Enrico Michetti

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Enrico Michetti Rettore universitario, amministrativista e costituzionalista

22/09/2026

L’attività privata negli ospedali pubblici è costituzionale ?

Tutto nasce da una frase proferita in un ospedale pubblico. “Signora ha un’assicurazione ?” La donna preoccupatissima per il suo stato di salute rispondeva: “purtroppo no”. E aggiungeva: “Ma perché non siamo in una struttura pubblica ?”

La risposta fu: “Si. Ma in un ospedale pubblico, signora, c’è anche la possibilità di essere operata in due giorni se ha un’assicurazione privata che paga per lei, oppure sa ha i soldi per pagare l’equipe chirurgica, gli strumenti e la sala operatoria. Altrimenti, deve mettersi in lista d’attesa e forse potrebbe trascorrere parecchio tempo prima di essere chiamata …”.

Per farla breve. La signora, rimettendoci quasi tutta la sua liquidazione, è stata operata con celerità presso la struttura pubblica dai sanitari pubblici con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato presso la medesima struttura pubblica, anche se per l’occasione in veste privata.

Nella sua semplicità mi diceva, ma se la sanità è pubblica ed io ho pagato per più di quarant’anni da operaia le tasse nel mio Paese perché per operarmi debbo consegnare tutta la mia liquidazione ai sanitari pubblici, che già vengono regolarmente retribuiti dalla struttura pubblica ?

E poi, che sarebbe stato di me se non avessi avuto i soldi ?

Ma perché lo Stato non si impegna a rimuovere le inefficienze che determinano lunghi tempi di attesa per sottoporsi ad un intervento operatorio ?

Forse perché mantenere tale inefficienza crea una occasione di lucro per i sanitari pubblici, di fatto, speculando sullo stato di bisogno del malato ?

È chiaro che così, all’interno di una struttura pubblica può accadere che chi è ricco ha maggiore possibilità di salvare la propria vita e quella dei propri cari.

Chi viceversa, in quel momento versa in condizioni di povertà potrà soltanto sperare di resistere.

Ma tutto questo è coerente con il testo costituzionale ?

Riavvolgiamo il nastro.

Premetto che ciò che seguirà non rivolge alcuna censura alla categoria dei medici che svolgono l’attività libero professionale in virtù di una precisa disposizione di legge.

E che magari avrebbero ben altre e motivate rivendicazioni da indirizzare al servizio sanitario nazionale. Più precisamente, ahimè! Regionale… con tutto ciò che ne consegue in termini di omogeneità del servizio a livello nazionale, di impatto burocratico complessivo con 20 regioni che legiferano in piena autonomia e di sprechi emergenti dalla polverizzazione delle stazioni appaltanti.

Però attenendoci al caso di specie apriamo un approfondimento, innanzitutto su cos’è l’intramoenia ossia l’attività privata nelle strutture pubbliche ?

Sicuramente non si scandalizza nessuno se da un lato l’intramoenia viene considerata una scorciatoia a pagamento per evitare le lunghe liste d’attesa nelle strutture pubbliche, mentre dall’altro rappresenta senza dubbio la possibilità per il personale in servizio negli ospedali pubblici di esercitare presso il proprio luogo di lavoro anche l’attività libero-professionale.

Ciò significa che all’interno della struttura pubblica il personale sanitario pubblico è legittimamente autorizzato a conseguire guadagni aggiuntivi ai propri emolumenti attraverso l’utilizzo, per finalità private, di aree ospedaliere dotate di ogni spazio, strumento o confort necessario per eseguire interventi chirurgici, per la prima degenza post operatoria, per esami diagnostici, ovvero per visite specialistiche.

L’intramoenia ha rappresentato un elemento chiave dell’asse ideologico da cui è scaturita la grande riforma che ha trasformato, di fatto, il nostro Servizio Sanitario Nazionale nei primi anni ’90, in un grande affare privato fondato essenzialmente sullo stato di bisogno impellente in cui versa il paziente, parte debole del sistema, naturalmente incline a sacrificare ogni proprio bene pur di potersi curare.

