUPPA SI LAMENTA? PREMIA I GENERALI “DICEVA NAPOLEONE”ECCO IL NUOVO REGALO DEL GOVERNO A TUTTI ...
28/08/2026

E VAI CON IL LISCIO..
LA TRUPPA SI LAMENTA? PREMIA I GENERALI “DICEVA NAPOLEONE”
ECCO IL NUOVO REGALO DEL GOVERNO A TUTTI I GENERALI DI CARABINIERI E UFFICIALI DELLE FORZE ARMATE E DI POLIZIA, CON TANTO DI ARRETRATI DA GENNAIO CON UN APPOSITO DECRETO “PASSATO IN SORDINA “SOTTOBANCO” . MENTRE L’ITALIANO MEDIO CHE LAVORA NON RIESCE A PAGARSI IL PIENO DI BENZINA PER ANDARE A LAVORO E IL SUO STIPENDIO PERDE POTERE D’ACQUISTO, E IL RESTANTE PERSONALE MILITARE “NON DIRIGENTE” , RESTA COME SEMPRE AL “PALO”.
I GENERALI SONO SEMPRE I PRIMI AD AVERE AUMENTI E MIGLIORAMENTI STIPENDIALI… E DA QUALSIASI GOVERNO….CHISSA’ PERCHE’.
QUINDI A STIPENDI “D’ORO”DI CIRCA 400 MILA EURO ANNUI, SI AGGIUNGONO ALTRI SOLDI, OVVERO DECINE DI MIGLIAIA DI EURO ALL'ANNO DI AUMENTI.
PER QUESTI SIGNORI LE RISORSE SI TROVANO, PER TUTTI GLI ITALIANI ORMAI ALLA “CANNA DEL GAS” NON C’E’ TRIPPA PER GATTI.
DICEVA TOTO’….E’ IO PAGO…..
TUTTI I CIRCA 500 MILA UOMINI E DONNE NON DIRIGENTI DEL COMPARTO DIFESA E SICUREZZA DEVONO SAPERE QUESTE COSE TENUTE NASCOSTE.
Dirigenti Forze Armate e Polizia, scatta l’aumento 2026: +2,48% e arretrati da gennaio
È ufficiale l’adeguamento stipendiale 2026 per i dirigenti delle Forze Armate, delle Forze di Polizia e degli altri comparti equiparati del personale pubblico non contrattualizzato. Il nuovo incremento è pari al +2,48% e decorre retroattivamente dal 1° gennaio 2026.
La misura è contenuta nel DPCM 13 luglio 2026, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 194 del 22 agosto 2026, relativo all’adeguamento del trattamento economico del personale dirigente. Il provvedimento dà applicazione al meccanismo previsto dall’articolo 24 della legge 23 dicembre 1998, n. 448.
Aumento del 2,48%: cosa prevede il DPCM 13 luglio 2026
Il decreto stabilisce, con decorrenza dal 1° gennaio 2026, l’incremento del 2,48% delle misure degli stipendi, dell’indennità integrativa speciale e degli assegni fissi e continuativi spettanti al personale interessato.
La percentuale è stata determinata sulla base della variazione complessiva delle retribuzioni contrattuali pro capite dei dipendenti pubblici, registrata dall’ISTAT tra il 2024 e il 2025. Tale variazione è risultata pari, appunto, al 2,48%.
Si tratta quindi di un adeguamento automatico collegato all’andamento medio delle retribuzioni nel pubblico impiego, applicato al personale in regime di diritto pubblico e non soggetto alla contrattazione collettiva ordinaria.
Chi beneficia dell’adeguamento stipendiale 2026
Per quanto riguarda il comparto Difesa e Sicurezza, l’adeguamento interessa il personale dirigente . In particolare, il meccanismo riguarda gli ufficiali superiori e gli ufficiali generali delle Forze Armate, oltre al personale con gradi e qualifiche corrispondenti delle Forze di Polizia civili e militari.
Rientrano quindi nel perimetro del provvedimento le figure dirigenziali e assimilate, dal grado di Maggiore fino ai gradi apicali, compresi i livelli corrispondenti nei Corpi di polizia e negli ordinamenti equiparati.
