Avv. Isabella Marrazzo

Avv. Isabella Marrazzo Avv. Isabella Marrazzo iscritta presso Ordine Avvocati di Parma
via Alessandria n. 16, 43122 Parma (
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28/09/2020
12/11/2019

IL CONTRATTO DI CONVIVENZA
Grazie alla Legge Cirinnà (Legge n. 76/2016), l’autonomia privata delle coppie conviventi è stata notevolmente ampliata consentendo, agli stessi, di determinare liberamente alcuni aspetti della loro vita di coppia. E così la riforma, al cinquantesimo stabilisce che “i conviventi di fatto possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un contratto di convivenza”.
La dottrina ha affrontato la questione della possibilità di inserire all'interno del contratto di convivenza alcuni aspetti riguardanti il momento della cessazione di una convivenza. A tal proposito, il comma 56 dell’art.1 della legge Cirinnà è da alcuni considerato come ostativo dato che, nell'affermare che “il contratto di convivenza non può essere sottoposto a condizione o a termine”, preclude alle parti la possibilità di inserire delle disposizioni che trovino attuazione nel caso in cui cessi il rapporto di convivenza. Altri invece, superano il limite posto dal comma 56 sostenendo che tali pattuizioni siano lecite in quanto non classificabili come condizioni ma come strumenti per disciplinare l’eventuale evoluzione del rapporto. Di rilevante pregio è il comma 65 della citata legge dove il Legislatore tutela il convivente bisognoso nella parte in cui afferma che “In caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice stabilisce il diritto del convivente di ricevere dall'altro convivente gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento. In tali casi, gli alimenti sono assegnati per un periodo proporzionale alla durata della convivenza e nella misura determinata ai sensi dell’articolo 438, secondo comma, del codice civile”.
In un contratto di convivenza sono invece nulle le clausole relative al pagamento di una penale nel caso in cui dovesse cessare il rapporto di convivenza perché ciò potrebbe indurre una delle parti a dover scegliere di proseguire il rapporto pur con malevolenza per evitare di incorrere nella sanzione pecuniaria. La nullità è prevista in ogni caso: 1. In presenza di un vincolo matrimoniale, di un’unione civile o di altro contratto di convivenza;
2. quando il contratto sia concluso da persone che non hanno conseguito la maggiore età o da persone vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile; 3. quando una delle parti sia interdetta giudizialmente; 4. in caso di condanna per il delitto di cui all'art. 88 c.c. (omicidio consumato o tentato sul coniuge del partner).
Il contratto di convivenza, ex art. 1 comma 51 della L. n. 76 del 2016, deve essere stipulato in forma scritta a pena di nullità, con atto pubblico o scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato che ne attestano la conformità alle norme imperative e all'ordine pubblico.
Per quanto concerne il contenuto del contratto, esso viene delineato al comma 53 il quale dispone che esso “reca l’indicazione dell’indirizzo indicato da ciascuna parte al quale sono effettuate le comunicazioni inerenti al contratto medesimo. Il contratto può contenere: a) l’indicazione della residenza; b) le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno e alla capacità di lavoro professionale o casalingo; c) il regime patrimoniale della comunione dei beni, di cui alla sezione III del capo VI del titolo VI del libro primo del codice civile”.
Sono da ritenersi ammissibili le clausole che riguardano: le pattuizioni e gli accordi riguardanti i figli che in caso di malattia o qualora venisse meno la capacità di intendere e volere, il partner ha la facoltà di assistenza e di visita; clausole con cui il convivente può designare l’altro, sempre nel caso di sopravvenuta incapacità di intendere e volere, come suo rappresentante con pieni poteri o limitati; ed infine clausole che prevedono la designazione del proprio partner quale amministratore di sostegno.
Il contratto di convivenza, come qualsiasi altro contratto, può essere risolto. Il comma 59 dell’art.1 della L. n. 76/2016 indica i casi di risoluzione del contratto che sono:
a) accordo delle parti; b) recesso unilaterale; c) matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un convivente e altro soggetto; d) morte di uno dei contraenti.
La risoluzione del contratto deve inoltre seguire le stesse forme previste per la sua conclusione. Qualora il contratto di convivenza preveda, a norma del comma 53, lettera c), il regime patrimoniale della comunione dei beni, la sua risoluzione determina lo scioglimento della comunione medesima. Resta in ogni caso ferma la competenza del notaio per gli atti di trasferimento di diritti reali immobiliari comunque discendenti dal contratto di convivenza.
Nel caso, poi, in cui la casa familiare sia nella disponibilità esclusiva del recedente, la dichiarazione di recesso, a pena di nullità, deve contenere il termine, non inferiore a novanta giorni, concesso al convivente per lasciare l’abitazione.