Le relazioni, che nel 1992 accompagnarono i provvedimenti di legge con i quali venne istituito l’esercizio della libera professione da parte del personale pubblico negli ospedali della Repubblica Italiana, contengono motivazioni per alcuni versi incomprensibili.

Considerate che eravamo in un periodo di transizione della storia del nostro Paese. Nell’Italia di allora, nella notte tra il 10 e l’11 luglio (1992), venne prelevato il 6 per mille da tutti i conti correnti dei cittadini italiani a loro insaputa.

Era lo stesso anno in cui venne soppresso il Ministero delle Partecipazioni Pubbliche con il conseguente smantellamento di tutta l’argenteria di Stato. Società pubbliche in tutti i settori strategici del Paese (energia, gas, telecomunicazioni, autostrade …) che rappresentavano un giusto compromesso tra politiche sociali ed economia di mercato, svendute indegnamente a pochi denari all’alta imprenditoria familiare italiana che con spregiudicatezza se le è accaparrate e poi, con mero intento speculativo, se ne è disfatta rivendendole talvolta anche a dieci volte il prezzo investito nell’acquisto.

Un’Italia in cui i media, al soldo dell’alta finanza, tambureggiavano per rimuovere la politica dall’ora, che, caduto il muro di Berlino e quindi cessato il pericolo bolscevico, ormai non serviva più, anzi, era d’impaccio al raggiungimento dei nuovi obiettivi finanziari.

La politica centrista andava quindi, smantellata anche con metodi “sbrigativi” e sostituita con una classe dirigente nuova scampata dalle macerie di ideologie superate dai tempi e pronta ad accettare qualunque compromesso pur di sopravvivere.

In quelle società di Stato c’erano maestranze qualificate, manager di alto profilo ma soprattutto, pro-quota, c’erano tutti i sacrifici del cittadini italiani. Quel patrimonio, oggi, ci avrebbe garantito autonomia, stabilità e solidità finanziaria.

Per la Sanità del tempo il nuovo assetto significò il superamento della logica dello Stato assistenziale, considerato una disgrazia per le finanze pubbliche, senza tener conto che ciò avrebbe demolito i principi etici dello Stato sociale.

La riforma sanitaria del 1992 doveva rompere il monopolio pubblico. L’esecutivo di allora infatti, riteneva necessario introdurre una nuova concorrenza con pluralità di soggetti operativi in grado di stimolare forme di competizione ed emulazione delle buone pratiche.

L’intramoenia avrebbe dunque dovuto generare, perlomeno nella testa del legislatore del tempo, una competizione virtuosa all’interno del sistema pubblico.

Il cittadino avrebbe potuto scegliere il singolo professionista, l’équipe o la struttura di cui si fidava.

Per scegliere però, avrebbe dovuto pagare la sanità pubblica come se il servizio lo rendesse un privato !?!

L’idea, rivoluzionaria per l’epoca, era che il gradimento oneroso del cittadino avrebbe dovuto determinare il successo o meno del servizio. La scelta pertanto, esercitata pagando una tariffa, avrebbe rappresentato l’essenza dell’attività intramuraria.

La riforma trasformava le vecchie USL in Aziende per puntare all’efficienza, la quale si riconosceva come prerogativa soltanto del privato ?!?

Il paziente diventava quindi, un cliente a cui vendere il prodotto o il servizio pubblico. E l’efficienza sarebbe stata garantita dal patrimonio del malato ovvero dalla sua eventuale copertura assicurativa.

La pubblica amministrazione avviava quindi, sul bisogno e sulla necessità, una profittevole attività lucrativa.

La nuove aziende della sanità pubblica, DDL 463/92, si sarebbero dovute sostenere vendendo le prestazioni standard ai soggetti pubblici (le Regioni) ed assicurandosi un autosostentamento attraverso l’offerta di servizi opzionali a pagamento per il malato.