Il decreto conferma inoltre che, per gli anni dal 2018 al 2026, la rivalutazione delle voci stipendiali e del trattamento accessorio avente natura fissa e continuativa resta disciplinata dall’articolo 24 della legge n. 448/1998.
Arretrati dal 1° gennaio 2026: cosa cambia in busta paga
La decorrenza retroattiva dal 1° gennaio 2026 comporta due effetti concreti: da un lato l’adeguamento del trattamento economico a regime, dall’altro il riconoscimento delle differenze maturate dall’inizio dell’anno.
Questo significa che il personale interessato avrà diritto agli arretrati stipendiali relativi ai mesi già trascorsi del 2026, calcolati sulle voci retributive coinvolte dall’aumento del 2,48%.
L’incremento si applica alle componenti economiche indicate dal decreto, ossia agli stipendi, all’indennità integrativa speciale e agli assegni fissi e continuativi. Non si tratta quindi di un aumento generalizzato su ogni voce accessoria, ma di un adeguamento mirato alle componenti stabili della retribuzione.
Un incremento più alto rispetto al 2025
L’adeguamento disposto per il 2026 è sensibilmente superiore rispetto a quello riconosciuto per il 2025, quando l’incremento era stato pari allo 0,61% in base al DPCM 4 luglio 2025.
Il confronto con gli ultimi anni evidenzia una forte oscillazione delle percentuali, legata all’evoluzione delle retribuzioni contrattuali nel pubblico impiego e alla chiusura dei diversi cicli negoziali.
ANNO ADEGUAMENTO ISTAT PROVVEDIMENTO UFFICIALE
2026 +2,48% DPCM 13 luglio 2026
2025 +0,61% DPCM 4 luglio 2025
2024 +4,80% DPCM 23 luglio 2024
Perché l’aumento riguarda il personale dirigente.
Il meccanismo di adeguamento automatico previsto per il personale dirigente ha l’obiettivo di aggiornare annualmente il trattamento economico in relazione all’andamento delle retribuzioni del pubblico impiego.
Per i dirigenti delle Forze Armate, delle Forze di Polizia e degli altri comparti equiparati, questo sistema rappresenta una forma di tutela del potere d’acquisto.
Cosa significa per Forze Armate e Polizia
Per gli ufficiali superiori e generali delle Forze Armate e per il personale con gradi e qualifiche corrispondenti delle Forze di Polizia, l’adeguamento del 2,48% rappresenta un incremento diretto sulle voci stipendiali fisse e continuative, con effetti economici sia sul trattamento mensile sia sugli arretrati maturati a partire da gennaio.
La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale rende ora pienamente operativo il provvedimento. Le amministrazioni interessate dovranno quindi procedere all’applicazione dell’aumento e alla liquidazione delle somme arretrate spettanti, secondo le modalità amministrative previste.
Il DPCM 13 luglio 2026 conferma così l’adeguamento economico annuale per il personale dirigente , fissando per il 2026 una percentuale nettamente più consistente rispetto all’anno precedente e destinata ad avere un impatto immediato sulle buste paga del personale interessato.

𝗗ALLA CHIESA E IL MISTERO DI QUEL “FAVORE” FATTO ALLA MAFIA.I SUOI 100 GIORNI A PALERMO COME PREFETTO, OGGI SI SCOPRE LA...
27/08/2026

𝗗ALLA CHIESA E IL MISTERO DI QUEL “FAVORE” FATTO ALLA MAFIA.
I SUOI 100 GIORNI A PALERMO COME PREFETTO, OGGI SI SCOPRE LASCIATO SOLO ANCHE DALL’ARMA.
«Ε𝑑 𝑖𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑐𝑒𝑟𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑖𝑙 𝑑𝑒𝑝𝑜𝑠𝑖𝑡𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑖𝑛𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑣𝑖𝑐𝑒𝑛𝑑𝑒 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑡𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎𝑛𝑜, 𝑚𝑖 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑜 𝑎𝑑 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑟𝑖𝑐ℎ𝑖𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑖𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑖𝑚𝑝𝑟𝑜𝑏𝑜 𝑒, 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑛𝑜, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑠𝑜», scriveva la sera del 30 aprile 1982 il generale dei carabinieri 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐡𝐢𝐞𝐬𝐚.
