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Avvocati a Parma Studio Legale

07/07/2021

Con il termine copyright ci si riferisce in maniera generica alla protezione offerta dalla legge sul diritto d’autore. In Italia la legge di riferimento

25/05/2021

COVID E LOCAZIONE: IL PUNTO DELLA GIURISPRUDENZA

E’ tuttora discusso se l’art. 3, comma 6 bis del D.L. n. 6/2020, che esonera il debitore dalla responsabilità ex art. 1218 c.c. per le conseguenze derivanti dal rispetto delle misure di contenimento sociale tese a fronteggiare l’epidemia da Covid-19, sia suscettibile di applicazione anche nell’ipotesi di omesso e/o ritardato pagamento dei canoni di locazione maturati durante l’emergenza Covid.
Attualmente, stante l’assenza di interventi nell’ambito della legislazione emergenziale, i Tribunali italiani paiono muoversi in ordine sparso.
La prima pronuncia in argomento risale al noto provvedimento d’urgenza, emesso durante la prima ondata, con cui il Tribunale di Venezia aveva ordinato a un Istituto di Credito di non pagare la fideiussione a garanzia dei canoni di locazione non corrisposti, «ritenendo opportuno attendere, prima di disporre per il prosieguo, lo stato della normativa (…) visto che essa è in continua evoluzione e segue l’andamento della pandemia» (Tribunale di Venezia, decreto del 14.4.2020).
Nel medesimo senso di inibire il pagamento delle fideiussioni, ovvero di ordinare al locatore di astenersi dal presentare all’incasso gli effetti cambiari rilasciati dal conduttore a garanzia delle proprie obbligazioni, si sono espressi, tra l’altro, i Tribunali di Bologna (Tribunale di Bologna, decreti dell’11.5.2020, 12.5.2020 e 4.6.2020), Rimini (Tribunale di Rimini, decreto del 25.5.2020), e Genova (Tribunale di Genova, decreto dell’1.6.2020).
In altri casi la giurisprudenza ha inteso valorizzare gli articoli 1256 e 1464 del Codice Civile, così da riconoscere, in favore del conduttore, la riduzione del canone limitatamente ai periodi di lockdown, che viene ritenuto causa dell’impossibilità parziale della prestazione (Tribunale di Bari, sentenza del 9.6.2020; Tribunale di Roma, ordinanze del 29.5.2020 e 27.8.2020; Tribunale di Venezia, ordinanza n. 5480/2020 e sentenza del 30.9.2020).
Non mancano al contempo pronunce di segno opposto, che ritengono essere dovuti i canoni di locazione nell’intero ammontare in ragione del fatto che, in realtà, non vi è alcuna norma che legittimi la sospensione dei pagamenti (Tribunale di Pordenone, ordinanza dell’8.7.2020; Tribunale di Torino, sentenza del 2.7.2020; Tribunale di Pisa, ordinanza del 30.6.2020).
Il Tribunale di Palermo s’inserisce in quest’ultimo filone, rigettando di conseguenza l’opposizione (Tribunale di Palermo, sentenza 1773/2021).
La vicenda
Incardinando un’opposizione allo sfratto per morosità promosso nell’ambito di una locazione abitativa, la conduttrice sostiene di non aver potuto assolvere al pagamento dei canoni a causa del lockdown imposto per far fronte all’emergenza pandemica; le restrizioni, in particolare, avevano causato il fallimento dell’impresa di cui era titolare, e per tale motivo era venuta meno la liquidità utile ad adempiere alle proprie obbligazioni con il locatore.
A sostegno della tesi dell’inadempimento incolpevole viene quindi invocato l’art. 3, comma 6 bis del D.L. n. 6/2020, introdotto dall’art. 91 del D.L. 18/2020 (cosiddetto “Cura Italia”).
il Giudice osserva che l’articolo 3, comma 6bis del D.L. n. 6/2020, che secondo alcuni commentatori assimila il lockdown a un’ipotesi di impossibilità oggettiva sopravvenuta della prestazione ex articolo 1256 del Codice Civile, non può riguardare le obbligazioni a carattere pecuniario.
In tal caso, sostiene il Giudice palermitano,
«L’esecuzione di tale prestazione non implica una fase preparatoria o strumentale e non può ritenersi ostacolata o resa più difficoltosa a causa del rispetto delle misure di contenimento. La difficoltà e persino l’impossibilità di essa è sempre un rischio del debitore. Allocarle in capo al creditore si porrebbe in contrasto con la serietà del vincolo giuridico. E ciò vale anche quando l’incapacità finanziaria del debitore sia sopravvenuta a causa di ragioni esogene di tipo economico, non potendosi, salvo accordo contrario, imporre al creditore di partecipare alla sfera economica del debitore».
Ne consegue, dunque, che l’art. 3, comma 6bis del D.L. n. 6/2020 non giustifica l’esonero dall’obbligo di pagamento del canone, né il ritardato adempimento della prestazione.