Nella relazione al provvedimento appare chiara anche la sconcertante finalità di consentire al sistema pubblico forme di assistenza differenziata per tipologie di prestazioni evidentemente in ragione della capacità di spesa del paziente cliente.

L’iniziativa aveva chiaramente l’obiettivo non secondario di offrire ai medici un’alternativa al privato puro, valorizzandone la professionalità all’interno dell’ospedale (il famoso “rapporto esclusivo”) passando proprio attraverso la trasformazione del paziente in cliente, il cui gradimento oneroso avrebbe dovuto premiare l’efficienza e la qualità.

L’artefice della riforma fu l’allora ministro della sanità Francesco De Lorenzo.
Più la malattia era grave e richiedeva cure urgenti e più facilmente si poteva mettere in moto il meccanismo competitivo libero professionale che avrebbe potuto garantire efficienza.

Una deficienza pubblica pertanto, che si trasforma in una immediata efficienza attraverso la modalità lucrativa offerta al cittadino cliente.
Credo che sarebbe stato più semplice pensare, anche all’epoca, che il servizio pubblico è diverso dall’attività privata.

Il pubblico non dovrebbe rispondere a logiche di mercato, non dovrebbe creare un circuito privilegiato di cura per ciò che genera profitto, o peggio garantire cure celeri soltanto a chi se le può permettere.

Nel pubblico dovrebbe vigere il concetto che tutti indistintamente debbono ricevere indifferenziatamente lo stesso servizio a parità di condizioni senza speculazioni censitarie.

Nel privato viceversa è del tutto legittimo il concetto di convenienza imprenditoriale, ovvero di svolgere naturalmente tutto ciò che è utile a realizzare ricavi e profitti per l’impresa.

Lo Stato persegue l’attuazione di un diritto, quello alla salute.
Un’impresa viceversa, per statuto deve produrre guadagni.

Lo Stato nella sanità pubblica ha già i soldi del contribuente e non esercita quindi, il servizio con intento imprenditoriale.

Lo Stato non cura i malati per realizzare profitti e non dovrebbe pretendere i soldi dai pazienti per sostenere i propri sprechi o le proprie inefficienze.

Il paziente paga da cittadino per una vita le tasse e pretende di potersi avvalere di un servizio pubblico efficiente alimentato dall’esercizio corretto e qualitativo del denaro pubblico.

La sanità privata viceversa, è legittimamente alimentata da risorse private, a cui il cittadino può accedere nella qualità di cliente che per quindi, per libera scelta ritiene di acquistare.

La differenza è lampante, come il giorno e la notte.

Se il problema è una maggiore efficienza del servizio di cura, ad esempio riducendo i tempi delle liste di attesa, lo si dovrebbe fare attraverso una razionalizzazione della spesa pubblica, una migliore qualificazione ed un incremento delle risorse umane per ogni ordine o categoria professionale, emolumenti adeguati al personale sanitario, incremento della qualità della logistica, ricorso costante alla ricerca ed all’innovazione tecnologica, una migliore organizzazione del sistema amministrativo tecnico e contabile, edificazione di ospedali moderni e tecnologicamente avanzati, potenziamento della medicina di base anche attraverso il rafforzamento dell’ausilio diagnostico, togliere il numero chiuso alla facoltà di medicina ed investire sulla formazione, l’aggiornamento e la specializzazione costante del personale pubblico in luoghi idonei a sviluppare capacità. Privilegiare il merito in luogo delle clientele baronali o dei servigi alla politica.

Si chiama pianificazione, programmazione e progettazione.
Far gravare su chi versa in uno stato di necessità le spese di una sanità pubblica inefficiente non risolve il problema, anzi potrebbe aggravarlo, perché l’attività libero professionale si sostiene, esiste e per conservarsi è costretta, ahi noi, a sperare nel persistere dello stato di inefficienza.
Se non vi fosse inefficienza, non ci sarebbe bisogno dell’intramoenia e quindi dal cittadino cliente si tornerebbe al cittadino paziente.