Parole affidate al suo diario, una sorta di immaginaria lettera alla prima moglie morta da quattro anni.
Da poche ore era stato trasferito a Palermo, nel nuovo incarico di prefetto della città; la risposta dello Stato alla tracotanza mafiosa che quella mattina aveva ucciso il deputato comunista e segretario regionale del Pci Pio La Torre, insieme all'autista Rosario Di Salvo.
«𝐶𝑎𝑡𝑎𝑝𝑢𝑙𝑡𝑎𝑡𝑜» a difendere l'immagine e l'onore delle istituzioni sotto attacco, annotava il generale-prefetto reduce dalle più delicate indagini antiterrorismo, consapevole che stavolta il lavoro sarebbe stato molto più complicato.
Per la solitudine avvertita da subito, mentre quando fronteggiava le Brigate rosse «𝑒𝑟𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑚𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑎 𝑙’𝐴𝑟𝑚𝑎»; e per sentirsi quasi una foglia di fico, strumento «𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑜 𝑆𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑓𝑓𝑖𝑑𝑎 𝑙𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑛𝑞𝑢𝑖𝑙𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑔𝑖𝑎̀ 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑜𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑏𝑎𝑡𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑒 𝑑𝑒𝑏𝑒𝑙𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑓𝑖𝑎 𝑒𝑑 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑜𝑙𝑖𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑚𝑎𝑓𝑖𝑜𝑠𝑎, 𝑚𝑎 𝑎𝑙𝑙'𝑢𝑠𝑜 𝑒𝑑 𝑎𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑓𝑟𝑢𝑡𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑚𝑖𝑜 𝑛𝑜𝑚𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑡𝑎𝑐𝑖𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑙'𝑖𝑟𝑟𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑡𝑖».
𝐋𝐞 𝐭𝐞𝐥𝐞𝐟𝐨𝐧𝐚𝐭𝐞
Uno Stato pronto ad esibirlo come un trofeo in caso di eventuali successi, ma anche «𝑎 𝑏𝑢𝑡𝑡𝑎𝑟𝑚𝑖 𝑎𝑙 𝑣𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑝𝑝𝑒𝑛𝑎 𝑑𝑒𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑛𝑎𝑡𝑖 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑠𝑎𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑜 𝑑𝑜𝑣𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑡𝑜𝑐𝑐𝑎𝑡𝑖 𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑟𝑒𝑠𝑠𝑖». Così si sentiva Carlo Alberto dalla Chiesa appena giunto a Palermo.
I successivi tre mesi furono la cronaca di un'estate segnata da continui delitti di mafia eseguiti con ostentata ferocia «𝑖𝑛 𝑓𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎» al nuovo prefetto, con tanto di inusuali rivendicazioni in stile terroristico, tanto per far capire di avere raccolto la sfida: «𝑆𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑖 𝑘𝑖𝑙𝑙𝑒𝑟 𝑑𝑒𝑙 𝑡𝑟𝑖𝑎𝑛𝑔𝑜𝑙𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑒. 𝐿'𝑜𝑝𝑒𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑎 𝑛𝑜𝑖 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑚𝑎𝑡𝑎 "𝐶𝑎𝑟𝑙𝑜 𝐴𝑙𝑏𝑒𝑟𝑡𝑜" 𝑐𝑜𝑛 𝑙'𝑜𝑝𝑒𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑠𝑡𝑎𝑚𝑎𝑛𝑖 𝑙'𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑞𝑢𝑎𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑙𝑢𝑠𝑎», disse una voce anonima al centralino del 𝐪𝐮𝐨𝐭𝐢𝐝𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐋'𝐎𝐫𝐚 segnalando un duplice omicidio il pomeriggio del 10 agosto.
