Studio Legale Giordano & Partners

Studio Legale Giordano & Partners Da una tradizione giuridica che dura da più di un secolo a Palermo, nasce lo Studio legale Giordano
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Da una tradizione giuridica che dura da più di un secolo, nasce lo studio legale penale dell'Avvocato Stefano Giordano. Palermitano, laureatosi con lode in giurisprudenza nell'università Cattolica di Milano, è cultore di diritto penale dell'università di Palermo e autore di diversi contributi in riviste nazionali. Lo studio svolge la sua attività prevalente nella tutela delle vittime della crimina

lità organizzata e nei processi in reati contro la p.a; più in generale lo studio copre tutti gli ambiti del diritto penale, anche finanziario, commerciale, tributario, urbanistico, ecc., utilizzando banche dati aggiornatissime e i più moderni strumenti di investigazione difensiva. Patrocinante nella Corte Suprema di Cassazione e nelle Giurisdizioni Superiori. Si riceve previo appuntamento il martedì, mercoledì e giovedì da concordare telefonicamente con la Segreteria.

Dalla Chiesa non aveva un ufficio stampa.Quarantaquattro anni dopo la strage di via Carini, il ricordo di Carlo Alberto ...
04/09/2026

Dalla Chiesa non aveva un ufficio stampa.

Quarantaquattro anni dopo la strage di via Carini, il ricordo di Carlo Alberto Dalla Chiesa impone una riflessione che va oltre le celebrazioni. Ci sono uomini che hanno combattuto la mafia senza cercare consenso, senza costruire un personaggio, senza trasformare il proprio impegno in una carriera.

Dalla Chiesa era stato mandato a Palermo per combattere Cosa nostra. Aveva chiesto strumenti e poteri per farlo. Lo Stato gli aveva promesso molto e dato troppo poco.
Il coraggio, però, non si misura dalle dichiarazioni, dalle apparizioni televisive o dal numero di follower.

Si misura dagli atti. E, qualche volta, dal prezzo che si è disposti a pagare. Oggi la parola antimafia rischia troppo spesso di trasformarsi in un palcoscenico. Tra chi cerca visibilità, consenso o una candidatura, diventa sempre più difficile distinguere il servizio alle istituzioni dalla costruzione della propria immagine.

Forse è proprio per questo che la lezione di Dalla Chiesa resta così attuale.
Gli eroi, di regola, non hanno un ufficio stampa.

Avv. Stefano Giordano — Studio Legale Giordano & Partners

Sul nuovo numero de “Il Graffio”, Stefano Giordano commenta il caso del commesso di un minimarket di Torino, scarcerato ...
03/09/2026

Sul nuovo numero de “Il Graffio”, Stefano Giordano commenta il caso del commesso di un minimarket di Torino, scarcerato dal GIP e sottoposto a obbligo di firma, la cui ordinanza è stata impugnata dalla Procura. Un’occasione per distinguere, ancora una volta, tra la misura cautelare e la pena, tra il sospetto e la condanna. Il pezzo è disponibile su Il Riformista.

LA DIFESA È SEMPRE LEGITTIMA.Sì. Quando è difesa.Dodici anni per omicidio volontario. Le motivazioni della sentenza Adri...
02/09/2026

LA DIFESA È SEMPRE LEGITTIMA.

Sì. Quando è difesa.
Dodici anni per omicidio volontario. Le motivazioni della sentenza Adriatici riportano il dibattito su un principio che troppo spesso viene semplificato fino a essere svuotato di significato. La legittima difesa non è un premio alla paura. Non è un salvacondotto per chi ha subito un torto. È un'eccezione. E richiede condizioni precise: un pericolo attuale, la necessità di reagire e la proporzione tra offesa e difesa.

La misura è tutto.
Perché fuori dalla misura non c'è più difesa. C'è vendetta. E l'ordinamento non la consente.

C'è poi un altro elemento importante in questa vicenda: il controllo del giudice non serve soltanto a frenare un'accusa troppo severa. Serve anche a correggere un'accusa troppo indulgente.

Il giudice terzo non guarda alla persona. Guarda ai fatti.
E il diritto, soprattutto quando l'opinione pubblica si divide, non può appartenere alle tifoserie.

La difesa è sempre legittima.
Sì. Quando è difesa.
Avv. Stefano Giordano — Studio Legale Giordano & Partners

Prima che ce lo dica Strasburgo.Il caso Cogefa e le cinque riforme che nessuno sembra voler chiamare con il loro nome.Qu...
29/08/2026

Prima che ce lo dica Strasburgo.

