Michele Rendina Avvocato Penalista

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Michele Rendina Avvocato Penalista Avvocato penalista
Credo nell'umanità prima di tutto
Ti aiuto a superare i momenti più difficili

09/10/2026

Ti resta un anno di pena da scontare. Ti revocano la detenzione domiciliare e torni in carcere. Fino a poco tempo fa, rischiavi di non poter ottenere determinati benefici per ben tre anni. Tre anni di divieto, quando te ne rimaneva soltanto uno da scontare. Era quanto prevedeva una norma dell'ordinamento penitenziario per chi subiva la revoca di determinate misure alternative. Niente lavoro all'esterno, permessi premio o nuove misure alternative per tre anni.
Anche quando, nel frattempo, la pena sarebbe terminata. Ma la Corte costituzionale, con la sentenza numero 149 del 2026, ha dichiarato illegittimo questo automatismo. Oggi la durata del divieto è pari alla metà della pena residua, senza poter comunque superare i tre anni. Facciamo un esempio. Se ti resta un anno da scontare, la preclusione durerà sei mesi. Attenzione, però. Questo non significa che, trascorsi sei mesi, uscirai automaticamente dal carcere. Il giudice dovrà comunque valutare il tuo comportamento, il percorso rieducativo e i presupposti per concederti il beneficio.
Perché la revoca resta un fatto serio.
Ma non può necessariamente cancellare ogni possibilità di recupero per tutta la pena residua. Una persona può sbagliare e subire le conseguenze. Ma una pena che dovrebbe rieducare deve anche lasciare spazio alla possibilità di cambiare.

07/10/2026

Ti arriva un avviso di conclusione delle indagini per fatti che sarebbero accaduti cinque anni fa. Hai cambiato telefono, i video delle telecamere non esistono più e non ricordi nemmeno dove fossi quel giorno. Come fai a difenderti? È una situazione più complicata di quanto si possa immaginare, ma anche molto frequente. Mentre chi ti accusa racconta determinati episodi, tu potresti non avere più gli strumenti per verificare se siano realmente accaduti. Ma attenzione. Il tempo trascorso non ti obbliga a dimostrare la tua innocenza. È l'accusa che deve provare la tua responsabilità. Il lavoro difensivo, allora, deve muoversi su due fronti. Il primo è cercare le tracce ancora disponibili: vecchie conversazioni, fotografie, movimenti bancari, turni di lavoro o persone che possono aiutarti a ricostruire quel periodo. Il secondo è verificare proprio l'accusa. Quanto è precisa? Chi ti accusa ha sempre raccontato gli stessi episodi? Esistono elementi oggettivi che confermano quella ricostruzione? E soprattutto: ci sono prove che avrebbero potuto chiarire i fatti, ma che oggi sono definitivamente scomparse? Attenzione, però, a non commettere un errore: cercare di riempire i vuoti della memoria con ricostruzioni delle quali non sei realmente sicuro. Perché dopo cinque anni non possiamo pretendere ricordi perfetti. Ma nemmeno trasformare ciò che non è più verificabile in una certezza.

06/10/2026

Il testimone ricorda cose mai successe.
Due persone assistono alla stessa scena. Dopo, ne parlano tra loro. Una dice: “Hai visto? Aveva una giacca rossa”. L’altra quella giacca non l’aveva notata. Qualche giorno dopo, però, può arrivare a ricordarla davvero. E magari ne è anche molto sicura. Il punto è che la memoria non funziona come una telecamera. Non conserviamo semplicemente un filmato per poi rivederlo quando ci viene chiesto. Ogni volta che ricordiamo, ricostruiamo. E in quella ricostruzione possono entrare anche informazioni ricevute dopo il fatto: una domanda suggestiva, il racconto di un altro testimone, una notizia letta successivamente. Gli studi sperimentali sull’“effetto misinformation” mostrano proprio questo: informazioni false introdotte dopo un evento possono modificare il ricordo, e in alcuni casi anche errori su elementi importanti possono essere riferiti con grande sicurezza. Ed è questo il punto più interessante. Un testimone può essere perfettamente in buona fede. Può non voler mentire affatto. E può comunque ricordare qualcosa che non ha realmente visto. Per questo, quando valuti una testimonianza, la domanda non dovrebbe essere soltanto: “Quanto sembra sicuro?” Ma anche: come si è formato quel ricordo?

