28/08/2026
Vannacci e il programma della regressione.
Quando la propaganda si scontra con la Costituzione
Dopo aver letto le proposte di Roberto Vannacci e di Futuro Nazionale, viene spontanea una domanda: stiamo parlando di un programma di governo oppure di un catalogo di nostalgie, discriminazioni e promesse impossibili da trasformare in realtà?
Perché dietro parole apparentemente rassicuranti come identità, tradizione, sicurezza e famiglia si nasconde una visione politica che rischia di mettere in discussione alcuni dei principi fondamentali sui quali è costruita la Repubblica italiana. Il problema non è che Vannacci abbia idee di destra. In democrazia è assolutamente legittimo averle. Il problema nasce quando quelle idee vengono trasformate in proposte che distinguono tra cittadini di serie A e cittadini di serie B, tra culture considerate più compatibili e culture considerate meno compatibili, tra famiglie ritenute normali e altre considerate quasi un’anomalia.
Il primo grande problema è l’ossessione per l’identità. Vannacci propone una visione dell’Italia nella quale l’appartenenza nazionale sembra essere legata a una precisa idea culturale e religiosa. Si parla di compatibilità culturale, di tradizione cristiana e persino di preferenze nei confronti di persone provenienti da Paesi a maggioranza cristiana. Ma uno Stato democratico non può trasformare la religione, l’origine geografica o l’appartenenza culturale in una graduatoria del valore delle persone.
L’articolo 3 della Costituzione afferma il principio di uguaglianza. Non dice che alcuni esseri umani sono più compatibili di altri con la Repubblica. Non stabilisce che un cristiano debba avere più possibilità di un musulmano. Non crea cittadini più italiani degli altri.
Il passaporto italiano non dovrebbe diventare un certificato di conformità culturale.
Ancora più inquietante è l’idea di subordinare la cittadinanza a un lungo periodo di permanenza e a una presunta assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana. Conoscere l’italiano, conoscere la Costituzione e rispettare le leggi sono requisiti comprensibili. Ma chi dovrebbe decidere se una persona è sufficientemente assimilata? Quale sarebbe il test? Quale commissione dovrebbe stabilire se qualcuno pensa, vive e crede nel modo considerato abbastanza italiano?
La cittadinanza non può diventare un esame di obbedienza culturale.
E qui emerge la contraddizione più evidente. Vannacci parla continuamente di libertà, ma sembra voler costruire uno Stato che stabilisce quale cultura sia corretta, quale famiglia sia legittima, quale religione sia più compatibile e quale comportamento renda una persona più accettabile.
Questa non è la libertà intesa dalla Costituzione. È una concezione gerarchica della cittadinanza.
Poi arriva la proposta di attribuire un peso maggiore al voto dei genitori. Anche qui la propaganda può cercare di presentarla come una misura a favore della famiglia e della natalità. Ma il problema è elementare. Un cittadino non dovrebbe valere politicamente più di un altro perché ha avuto più figli.
Una persona con tre figli può meritare più servizi, più sostegni economici, più asili nido e più politiche di conciliazione. Non dovrebbe però ricevere più potere elettorale.
Perché, se si comincia a moltiplicare il peso del voto sulla base della condizione familiare, dove si finisce? Diamo più voti anche a chi paga più tasse? A chi possiede una casa? A chi ha una laurea? A chi ha combattuto nell’esercito?
La democrazia non è una classifica dei cittadini più meritevoli.
Sul tema dell’aborto, il programma propone una revisione profonda dell’attuale equilibrio legislativo e una maggiore tutela del concepito. Ma anche qui la propaganda tende a semplificare una questione estremamente complessa.
Lo Stato può certamente discutere e modificare le proprie politiche, ma deve rispettare i diritti e gli interessi costituzionalmente rilevanti della donna, la tutela della salute e la disciplina della legge 194. Trasformare la tutela del concepito in uno strumento per comprimere progressivamente l’autodeterminazione della donna aprirebbe una questione costituzionale enorme.
La politica non può cancellare la complessità della vita reale con uno slogan.
Lo stesso vale per le unioni civili. Abolire un istituto giuridico può essere una proposta politica. Ma non significa che si possano cancellare con un tratto di penna le tutele concrete costruite negli anni per migliaia di persone.
Se l’obiettivo è proteggere la famiglia, bisogna spiegare perché alcune famiglie dovrebbero essere considerate meno degne di protezione di altre.
E soprattutto bisogna capire una cosa molto semplice. La Costituzione protegge le persone, non le fantasie ideologiche di un partito.
Sul fronte della sicurezza, poi, la ricetta sembra essere sempre la stessa. Più potere, più armi, più durezza, meno garanzie. Ma uno Stato forte non è quello che permette agli agenti di fare ciò che vogliono. Uno Stato forte è quello che garantisce sicurezza rispettando contemporaneamente la legge e i diritti fondamentali.