Sicuramente nel sistema sanitario il ruolo preponderante è svolto dalla politica, che è la principale causa delle inefficienze prodotte, ma al front office con il paziente non vi sono i politici ma gli stessi operatori sanitari che operano nella doppia veste pubblico - privata e che versano nella spiacevole condizione di doversi affrancare, nel confronto con il cittadino, dalle responsabilità per le cronicizzate criticità. Poiché l’inefficienza è però legata a doppio filo con l’attività lucrativa, anche gli stessi operatori sanitari potrebbero divenire comunque, meno credibili se non si mette mano alla riforma dell’attuale sistema.

Nel caso di specie il palese conflitto di interessi viene spazzato via dalla norma. In altre parole quella che può configurarsi come una ipotesi accademica di conflitto di interessi viene negata per legge.

Il legislatore che garantisce la doppia veste pubblico privato agli operatori pubblici all’interno del servizio pubblico, evidentemente, non si è chiesto quale interesse potrebbe avere il sanitario a rendere efficiente il sistema di cura quando la deficienza del sistema stesso gli consente di aggiungere ai propri emolumenti le risorse private provenienti direttamente dal patrimonio del malato.

Perché dunque, il sanitario dovrebbe rinunciare a facili guadagni ?
Facili perché il cliente non devi cercarlo, è il paziente gravemente problematico che si reca direttamente presso la struttura ospedaliera pubblica.

Facili perché il sanitario non deve, evidentemente, sobbarcarsi i costi che ritualmente deve affrontare un qualsiasi professionista costretto a mantenere una propria struttura ed il relativo personale.

In toni giustificatori qualcuno avrebbe anche precisato che sull’operazione nel suo complesso si pagano le tasse e con quelle tasse si sostengono altri servizi e che comunque l’attività privata il medico la svolgerebbe al fuori del suo orario di lavoro.

Forse varrebbe la pena precisare che ogni attività libero professionale è soggetta a tassazione, soltanto che tale attività si svolge all’interno di un contesto pubblico i cui operatori sono dipendenti già retribuiti per svolgere la propria attività con efficienza e che utilizzano per finalità private spazi ed attrezzature pubbliche.

Altro aspetto da non sottovalutare è che senza dubbio l’intramoenia il sanitario e la sua equipe la svolgono al di fuori del loro orario di lavoro, ma è anche vero che occupano uno spazio ospedaliero che potrebbe utilmente essere utilizzato nello stesso orario non per servizi privati ma per attività pubbliche volte all’azzeramento ovvero al contenimento delle liste di attesa.

La soluzione bel potrebbe essere quella di remunerare adeguatamente il personale pubblico che intende svolgere la propria attività oltre l’orario di lavoro (remunerazione per attività straordinarie) sempre nell’ambito del proprio contratto di lavoro con la struttura pubblica.

Sarebbe inoltre importante integrare il personale sanitario in forza agli ospedali per garantire una operatività esclusivamente pubblica degli stessi nei confronti del paziente h24.

In tal modo si ridurrebbero drasticamente le liste di attesa e non ci sarebbe più la necessità di attività libero professionali nei plessi ospedalieri pubblici in cui h24 il paziente resta paziente e mai cliente.

Val la pena di ricordare che in ogni altro contesto dello Stato, non legittimato come accade con l’attuale specifica disciplina del lavoro in ambito sanitario, l’utilizzo di strumenti e strutture pubbliche non è mai consentito.

Tralascio ogni considerazione sulla concorrenza sleale perché mi incupisce soltanto l’idea di pensare che il paziente possa diventare una mera occasione di guadagno contesa tra strutture pubbliche e private.

Giova precisare che la presente dissertazione non ha alcuna intenzione di rivolgere censure alla categoria dei medici, i quali andrebbero adeguatamente retribuiti e messi nella condizione di progredire con merito in un contesto tecnico ed ambientale di qualità, al passo con l’innovazione, con un personale ausiliario adeguato e numericamente sufficiente, al fine di costituire equipe di lavoro altamente professionali in grado di far fronte con tempestività alle richieste di cura, almeno per la gestione dell’ordinario.