15/07/2019

ASSEGNO BANCARIO SCOPERTO: CONSEGUENZE E RIMEDI.
la crisi economica che ha colpito la generalità' dei consociati purtroppo ha incrementato i casi in cui un assegno bancario emesso sia, al momento dell'incasso, sprovvisto di copertura economica onde la banca non può effettuare il pagamento. Partiamo dal dire che l'assegno bancario è un titolo di credito a vista, con il quale un titolare di conto corrente presso una banca (detto traente) può pagare una somma di denaro a favore di un terzo soggetto (beneficiario). A seguito dell'emissione dell'assegno vi sono tempi ben precisi entro i quali l’assegno bancario deve essere incassato:
– il primo termine riguarda gli assegni cosiddetti su piazza, ovvero pagabili nello stesso comune in cui il titolo è stato emesso: in tali casi è possibile incassare l’assegno entro 8 giorni dalla data di emissione, che è riportata in alto sulla destra;
– il secondo termine riguarda l'assegno fuori piazza ossia quei titoli pagabili in un comune diverso da quello di emissione. In questo caso la riscossione deve essere effettuata entro 15 giorni;
– se l’assegno bancario è destinato al pagamento in uno stato diverso da quello in cui è stato emesso, il termine è di 20 giorni se lo stato è europeo;
– se lo stato dove l’assegno è riscosso appartiene ad un diverso continente il termine è di 60 giorni.
Oltre i termini indicati per l'incasso l'assegno “scade” e chi ha emesso il titolo può ordinare alla banca di non effettuare il pagamento, senza subire alcuna conseguenza.
Pertanto, se il beneficiario si presenta nei termini di cui sopra per incassare l'assegno e, nell'occasione, non c'è la copertura economica per pagarlo la banca avverte, senza indugio, l'emissario dell'assegno invitandolo a depositare i fondi necessari per il pagamento dello stesso. Al titolare del conto viene così concesso un termine per risolvere il problema versando le somme necessarie per il pagamento. Se i fondi necessari per la copertura dell'assegno vengono depositati nei termini il debitore non subisce conseguenze e l’assegno viene pagato.
Qualora, invece, il soggetto che ha emesso l'assegno non versa la somma necessaria, la banca invierà la segnalazione alla centrale di allarme interbancaria, CAI, dove il nominato del protestato rimarrà anche dopo il pagamento dell’assegno. La notizia del protesto levato è conservata nel registro informatico fino alla sua cancellazione oppure, in mancanza di tale cancellazione, per 5 anni dalla data della registrazione. Inoltre, l’emittente dell'assegno scoperto sarà inserito anche nel registro dei protesti della camera di commercio territorialmente competente, al fine di renderne conoscibile ai terzi la condizione di protestato.
E' possibile la cancellazione del protesto dai pubblici registri, e dall'apposito elenco della camera di commercio, nonché dal CRIF, ossia la centrale rischi.
Se il debito indicato nel titolo viene onorato entro un anno dalla levata del protesto, ci si reca presso l’ufficio della camera di commercio territorialmente competente e si esibisce una copia attestante il pagamento dell’assegno e la liberatoria del creditore, che confermi l’avvenuto saldo. La rimozione dall'elenco dovrebbe avvenire entro i successivi 20 giorni.
Diverso è il caso del protestato che abbia effettuato il pagamento del debito dopo un anno dalla data di levata del protesto. In questo caso, non è possibile chiedere direttamente la cancellazione dell’atto, ma bisognerà rivolgersi al Giudice territorialmente competente per ottenere la riabilitazione, producendo la documentazione attestante l’avvenuto pagamento. L’atto di riabilitazione costituirà titolo, perché il nominativo del riabilitato sia cancellato dagli elenchi pubblici.
In assenza del pagamento, bisogna attendere 5 anni per la cancellazione del protesto, non venendo meno, in ogni caso, l’obbligo del protestato di saldare il debito con il creditore.
Altresì, tra le sanzioni previste a carico del protestato vi è una pena pecuniaria che varia da un minimo di 516,00 euro a un massimo di 3.098,00 euro. Se l’assegno è di importo superiore ai 10.329,00 euro o nei casi di reiterazione della violazione, la sanzione è elevata da un minimo di 1.032,00 euro a un massimo di 6.197,00 euro.