Fonte CNF News

04/05/2021

La giustizia nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza

Nei giorni scorsi il Governo ha adottato il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che rappresenta lo strumento fondamentale per accedere ai fondi europei del piano “Next Generation EU” o “Recovery Plan”.
Il Piano consentirà, nei prossimi anni, di accedere alla somma di 248 miliardi di Euro di fondi provenienti dall’Unione Europea e rappresenta un’occasione unica per l’Italia per mitigare gli effetti negativi della pandemia e rilanciare il nostro paese.
Tra le riforme indicate come prioritarie nel PNRR vi è quella della giustizia, essendoci nel Governo la consapevolezza che la lentezza della giustizia “mina la competitività delle imprese e la propensione a investire nel Paese”.
Ma quali sono i contenuti della riforma della giustizia previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza?
Il problema dei tempi
La durata dei processi, come è noto, rappresenta il problema principale ed incide negativamente sulla percezione e sulla qualità della giustizia.
Per questo l’obiettivo principale del PNRR è la riduzione del tempo del giudizio. E’ stato infatti stimato che una riduzione della durata dei procedimenti civili del 50 per cento possa accrescere la dimensione media delle imprese manifatturiere italiane di circa il 10 per cento. Allo stesso modo, si stima che una riduzione da 9 a 5 anni dei tempi di definizione delle procedure fallimentari possa genere un incremento di produttività dell’economia italiana dell’1,6 per cento. Questi dati evidenziano sempre di più la stretta compenetrazione che esiste tra giustizia ed economia.
Interventi sull’organizzazione
Il PNRR affronta, anzitutto, il tema della riorganizzazione della macchina giudiziaria ed amministrativa, partendo dal rafforzamento del c.d. Ufficio del processo, che affianca al giudice un team di personale qualificato di supporto nelle attività preparatorie. L’obiettivo è quello di offrire un ausilio alla giurisdizione in modo da poter determinare un rapido miglioramento della performance degli uffici giudiziari.
L’obiettivo del PNRR sarà realizzato attraverso il potenziamento dello staff del magistrato con soggetti in grado di svolgere tutte le attività collaterali: ricerca, studio, monitoraggio, gestione del ruolo, preparazione di bozze di provvedimenti.
Il processo civile
La riforma del processo civile nel PNRR è affidata a tre diverse diramazioni: il rafforzamento degli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie (ADR); il miglioramento del processo in senso stretto e gli interventi sul processo esecutivo.
Sul primo punto (ADR) il Piano si pone l’obiettivo di sostenere la diffusione degli strumenti alternativi al processo per la risoluzione delle controversie. Ci si pone, pertanto, l’obiettivo di rafforzare l’arbitrato, estendere la negoziazione assistita e ampliare la mediazione.
