24/05/2026
Ieri, 23 maggio 2026, non me la sono sentita di partecipare alle commemorazioni di Giovanni Falcone.
Non dopo gli ultimi avvenimenti legati all’italo-belga e alla decisione del Consiglio di Giustizia Amministrativa che ha confermato quella concessione.
Perché quando certe scelte vengono avallate dalle istituzioni stesse, diventa difficile credere che la battaglia sia soltanto contro la mafia. La lotta è anche contro una mentalità radicata, contro le complicità, le ambiguità, i silenzi e contro uno Stato che troppo spesso appare distante dal senso autentico di giustizia che Falcone rappresentava.
Le parate istituzionali rischiano di trasformarsi in rituali vuoti se non sono accompagnate da coerenza, coraggio e responsabilità concreta. Ricordare Falcone non dovrebbe significare soltanto deporre corone o pronunciare discorsi solenni una volta l’anno, ma scegliere ogni giorno da che parte stare, anche quando è scomodo.
Nonostante l’amarezza, continuo però a confidare nei giovani e in quella parte delle istituzioni sana. In chi rifiuta l’indifferenza, in chi non si abitua alle ingiustizie, in chi continua a credere che legalità e dignità non siano parole da celebrazione ma valori da difendere nella vita quotidiana.
È da lì che può ancora nascere una speranza vera: non dal vuoto delle commemorazioni, ma dalla coscienza critica e dal coraggio di coloro che non si arrendono.