17/06/2019

EFFETTI DELLA SEPARAZIONE CONSENSUALE E DIES A QUO PER LA CESSAZIONE DELLA COMUNIONE LEGALE.

L’articolo 150 del codice civile, rubricato “separazione personale”, recita: “È ammessa la separazione personale dei coniugi. La separazione può essere giudiziale o consensuale.
Il diritto di chiedere la separazione giudiziale o la omologazione di quella consensuale spetta esclusivamente ai coniugi”.
Nella separazione consensuale con il consenso espresso di entrambi i coniugi si arriva a un accordo sulla divisione dei loro beni in comunione e sull'affidamento dei figli, sul contributo al mantenimento per moglie e figli nonché sulle possibili questioni tutte collegate a una separazione. L’accordo tra i due coniugi deve essere sottoposto all'esame del tribunale che, con le formalità della camera di consiglio, valuta che l’accordo non sia contrario a disposizioni di legge e, in particolar modo, in presenza di figli minori valuta che siano rispettati i diritti della prole e che non vi siano condizioni pregiudizievoli per la stessa quali ad esempio l'inesistenza e/o la non congruità del contributo al mantenimento. La separazione consensuale omologata dall'autorità competente sospende legalmente i doveri reciproci dei coniugi, intendendosi compresi quelli di collaborazione, di coabitazione e di contribuzione, mentre restano i doveri di assistenza e rispetto reciproco.
Un altro effetto della separazione, in ambito patrimoniale, è la cessazione della comunione legale tra coniugi. Il 1° comma dell’art. 191 c.c. dispone: “La comunione si scioglie per la dichiarazione di assenza o di morte presunta di uno dei coniugi, per l’annullamento, per lo scioglimento o per la cessazione degli effetti civili del matrimonio, per la separazione personale, per la separazione giudiziale dei beni, per mutamento convenzionale del regime patrimoniale, per il fallimento di uno dei coniugi.” A causa di una lacuna normativa si poneva un interrogativo: da quale momento decorrono gli effetti della cessazione della comunione legale? Da ciò l'esigenza di aggiungere all’art. 191 c.c. un 2° comma, inserito dall’art. 2, 1° co., L. 6.5.2015, n. 55, che stabilisce: «Nel caso di separazione personale, la comunione tra coniugi si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati, ovvero alla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione consensuale dei coniugi dinanzi al presidente, purché omologato. …....».

11/06/2019

MEDIAZIONE OBBLIGATORIA: LA PARTE DEVE COMPARIRE PERSONALMENTE O PUÒ DARE DELEGA AL PROPRIO AVVOCATO?