Perseguire un’eccellenza complessiva di reparto, di plesso ospedaliero, di sanità pubblica italiana, a prescindere dalle latitudini, non è un obiettivo irraggiungibile.

Una sanità che comunica le proprie best practies, con un’informatica totalmente interoperabile, con un’attività di ricerca al servizio costante dell’intera comunità scientifica, con strutture all’avanguardia dovunque, con investimenti seri ed adeguati su giovani capaci e meritevoli.

Riducendo gli sprechi, anche con economie di scala che sarebbero garantite più facilmente dal ritorno ad una sanità nazionale, si può !

Non mettendo un concorrenza una sanità pubblica che funziona con una inefficiente. Ma lavorando su quella inefficiente perché funzioni senza creare differenze sul territorio nazionale, si può !

Marginalizzando le clientele e le baronie, si può !

Investendo sulla tele-medicina e riformando la medicina di prossimità, si può !

Lavorando in sinergia con i privati sulla prevenzione a cominciare dalle scuole, si può !

Qualificando in continuum il personale sanitario, si può !

Togliendo veramente il numero chiuso alla facoltà di medicina, investendo in nuove strutture ed integrando il personale docente, si può !

Razionalizzando il sistema della sanità di territorio, con attenzione al cittadino, non più “numero” di una condotta infinita di pazienti, ma soggetto a cui proporre, in salute, i giusti “tagliandi” di prevenzione per mantenere livelli accettabili di benessere e per intervenire con tempestività in occasione dei malaugurati eventi, si può !

La specializzazione dei giovani medici poi, rappresenta una voce di costo/investimento importante per lo Stato, in cui si crea un legame biunivoco di reciproco interesse dove la risorsa umana cresce sicuramente in ragione della propria applicazione e delle proprie capacità (e perché ciò avvenga senza distorsioni occorre vigilare con la massima attenzione) ma cresce anche perché all’interno di una struttura ospedaliera il giovane medico può essere affiancato costantemente da personale esperto ed al contempo, può utilizzare spazi, apparati, strutture e strumenti pubblici necessari alla sua emancipazione.

Detto ciò il vincolo pubblico esclusivo per chi si forma nella PA può essere negoziato nel modo in cui, a fronte certamente di remunerazioni adeguate, chi dovesse lasciare la pubblica amministrazione per il privato potrebbe restituire alla stessa PA per legge, a fronte di costi ed investimenti da questa sostenuti, una quota di denaro stabilita in ordine a criteri ragionevoli e proporzionati al vantaggio percepito ed all’opportunità sottratta ad altri candidati.

Tali risorse potrebbero essere prontamente riutilizzate esclusivamente per nuovi specializzandi.

Dopotutto per il medico far parte di una struttura pubblica di qualità in cui essere apprezzati e trattati in ogni campo con rispetto e dignità dovrebbe poter significare, nel quadro di un rapporto esclusivo, una scelta di vita da Uomini di Stato, al costante servizio della sofferenza umana, di cui andare fieri.

Dubai, a mo’ di esempio, potrà pure offrire 20.000 euro al mese al sanitario allevato nella struttura pubblica italiana, ma se sa che ne dovrà retrocedere 200.000 allo Stato italiano che si è occupato della sua specializzazione, alla fine probabilmente potrà offrire meno di quello che potrebbe offrire il nostro sistema sanitario, e così esporteremo non le eccellenze ma semmai la retroguardia.

Così si può!

Certo c’è bisogno di una classe dirigente politica onesta, capace ed esperta, che non deve lucrare sulle disavventure del cittadino per remunerare aggiuntivamente i propri dipendenti.

La stessa classe dirigente che dovrebbe evitare di rimuovere l’inefficienza ricorrendo al patrimonio personale del paziente peraltro, approfittando ignominiosamente del suo stato di urgente bisogno.