05/10/2026

Un amico ti chiede un favore. "Ho il conto bloccato. Puoi farmi arrivare duemila euro sul tuo? Poi me li giri" . Accetti. Ricevi il bonifico, magari trattieni anche cento euro per il disturbo e gli trasferisci il resto.
Qualche giorno dopo scopri che quei soldi provenivano da una truffa online.
E adesso quello che rischia di finire indagato sei tu. Ma di cosa potresti essere accusato? Attenzione, perché non basta aver ricevuto quel bonifico per essere automaticamente responsabile di un reato. Una cosa è aver partecipato consapevolmente alla truffa. Un'altra è aver ricevuto o trasferito il denaro senza aver preso parte al raggiro. A seconda delle circostanze, potrebbero entrare in gioco altri reati. Ma la domanda fondamentale è: che cosa sapevi realmente? Per rispondere, non basterà controllare il conto corrente. Bisognerà esaminare i messaggi, la spiegazione che ti è stata data, l'eventuale compenso e soprattutto le modalità con cui hai trasferito quel denaro. Perché potresti aver fatto un favore in buona fede. Oppure potrebbero emergere elementi che dimostrano la tua consapevolezza della provenienza illecita. E allora, prima di prestare il tuo conto corrente a qualcuno, ricordati una cosa. Non stai prestando soltanto il tuo IBAN. Stai mettendo il tuo nome in quell'operazione.

30/09/2026

Chi ti ha denunciato racconta una cosa ai carabinieri. Poi arriva in tribunale e racconta una versione diversa. Basta questa contraddizione per far cadere l'accusa? Non necessariamente.
Quando una persona cambia versione, bisogna capire innanzitutto su cosa si contraddice. Facciamo due esempi. Se inizialmente racconta che un'aggressione è avvenuta alle otto di sera e successivamente dice alle nove, quella differenza potrebbe essere marginale. Ma se prima sostiene di aver visto personalmente chi l'ha aggredita e poi dichiara di averlo soltanto riconosciuto dalla voce, la situazione è molto diversa.
Perché cambia proprio il modo in cui quella persona sostiene di aver identificato l'aggressore. Attenzione, però.
La memoria non è una registrazione perfetta. Il tempo, la paura o una situazione traumatica possono incidere sui ricordi. Ma questo non significa nemmeno che ogni contraddizione possa essere automaticamente giustificata.
Il compito della difesa è individuare quelle davvero importanti, confrontarle con le precedenti dichiarazioni e verificare se trovino una spiegazione convincente.
E c'è un aspetto che molti ignorano: anche le sole dichiarazioni della persona offesa possono essere sufficienti per una condanna, purché sottoposte a una rigorosa valutazione di attendibilità.
Per questo non cercherei dieci piccole incongruenze. Ne cercherei anche soltanto una, purché capace di mettere seriamente in discussione un punto decisivo dell'accusa.

24/09/2026

Stesso lavoro, divieto di avvicinamento
Lavori lì da dieci anni. Ti notificano un divieto di avvicinamento e scopri che anche la persona offesa entra ogni mattina dallo stesso cancello. Devi smettere di andare a lavorare? Non necessariamente. Ma neppure puoi pensare: “Io devo lavorare, quindi continuerò ad andarci e cercherò semplicemente di evitarla.” La prima cosa è leggere esattamente cosa ti vieta l’ordinanza. Può imporre una distanza minima dalla persona offesa. Può vietarti di frequentare determinati luoghi. E tra quei luoghi potrebbe esserci anche quello di lavoro. Se lavorate nella stessa azienda, bisogna capire concretamente se la misura può essere rispettata. Avete ingressi diversi? Turni separati? Reparti lontani? Esiste un’altra sede nella quale potresti essere spostato? Se l’organizzazione del lavoro non consente di mantenere le prescrizioni, il problema deve essere rappresentato subito al giudice attraverso il difensore, proponendo una soluzione concreta. Non aspettare il primo incontro casuale. E soprattutto non affidarti a un accordo informale con la persona offesa: “Tu vai da quella parte e io da questa.” La misura l’ha imposta un giudice e solo l’autorità giudiziaria può modificarla. Il lavoro è importante. Ma non crea automaticamente un’eccezione al divieto. Per questo il problema va risolto prima del primo turno utile, non dopo il primo incontro o il primo allarme del braccialetto.

22/09/2026

Hai smesso di scriverle direttamente. Ma mandi messaggi a sua sorella, chiedi agli amici dove si trova oppure fai arrivare attraverso altri quello che vuoi dirle. Può pesare comunque in un’accusa di stalking? Sì. Perché lo stalking non richiede necessariamente che ogni comportamento sia rivolto direttamente alla persona offesa. Immagina una relazione finita. Lei ti blocca ovunque. Tu non le scrivi più, però inizi a contattare la sorella: “Dille che deve parlarmi.” Chiedi continuamente agli amici con chi esce. Contatti un collega per sapere se è al lavoro. Oppure mandi messaggi offensivi a persone molto vicine a lei sapendo che quasi certamente glieli riferiranno. In casi del genere la Cassazione parla anche di molestie indirette. Ma attenzione: questo non significa che telefonare una volta a un amico comune diventi automaticamente stalking. Bisogna guardare il comportamento nel suo insieme. Le condotte devono essere reiterate e devi agire sapendo che quelle interferenze arriveranno alla persona offesa o comunque entreranno nella sua vita. E deve esserci anche uno degli effetti previsti dalla legge: grave e perdurante ansia o paura, timore per l’incolumità oppure un cambiamento delle abitudini di vita. Quindi, in una difesa per stalking, controllare soltanto la chat tra indagato e persona offesa può essere un errore. A volte il contatto che conta di più è proprio quello che passa attraverso gli altri.