Quella mattina su la Repubblica era uscita un’intervista (sollecitata da lui stesso a 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐢𝐨 𝐁𝐨𝐜𝐜𝐚) in cui dalla Chiesa lamentava le promesse non mantenute dal governo di dargli gli strumenti per provare almeno a «contenere» il fenomeno mafioso; dopo oltre due mesi non s'era visto niente: «𝑁𝑜𝑛 𝑐ℎ𝑖𝑒𝑑𝑜 𝑙𝑒𝑔𝑔𝑖 𝑠𝑝𝑒𝑐𝑖𝑎𝑙𝑖, 𝑐ℎ𝑖𝑒𝑑𝑜 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑟𝑒𝑧𝑧𝑎. 𝐻𝑜 𝑖𝑑𝑒𝑒 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑟𝑒, 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑖𝑙 𝑐𝑎𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎𝑟𝑛𝑒 𝑖𝑛 𝑝𝑢𝑏𝑏𝑙𝑖𝑐𝑜 𝑚𝑎 𝑙𝑒 ℎ𝑜 𝑑𝑎 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑖𝑙𝑙𝑢𝑠𝑡𝑟𝑎𝑡𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑒𝑑𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑒𝑡𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝑠𝑝𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑟𝑒𝑡𝑖𝑧𝑧𝑖𝑛𝑜 𝑎𝑙 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑡𝑜».
In quell'occasione evocò l'assassinio del presidente della Regione 𝐏𝐢𝐞𝐫𝐬𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐌𝐚𝐭𝐭𝐚𝐫𝐞𝐥𝐥𝐚, avvenuto due anni e mezzo prima, per illustrare la «nuova regola del gioco» nei delitti di mafia cosiddetti «eccellenti»: «𝑆𝑖 𝑢𝑐𝑐𝑖𝑑𝑒 𝑖𝑙 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑎𝑣𝑣𝑖𝑒𝑛𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑏𝑖𝑛𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑓𝑎𝑡𝑎𝑙𝑒, 𝑒̀ 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑡𝑟𝑜𝑝𝑝𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑠𝑜 𝑚𝑎 𝑠𝑖 𝑝𝑢𝑜̀ 𝑢𝑐𝑐𝑖𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑒̀ 𝑖𝑠𝑜𝑙𝑎𝑡𝑜».
Nemmeno un mese più tardi, la sera del 3 settembre '82, Carlo Alberto dalla Chiesa salì sulla A112 guidata dalla giovane nuova moglie, 𝐄𝐦𝐚𝐧𝐮𝐞𝐥𝐚 𝐒𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐂𝐚𝐫𝐫𝐚𝐫𝐨, e insieme uscirono dalla prefettura, nel centro di Palermo. Si disse che aveva prenotato il tavolo per cenare in un ristorante dalle parti di Mondello. Quello che accadde qualche centinaio di metri dopo, 𝐢𝐧 𝐯𝐢𝐚 𝐈𝐬𝐢𝐝𝐨𝐫𝐨 𝐂𝐚𝐫𝐢𝐧𝐢, lo raccontò - intercettato in carcere nel 2013 - 𝐓𝐨𝐭𝐨̀ 𝐑𝐢𝐢𝐧𝐚 in persona: «𝐿𝑎 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀... 𝑐𝑒 𝑙'𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎𝑣𝑢𝑡𝑎 𝑛𝑜𝑖𝑎𝑙𝑡𝑟𝑖... 𝑠𝑡𝑎 𝑢𝑠𝑐𝑒𝑛𝑑𝑜, 𝑑𝑒𝑣𝑒 𝑢𝑠𝑐𝑖𝑟𝑒, 𝑑𝑒𝑣𝑒 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑔𝑖𝑎𝑟𝑒... 𝑒 𝑣𝑎 𝑏𝑒𝑛𝑒... 𝑡𝑎-𝑡𝑎-𝑡𝑎-𝑡𝑎-𝑡𝑎-𝑡𝑎-𝑡𝑎- 𝑡𝑎...», disse simulando le sventagliate di mitra contro i dalla Chiesa e l'agente di scorta 𝐃𝐨𝐦𝐞𝐧𝐢𝐜𝐨 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐨.
𝐋𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐭𝐞 «𝐬𝐩𝐚𝐫𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢»
I sicari sono stati individuati e condannati, insieme ai mandanti della solita Cupola mafiosa, nel maxi-processo istruito da 𝐅𝐚𝐥𝐜𝐨𝐧𝐞 e 𝐁𝐨𝐫𝐬𝐞𝐥𝐥𝐢𝐧𝐨 e poi in un altro, all'inizio degli anni Duemila, imbastito grazie al «pentimento» di alcuni «picciotti» che parteciparono all'agguato. Giustizia fatta, dunque, per un delitto avvolto fin da subito nei misteri collaterali che spesso accompagnano gli omicidi che Giovanni Falcone chiamava di «terzo livello», cioè esterni all'organizzazione mafiosa ma necessari per la sopravvivenza dell'organizzazione stessa: la cassaforte della residenza di dalla Chiesa trovata inspiegabilmente vuota; la borsa sparita dalla A112 e recuperata solo trent'anni dopo, vuota anche quella; alcune carte notate sotto il sedile dell'auto durante il primo sopralluogo di polizia e mai più viste da nessuno.