Per quanto riguarda il processo civile, gli obiettivi del PNRR sono quelli di concentrare la fase preparatoria ed introduttiva, sopprimere le udienze superflue e ridefinire la fase decisoria.
Le modalità di attuazione sono quelle di una più efficace gestione della fase istruttoria e con una particolare attenzione alla digitalizzazione del processo.
Infine, nel settore dell’esecuzione forzata, l’obiettivo principale è quello di definire una serie di interventi che consentano di semplificare le forme ed i tempi del processo esecutivo. Il piano punta a rafforzare la tutela del creditore mediante l’alleggerimento delle forme e la semplificazione dei modelli, nonché l’accelerazione dei tempi.
La riforma della giustizia tributaria
Per quanto riguarda la giustizia tributaria l’obiettivo principale del PNRR è quello di ridurre il numero dei ricorsi in Cassazione e farli decidere più velocemente.
Sul tema è stata recentemente istituita dal Ministero dell’Economia e delle Finanze una commissione che sta già lavorando ad una ridefinizione complessiva della Giustizia Tributaria.
Il processo penale
Anche i tempi della giustizia penale necessitano di un’accelerazione, atteso che i tempi del procedimento penale in Italia sono di molto superiori alla media europea.
L’obiettivo del PNRR è pertanto quello di rendere più efficiente il processo penale ed accelerare i tempi di definizione.
La modalità di attuazione prevede un ampio ventaglio di strumenti e misure: dall’implementazione del processo penale telematico.
Per garantire al dibattimento in primo grado una maggiore scorrevolezza vengono previste alcune misure anche organizzative, tra cui:
la previsione di adempimenti concernenti la calendarizzazione delle udienze dedicate all’istruzione dibattimentale e alla discussione finale e la reintroduzione della relazione illustrativa delle parti sulla richiesta di prove;
la definizione di un termine congruo, precedente all’udienza, per il deposito degli elaborati dei periti e dei consulenti tecnici;
la semplificazione di alcune regole della istruzione dibattimentale, in particolare in tema di rinuncia alla prova;
Sono inoltre definiti interventi testi a garantire una riduzione dei procedimenti attraverso intervenuti sulla procedibilità dei reati e sull’estinzione degli stessi.
Ordinamento giudiziario
Infine, accanto alle misure propriamente processuali, nel PNRR sono previsti interventi di riforma dell’Ordinamento giudiziario.
Per questo motivo, è stato approntato un disegno di legge (attualmente all’esame della competente commissione parlamentare – Atto Camera n. 2681), di ampia riforma dell’ordinamento giudiziario, che non è diretto ad esplicare i suoi effetti solo sul profilo ordinamentale dell’organizzazione della magistratura, ma anche a produrre conseguenze dirette sull’efficienza dell’amministrazione della giustizia