Molto spesso al primo incontro di mediazione e a quelli che seguono, una o più parti non compaiono personalmente e, al loro posto, partecipino alla procedura i loro avvocati. Il Tribunale di Vasto nella sentenza 17 dicembre 2018 aveva chiarito che nel procedimento di mediazione la condizione di procedibilità è assolta soltanto in caso di comparizione personale delle parti, agli incontri con il mediatore, non essendo sufficiente la sola presenza degli avvocati. La questione ha sollevato notevoli dubbi in quanto l'art. 8 del D. Lgs. 28 del 2010 prevede che al primo incontro di mediazione e a quelli successivi le parti debbano partecipare personalmente, con l’assistenza dell’avvocato ma, nulla dice circa la possibilità di delegare la comparizione a terzi soggetti, tra cui appunto il proprio difensore.
La Corte di Cassazione, recentemente, con la sentenza della III sez. civile, n. 8473 del 27 marzo 2019, si è occupata della questione. La Corte di Appello di Trieste, con la sentenza n. 2010 del 2017, aveva precisato che l’art. 8 del D. Lgs. 28/201, prevede la presenza personale delle parti, assistite dal proprio difensore, atteso che nel primo incontro informativo il mediatore ha necessità di entrare in contatto diretto con le stesse, al fine di sondare se vi siano realmente le condizioni e la volontà di entrare in mediazione. In ogni caso, precisano i giudici di seconde cure, pur potendo le parti farsi rappresentare dal difensore, non è sufficiente la sola procura speciale alle liti rilasciata ex art. 185 c.p.c., trattandosi di procura con valenza meramente processuale e non sostanziale; così rendendosi necessaria una procura speciale notarile che conferisca al difensore la rappresentanza sostanziale della parte. Il tema posto ai giudici della Cassazione, pertanto, è di determinare se, nei procedimenti di mediazione nelle materie c.d. obbligatorie, la parte istante sia tenuta a comparire personalmente affinché il tentativo si possa ritenere compiuto, o se possa farsi sostituire e in caso affermativo, come e da chi.
La Corte di Cassazione, con la pronuncia n. 8473 del 2019, è giunta alla conclusione che la parte che non possa presenziare personalmente in mediazione, può farsi sostituire dal proprio difensore o da altro soggetto, previa specifica procura notarile avente ad oggetto sia la partecipazione alla procedura di mediazione, sia il conferimento del potere di disporre dei diritti sostanziali che ne sono oggetto. Il Collegio, infatti, si è espresso testualmente come segue:“…la necessità della comparizione personale non comporta che si tratti di attività non delegabile. In mancanza di una previsione espressa in tal senso, e non avendo natura di atto strettamente personale, deve ritenersi che si tratti di attività delegabile ad altri. Non è previsto né escluso che la delega possa essere conferita al proprio difensore… Quindi, il potere di sostituire a se stesso qualcun altro per la partecipazione alla mediazione può essere conferito con una procura speciale sostanziale”. Per la Cassazione, pertanto, è sufficiente una procura speciale sostanziale, non la mera procura alle liti e non necessariamente la procura speciale autenticata dal notaio; ciò che secondo i Giudici della Corte occorre, è una procura redatta in forma di scrittura privata non autenticata, perché la forma della procura deve seguire la forma dell’atto che il procuratore va a concludere. Ne deriva, in ossequio a tale principio, che la procura dovrà essere senz'altro conferita con autentica notarile nel caso in cui il procuratore debba compiere per conto della parte atti che abbiano ad oggetto il trasferimento di diritti reali o altri atti per i quali la forma sia richiesta ad substantiam ex art. 1350 c.c. . Con riferimento al soddisfacimento della condizione di procedibilità, i Giudici hanno stabilito che le parti che dichiarano che non ci sono i presupposti per proseguire oltre il primo incontro, assolvano alla condizione di procedibilità. La Cassazione riconferma infatti la libertà delle parti di decidere il proprio percorso processuale, anche partecipando per mero adempimento al primo incontro, riaffermando che l’unica sanzione che può comminare il giudice è relativa alla mancata partecipazione.

28/05/2019

ASSEGNO DI MANTENIMENTO: SI VOGLIONO INTRODURRE NUOVI PARAMETRI DI CALCOLO

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite con sentenza n.18287/2018 ha stabilito che l’assegno di mantenimento ha “natura assistenziale, compensativa e perequativa”. Da ciò l'emergere di una proposta di legge che, se avrà esito positivo, introdurrà importanti novità per quanto riguarda l’assegno di mantenimento.

Ad oggi il diritto al mantenimento consiste in una prestazione comprensiva di tutto ciò che risulti necessario alla conservazione del tenore di vita goduto dai coniugi prima della separazione, prescindendo da uno stato di bisogno.