Non è umano, non è etico, e soprattutto non è costituzionale.

Articolo 3 primo comma della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione … di condizioni personali e sociali.”

Articolo 32 primo comma della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.”

Ergo gli ospedali pubblici non sono nati per generare profitti ma per curare le persone senza distinzione di censo.

Le inefficienze della PA si rimuovono integrando il personale, non facendole pagare al paziente. E “indigente” in senso lato è chiunque non possa permettersi cure private nella struttura pubblica.

21/08/2026

Legittima difesa o infermità mentale temporanea?

La cronaca ci riporta con una certa frequenza casi di reazioni, considerate esagerate, dalla legge (eccesso di legittima difesa) poste in essere in risposta ad azioni criminali.

Il fenomeno non è di pronta e facile soluzione.

La linea di confine tra una reazione legittima ed una illegittima è peraltro, piuttosto labile e viene valutata di volta in volta nel quadro complessivo dei fatti accaduti.

Ma il ragionamento che mi interessa in questa sede non è estendere o ridurre il raggio di azione della legittima difesa ma capire se la fattispecie sia stata correttamente inquadrata dal legislatore ovvero se rispecchi attualmente la coscienza etica della cittadinanza.

La stimolazione a trattare tale argomento mi sovviene dall’analisi di quanto realmente accaduto ad una persona, di seguito Tizia, che collabora con me da anni, professoressa di diritto pubblico, peraltro avvocatessa con un passato nella magistratura penale.

Ne ho evocato il curriculum soltanto per far comprendere che trattasi di persona perfettamente a conoscenza di ogni risvolto normativo sull’argomento.

L’11 settembre del 2021 si introducono due malviventi all’interno della sua abitazione. Lei sta dormendo ed è sola in casa. La sera prima aveva consumato nella stanza da letto un pasto di frutta e poi si era addormentata.

Mentre riapre gli occhi, in completo déshabillé, vede accanto a se, al bordo del letto, i predetti criminali.

Uno di loro stava prendendo l’orologio ed una catenina d’oro presenti sul comodino intanto che l’altro arraffava oggetti d’argento da un comò.

La reazione improvvisa ed inaspettata di Tizia è stata quella di afferrare il coltello presente sul piatto, ri****si immediatamente sul letto ed inseguire i malfattori che, evidentemente colti anche dalla inattesa reazione, se la sono data a gambe levate con la refurtiva al seguito.

Tizia intanto li inseguiva, modello Shining, a qualche metro di distanza, non potendo peraltro sapere se fossero armati.

Vedeva soltanto le loro spalle in fuga mentre tentava disperatamente di raggiungerli.
I delinquenti, certamente più veloci di Tizia, riuscivano a far perdere le loro tracce.

Chiaramente sparivano con il bottino.

Parlo con Tizia circa tre ore dopo l’accaduto.

E mi confessa che la sua principale intenzione era quella di riuscire a centrarli con qualunque cosa impugnasse senza curarsi che questo potesse avvenire alle loro spalle.

E mi diceva: “non rispondevo più di me, ero incontrollabile”.

Mi venne spontaneo dirle: ma come? Proprio tu hai avuto questa reazione che nei diversi ruoli professionali hai sempre messo in guardia tutti che in occasione di una rapina la cosa più proficua da fare è cercare di salvare la propria vita e quella degli altri, e sperare nella fuga dei malviventi “fregandosene” del fatto che questi ultimi potessero riuscire nell’intento delittuoso di svignarsela con il maltolto ?

E lei mi disse: certo, a mente fredda, penso ancora esattamente quello che tu mi hai ricordato e sarei pronta a continuare a consigliare quei comportamenti in ogni sede.

Ma non avevo evidentemente valutato che a caldo è tutt’altra cosa.

Il trauma psicologico che ti crea l’assalto criminale ti può far avere reazioni emotive e di conseguenza fisiche incomprensibili come nel mio caso.