Contributo dell’avv.Vanolli Michele del foro di Parma

28/04/2021

IL SOVRAINDEBITAMENTO FAMILIARE

Con l’obiettivo di offrire una concreta via d’uscita alle fasce più deboli della popolazione, la Legge di conversione del c.d. Decreto Ristori (D.L. 137/2020) ha introdotto specifiche norme in materia indebitamento familiare anticipando un istituto innovativo previsto dal Codice della Crisi che entrerà in vigore dal 01.09.2021.
Assume carattere di grande rilevanza la disposizione introdotta con l’art. 7 bis che prevede il cosiddetto sovraindebitamento familiare.

Nello specifico, i membri della stessa famiglia possono presentare un’unica procedura di composizione della crisi quando siano conviventi o quando il sovraindebitamento abbia un’origine comune. Ebbene, oltre al coniuge, si considerano membri della stessa famiglia i parenti entro il quarto grado e gli affini entro il secondo, nonché le parti dell’unione civile e i conviventi di fatto.

Le masse attive e passive resteranno distinte, ma la liquidazione del compenso dovuto all’organismo di composizione della crisi sarà ripartita tra i membri della famiglia in misura proporzionale all’entità dei debiti di ciascuno.

Tale disposizione innovativa ricalca un orientamento, ad oggi maggioritario, della giurisprudenza di merito che ammette il ricorso ad un’unica procedura di sovraindebitamento per i coniugi intestatari del medesimo contratto di credito.

La previsione del suddetto articolo rappresenta un’anticipazione dell’articolo 66 del Codice della Crisi e dell’Insolvenza, chiamato a colmare tale lacuna normativa, a causa della quale venivano dilatati senza ragione alcuna i costi dell’avvio di differenti procedure per i membri di un medesimo nucleo familiare. Non solo.
Grazie a questa modifica saranno evitate superflue ripetizioni di adempimenti procedurali e i creditori potranno beneficiare della possibilità di liquidare in modo unitario e, dunque in ottica di maggiore efficienza, i beni mobili e immobili della famiglia.

Fonte CF

08/04/2021

LA CASSAZIONE DICE NO ALL’ASSEGNO DI MANTENIMENTO SE I FIGLI POSSONO LAVORARE.

La Suprema Corte recentemente , Sentenza 17183 del 2020, ha respinto un ricorso presentato da una madre la quale contestava la revoca dell’assegno di mantenimento dell’ex marito, rivolto al figlio trentatreenne, il quale pur lavorando non era economicamente autosufficiente, e dell’assegnazione della casa familiare, essendo il figlio parzialmente convivente con la madre.

La Cassazione ha sostenuto che non sia possibile continuare a versare l’assegno di mantenimento nei confronti dei figli maggiorenni, qualora essi abbiano effettuato scelte irresponsabili o “in mala fede” al solo fine di ricevere il sostentamento.

Facendo leva sul principio di auto responsabilità, la Suprema Corte sottolinea come sia necessario per rendersi autosufficienti “ridurre le pretese adolescenziali” una volta raggiunta la capacità lavorativa, in modo da evitare di ricorrere all’assistenzialismo solo per abusare del proprio diritto.

Riguardo, invece, all’assegnazione della casa familiare, la permanenza risulta solo qualora la coabitazione sia stabile e continua.

Difatti, nel caso di specie, il figlio lavorava saltuariamente come supplente e coabitava solo sporadicamente con la madre.

Inoltre, l’onere della prova viene ad essere invertito e grava sul richiedente, il quale dovrà provare la propria non autosufficienza e le ragioni che hanno ostacolato l’indipendenza.

06/04/2021

LA VACCINAZIONE DEL PERSONALE SANITARIO: L’ORDINANZA DI BELLUNO.

L’ordinanza del Tribunale di Belluno emessa il 19 marzo scorso risulta, probabilmente , la prima decisione in materia di provvedimenti datoriali assunti in caso di rifiuto vaccinale del personale sanitario (lo scorso febbraio due infermieri e otto operatori sociosanitari, dipendenti di due case di riposo in provincia di Belluno, avevano rifiutato di sottoporsi alla vaccinazione con Pfizer) e merita un minimo approfondimento.

Il Tribunale bellunese, nel respingere un ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c. per difetto dei requisiti del fumus boni iuris e del periculum in mora, con ordinanza n. 12/2021 R.G. del 19 marzo 2021 va a delineare alcuni dei principi su cui i giuslavoristi italiani hanno animatamente discusso.