La proposta di legge, nello stabile l'ammontare dell'assegno di mantenimento, tende a far superare il parametro del “tenore di vita” mantenuto nel corso del matrimonio, perché a parere della Cassazione, “si deve adottare un criterio composito” che tenga conto “delle rispettive condizioni economico-patrimoniali” e “dia particolare rilievo al contributo fornito dall'ex coniuge” alla vita familiare, al “patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future ed all'età“. Merita un richiamo anche la Sentenza n. 11504/2017 che, pronunziandosi sul divorzio, avvenuto nel 2013 dopo 20 anni di matrimonio, tra l'ex ministro Vittorio Grilli e la moglie imprenditrice, ha portato ad un abbandono definitivo del parametro del tenore di vita ai fini del calcolo dell'assegno di mantenimento.
Per quanto sopra si delineano nuovi parametri standardizzati, quali: durata del matrimonio, l’età del destinatario dell’assegno, le sue condizioni di salute e la ridotta capacità di reddito. Il criterio fondamentale su cui fondare la pretesta del coniuge dovrà basarsi sul contributo personale ed economico fornito dai coniugi durante il matrimonio; più precisamente, si dovrà stabilire in che modo ognuno dei coniugi ha partecipato per creare il proprio patrimonio e quello comune. A mio parere il parametro del “tenore di vita” mantenuto nel corso del matrimonio è un parametro che non va abbandonato definitivamente ma, all'interno della nuova prospettiva, deve rappresentare un monito di rilevante importanza ai fini della decisione del Giudicante. Va rilevato, altresì, che il Procuratore Generale della Cassazione, il 10 aprile 2018, ha evidenziato la necessità di ripristinare il tenore di vita goduto durante le nozze, quale riferimento nella valutazione del diritto del coniuge debole a ricevere l’assegno di divorzio. E in tal senso ha chiesto alle Sezioni Unite di pronunciarsi.

28/05/2019

Separazione dei coniugi. Come riscuotere coattivamente l'assegno di mantenimento dal coniuge obbligato e inadempiente.

Accade spesso che, a seguito dei provvedimenti Presidenziali che stabiliscono un contributo al mantenimento in favore della moglie e/o soltanto per i figli, il coniuge obbligato non adempie. In tal caso, se il coniuge inadempiente lavora presso terzi o percepisce una indennità INAIL o INPS, è utile inoltrare, presso l'autorità competente, un ricorso ex art. 156 cc. comma 6°. Quest'ultimo recita testualmente: “In caso di inadempienza, su richiesta dell'avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all'obbligato, che una parte di esse venga versata direttamente agli aventi diritto”. Qualora il datore di lavoro o l'INPS siano già destinatari di ordini di pagamento a terzi in ossequio a precedenti pignoramenti, non esiste, ad oggi, una norma che equipari anche l'ordine di pagamento diretto, ex articolo 156 del codice civile, ad un pignoramento e limiti, quindi, l'entità della somma assegnata al beneficiario del mantenimento.
La legge non pone alcun limite all'importo relativo all'ordine diretto di pagamento ex articolo 156 cc: non vale l'impignorabilità del minimo vitale della pensione, né la regola secondo la quale pignoramenti pregressi e quello in corso non possono eccedere la metà della pensione, così come previsto dall'articolo 545 del codice di procedura civile.