Tutto quasi scontato, per come vanno le cose in Italia. Ma stavolta, insieme alle «sparizioni» di contorno, c'è qualche interrogativo in più. Perché dal generale-prefetto inviato a Palermo senza poteri, 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐛𝐞𝐧 𝐩𝐨𝐜𝐨 𝐝𝐚 𝐭𝐞𝐦𝐞𝐫𝐞; mentre aveva (e ha avuto) tanto da perdere uccidendolo: una settimana dopo il Parlamento fin lì inerme fu quasi costretto ad approvare il 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐫𝐞𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐚𝐬𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐨𝐬𝐚, 𝐧𝐨𝐧𝐜𝐡𝐞́ 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐬𝐜𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐛𝐞𝐧𝐢 𝐚𝐢 𝐛𝐨𝐬𝐬, che 𝐏𝐢𝐨 𝐥𝐚 𝐓𝐨𝐫𝐫𝐞 aveva proposto da oltre due anni.
Allora perché venne organizzata ed eseguita la strage di via Carini? E’ una domanda rimbalzata fra gli stessi mafiosi, che non hanno trovato risposte ma solo il rammarico per un delitto controproducente, probabilmente richiesto o sollecitato da altri.
C'era il delirio di onnipotenza di Riina, d'accordo, confessato da lui stesso nelle intercettazioni in carcere: «Il generale dalla Chiesa promosso nuovo prefetto di Palermo... Prepariamoci, gli ho detto... il benvenuto gli dobbiamo dare... Lui sembrava che veniva a trovare qua i terroristi, gli ho detto "qua il c**o glielo facciamo a cappello di prete"...».
𝐈 𝐝𝐮𝐛𝐛𝐢 𝐝𝐞𝐢 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐨𝐬𝐢
Ma non era sufficiente. «𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡'𝑜𝑚𝑖𝑐𝑖𝑑𝑖𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝐶ℎ𝑖𝑒𝑠𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑖 𝑣𝑜𝑙𝑒𝑣𝑎, 𝑐𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑢𝑚𝑜̀, 𝑐𝑖 𝑣𝑜𝑟𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑚𝑖𝑛𝑖𝑚𝑜 𝑑𝑖𝑒𝑐𝑖 𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑟𝑖𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑏𝑒𝑛𝑒 𝑙𝑎 𝑏𝑎𝑟𝑐𝑎, 𝑙𝑎 𝑠𝑖𝑡𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒», confidò 𝐏𝐢𝐧𝐨 𝐆𝐫𝐞𝐜𝐨 𝐒𝐜𝐚𝐫𝐩𝐮𝐳𝐳𝐞𝐝𝐝𝐚, uno dei killer, al futuro pentito 𝐓𝐮𝐥𝐥𝐢𝐨 𝐂𝐚𝐧𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 che l'ha raccontato nel 1996. «𝐼𝑜 ℎ𝑜 𝑎𝑣𝑢𝑡𝑜 𝑢𝑛𝑜 𝑠𝑐ℎ𝑒𝑟𝑧𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑜𝑚𝑖𝑐𝑖𝑑𝑖𝑜 - 𝑎𝑔𝑔𝑖𝑢𝑛𝑠𝑒 𝑆𝑐𝑎𝑟𝑝𝑢𝑧𝑧𝑒𝑑𝑑𝑎 - 𝑒 𝑚𝑒 𝑙𝑜 𝑓𝑒𝑐𝑒 '𝑢 𝑟𝑎𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖𝑒𝑟𝑒», cioè 𝐁𝐞𝐫𝐧𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐏𝐫𝐨𝐯𝐞𝐧𝐳𝐚𝐧𝐨: «𝑙𝑢𝑖 𝑙𝑜 𝑠𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜̀». E ancora più tardi, nell'aprile 2001, il boss di Brancaccio 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞 𝐆𝐮𝐭𝐭𝐚𝐝𝐚𝐮𝐫𝐨 fu registrato mentre diceva a un altro mafioso: «𝑀𝑎 𝑡𝑢 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑖 𝑑𝑎𝑙𝑙'𝑂𝑡𝑡𝑎𝑛𝑡𝑎𝑑𝑢𝑒... 𝑚𝑎 𝑐ℎ𝑖 𝑐𝑎𝑧𝑧𝑜 𝑠𝑒 𝑛𝑒 𝑓𝑜𝑡𝑡𝑒𝑣𝑎 𝑑𝑖 𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝐶ℎ𝑖𝑒𝑠𝑎... 