Sinteticamente:

Anche il datore di lavoro che gestisca una struttura sanitaria ha l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica dei suoi dipendenti, a ciò essendo obbligato dalla disposizione dell’art. 2087 c.c., norma secondo cui “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”;
il vaccino funziona: risulta notorio il drastico calo dei decessi causati da Sars Cov 2 fra le categorie che hanno potuto usufruire del vaccino, quali il personale sanitario e gli ospiti di RSA nonché, in generale, nei paesi quale Israele e gli Stati Uniti in cui il vaccino è stato somministrato a milioni di persone;
il rischio per il personale sanitario di essere contagiato è notorio e concreto, stante il fatto che non risulta scientificamente provato che il vaccino prevenga, oltre la malattia, anche l’infezione;
la permanenza nel luogo di lavoro di personale sanitario non vaccinato comporta, in capo al datore di lavoro, la violazione degli obblighi di cui al precitato art. 2087 c.c., stante la circostanza che il vaccino offerto costituisce misura idonea a tutelare l’integrità fisica degli individui a cui è somministrato, prevenendo l’evoluzione della malattia;
il datore di lavoro può quindi disporre che il personale sanitario non vaccinato sia posto in ferie retribuite, facoltà gestoria datoriale sancita dall’art. 2109 c.c. (nel tempo che l’imprenditore stabilisce) che prevale sull’eventuale interesse del dipendente di fruire del riposo in diverso periodo feriale, in relazioni agli obblighi di sicurezza cui il datore è tenuto ex art. 2087 c.c.
Restano aperte -perché non affrontate nel merito del provvedimento urgente in commento- le questioni attinenti a un successivo collocamento in aspettativa non retribuita dei dipendenti non vaccinati o addirittura il tema dei licenziamenti.

Fonte Cfnews

23/03/2021

IL DATA TRUST

Quotidianamente ogni singolo individuo genera una mole sorprendente di dati e l’impiego di strumenti informatici ne ha favorito l’incremento esponenziale, dando origine al fenomeno dei big data, quantità di informazioni di dimensioni tali da sfuggire alla diretta interpretazione umana e riservando alle nuove tecnologie di intelligenza artificiale l’unico mezzo per ricavarne relazioni e quindi interpretare fenomeni complessi.

Come intuibile, l’utilizzo proficuo di questi dati da parte di un operatore è legato, da un lato, alla sua capacità tecnologica, dall’altro, alla possibilità di acquisirli senza troppi problemi.

Il dato, pertanto, acquista valore proprio e la maturata consapevolezza di ciò comporta, anche per il singolo individuo, la propensione ad una sua tutela, seppur finora in relazione alla garanzia dei diritti e delle libertà fondamentali delle persone.

Colui che genera il dato, ad ogni modo, può disporne e tale attività dispositiva incrocia le richieste delle aziende che se ne servono per gli scopi più vari, ma generalmente ciò avviene in modo granulare, ossia attraverso singole autorizzazioni e quasi meccanicamente (sia per la predisposizione di modelli preformati, che per l’automatica accettazione dell’utente)

Da qui la necessità di individuare strumenti di gestione organizzata dei dati prodotti dai singoli attraverso strumenti che controbilancino il potere contrattuale (oltre che economico e tecnologico) delle grandi aziende che su quei dati fondano ampia parte del loro business.

Cos'è il Data Trust
Il data trust è un accordo tra il proprietario dei dati e un fiduciario (trustee) che li gestirà nell’esclusivo interesse del primo, applicando le condizioni convenute.

Il data trust è “una struttura giuridica che fornisce una gestione indipendente dei dati”.

È bene chiarire che, sebbene l’utilizzo del termine data trust rimandi immediatamente al noto istituto giuridico anglosassone, non si tratta di un trust vero e proprio, ma di congegni legali che da esso prendono spunto per principi e meccaniche.

Nell’era dei big data, questa forma di gestione ed utilizzo dei dati generati dal singolo (o da altre entità), può avere un effetto dirompente.

Si pensi, ad esempio, alla possibilità di affidare ad un data trust la gestione dei propri dati sanitari o dei dati ricavati dall’utilizzo degli apparecchi digitali. Tali dati (e le informazioni che le grandi società ottengono) hanno un rilevante valore economico e, nell’ipotesi di intervento del data trust, sarebbe l’amministratore di quest’ultimo a valutare, concordare e -in casi di grandi numeri- negoziare il loro utilizzo da parte delle aziende.

