16/10/2026
L’aggressività non va demonizzata: va educata, orientata, trasformata in energia vitale.
La scuola dovrebbe essere il luogo privilegiato di questo apprendimento. Non basta insegnare geografia, storia, matematica e lingua italiana se poi gli studenti non sanno sostenere una divergenza, discutere senza insultare, perdere senza distruggersi, vincere senza umiliare.
Considero il ritorno dell’educazione civica a scuola un’occasione mancata. Si tratta di una materia importante che ha a che fare con la nostra Costituzione, e con la necessità di imparare a vivere assieme. Ma non è stata inserita la gestione dei conflitti, che è la base della democrazia.
I ragazzi vanno aiutati a gestire le contrarietà, imparando le tecniche di negoziazione e di ascolto reciproco. Senza queste competenze, si attiva il cervello in maniera rettiliana, cercando di eliminare chi ci disturba. Occorre allora introdurre nella vita scolastica pratiche precise: cerchi di parola, mediazione tra pari, discussioni regolamentate, lavori cooperativi, educazione emotiva non retorica, formazione degli insegnanti sulla gestione dei gruppi.
Il conflitto non va nascosto sotto il tappeto per paura che esploda. Va riconosciuto, nominato e accompagnato. Ogni discordanza apre una possibilità: liquidarla con una punizione formale oppure usarla per insegnare a vivere. La violenza va contrastata con fermezza, ma prima che esploda, bisogna costruire alfabeti relazionali.