Studio Legale Maioli

Studio Legale Maioli L’avv. Maioli opera prevalentemente in ambito di diritto commerciale, internazionale e societario, in lingua italiana, inglese, tedesca e francese.

Lo studio legale Maioli si occupa prevalentemente di diritto commerciale internazionale societario e diritto di famiglia Opera in inglese tedesco e francese

01/04/2026
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19/11/2025

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Testimoni 6/394

Una donna pakistana ci dà una grande testimonianza

Oggi ho letto la notizia del suicidio assistito di Alice ed Ellen Kessler. Ho letto il loro “testamento umano e spirituale”, e subito dopo ho visto come molte persone, soprattutto qui in Occidente, hanno applaudito il loro gesto definendolo libertà, amore, dignità. E mi è venuto un nodo allo stomaco.

Forse perché io vengo da un Paese dove la libertà è rara, preziosa, e spesso negata. Soprattutto alle donne. Forse perché so cosa significa vivere sotto un sistema che non ti permette di scegliere nulla — né dove andare, né come vestirti, né se studiare, lavorare o difenderti. Forse perché ho visto donne morire senza aver mai davvero vissuto. E vedere la parola libertà usata per definire la scelta di morire, quando in tanti Paesi la gente lotta disperatamente per avere la libertà di vivere… mi ha confusa, ferita, scioccata.

Le parole delle sorelle:

“Il nostro desiderio è andarcene insieme, lo stesso giorno. L’idea che a una delle due capiti prima è molto difficile da sopportare. Io e Ellen vogliamo che le nostre ceneri vengano mischiate con quelle di nostra madre… L’urna comune fa risparmiare spazio. Al giorno d’oggi si dovrebbe risparmiare spazio ovunque. Anche al cimitero.”

Queste parole mi hanno gelata. E poi ho letto l’articolo che le elogiava: “Hanno scelto di essere libere fino alla fine. Non mi viene in mente un atto d’amore, di libertà e di dignità più grande e commovente di questo. E nessuno di noi ha il diritto di sindacarlo.” E mentre leggevo questi commenti, il mio cuore si ribellava dentro di me.

Io non riesco a chiamare “libertà” la decisione di morire. Non riesco a chiamare “amore” il sottrarsi alla vita. Non riesco a chiamare “dignità” l’idea che il dolore, la vecchiaia, la malattia o la solitudine siano motivi sufficienti per programmare la propria fine. Forse perché vengo da un mondo dove la morte arriva da sola. Dove non puoi sceglierla, non puoi anticiparla, non puoi controllarla. Forse perché ho visto troppe vite spezzate senza possibilità di appello: donne cristiane uccise solo perché cristiane, ragazze costrette a matrimoni forzati, bambini privati dell’infanzia.

E allora mi chiedo: com’è possibile che chi ha tutto — libertà, diritti, sicurezza, medicine, assistenza — trasformi la morte in una scelta e la chiami anche “progresso”?

La cosa che mi ha sconvolta non è solo il gesto delle due sorelle, ma la reazione della gente. La celebrazione. Gli applausi. Il romanticizzare la morte. Viviamo in un’epoca dove ribaltare i significati sembra normale. Dove la sofferenza non ha più valore. Dove il dolore non è una parte del cammino umano ma qualcosa da evitare a ogni costo. Dove l’attesa della morte naturale non è più accettata.

E dove — mi duole dirlo — anche la Chiesa, a volte, fallisce nel ricordare il senso della vita, della sofferenza e soprattutto il valore che Dio ha posto nella nostra esistenza. Una Chiesa che in alcuni casi sembra avere paura di dire chiaramente che la vita è sacra, che non siamo noi i padroni della nostra fine, che la sofferenza — per quanto misteriosa — non è mai priva di significato agli occhi di Dio.

La fede mi ha insegnato che non siamo soli nel dolore. Che Cristo non ha evitato la sofferenza, ma l’ha portata, l’ha attraversata, l’ha trasformata. La fede mi ha insegnato che la morte non è una fuga programmabile, ma un incontro: l’incontro con Colui che ci ha creati. E che il tempo della nostra vita — anche quello più fragile — appartiene a Dio, non a noi.

Chi ha conosciuto la mancanza di libertà, non userà mai la parola libertà per giustificare la morte. La libertà è respirare. È poter camminare per strada senza paura. È poter pregare. È poter studiare. È poter vivere. È avere una nuova possibilità ogni giorno, anche quando la vita pesa. Questa, per me, è libertà. Non certo decidere la propria fine.