Dire che chi si difende ha sempre ragione può funzionare benissimo in uno slogan da comizio. Nel diritto, invece, esistono proporzionalità, circostanze, responsabilità e controllo giudiziario.
La giustizia non può essere sostituita dalla logica del Far West.
E poi c’è la proposta di riportare il lavoro a 14 anni. Presentata come libertà di scegliere, rischia di dimenticare una cosa fondamentale. A 14 anni si è minorenni. Lo Stato ha il dovere di proteggere i minori dallo sfruttamento e di garantire il diritto all’istruzione.
Se un ragazzo vuole lavorare qualche ora durante l’estate, esistono già strumenti e regole per disciplinare il lavoro minorile. Trasformare la possibilità di lavorare a 14 anni in una bandiera politica è tutta un’altra cosa.
La libertà senza protezioni, soprattutto per i minori, può diventare semplicemente libertà per chi sfrutta.
Ma il capitolo più interessante arriva quando si passa dai grandi proclami ai conti.
Pensioni minime più alte, incentivi alla natalità, sostegni alle famiglie, agevolazioni sui mutui e nuove politiche sociali possono essere politicamente desiderabili. Ma ogni promessa ha un costo.
Quanto costa tutto questo? Dove sono le coperture? Quali spese vengono tagliate? Quali tasse aumentano? E soprattutto, perché gli italiani dovrebbero credere che basti chiedere all’Europa una deroga alle regole di bilancio per ottenere automaticamente miliardi di euro?
La politica non è Amazon. Non basta mettere le promesse nel carrello per riceverle il giorno dopo.
Un programma di governo serio dovrebbe presentare numeri, coperture finanziarie, tempi di attuazione e compatibilità giuridica. Gli slogan non pagano le pensioni. Le conferenze stampa non finanziano gli asili. Le battaglie identitarie non fanno quadrare il bilancio dello Stato.
Ed è proprio questo il punto centrale.
Il programma di Vannacci appare costruito molto più sulla provocazione che sulla capacità concreta di governare. È facile individuare un nemico. Il migrante, il musulmano, la famiglia diversa dalla propria, l’Europa, il politicamente corretto, chiunque non rientri nell’immagine di società considerata normale.
È molto più difficile spiegare come risolvere la sanità, l’invecchiamento della popolazione, i salari bassi, il lavoro precario, il costo della casa, la scuola, le disuguaglianze territoriali e il debito pubblico.
Governare significa affrontare problemi complessi. La propaganda preferisce inventare nemici semplici.
E qui sta la vera debolezza del progetto politico di Vannacci. Pretende di vendere come rivoluzione ciò che spesso appare come una miscela di nostalgia, rigidità identitaria e promesse finanziariamente tutte da dimostrare.
Non è sufficiente dire prima gli italiani. Bisogna spiegare quali italiani, perché alcuni dovrebbero essere considerati più italiani di altri e soprattutto quali diritti si è disposti a mettere in discussione per costruire questa presunta nuova identità nazionale.
Non è sufficiente parlare di famiglia. Bisogna spiegare perché una famiglia dovrebbe essere considerata più rispettabile di un’altra.
Non è sufficiente parlare di sicurezza. Bisogna spiegare come garantire sicurezza senza trasformare lo Stato di diritto in uno Stato di polizia.
Non è sufficiente parlare di libertà. Bisogna spiegare perché alcune libertà dovrebbero essere concesse soltanto a chi rientra nella propria idea di società.
E soprattutto non è sufficiente promettere tutto a tutti senza spiegare chi pagherà.
La Costituzione non è un optional. I diritti non sono concessioni del governo. La realtà economica non si piega agli slogan.
Vannacci può proporre tutto ciò che ritiene opportuno. I cittadini hanno il diritto di giudicare e votare il suo progetto. Ma proprio perché pretende di rappresentare una possibile alternativa di governo, quel progetto deve essere sottoposto a una verifica molto più severa della propaganda da campagna elettorale.
Alla fine rimangono tre domande semplicissime. È costituzionalmente sostenibile? È giuridicamente realizzabile? È economicamente finanziabile?
Se la risposta è no, allora non siamo davanti a un programma di governo.
Siamo davanti a una raccolta di slogan politici travestiti da progetto per il Paese.
E forse è proprio questo il punto che Vannacci e i suoi sostenitori preferirebbero evitare. Prima di chiedere agli italiani di votare per una nuova Italia, sarebbe opportuno spiegare quale Italia vogliono costruire, quanto costerà e soprattutto quali diritti intendono sacrificare per realizzarla.