Non sarebbe quindi più necessario, per il singolo soggetto, dover prendere visione e accettare le condizioni formulate dall’erogatore dello specifico servizio, ma sarebbe il trustee a farlo, ovviamente se rispondente alle convenzioni pattuite nel data trust.

Le stesse aziende potrebbero vedere una riduzione dei costi: l’accesso ad una mole di dati amministrata dal trust è operativamente più semplice rispetto ad una gestione individuale delle autorizzazioni.

Oltre alla maggior forza contrattuale che il trust avrebbe nei confronti delle aziende che intendono sfruttare i dati, la segregazione del dato contenuto all’interno del trust impedirebbe utilizzi non previsti o comunque in contrasto con la volontà istitutiva del trust stesso.

Come si intuisce, la materia risulta tanto interessante quanto nuova e i possibili utilizzi dello strumento del data trust sono innumerevoli: è possibile prevedere che i dati siano resi disponibili a coloro che ne hanno bisogno, mantenendo la fiducia sul loro utilizzo e aprire così ad opportunità di gestione in forme più eque ed etiche.

A conclusione è però opportuno svolgere una considerazione di massima: il data trust, come ogni strumento duttile e di nuova concezione, non garantisce di per sé il buon utilizzo dei dati e pertanto deve essere visto come un tassello del percorso volto alla consapevole organizzazione e amministrazione di questa risorsa, un percorso che coinvolge, tra gli altri, livello governativo e normativo.

Fonte CNF

17/03/2021

I riders, preziosi latori delle nostre forzate cene casalinghe, sono tornati alla ribalta dopo la maxi indagine condotta e coordinata dalla Procura milanese.
Dopo la firma di un contratto (e poi vedremo quale) il fattorino dichiarerà una fascia oraria di reperibilità, riceverà l’assegnazione di un turno operativo tramite una app e, attivata la geolocalizzazione sul proprio telefono, riceverà quindi l’indirizzo del ristorante ove prelevare la cena e quello di destinazione ove consegnarla (entro mezz’ora, onde evitare penali).
Il rider sarà poi soggetto a un ranking in base alle performance.
Ma il contratto di lavoro?
Per la normativa italiana i ciclofattorini possono essere:

1) prestatori autonomi occasionali ex art. 2222 cod. civ;

2) prestatori coordinati e continuativi disciplinati dall’art. 2 D. Lgs. 81/2015 e successive modifiche con molte garanzie dei lavoratori dipendenti e divieto di retribuzione a cottimo e

3) subordinati, ossia con le garanzie piene di legge e della contrattazione collettiva.

La Procura di Milano ha esaminato la posizione di sessantamila riders, li ha trovati inquadrati per la maggior parte come autonomi occasionali (primo tipo) e ha ritenuto che la realtà dei fatti smentisse questo inquadramento.

Ha quindi riqualificato quei rapporti come prestazioni coordinate del secondo tipo, ricalcolando retribuzioni, contributi e orpelli vari a carico delle società che gestiscono le piattaforme informatiche, ritenute pertanto datrici di lavoro inadempienti, con obbligo di uniformarsi entro 90 giorni e con ammende, in caso contrario, di 733 milioni di euro. Euro più, euro meno.
fioccheranno ovviamente i ricorsi e saranno i giudici del lavoro (e non la Procura) a decidere se la riqualificazione sia stata corretta o meno, in un quadro giurisprudenziale finora non univoco, dove fattispecie lavorative innovative vanno necessariamente inquadrate nelle rigide e obsolete categorie tradizionali.

Fonte CNF

15/03/2021

La profonda crisi economica che stiamo vivendo e le difficoltà finanziarie delle famiglie e delle piccole imprese, accentuate dagli effetti del lockdown e dalle limitazioni imposte dai D.P.C.M. che si sono susseguiti, hanno imposto un intervento immediato del Legislatore per contenere gli effetti negativi sui soggetti più deboli e meno strutturati.

