Michele Rendina Avvocato Penalista

Michele Rendina Avvocato Penalista Avvocato penalista
Credo nell'umanità prima di tutto
Ti aiuto a superare i momenti più difficili

04/09/2026

Hai registrato di nascosto una lite o una conversazione. Quell’audio può essere utilizzato in un processo?
Se partecipavi personalmente alla conversazione, la registrazione può generalmente essere acquisita in un processo e verrà valutata come documento. Si può fare perché non è una intercettazione, perché chi registra è uno degli interlocutori e sta fissando su un supporto qualcosa che sta ascoltando direttamente.
Ma questo non significa che basti registrare per avere automaticamente una prova decisiva.
Un audio può contenere una frase molto grave, ma bisogna capire cosa è stato detto prima, cosa succede subito dopo e se il file rappresenta davvero l’intera conversazione. Possono diventare importanti anche l’identità delle voci e l’integrità della registrazione.
Per questo, se pensi che quell’audio possa avere valore difensivo, conserva il file originale. Evita tagli, montaggi o conversioni inutili che potrebbero rendere più difficile ricostruirne la provenienza e il contenuto completo.
La situazione cambia se lasci un registratore in un luogo nel quale tu non sei presente oppure se la registrazione viene effettuata su incarico della polizia giudiziaria: lì entrano in gioco norme più stringenti.
E c’è un’ultima distinzione importante: poter consegnare una registrazione al proprio avvocato e utilizzarla nel processo non significa poterla pubblicare liberamente sui social o diffonderla in una chat di gruppo. La puoi utilizzare nel processo per difenderti ma non puoi diffonderla pubblicamente, altrimenti passi dalla parte del torto.

02/09/2026

Divieto di avvicinamento: e i figli?
Hai un divieto di avvicinamento nei confronti del tuo ex partner, ma vuoi continuare a vedere i tuoi figli. È una situazione umanamente molto difficile: da una parte c’è una misura cautelare che devi rispettare, dall’altra il rapporto con i tuoi figli che non vuoi perdere. Il punto è che sono due piani diversi. Il diritto a frequentare i figli non ti autorizza automaticamente a ignorare ciò che stabilisce l’ordinanza penale. Non puoi quindi organizzare da solo un incontro se, per farlo, devi avvicinarti alla persona offesa, raggiungere un luogo che ti è vietato oppure effettuare comunicazioni che il provvedimento non consente. Anche quando l’intenzione è semplicemente quella di prendere o riportare un figlio, improvvisare può creare un problema molto più serio.
Bisogna invece leggere insieme la misura cautelare e le eventuali decisioni già adottate dal giudice civile o minorile.
Attraverso il difensore si possono chiedere modalità compatibili con entrambe le esigenze: per esempio consegne attraverso terze persone, luoghi neutrali oppure incontri protetti, quando ne ricorrono le condizioni. La soluzione dipende sempre dal contenuto concreto dei provvedimenti. Per questo non conviene affidarsi a frasi come: “È mio figlio, quindi posso andare”. Rispettare la misura e chiedere modalità corrette per mantenere il rapporto con i figli protegge anche te: una violazione potrebbe aggravare la misura e rendere ancora più difficile proprio quella frequentazione che stai cercando di conservare.

31/08/2026

Quando più liti diventano maltrattamenti?
Dei litigi avvenuti a mesi di distanza possono diventare maltrattamenti? La risposta non è così semplice. I maltrattamenti sono un reato abituale: serve una pluralità di condotte collegate tra loro, capaci di creare nel tempo un sistema di sopraffazione, umiliazione o violenza all’interno del rapporto. Questo significa che non è necessario che gli episodi avvengano ogni giorno o tutte le settimane. Anche periodi di apparente tranquillità possono essere compatibili con l’abitualità, se ciò che accade prima e dopo fa parte dello stesso modello di comportamento. Ma attenzione anche all’errore opposto. Non basta prendere tre o quattro liti, magari nate per ragioni completamente diverse e indipendenti tra loro, e sommarle per trasformarle automaticamente in maltrattamenti.
Quei singoli fatti potrebbero anche avere una propria rilevanza penale, ma questo non significa necessariamente che esista il reato abituale di maltrattamenti.
Per capire la differenza bisogna ricostruire l’intera relazione: che tipo di condotte si ripetono? Sono collegate? Esiste un filo comune? Producono nel tempo una condizione di sopraffazione oppure emergono episodi autonomi all’interno di un rapporto conflittuale? Il punto, quindi, non è contare quante liti ci sono state né misurare quanti mesi passano tra una e l’altra. Bisogna capire se quei singoli episodi sono pezzi dello stesso sistema oppure fatti realmente isolati.