Ho afferrato il coltello e mi sono rizzata sul letto in un decimo di secondo. Quando di sovente dall’apertura degli occhi al caffè trascorrono perlomeno trenta minuti e soltanto da quel momento cesso di essere un “bradipo” e comincio a muovere gli arti come una persona normale.

Il trauma psicologico provocato dall’azione criminale si è rivelato in me in maniera così violenta che in un nano secondo ero pronta a correre i cento metri ai giochi olimpici con l’intento di fermare i fuorilegge ad ogni costo e con qualunque modalità, trascurando irrazionalmente il gravissimo pericolo che stavo correndo inseguendoli, chiaramente non meno di quello che hanno corso i banditi qualora li avessi raggiunti.

Il mio corpo si muoveva senza che io potessi comandarlo.

Magari avrei potuto anche avere la reazione opposta, ossia divenire incapace di muovermi.

A quanti è capitato di restare totalmente inebetiti lasciando ai malviventi la possibilità di offenderli in ogni modo?

Invece si è generata in me l’incapacità totale di dominare un impulso, finanche estremamente belligerante, di opposizione al comportamento criminale.

Probabilmente se quello che è accaduto a Tizia fosse accaduto ad una persona normale (nel senso: non con quel curriculum professionale ed esperienziale) forse non mi avrebbe stimolato la stessa forza riflessiva.

Ma è accaduto ad una persona che in tutti i seminari, nelle aule di tribunale, negli atenei, nelle scuole illustrava la fattispecie della legittima difesa e come questa possa esplicitarsi in maniera corretta.

Tutto ciò è soltanto apparentemente inspiegabile.

Noi evidentemente consideriamo erroneamente che le persone al centro di tali terribili eventi sia in grado lucidamente di porre in essere comportamenti perfettamente razionali, senza tener conto invece del trauma psicologico, che diversamente in ognuno di noi, può provocare l’assalto criminale.

Ecco perché sono giunto alla conclusione, che ai fini di una eventuale imputabilità della vittima, occorra preliminarmente prendere in considerazione il danno psichico provocato nella vittima dall’assalto criminale e il fatto che questo le abbia provocato, sino a prova contraria, una incapacità totale, ancorché temporanea, di controllare i propri istinti.

Accertato quindi, che ci sono circostanze che inevitabilmente possono scatenare finanche nella persona più ossequiosa del palinsesto normativo reazioni incontrollate e del tutto imprevedibili, viene naturale interrogarsi se gli atti di resistenza all’assalto criminale debbano essere valutati nel rigido quadro della legittima difesa o più correttamente in una fattispecie diversa che tenga preliminarmente conto della totale o parziale infermità temporanea di agire indotta dalla commissione del reato?

Una efferata violenza delittuosa potrebbe provocare un improvviso dolore interiore incontenibile e la reazione incontrollata potrebbe divenire l’unico modo in quel mentre per lenire quell’insopportabile stato di dolore.

Si tratterebbe pertanto, di un atto di resistenza irrazionale, finanche eccessivamente deciso, che prende le mosse esclusivamente da uno stato emotivo profondamente turbato dal trauma psicologico subito e che aziona comportamenti, apparentemente inspiegabili, da parte di vittime che sino ad allora avevano avuto sempre e soltanto atteggiamenti emblematicamente pacifici.

Tentare di regolare quindi, con la logica della esatta proporzione tra difesa ed offesa, ovvero con la più assoluta razionalità eventi generati da una situazione emotiva profondamente sconvolta potrebbe essere come tentare di sostenere che gli arti del nostro corpo si muovano autonomamente e non per impulso celebrale.

Ma se nella testa della vittima, ossia nella cabina di regia dei nostri atti, è stato provocato un terremoto di magnitudo 8 della scala Richter non si può pensare che tale circostanza sia del tutto irrilevante ai fini della perfetta ed efficiente operatività del circuito mentale.