Il caso Cogefa e le cinque riforme che nessuno sembra voler chiamare con il loro nome.

Quando la prevenzione antimafia si trasforma in una misura fondata sul sospetto, il problema non è mettere in discussione la lotta alla mafia.
È chiedersi se gli strumenti utilizzati siano ancora proporzionati, giusti ed efficaci.

Nel suo intervento, l'avv. Stefano Giordano analizza cinque punti che richiedono una riflessione urgente:
▪️ fine del parallelismo tra assoluzione e misura di prevenzione;
▪️ equa riparazione per sequestri e confische ingiuste;
▪️ tutela dei terzi in buona fede;
▪️ controllo giudiziario come strumento di risanamento, non come stigma;
▪️ riforma della gestione dei beni confiscati.
Perché contrastare la mafia non significa rinunciare alle garanzie dello Stato di diritto.
E perché, forse, sarebbe meglio riformare il sistema prima che ce lo imponga Strasburgo.

Stefano Giordano
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LA PROFEZIA DI SCIASCIA E L’ASCESA DELL’ANTIMAFIA.Con l’ultima puntata si chiude un racconto lungo, difficile e necessar...
28/08/2026

LA PROFEZIA DI SCIASCIA E L’ASCESA DELL’ANTIMAFIA.

Con l’ultima puntata si chiude un racconto lungo, difficile e necessario.
Dalla profezia di Leonardo Sciascia sull’“Antimafia” all’ascesa di una nuova stagione giudiziaria, fino al Maxiprocesso e alle sue conseguenze: una storia fatta di magistrati, investigatori, professionisti, vittime e uomini che hanno scelto di stare dalla parte della giustizia, pagando spesso un prezzo altissimo.
Una riflessione su ciò che è accaduto prima, durante e dopo il Maxiprocesso, ma soprattutto su ciò che ne è rimasto.

Perché una stagione può finire.
Le sue conseguenze, invece, continuano a vivere nel presente.

📰 L’articolo completo su Estate Riformista

Stefano Giordano
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Stasera, in anteprima (l'edizione cartacea sarà domani), esce la quarta e ultima puntata del racconto dell'Avv. Stefano ...
28/08/2026

Stasera, in anteprima (l'edizione cartacea sarà domani), esce la quarta e ultima puntata del racconto dell'Avv. Stefano Giordano sul maxiprocesso di Palermo, presieduto dal padre, il giudice Alfonso Giordano.

Le prime tre puntate hanno ricostruito il processo, i 22 mesi di dibattimento, la camera di consiglio e la sentenza del 16 dicembre 1987, fino alla conferma in Cassazione e alla vendetta di Cosa Nostra. Questa puntata conclusiva affronta un capitolo diverso, e più delicato: cosa è accaduto dopo, e come quella vittoria — pagata a un prezzo altissimo — sia stata, secondo l'autore, in parte dilapidata negli anni successivi.

Si tratta di una lettura dichiaratamente personale dei fatti, che l'autore ha sentito il dovere di offrire per chiudere questo percorso.

Appuntamento a stasera, in anteprima — domani sul giornale.

📰 Domani su Il RiformistaL’Avv. Stefano Giordano firma l’intervento:“Non è il governo a cacciarlo, ci pensa da solo”Una ...
27/08/2026

📰 Domani su Il Riformista

L’Avv. Stefano Giordano firma l’intervento:

“Non è il governo a cacciarlo, ci pensa da solo”

Una riflessione sul caso Ranucci, sulle voci che lo circondano e su quei silenzi che possono assumere un significato preciso.

L’articolo sarà pubblicato nell’edizione di domani de Il Riformista.