28/08/2026

Hai rispettato la misura cautelare per mesi, senza una sola violazione. È naturale pensare: “A questo punto il giudice dovrebbe alleggerirla”.
Quel comportamento può essere importante, ma da solo potrebbe non bastare. La misura cautelare non si alleggerisce come premio per essere stati corretti. Il giudice deve chiedersi se il pericolo che aveva giustificato quella misura esista ancora e, soprattutto, se abbia ancora la stessa intensità. Se il problema era il rischio di alterare le prove, può fare una grande differenza che i testimoni siano già stati ascoltati o che gli accertamenti più delicati siano terminati.
Se si temeva la fuga, possono assumere rilievo una casa stabile, il lavoro, i legami familiari e il comportamento mantenuto nel tempo. Se invece il rischio era commettere nuovi reati, possono contare l’interruzione dei rapporti che avevano generato il problema, un cambiamento concreto della situazione personale, un percorso terapeutico o altri elementi capaci di ridurre quel pericolo. Può pesare anche ciò che accade nel procedimento: un’accusa che si indebolisce o una diversa qualificazione del fatto. Per questo non basta dire: “Sono passati sei mesi”. La richiesta deve prendere l’ordinanza iniziale e spiegare, punto per punto, che cosa oggi è realmente cambiato.

27/08/2026

La persona offesa non si presenta all’udienza. Significa automaticamente che ha rimesso la querela e che il processo finisce?
No. Non basta saltare una qualsiasi udienza.
Perché possa operare questa forma di remissione tacita deve trattarsi di un reato procedibile a querela e deve essere proprio il querelante, senza un giustificato motivo, a non presentarsi all’udienza nella quale è stato citato come testimone.
Quindi, per esempio, un’assenza a un’udienza nella quale quella persona non doveva essere ascoltata non produce automaticamente lo stesso effetto.
E ci sono delle eccezioni importanti. La regola non opera, tra gli altri casi, quando il querelante è incapace o particolarmente vulnerabile, oppure quando la querela è stata presentata nell’interesse di un minore o di una persona incapace.
Esiste poi un’altra ipotesi di remissione tacita: la conclusione positiva di un percorso di giustizia riparativa. Se però l’accordo prevede degli impegni, la remissione si produce soltanto dopo che quegli impegni sono stati rispettati.
Attenzione anche allo stalking: qui la semplice mancata comparizione non basta e la remissione deve avvenire nelle forme previste dalla legge.
E c’è un’ultima cosa che spesso sorprende: anche quando la querela viene rimessa, l’imputato può decidere di non accettare la remissione.

14/08/2026

Sei in custodia cautelare in carcere. La tua famiglia trova una casa disponibile e il datore di lavoro dice che è pronto a riprenderti. Basta questo per ottenere gli arresti domiciliari? No, ma sono elementi che possono essere importanti. Il giudice non deve chiedersi soltanto se sei una persona con un lavoro e un’abitazione. Deve stabilire se, in quella casa, le esigenze cautelari possano essere controllate senza lasciarti in carcere. Per esempio, se sei accusato di maltrattamenti, ovviamente non puoi proporre come domicilio la stessa abitazione della persona che dovrebbe essere protetta. Oppure se l’accusa riguarda un’attività svolta proprio da casa, quello stesso indirizzo potrebbe essere considerato inadeguato. E se esiste ancora il rischio che tu contatti testimoni, fugga o commetta nuovi reati, un contratto di lavoro da solo non lo elimina. Nella richiesta bisogna quindi spiegare anche cosa sia cambiato rispetto al momento in cui è stato disposto il carcere. Quali esigenze si sono attenuate? Perché quella casa è controllabile e sicura? Il braccialetto potrebbe essere sufficiente? E attenzione: avere un lavoro non significa automaticamente essere autorizzati a uscire dai domiciliari per lavorare. La casa e il lavoro non sono lasciapassare. Sono tasselli di una proposta più ampia, con la quale la difesa deve dimostrare che il carcere non è più necessario e che una misura meno grave può proteggere comunque il processo e le persone coinvolte.