Il Legislatore, al fine di gestire la grave crisi sanitaria, economica e sociale, ha disposto l’anticipazione delle novità in materia di sovraindebitamento introdotte con il Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza (assoggettato ad un termine di vacatio legis molto lungo, posticipato al 01.09.2021 a causa dell’emergenza socio-sanitaria).

La L. 176/2020, entrata in vigore il 25 dicembre 2020, oltre a convertire in legge, con alcune modificazioni, il c.d. Decreto Ristori (D.L. 137/2020), introduce importanti novità in relazione alla Legge sul sovraindebitamento (L. 3/2012) prevedendo, all’articolo 4 ter, una semplificazione delle procedure di accesso per le imprese e per i consumatori.

L’entrata in vigore anticipata di una parte delle disposizioni contenute nel C.C.I.I.(Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza) ha come obiettivo il sostegno ad imprenditori e famiglie in difficoltà economica a causa dell’emergenza da Covid-19.

In particolare, la legge prevede una definizione più estesa di “consumatore”, sostituendo l’articolo 6, comma 2, lett. b), L. 3/2012 secondo cui deve “considerarsi tale non solo la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigiana o professionale eventualmente svolta, ma anche l’eventuale socio di una delle società appartenenti ad uno dei tipi regolati nei capi III (s.n.c.) IV (s.a.s.) e VI (s.a.p.a.) del titolo V del libro quinto del codice civile, per i debiti estranei a quelli sociali”.

La predetta modifica é rivoluzionaria.

Va chiarito che la nuova formulazione dell’art. 6 comma 2 lett. b) in merito alla definizione di ‘consumatore’ ci dice che non ogni socio illimitatamente responsabile potrà accedere in proprio al sovraindebitamento, tenuto conto che dovrà trattarsi di una persona fisica e l’indebitamento da comporre dovrà comunque essere maturato per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigiana o professionale eventualmente svolta.

Il Legislatore ha dunque optato per una soluzione normativa, avviata con il nuovo C.C.I.I., che sembra negare la possibilità del socio illimitatamente responsabile di accedere autonomamente ad una procedura di esdebitazione anche in riferimento ai debiti sociali.

Le modifiche apportate all’articolo 7 L. 3/2012 riguardano ulteriori circostanze a causa delle quali il debitore sovra indebitato non può formulare la proposta:

se ha già beneficiato dell’esdebitazione per due volte;
se, limitatamente al piano del consumatore, ha determinato la situazione di sovraindebitamento con colpa grave, malafede o frode;
se, limitatamente all’accordo di composizione della crisi, risulta abbia commesso atti diretti a frodare le ragioni dei creditori.
È inoltre stato espressivamente previsto che l’accordo di composizione della crisi della società produce i suoi effetti anche nei confronti dei soci illimitatamente responsabili, colmando una lacuna che aveva indotto i Tribunali ad assumere posizioni spesso contrastanti.

Un’altra importante novità è l’inserimento nella L. 3/2012 del nuovo articolo 7 bis che disciplina le procedure familiari, di fatto anticipando un istituto innovativo previsto dal C.C.I.I.

Detta norma disciplina la possibilità che i membri di una stessa famiglia possano presentare un’unica procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento, quando siano conviventi o quando il sovraindebitamento abbia un’origine comune.

Vengono considerati membri della stessa famiglia, oltre al coniuge, i parenti entro il quarto grado e gli affini entro il secondo, nonché le parti di un’unione civile e i conviventi di fatto.

Ben più problematico, stante la novità della norma, appare il caso del socio illimitatamente responsabile che intenda accedere, unitamente ai propri familiari, alla speciale ‘procedura familiare’ ex art. 7 bis L. 3/2012, il cui ultimo periodo del comma 5 prevede che “quando uno dei debitori non è un consumatore, al progetto unitario si applicano le disposizioni in materia di accordo di composizione della crisi”.