Terza puntata del racconto in prima persona di Stefano Giordano sul maxiprocesso presieduto dal padre, il giudice Alfons...
26/08/2026

Terza puntata del racconto in prima persona di Stefano Giordano sul maxiprocesso presieduto dal padre, il giudice Alfonso Giordano: i 35 giorni di camera di consiglio (otto persone, 40mila pagine di atti, i destini di 475 imputati), la sentenza letta in diretta TV il 16 dicembre 1987 davanti a 12 milioni di italiani — 19 ergastoli, 360 condanne, 2.665 anni di reclusione — e le 144 assoluzioni che, distinguendo posizione per posizione, resero quella sentenza inattaccabile. Poi il prezzo pagato: i sei giudici popolari dimenticati dalla storia, l’indifferenza di Palermo, la salute del padre compromessa dallo stress, il tributo di Giovanni Falcone su Il Corriere della Sera. Infine il 1992: la Cassazione che conferma tutto il 30 gennaio, bypassando la sezione di Corrado Carnevale, e la vendetta di Cosa Nostra — Salvo Lima, Capaci, via D’Amelio — raccontata anche attraverso il ricordo personale dell’autore, allora studente a Milano, e la rivelazione che il primo obiettivo dei killer, dopo le stragi, era stato proprio suo padre. (3 – continua, ultima puntata dedicata a come quella vittoria fu dilapidata)
🔗 Approfondimento correlato sul blog dello Studio: Il maxiprocesso di Palermo, 40 anni dopo

📌 DOMANI SU IL RIFORMISTAL’Avv. Stefano Giordano firma un intervento dal titolo:“Il metodo Sigfrido pagato dal contribue...
25/08/2026

📌 DOMANI SU IL RIFORMISTA

L’Avv. Stefano Giordano firma un intervento dal titolo:

“Il metodo Sigfrido pagato dal contribuente”

Una riflessione sul caso Ranucci, sul metodo di Report e sul ruolo del servizio pubblico.

Al centro dell’intervento una domanda essenziale:

chi paga?

Il canone Rai è un prelievo obbligatorio e la Rai è concessionaria di servizio pubblico. Per questo, secondo l’Avv. Giordano, il dibattito non può prescindere dal punto di vista dei contribuenti.

Una posizione netta anche sul caso Ranucci: non va cacciato e il contratto, se in essere, va rispettato fino alla scadenza.

Ma il servizio pubblico deve rispondere anche a chi lo finanzia.

📖 Domani su Il Riformista.

Avv. Stefano Giordano
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Qui l’articolo dell’avvocato Stefano Giordano sul maxiprocesso. Parte 2 su Il riformista. To be continued …
22/08/2026

Qui l’articolo dell’avvocato Stefano Giordano sul maxiprocesso. Parte 2 su Il riformista. To be continued …

Il maxiprocesso di Palermo, quando la signora Rugnetta testimoniò con la foto del figlio tra le mani e guardò negli occhi i killer nelle gabbie

La macchina si mise in moto e per poco non si inceppò subito. Trecentoquarantanove udienze in ventidue mesi, nei primi tempi due al giorno, mattina e pomeriggio, ogni giorno: solo per fare l'appello di quattrocentosettantacinque imputati e duecento difensori si bruciava una mattinata, finché il presidente, d'intesa con Grasso, non inventò un appello per difensori che dimezzò i tempi. I primi mesi furono una grandine di eccezioni procedurali: molti collegi di difesa, con una formula che avrei capito solo da avvocato, tentavano di difendersi dal processo più che nel processo. E sullo sfondo correva l'orologio più minaccioso di tutti: i termini della carcerazione preventiva, che se fossero scaduti avrebbero rimesso in libertà la cupola prima della sentenza. Era la strategia, nemmeno troppo nascosta: far durare, logorare, sfiancare. Aspettare che il processo morisse di vecchiaia, come tutti i processi di mafia prima di quello.

Io, adolescente, quel processo lo vivevo da una posizione irripetibile: dietro. Nell'aula non potevo entrare; qualche volta rubavo un frammento di udienza da una finestrella, ma il mio posto era il retro dell'aula bunker, dove la scorta mi portava ad aspettare che l'udienza finisse per tornare a casa insieme a mio padre. E lì, dietro le quinte del processo del secolo, conobbi gli uomini che lo reggevano: il direttore dell'aula bunker Mineo, persona speciale e buona; Peppino Ayala, che mio padre chiamava «sua altezza» — un metro e novanta contro il suo metro e poco più — al quale dovettero rifare su misura il letto degli appartamentini dei magistrati; Mimmo Signorino, l'altro pubblico ministero, gentile fino alla tenerezza: nella trasferta romana per ascoltare i ministri, vedendomi stremato dal viaggio, mi prese in braccio e mi portò a letto lui stesso: «Fai una bella dormita, domani si vola». Eravamo, in quel periodo, una piccola grande famiglia. Si tornava a casa cambiando ogni giorno itinerario, almeno nei primi tempi; poi anche il pericolo divenne abitudine, che del pericolo è la forma più insidiosa. Quei rientri erano la mia vera udienza: in macchina, tra un posto di blocco e l'altro, chiedevo a mio padre cosa fosse accaduto in aula, e lui — che in pubblico non concedeva una parola — con me ragionava, spiegava, qualche volta si lasciava sfuggire una stanchezza.