11/04/2018

L'ACCESSO AL GRATUITO PATROCINIO NEI PROCESSI CIVILI.
Quante volte in studio si ricevono telefonate del tipo: "Buongiorno, vorrei l'avvocato gratis"!
Pertanto, è utile precisare quando e come l'assistito ha il diritto di accedere al Patrocinio a spsese dello Stato.
Il patrocinio a spese dello Stato è uno strumento che, in attuazione all’art. 24 della Costituzione, garantisce il diritto di difesa, in capo a persone che non hanno mezzi adeguati o si trovano in condizioni economiche precarie tali da non poter provvedere, in maniera autonoma, al pagamento delle spese giudiziali.
Fatta questa premessa occorre sottolineare che requisito fondamentale per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato è il possesso di un reddito mponibile ai fini IRPEF, risultante dall'ultima dichiarazione dei redditi, non superiore ad euro 11.528,41.
Per calcolare il reddito si fa riferimento alla dichiarazione dell’anno precedente alla richiesta: si considerano e si sommano tutti i redditi imponibili, tenendo in considerazione anche quelli che, per legge, sono esenti da IRPEF e quelli assoggettati a ritenuta alla fonte o a imposta sostitutiva, percepiti nell’ultimo anno dal soggetto interessato a presentare domanda di accesso al gratuito patrocinio.
Nel caso in cui quest’ultimo abbia conviventi, l’ammontare del reddito è dato dalla somma dei redditi di tutti i componenti del nucleo familiare.
Vi sono due eccezioni a questa regola in quanto se oggetto della causa sono diritti personalissimi (ad es.: il diritto al nome) o se gli interessi del richiedente sono in conflitto con quelli degli altri componenti del nucleo familiare (ad es. separazione o divorzio) si guarda il reddito del singolo componente.
Fermo il fondamentale requisito reddituale (accertabile anche con l'esibizione della dichiarazione ISEE, con allegata DSU, in corso di validità) l'interessato, tramite il proprio legale, presenta la domanda presso la segreteria del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del Tribunale competente a statuire sulla causa, se essa non è ancora iniziata oppure quella del Tribunale in cui è pendente il procedimento, se esso è già in corso.
L'istanza deve contenere: i dati dell'interessato e dei componenti il nucleo familiare, le ragioni di fatto e di diritto idonee a valutare la fondatezza della pretesa, l'indicazione delle prove utili e l'impegno a comunicare, fino a che il processo non sia definito, le variazioni rilevanti dei limiti di reddito, verificatesi nell'anno precedente, entro trenta giorni dalla scadenza del termine di un anno, dalla data di presentazione dell'istanza o della eventuale precedente comunicazione di variazione. L'istanza, inoltre, deve essere sottoscritta dall'interessato a pena di inammissibilità e la sottoscrizione è autenticata dal difensore. Naturalmente l'istanza di ammissione al Patrocinio a spese dello Stato deve essere corredata dei documenti necessari a verificare l'esistenza dei requisiti richiesti.
In sede civile la domanda deve essere valutata dal Consiglio dell’Ordine competente. Quest'ultimo accertati i requisiti e la fondatezza della domanda può:
1. ammettere l'interessato in via provvisoria ed anticipata;
2. rigettare la domanda;
3. dichiarare la domanda inammissibile per mancanza dei requisiti necessari.
Va precisato che l'interessato anche dopo l'ammissione al gratuito patrocinio pùò vedersi revocato il beneficio.
Ed infatti, il giudice della causa, anche dopo che sia avvenuta l’ammissione al gratuito patrocinio, può revocarlo sulla base di un mutamento delle condizioni economiche incompatibili con la concessione del beneficio.

11/04/2018

CONVIVENZA MORE UXORIO E DIRITTO DI ABITAZIONE IN FAVORE DEL CONVIVENTE SUPERSTITE.

La larga diffusione delle convivenze di fatto fa sì che sorgano molti interrogativi in ordine ai diritti spettanti ai conviventi. Tra i tanti quesiti, voglio porre l'attenzione sul diritto di abitazione in favore del convivente superstite nella precisa circostanza in cui il convivente deceduto sia l'unico proprietario della casa di abitazione della coppia di fatto.
Ebbene, prima dell'entrata in vigore della Legge Cirinnà (L. 20 maggio 2016, n. 76) che ha disciplinato, seppur in maniera non esaustiva, le unione civili e le convivenze di fatto, il convivente che abitava nella casa di proprietà del compagno, in caso di sopravvenuto decesso del patner, non aveva nessun diritto di abitazione e/o detenzione sull’immobile. Pertanto, l’abitazione che prima del decesso era stata, magari per anni, la dimora della coppia di fatto doveva rientrare nella materiale disponibilità degli eredi legittimi del defunto. La L. 20 maggio 2016, n. 76 commi 42 - 43 prevede, nella sola ipotesi del decesso del convivente proprietario, una riserva di abitazione del convivente superstite precisandone la durata e disponendo come di seguito:
"42. Salvo quanto previsto dall'articolo 337-sexies del codice civile, in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. Ove nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni.
43. Il diritto di cui al comma 42 viene meno nel caso in cui il convivente superstite cessi di abitare stabilmente nella casa di comune residenza o in caso di matrimonio, di unione civile o di nuova convivenza di fatto".

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