In tali casi, comunque, le masse attive e passive rimangono distinte.

Un’altra importante novità è stata introdotta dall’articolo 8 L. 3/2012: la possibilità che la proposta di piano del consumatore preveda la falcidia e la ristrutturazione dei debiti derivanti da contratti di finanziamento con cessione del quinto, del trattamento di fine rapporto o della pensione nonché quelli derivanti da operazioni di prestito su pegno.

La proposta di piano del consumatore potrà anche prevedere il rimborso alla scadenza convenuta delle rate a scadere del contratto di mutuo garantito da ipoteca iscritta sull’abitazione principale del debitore, se lo stesso, alla data del deposito della proposta, abbia adempiuto le proprie obbligazioni o se il giudice lo autorizzi al pagamento del debito.

Se l’accordo viene proposto da un soggetto che non rientra nella definizione di “consumatore”, nelle ipotesi di continuazione dell’attività aziendale, è stata ammessa la possibilità di prevedere il rimborso alla scadenza convenuta delle rate del contratto di mutuo con garanzia reale gravante su beni strumentali all’esercizio dell’impresa, a condizione che il debitore abbia adempiuto le proprie obbligazioni o se il giudice lo abbia autorizzato al pagamento del debito per capitale ed interessi scaduto a tale data.

L’articolo 4 ter ha apportato importanti modifiche al contenuto della relazione particolareggiata da sovraindebitamento dell’Organismo di Composizione della Crisi che deve essere allegata alla proposta di piano del consumatore ex articolo 9, comma 3 bis, L. 3/2012.

Dovranno essere esplicitate le cause dell’indebitamento e la diligenza del debitore nell’assumere le obbligazioni, le ragioni dell’incapacità di adempiere le obbligazioni assunte, la completezza e attendibilità della documentazione depositata, l’indicazione presunta dei costi della procedura, l’indicazione della valutazione del merito creditizio da parte del soggetto finanziatore.

Nella relazione particolareggiata devono anche essere specificate le percentuali, le modalità e i tempi di soddisfacimento dei creditori, nonché i criteri adottati nella formazione delle classi ove previste.

La modifica più rilevante è la possibilità per il Tribunale di omologare l’accordo di composizione della crisi anche in mancanza di adesione dell’Amministrazione finanziaria, quando la stessa è decisiva ai fini del raggiungimento delle percentuali previste dall’articolo 11, comma 2 e quando la proposta di soddisfacimento dell’amministrazione è conveniente rispetto all’alternativa liquidatoria.

La portata del comma 3 quater, art. 12 è dirompente.

Fra le novità di maggior rilievo apportate dalla L. 176/2020 alla L. 3/2012 si deve evidenziare anche l’inserimento dell’articolo 14 quaterdecies, relativo al debitore incapiente: il debitore persona fisica meritevole, che non sia in grado di offrire ai propri creditori alcuna utilità, nemmeno in prospettiva futura, può accedere all’esdebitazione solo per una volta, fatto salvo l’obbligo di pagamento del debito entro quattro anni dal decreto del giudice, nel caso in cui sopravvengano utilità rilevanti che consentano il soddisfacimento dei creditori in misura non inferiore al 10 per cento.

A tal fine non sono da considerarsi utilità eventuali finanziamenti ricevuti.

Pertanto l’esdebitazione potrà essere riconosciuta prevedendo l’obbligo di pagamento a favore dei creditori, entro quattro anni dal decreto di esdebitazione emesso dal giudice.

L’anticipazione dell’entrata in vigore delle modifiche apportate dal C.C.I.I alla Legge n. 3 del 2012 consentirà alle famiglie e alle imprese non soggette al fallimento di controllare lo stato crisi, utilizzando ulteriori strumenti giuridici orientati a facilitare una soluzione efficace.

Fonte cnf

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