Il 3 aprile 1986 la storia entrò in aula. Mio padre me lo aveva confidato qualche giorno prima, sotto il vincolo di un segreto che custodii come un tesoro: sta arrivando Buscetta. Il boss dei due mondi comparve in una gabbia protetta, e per prima cosa pose una condizione: non avrebbe parlato circondato dai carabinieri, temeva di essere riconosciuto da qualche picciotto. Mio padre compì un'operazione delicatissima: ottenne dai carabinieri, che per legge presidiavano l'aula, una deroga. Poi venne il momento che considero la chiave di tutto. Buscetta chiese se doveva limitarsi a confermare quanto già dichiarato a Falcone in istruttoria. Sarebbe stata la strada comoda, rapida, sicura. Mio padre rispose: «No, lei deve parlare». La prova doveva formarsi lì, nel contraddittorio, davanti alle difese, con tutti i rischi del caso — le lacune, le contraddizioni, l'eventuale inattendibilità. Quella scelta, che oggi sembra ovvia e allora non lo era affatto, è il motivo per cui il maxiprocesso resse fino in Cassazione: nessun teorema recepito in blocco, ma dichiarazioni vagliate una per una e riscontrate posizione per posizione. Il principio finirà anni dopo nell'articolo 192, comma 3, del nuovo codice: le parole dei collaboratori valgono solo se riscontrate. Prima che una norma, fu un metodo. Il metodo di quella Corte.

Una settimana dopo, il confronto che nessuno ha dimenticato: Buscetta contro Pippo Calò, l'amico d'infanzia diventato cassiere di Cosa Nostra. «Tu hai strangolato con le tue mani il nostro amico»: l'accusa cadde nell'aula come un corpo. Calò p***e il confronto davanti al mondo, e accadde una cosa rivelatrice: tutti gli imputati che avevano chiesto il confronto con Buscetta ritirarono la richiesta. Avevano capito che quell'uomo non recitava. Poi toccò a Salvatore Contorno, che di Buscetta era l'opposto: non il gentiluomo del crimine ma la voce della strada, un palermitano così stretto che i difensori del Nord eccepirono di non capirlo, e pretesero l'italiano. Il processo rischiava l'ennesimo incidente. Mio padre lo risolse nel modo più semplice e più inaudito: si fece interprete lui stesso, traducendo frase per frase. Montesquieu voleva il giudice «bocca della legge»; quel giorno il presidente fu anche la bocca di un testimone, pur di non comprimere né l'accusa né la difesa.

Il clima, fuori e dentro l'aula, era da assedio. Un giorno un gruppo di mogli di imputati — mio padre le battezzò le Erinni, le furie vendicatrici dei greci — irruppe nella tribuna del pubblico urlando contro i mariti tentati dal pentitismo: non volevano essere mogli di infami. I carabinieri esitavano, incerti davanti a donne urlanti. Mio padre si sporse appena: «Gentilmente, gentilmente, fatele uscire». La cortesia, in quella voce, era la forma più pura della fermezza: le Erinni uscirono. Ma l'aula conobbe anche un'altra donna, e il contrasto con le Erinni è la fotografia morale della Sicilia di allora. La signora Rugnetta, madre di un ragazzo ucciso dalla mafia, venne a testimoniare con la fotografia del figlio stretta tra le mani. La alzò verso le gabbie e accusò gli assassini guardandoli negli occhi; raccontò la vita di suo figlio, i sogni spezzati, il vuoto lasciato in casa. L'aula ammutolì. Mio padre, che aveva governato centinaia di testimonianze con il distacco del ruolo, non la interruppe mai: le lasciò tutto il tempo che il dolore chiedeva. Da una parte le furie che difendevano l'onore criminale dei mariti; dall'altra una madre sola con una fotografia: l'onore siciliano vero. Se quella sentenza ebbe una forza morale oltre che giuridica, lo deve anche a lei.