Se potessi portare queste persone in Pakistan anche solo per un giorno, farei vedere loro le donne che non possono uscire di casa da sole. Le ragazze che non possono scegliere il marito. I cristiani che non possono difendersi neppure da una falsa accusa. Chi prega di sopravvivere fino al giorno dopo. Chi desidera solo una possibilità di vivere, non di morire. Forse allora capirebbero quanto la vita è un dono fragile, prezioso, unico. E cosa significa davvero la parola libertà. E forse capirebbero che la vita è sempre degna, perché viene da Dio, e che nessun dolore può essere così grande da cancellare il valore che Dio ha scritto in noi.

In che mondo stiamo andando? Un mondo che chiama morte “libertà”. Un mondo che confonde amore con fuga. Un mondo che considera la sofferenza inutile. Un mondo che applaude ciò che è più contrario alla vita stessa. Un mondo che parla tanto di dignità, ma dimentica la dignità più grande: essere figli di Dio, amati anche nelle nostre fragilità.

E io, sinceramente, ho paura di un mondo così. E prego, davvero, che possiamo ritrovare il senso di ciò che siamo: creature fatte per vivere, non per programmare la propria fine.

19/10/2025

TRADUZIONE:

*GRAVE APPELLO DEL VESCOVO STRICKLAND*

Miei cari fratelli e sorelle

Oggi, 15 Ottobre, con profondo dolore per lo stato della nostra amata Chiesa, devo parlare. Papa Leone XIV ha nominato il Cardinale Blasé Cupich di Chicago al Consiglio di Governo della Città del Vaticano. Non si tratta di un piccolo atto amministrativo; è una dichiarazione di indirizzo.

Il cardinale Cupich si è pubblicamente opposto alla Messa latina tradizionale, ha tollerato e persino celebrato i politici che promuovono l'aborto e ha costantemente indebolito coloro che difendono la sacralità della vita e la pienezza della dottrina cattolica. Elevare un uomo simile a uno degli organi di governo del Vaticano significa inviare un messaggio ai fedeli cattolici di tutto il mondo: la fedeltà alla tradizione e alla legge morale è ora considerata un ostacolo piuttosto che una luce.

Non posso rimanere in silenzio. La Chiesa che amo sta venendo smantellata, non dai suoi nemici esterni, ma da coloro che, al suo interno, barattano il Vangelo di Gesù Cristo con l'approvazione del mondo. I fedeli meritano chiarezza, non confusione.

Non parlo per ribellione, ma per obbedienza alla verità di Cristo, che disse: «Sia il vostro parlare sì, sì; no, no» (Matteo 5:37). La mia lealtà all'ufficio papale rimane, ma la lealtà non significa silenzio di fronte all'errore.

Tuttavia, le sole parole di dolore non bastano. L'ora è troppo tardi e l'inganno troppo profondo. Stiamo assistendo allo smantellamento della fede dei nostri padri con il pretesto del rinnovamento. Coloro che un tempo difendevano la Sposa di Cristo ora corteggiano l'applauso del mondo. Costruiscono altari alla tolleranza mentre Cristo viene nuovamente crocifisso dal silenzio e dal tradimento.

Parliamo chiaro: quando vengono nominati al potere uomini che rifiutano la legge morale, che deridono la Sacra Liturgia, che disprezzano i fedeli che si inginocchiano davanti al Signore Eucaristico, questo non è rinnovamento, è rivolta contro Cristo stesso. E nessun cattolico, vescovo o laico, può restare a guardare mentre la luce della verità si eclissa.

Imploro i miei fratelli vescovi: questo non è il momento di sussurrare. Le pecore sono disperse. I lupi indossano mitre. Rimanere in silenzio significa condividere il peccato. La chiamata all'unità non può significare unità nell'errore. Deve significare unità nel Cuore trafitto del Redentore.

Ai fedeli dico: non perdetevi d'animo. Non abbandonate la Chiesa, perché è ancora la Sposa di Cristo, anche se sanguina. Rimanete saldi. Pregate e riparate. Adorate il Signore Eucaristico con più amore che mai. Insegnate ai vostri figli la fede inalterata. State sotto la Croce con la Madonna.

Cristo non chiede la nostra diplomazia, chiede la nostra fedeltà. Non possiamo più fingere che questi tradimenti siano semplici incomprensioni. Il mondo può chiamarla sfida; il Cielo la chiama verità. "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini" (Atti 5:29).

Che il Sacro Cuore di Gesù regni di nuovo nella Sua Chiesa e che ogni pastore sia trovato fedele quando apparirà il Pastore Supremo. Amen.

Vescovo emerito Joseph E. Strickland

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15/08/2025

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