Non siamo difronte ad una vendetta consumata a freddo, ma ad un atto di pura resistenza in cui molto spesso nulla è prevedibile per la vittima, a differenza del bandito che può giovarsi: dell’effetto sorpresa, della premeditazione, di valutare attentamente di quali strumenti o mezzi di offesa dotarsi, di decidere di avvalersi di complici o fiancheggiatori, di come razionalmente scongiurare qualsivoglia rischio per la propria incolumità e di come organizzare la fuga una volta appropriatosi della refurtiva.

Aggressore e vittima non sono sullo stesso piano.

Il delinquente può agire razionalmente e freddamente, la vittima no.

Tali contesti non possono soggiacere ad una logica paritetica in cui azione e reazione sono sullo stesso piano ed in cui l’aggredito dovrebbe avere la lucidità, a caldo, di misurare la propria reazione in ragione del grado di atrocità e di efferatezza che decida di utilizzare il malfattore.

Ci sarebbe anche da discutere sul bottino, perché se la vittima avesse acquistato con un finanziamento degli oggetti (macchinari, strumenti, beni di valore) offrendo a garanzia la propria abitazione si troverebbe nella malaugurata condizione, non infrequente, di non poter più commercializzare quei beni ingiustamente sottratti.

Potrebbe trovarsi quindi, nell’impossibilità di ripagare il debito contratto con il finanziatore e pertanto potrebbe perdere la casa, oppure trovarsi nella circostanza odiosa non aver più le risorse per attendere ai bisogni propri e della propria famiglia.

A chi può essere concesso il diritto di gettare una famiglia negli stenti, magari dopo anni di sacrifici vissuti con il valore supremo dell’onestà ?

Ma davvero al delinquente è sufficiente, dopo finanche aver commesso qualsivoglia atrocità, voltare le spalle alla vittima ed in quel momento divenire pressoché intoccabile?

Ma tornando al tema principale.

Considerato che l’assalto criminale produce scientificamente un trauma nella vittima in grado di incidere sulla propria capacità di agire in piena consapevolezza ossia nel pieno rispetto delle proprie facoltà mentali, dovrebbe risultare quindi, del tutto irrilevante, ai fini penali, la modalità di esecuzione degli atti di “resistenza” della vittima qualora questi promanassero esclusivamente dall’incapacità di dominare i propri impulsi.

Chiaramente non ci sarebbe resistenza se non ci fosse oppressione.

In conclusione, ai fini dell’imputabilità e pertanto della possibile condanna del soggetto aggredito, dovrebbe rilevare “in primis”, non la proporzione dell’atto di resistenza rispetto al grado di offensività del criminale nell’istante in cui si compie la reazione, ma la capacità della vittima di controllare la propria reazione a fronte del gravissimo trauma psicologico ingiustamente subito.

L’oggettività del trauma e del suo naturale ed inevitabile impatto sulla psiche umana dovrebbe giuridicamente comportare che l’onere della prova, circa una eventuale capacità piena o parziale di agire consapevolmente e lucidamente della vittima nel corso dell’assalto criminale, dovrà essere ad esclusivo carico dell’aggressore o di chi legittimamente ne assumerà la difesa.

Dopotutto il malvivente nel momento in cui entra in azione sa perfettamente che può correre il rischio di attivare nella vittima, contro la sua volontà, una reazione altrettanto criminale.

Un rischio che il fuorilegge nel momento in cui entra decide deliberatamente e lucidamente di correre avendo con la sorpresa e la premeditazione avuto la possibilità di individuare ogni rimedio per poterlo scongiurare. Ciò che non è concesso alla vittima.

Il peggior delitto pertanto, sarebbe escludere dall’industria del crimine il rischio criminale e far ricadere quest’ultimo soltanto in capo alla vittima, qualora sopravviva e nei rari casi in cui l’atto di resistenza irretisca, finanche in maniera radicale, l’oppressore.

Credo sommessamente che la festa nazionale della liberazione dovrebbe riguardare la resistenza all’oppressore di ieri e di oggi.

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