Le pressioni arrivavano anche per vie più oblique. Un amico pittore di mio padre, che aveva la cartoleria accanto a un laboratorio di dolci gestito da familiari di un imputato, veniva usato come postino di ambasciate sempre più insistenti: chiedono questo, chiedono quest'altro. E un politico di rilievo nazionale si presentò a perorare gli arresti domiciliari di un imputato «malato», facendo scivolare nel discorso, con studiata noncuranza, un'offerta di aiuto per la carriera forense di mia sorella Patrizia, appena abilitata. Mio padre declinò con eleganza glaciale: la famiglia non aveva bisogno di favori. L'imputato non ebbe i domiciliari: come quasi tutti, passò dalle perizie severissime di un medico scelto apposta perché non si potesse svuotare il processo per via sanitaria. Lo stesso uomo che respingeva i potenti, però, staccò un assegno personale a un testimone venuto in aereo dal Nord, mortificato dal rimborso di legge — il biglietto ferroviario di seconda classe. Non tollerava che un cittadino onesto ci rimettesse per aver fatto il proprio dovere.

L'attacco più insidioso arrivò però in punta di diritto, e non a caso arrivò nella stagione dei pentiti, quando la difesa dal processo aveva più fretta. Durante l'esame dell'imputato Pipitone, mio padre pose una domanda suggeritagli da Grasso: una domanda innocua, anzi favorevole all'imputato — che infatti sarà assolto, come la sentenza dimostrerà. Fu volutamente travisata e trasformata in un pretesto: istanza di ricusazione del presidente per interesse nel procedimento. Il grave venne dopo: la Camera Penale, dopo una riunione lacerante, associò l'intero collegio difensivo alla ricusazione. Dalle gabbie gli imputati incitavano i loro difensori in siciliano: «Arruspigghiativi!», sbrigatevi, fate qualcosa, fermatelo. Ci vollero il coraggio dell'avvocato Nadia Alecci, che a nome delle parti civili denunciò pubblicamente la natura pretestuosa della manovra, e la dignità di Alberto Polizzi — il mio futuro maestro — che pur difendendo un imputato si dissociò. La Corte d'Appello dichiarò la ricusazione inammissibile in tempi rapidi. A casa mio padre sdrammatizzava, sereno, certo dell'esito; ma quella ferita tra giudice e classe forense restò, ed egli cercò di ripararla come sapeva: con l'equilibrio, non col rancore.

Chi era, intanto, l'uomo che il mondo guardava?

L'esatto contrario del personaggio. Era schivo, riservato, di una timidezza quasi fisica. Le telecamere in aula le volle lui — ma come testimonianza storica, perché tutto restasse documentato, non per apparire — e infatti Radio Radicale ne custodisce oggi la memoria integrale. Ricordo che Leoluca Orlando, in quel periodo, provò a scuoterlo: sei il magistrato più famoso del mondo, devi abituarti ai giornalisti. Si abituò, un poco, per necessità; timido rimase per sempre. La sera lavorava, la mattina prestissimo era già sulle carte a prepararsi l'udienza. Non si lasciava condizionare da un titolo di giornale né da una telefonata: era, in un senso che oggi suona quasi eretico, un giudice solo — solo con il fascicolo e con la propria coscienza. Alla fine vennero le requisitorie: Ayala la volle pronunciare in piedi, per giorni, e passione volle che alla fine restasse letteralmente bloccato dalla schiena; Signorino scolpì la frase che meriterebbe l'ingresso di ogni scuola di magistratura: non vi chiedo di condannare la mafia, già condannata dalla storia e dalla coscienza dei siciliani, ma i singoli imputati raggiunti dalle prove.

Il principio di legalità in una riga. L'11 novembre 1987, esaurite le arringhe, la Corte si alzò e sparì dietro una porta: due togati e sei cittadini, sepolti vivi con quarantamila pagine di atti. Sarebbero riusciti trentacinque giorni dopo, coi volti scavati e la barba lunga, per pronunciare le parole che l'Italia non aveva mai sentito. Ma questa è la prossima puntata: la sentenza, e il sangue con cui Cosa Nostra la volle ripagare.

(2 — continua)

di Stefano Giordano

Indirizzo

Via Nicolò Garzilli, 34
Palermo
90141

Orario di apertura

Lunedì 16:00 - 20:00
Martedì 16:00 - 20:00
Mercoledì 16:00 - 20:00
Giovedì 16:00 - 20:00
Venerdì 16:00 - 20:00

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