16/10/2026
«Ricordate il mio nome».
Si chiama Najmeh Amini. Ha 23 anni, è una studentessa iraniana e si trova nel carcere di Mashhad.
Secondo le notizie diffuse dalle organizzazioni per i diritti umani e riportate dalla stampa, è stata condannata a morte per un post sui social giudicato blasfemo dalle autorità iraniane. La condanna, secondo le informazioni disponibili, è ancora impugnabile.
Dal carcere ha fatto arrivare la sua voce. Non chiede di essere un’eroina. Chiede di essere ascoltata.
E allora una domanda: perché storie come questa non riescono a scuotere le nostre coscienze quanto dovrebbero!
Non è vero che nessuno ne abbia parlato. Ma una notizia può essere pubblicata, scorrere per qualche secondo sui nostri schermi e poi scomparire, inghiottita dal flusso incessante di tutto il resto.
Il silenzio non è sempre assenza di informazione. A volte è assenza di attenzione, di indignazione, di pressione pubblica. È la facilità con cui ci abituiamo all’inaccettabile quando accade lontano da noi.
Non occorre condividere le idee di una persona per riconoscere un principio essenziale: nessuna parola può trasformarsi automaticamente in una condanna a morte. E nessuna accusa può cancellare il diritto a un processo equo e a una difesa effettiva.
I diritti umani non possono dipendere dalla nazionalità, dalla religione, dalle idee politiche o dalla convenienza del momento. Se valgono soltanto quando è facile difenderli, non sono universali.
Najmeh ha chiesto di ricordare il suo nome. Parliamone. Chiediamo che la condanna sia riesaminata e che la comunità internazionale si attivi per tutelare la sua vita e i suoi diritti.
Perché il minimo che possiamo fare, quando una persona rischia di essere messa a morte, è non lasciarla scomparire nel silenzio.
Ricordiamo il suo nome: Najmeh Amini.