12/08/2026

Durante una lite hai detto: “Ti ammazzo.” Poi ti sei calmato e dici: “Non lo avrei mai fatto davvero.” Può esserci comunque il reato di minaccia? Sì, perché per la minaccia non è necessario che tu volessi realmente mettere in pratica quella frase. Il punto da verificare non è se lo avresti fatto davvero, ma se quelle parole, in quel momento, erano concretamente capaci di intimidire l’altra persona. La stessa frase può avere significati molto diversi. Un conto è urlarla durante una discussione, a distanza, senza alcun gesto concreto, per poi andare via. Un altro è pronunciarla avvicinandosi, mostrando un’arma o dopo precedenti episodi di violenza. Il giudice deve valutare il contesto, il tono, i rapporti tra le persone e la credibilità del male prospettato. Non serve necessariamente che la persona offesa dimostri di essere rimasta davvero terrorizzata. Ma neppure ogni frase volgare o detta per rabbia diventa automaticamente un reato. Deve esserci la prospettazione di un danno ingiusto concretamente idonea a limitare la serenità e la libertà dell’altra persona. Quindi dire: “Non avevo intenzione di farlo” può spiegare il tuo stato d’animo. Ma non basta da solo a escludere la minaccia. Ciò che conta è cosa le tue parole comunicavano, in quella situazione precisa.

10/08/2026

Tuo figlio è stato arrestato. Chiami l’avvocato e cominci a spiegargli che è un bravo ragazzo e che non farebbe mai una cosa simile. È umano. Ma nelle prime ore al difensore servono soprattutto tre informazioni. La prima: quando e dove è stato arrestato e, soprattutto, dove si trova adesso. Caserma, commissariato o carcere. Il difensore deve capire immediatamente quale autorità sta procedendo e come raggiungerlo. La seconda: tutto ciò che sapete concretamente del fatto. Chi era presente? Ci sono telecamere, messaggi o persone che possono ricostruire quei minuti? Gli hanno sequestrato il telefono, l’auto o altri oggetti?
Non servono supposizioni. Servono nomi, luoghi e dati verificabili. La terza: le sue condizioni personali. Assume farmaci? Ha problemi di salute o di dipendenza? Ha una residenza stabile, un lavoro e una casa diversa nella quale potrebbe essere accolto? Questi elementi possono essere importanti anche per discutere la misura cautelare. E nel frattempo la famiglia non deve cancellare messaggi, contattare chi era presente o cercare di sistemare la vicenda da sola.
Nelle prime ore non dovete convincere l’avvocato che vostro figlio è innocente.
Dovete metterlo nella condizione di trovarlo, comprendere cosa sta accadendo e difenderlo subito.

08/08/2026

"Mi ha denunciato per maltrattamenti, ma dopo la denuncia è rimasta a vivere con me. Allora quello che racconta non può essere vero?” No. Almeno non automaticamente. Da fuori viene spontaneo pensare: “Se aveva davvero paura, perché è rimasta?” Ma una persona può continuare una relazione per i figli, per dipendenza economica, per paura oppure semplicemente perché spera ancora che le cose cambino. E la Cassazione ha chiarito che tornare o continuare a convivere non rende, da solo, inattendibile chi denuncia. Però bisogna fare attenzione anche a non commettere l’errore opposto. Il fatto che una persona rimanga potrebbe provare che i maltrattamenti non ci sono stati. Ma bisogna guardare anche ad altro: dopo la denuncia cosa è successo? I messaggi successivi contraddicono qualche episodio raccontato? Le condotte vessatorie sono continuate? Oppure dagli atti emergono soprattutto litigi isolati e reciproci? Perché i maltrattamenti richiedono una condotta abituale di sopraffazione. Quindi dire “È rimasta con me, allora ha mentito” non basta. Ma quella convivenza va comunque studiata e confrontata con tutto il resto delle prove.

07/08/2026

Hai ricevuto una citazione a giudizio e leggi una prima data di udienza. Pensi già di dover chiedere permessi al lavoro per tutto il processo. Ma l’imputato deve essere presente a ogni udienza? In generale, no. Partecipare al processo è un tuo diritto, ma potresti anche non essere mai presente. Se sai che il processo è in corso e scegli consapevolmente di non comparire, normalmente vieni rappresentato dal tuo avvocato. E molte udienze possono consistere in un rinvio, nell’ascolto di un testimone o in attività che il difensore può seguire senza la tua presenza. Questo, però, non significa che puoi ignorare tutte le date. Ci sono momenti nei quali partecipare può essere molto importante. Per esempio, se devi essere esaminato, rendere dichiarazioni spontanee o assistere a un passaggio particolarmente delicato del processo. E qualche volta vedere direttamente un testimone e ascoltare ciò che racconta può aiutarti a segnalare subito al difensore una contraddizione. La scelta, quindi, non dovrebbe essere: “Vengo sempre” oppure “non vengo mai”. Prima di ogni udienza chiedi al tuo avvocato cosa accadrà e se la tua presenza sia necessaria o strategicamente utile. La citazione significa che devi seguire il processo. Non necessariamente che devi perdere una giornata di lavoro per ogni singola udienza.

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Pomigliano D'Arco

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