𝑎𝑛𝑑𝑖𝑎𝑚𝑜, 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑟𝑜... 𝐼𝑛𝑠𝑜𝑚𝑚𝑎 𝑣𝑖𝑒𝑛𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑟𝑒... 𝐸 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑔𝑙𝑖𝑒𝑙𝑜 𝑑𝑜𝑣𝑒𝑣𝑎𝑚𝑜 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑓𝑎𝑣𝑜𝑟𝑒?... 𝐶ℎ𝑖 𝑒̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑔𝑙𝑖𝑒𝑙𝑜 ℎ𝑎 𝑑𝑜𝑣𝑢𝑡𝑜 𝑓𝑎𝑟𝑒... 𝑐ℎ𝑖 𝑔𝑙𝑖𝑒𝑙𝑜 ℎ𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜?... 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑠𝑝𝑖𝑛𝑔𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑛𝑎𝑡𝑒 𝑒𝑠𝑎𝑠𝑝𝑒𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖... 𝑝𝑒𝑟 𝑓𝑎𝑟𝑐𝑖 𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑡𝑟𝑖𝑡𝑎𝑐𝑎𝑟𝑛𝑒».
Un favore fatto a qualcuno (che ancora non conosciamo), sul quale fior di «uomini d'onore» continuavano a interrogarsi a vent'anni di distanza. Per nulla persuasi dall'eliminazione preventiva di un nemico, sia pure col benestare dei vecchi amici con i quali reinstaurare gli antichi rapporti di quieto vivere tra mafia e politica.
C'era qualcosa di più, rivelato da 𝐓𝐨𝐦𝐦𝐚𝐬𝐨 𝐁𝐮𝐬𝐜𝐞𝐭𝐭𝐚 nel 1992 alla commissione parlamentare antimafia: già nel '79 mentre dalla Chiesa era solo il generale richiamato a inseguire le Br all'indomani dell'omicidio di Moro, dopo l'inopinato scioglimento del suo Nucleo antiterrorismo Cosa nostra si era attivata per toglierlo di mezzo. Senza alcuna ragione «personale», evidentemente su richiesta di altri. Lui stesso fu coinvolto nel progetto: mentre era in carcere gli dissero di contattare un brigatista per sondare la disponibilità a rivendicare un omicidio che la mafia poteva eseguire ma non firmare; il brigatista risposte che le Br rivendicavano solo quello che facevano, e il discorso si chiuse lì.
𝐋𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐝𝐢 𝐁𝐮𝐬𝐜𝐞𝐭𝐭𝐚
Dalla Chiesa in quell'occasione si salvò, ma Buscetta ha spiegato all'Antimafia: «𝐼𝑙 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎𝑙𝑒 𝑣𝑖𝑒𝑛𝑒 𝑢𝑐𝑐𝑖𝑠𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑚𝑎𝑛𝑑𝑎𝑡𝑜 𝑖𝑛 𝑆𝑖𝑐𝑖𝑙𝑖𝑎 𝑎𝑑 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑢𝑟𝑏𝑎𝑟𝑒 𝑖 𝑚𝑎𝑓𝑖𝑜𝑠𝑖, 𝑒 𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑜 𝑖 𝑚𝑎𝑓𝑖𝑜𝑠𝑖 𝑎𝑣𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒𝑟𝑜 𝑑𝑜𝑣𝑢𝑡𝑜 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑓𝑖𝑠𝑖𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑜: 𝑡𝑢 𝑐𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑢𝑟𝑏𝑖, 𝑛𝑜𝑖 𝑡𝑖 𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑖𝑎𝑚𝑜. 𝑀𝑎 𝑒̀ 𝑑𝑎𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑢𝑖 𝑣𝑖𝑒𝑛𝑒 𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝐶ℎ𝑖𝑒𝑠𝑎? 𝐼𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜 𝑠𝑝𝑖𝑒𝑔𝑎𝑟𝑒. 𝐶𝑒𝑟𝑡𝑜 𝑒̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑎 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑢𝑟𝑏𝑎𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛 𝑚𝑎𝑓𝑖𝑜𝑠𝑜. 𝑂 𝑚𝑖 𝑠𝑏𝑎𝑔𝑙𝑖𝑜?».