 

17/09/2026

Chiedere scusa significa confessare?
Nel fascicolo per maltrattamenti compare un tuo messaggio: “Scusami per tutto, non succederà più.” Lo leggi e pensi: “Questa sembra una confessione.” Ma che cosa stavi ammettendo davvero? Dipende dal contenuto e dal contesto. Se scrivi: “Scusa per ieri, non dovevo urlarti contro”, quel messaggio può certamente dimostrare che riconosci una lite e di aver alzato la voce. Ma non dimostra automaticamente che per anni hai sottoposto quella persona a maltrattamenti. Diverso sarebbe scrivere: “Ti prometto che non ti metterò più le mani addosso come è già successo altre volte.” Il peso di quella frase cambia completamente. Per questo una chat non dovrebbe mai essere letta isolando soltanto lo screenshot che fa più impressione. Bisogna capire che cosa era stato scritto prima. A quale domanda stavi rispondendo. Che cosa è successo dopo. E soprattutto se quel messaggio trova conferma in referti, testimonianze, altre conversazioni o episodi specifici. C’è poi una distinzione fondamentale. Anche ammettere una singola condotta non significa necessariamente ammettere il reato di maltrattamenti. Quel reato richiede una pluralità di comportamenti inseriti in una condotta abituale di sopraffazione. Quindi la difesa non deve fingere che quel messaggio non esista. Deve fare qualcosa di più serio: capire con precisione che cosa prova. E soprattutto che cosa, invece, non può provare da solo.

15/09/2026

Se sei indagato l'accusa cerca prove anche a tuo favore? Forse non lo sai, ma il pubblico ministero deve cercare anche le prove che possono essere a tuo favore. È scritto nel codice. Solo che, secondo me, c’è anche qualcosa di un po’ favolistico in questa regola. Intendiamoci: è una regola importante. Il pubblico ministero non dovrebbe cercare soltanto ciò che conferma l’accusa. Se emerge un elemento che può scagionarti, deve verificarlo e tenerne conto. Ma nella realtà c’è anche un fattore molto umano. Immagina un’indagine durata mesi. Sono stati ascoltati testimoni, analizzate chat, magari fatte intercettazioni. Progressivamente si costruisce una determinata ricostruzione del fatto. Quanto è facile, a quel punto, accorgersi che proprio quella ricostruzione potrebbe essere sbagliata? Già nella vita quotidiana facciamo fatica a cambiare idea. Figuriamoci quando su una determinata ipotesi abbiamo investito tempo, lavoro e risorse. Non significa che il pubblico ministero sia in malafede. Significa semplicemente che affidare la propria difesa soltanto a lui sarebbe un errore. Se sai che esiste un testimone che può smentire l’accusa, un video, un documento o una conversazione importante, la difesa deve cercarli. Per questo esistono le investigazioni difensive. La legge chiede al PM di cercare anche ciò che può scagionarti. Ma io non costruirei mai una difesa sulla speranza che sia l’accusa a trovare, da sola, il motivo per cambiare idea.

09/09/2026

Il referto prova davvero l’aggressione?
Sei accusato di aver aggredito fisicamente qualcuno e nel referto del pronto soccorso effettivamente si legge: “Il paziente riferisce di essere stato aggredito”. A prima vista potrebbe sembrare che il medico abbia certificato l’aggressione. Ma quella frase in realtà significa una cosa diversa: il medico sta riportando ciò che il paziente gli ha raccontato. Il sanitario può accertare una ferita, descriverne la posizione, formulare una diagnosi e indicare una prognosi. Ma se scrive che il paziente “riferisce” di essere stato colpito da una determinata persona, vuol dire che riporta il racconto riferito, certamente non è qualcosa che il medico ha visto accadere.
Per ricostruire la responsabilità bisogna allora mettere il referto insieme a tutto il resto: dichiarazioni, fotografie, messaggi, eventuali video, testimoni e anche le lesioni riportate dall’altra persona.
Dire che un referto “non vale nulla” sarebbe sbagliato: può essere una prova importante delle conseguenze fisiche.
Ma è altrettanto sbagliato trasformare la frase “il paziente riferisce di essere stato aggredito” in una conclusione medica sulla responsabilità di qualcuno.

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