Non si sbagliava, Tommaso Buscetta. E le successive inquietudini mafiose lo confermano. Il 1979 rimanda alla lotta al terrorismo e ai suoi segreti, alla «doppia scoperta» del memoriale Moro nel covo brigatista di Milano, ai riferimenti del giornalista 𝐌𝐢𝐧𝐨 𝐏𝐞𝐜𝐨𝐫𝐞𝐥𝐥𝐢 ai memoriali «veri e falsi» e al «generale Amen» pronto per essere ucciso o «suicidato», al fatto che disse ancora Buscetta - «Ре𝑐𝑜𝑟𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝐶ℎ𝑖𝑒𝑠𝑎 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠'𝑖𝑛𝑡𝑟𝑒𝑐𝑐𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑡𝑟𝑎 𝑙𝑜𝑟𝑜». Una trama dove sembra che tutto si tenga; a partire dai segreti intorno a quei due omicidi, e che dopo oltre quarant'anni nessuno ha saputo svelare

IL SUPER STIPENDIO DEI GENERALI . IL GENERALE VICE COMANDANTE DEI CARABINIERI : 6000 + ACCESSORI + 8000.TUTTI SI PORTANO...
26/08/2026

IL SUPER STIPENDIO DEI GENERALI .
IL GENERALE VICE COMANDANTE DEI CARABINIERI : 6000 + ACCESSORI + 8000.
TUTTI SI PORTANO A CASA QUASI MEZZO MILIONE DI EURO ALL’ANNO.
ALLA “TRUPPA” CHE NON ARRIVA A FINE MESE CON STIPENDI INADEGUATI NON SI OCCUPA NESSUNA DA OLTRE 50 ANNI.
S.I.P. ( speciale indennità pensionabile )
Mentre Il Carabiniere ed il Militare mono reddito faticano per arrivare a fine mese con lo stipendio bloccato.

Si chiama SIP l'eldorado dei Generali. Un emolumento ad personam che fa schizzare lo stipendio dei dirigenti in alto. Molto in alto.
Spetta al Capo di Stato Maggiore Difesa (482.019 euro anno ), Ai tre capi di Stato Maggiore di Esercito, Aeronautica e Marina ( 481.006 euro) , al Comandante generale dell' Arma dei Carabinieri
(462.642 euro ), al Segretario Generale della Difesa ( 451.072 euro ). In 6 fanno 2,8 Milioni di Euro Anno. Il SIP viene concesso anche al Vice Comandante dei Carabinieri.
POI UNA VOLTA IN PENSIONE, GRAZIE ALLE AMICIZIE POLITICHE, VANNO A DIRIGERE GROSSE AZIENDE CON STIPENDI DA CAPOGIRO. E’ IL CASO DEL GENERALE EX COMANDANTE DEI CARABINIERI TULLIO DEL SETTE CHE NONOSTANTE SIA UN PENSIONATO “D’ORO” E’ STATO NOMINATO AMMINISTRATORE DELEGATO DELL’ASSICURAZIONE “SARA” VICINO ALL’ACI, CON UNO STIPENDIO ANNUO BADATE BENE DI 800 MILA EURO . O DEL GENERALE MICHELE FRANZE’ CHE NONOSTANTE IN PENSIONE VA A FARE IL PRESIDENTE DI AXERTA SPA..
ECCO PERCHE’ NEL NOSTRO PAESE NON CAMBIERA’ MAI NULLA, E I MISERABILI RESTERANNO SEMPRE TALI.
ECCO PERCHE’ LA META’ DEL PIL ITALIANO VIENE “MANGIATO” DA ROMA LADRONA COME SI DICEVA UN TEMPO MA TUTT’OGGI ATTUALE.
IL PEGGIO E’ CHE QUESTI GOVERNANTI E LORO AMICI GLI ITALIANI LI “VOTANO” E LI MANDANO AL POTERE PER ESSERE MEGLIO “FREGATI”.
TROPPA “DISPARITA’” DI TRATTAMENTO TRA I “ROMANI” PAGATI A PESO D’ORO, E CON PRIVILEGI DI OGNI TIPO, E IL RESTO D’ITALIA “MISERABILE” DAL DOPOGUERRA IN STIPENDI E PENSIONI.
MA NON SAREBBE IL CASO DI TASSARE GLI “EXTRAPROFITTI” DI TUTTI QUELLI CHE SONO I “RICCHI” DEL PAESE”?
IN CONCLUSIONE, SE UN GENERALE DI CORPO D'ARMATA CHE E IL MASSIMO GRADO DELLA CATEGORIA DEGLI "UFFICIALI" CHE NON HA MAI RISCHIATO LA PELLE E NON HA MAI FATTO SERVIZIO PER "STRADA" E NON HA MAI AVUTO ALCUNA RESPONSABILITA' PERSONALE, SI PORTA A CASA CIRCA 500 MILA EURO ANNUI, IN PERCENTUALE, IL MASSIMO GRADO DEL RUOLO "MARESCIALLI" OVVERO QUELLO DI LUOGOTENENTE, DEVE PORTARSI A CASA ALMENO LA META'? OVVERO 250 MILA EURO ANNUI? E IL MASSIMO GRADO DELLA CATEGORIA BRIGADIERI, OVVERO BRIGADIERE CAPO DEVE GUADAGNARE ALMENO 125 MILA EURO ANNUI? COSI' COME GLI APPUNTATI SCELTI UFFICIALI DI P.G.?

CHIETI, INDAGATI CINQUE OPERATORI DELLA POLIZIA DI STATO: L’INCHIESTA NASCE DA UN ARRESTO PER DROGACinque operatori dell...
24/08/2026

CHIETI, INDAGATI CINQUE OPERATORI DELLA POLIZIA DI STATO: L’INCHIESTA NASCE DA UN ARRESTO PER DROGA

Cinque operatori della Polizia di Stato, in servizio presso l’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico della Questura di Chieti, risultano indagati nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica di Chieti.
A renderlo noto è un comunicato stampa firmato dal procuratore della Repubblica Giuseppe Di Florio. Secondo quanto riportato nel documento, l’attività investigativa è stata condotta dalla Squadra Mobile della Polizia di Stato di Chieti e dall’Arma dei Carabinieri del Comando Provinciale.
L’indagine sarebbe nata in seguito a un arresto effettuato nel corso del mese di aprile per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Proprio nel corso di quell’episodio sarebbero emerse alcune circostanze considerate anomale, sulle quali la Procura ha avviato ulteriori accertamenti.
Gli investigatori stanno ora acquisendo elementi in relazione alla posizione di cinque operatori. Le ipotesi di reato contestate, secondo il comunicato, comprendono truffa ai danni dello Stato, falso ideologico, peculato e omissione di atti d’ufficio. Il fascicolo è attualmente coperto dal segreto istruttorio.
La Procura di Chieti ha inoltre precisato di aver ritenuto opportuno assegnare le indagini ad altri incarichi operativi, confermando al tempo stesso la propria fiducia nella Polizia di Stato, delegata fin dall’inizio alle attività investigative.
Nel comunicato viene infine ribadito un principio fondamentale: il procedimento si trova ancora nella fase delle indagini preliminari e ogni eventuale responsabilità dovrà essere accertata nelle sedi competenti, nel pieno rispetto del contraddittorio tra le parti.
L’inchiesta, dunque, è ancora in una fase iniziale e saranno gli sviluppi investigativi e giudiziari a chiarire definitivamente le singole posizioni degli indagati.

Indirizzo

ROMA
Rome

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Lunedì 09:00 - 17:00
Martedì 09:00 - 17:00
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