Avvocato penalista

Avvocato penalista In particolare diritto penale dell'impresa

05/09/2026

RIMETTO QUESTO POST PERCHÉ UN TIZIO DI NOME ELIO MAGRELLI SE N'È APPROPRIATO E GIRA A NOME SUO.

Visto che da giorni sento dire che Report di Ranucci ha solo tirato fango e fatto inchieste farlocche che hanno rovinato famiglie (tutto semplicemente per difendere e giustificare gli scappati di casa al governo) ecco un riassunto delle inchieste che hanno visto come protagonisti alcuni degli attuali governanti del nostro paese.

Se volete potete approfondire con una semplice e veloce ricerca online.

SANTANCHÈ :

Le inchieste della trasmissione Report su Daniela Santanchè hanno svelato diverse irregolarità e zone d'ombra legate alla gestione delle sue società (Visibilia, Ki Group e Bioera).
-I compensi milionari e le perdite
-La cassa integrazione e i dipendenti
-La vendita di Visibilia e la società svizzera
-Le incongruenze in Senato: I documenti mostrati dalla trasmissione hanno smentito diverse affermazioni fatte dalla ministra durante le sue comunicazioni ufficiali

DELMASTRO :

Il caso "Cinque Forchette" e i legami con il clan Senese.
-La socia "figlia d'arte" di Caroccia
-La smentita sulle foto
-L'incontro alla Camera: In un'altra inchiesta correlata, un ex parlamentare ha rivelato a Report che il responsabile organizzativo di FdI, Giovanni Donzelli, avrebbe incontrato negli uffici della Camera proprio un altro esponente legato al clan Senese (Gioacchino Amico)

Il caso Pozzolo e lo "Sparo di Capodanno"
-La presenza nella stanza
-Il ritiro della querela
-Emanuele Pozzolo ha ammesso per la prima volta che Delmastro si trovava in realtà all'interno della stanza

GASPARRI :

L'inchiesta della trasmissione Report ha scoperto che il senatore Maurizio Gasparri era presidente di Cyberealm, una società di cybersicurezza, senza aver comunicato correttamente questo incarico al Senato.
-L'incarico nascosto
-I legami con l'estero
-Il ruolo istituzionale
-Le reazioni: Gasparri ha prima difeso la trasparenza del proprio operato come raccontato anche da Il Fatto Quotidiano, ma in seguito alle pressioni politiche e mediatiche ha deciso di dimettersi dalla presidenza della società nel marzo del 2024.

LA RUSSA :

L'inchiesta di Report dedicata alla famiglia La Russa (intitolata "La Russa Dinasty") ha ricostruito le origini del potere e della ricchezza della famiglia del presidente del Senato Ignazio La Russa.
-Il legame con Michelangelo Virgillito
-La gestione nel dopoguerra
-Società e call center: La trasmissione di Giorgio Mottola ha inoltre analizzato il ruolo diretto di Ignazio La Russa nelle vicende relative ad alcune società e call center, in cui figuravano soci dai trascorsi discussi
-Gli strascichi giudiziari: Le querele presentate da Ignazio La Russa contro la trasmissione per diffamazione sono state archiviate dai giudici, che hanno riconosciuto il corretto esercizio del diritto di cronaca

ANGELUCCI :

L'inchiesta di Report sul gruppo di Antonio Angelucci ha evidenziato come i cospicui guadagni derivanti dalle attività sanitarie private coprano le perdite delle attività editoriali. La trasmissione ha inoltre analizzato la gestione e l'incremento dei finanziamenti regionali destinati alle strutture sanitarie accreditate nel Lazio.

AUTORITÀ PER LA PRIVACY E IL CASO META :

I rapporti con la politica: Un'inchiesta ha esaminato i legami tra esponenti delle istituzioni e l'Authority per la privacy, focalizzandosi in particolare su decisioni come la riduzione della sanzione inflitta a Meta (da 44 a 12,5 milioni di euro) dopo incontri istituzionali epromozioni tecnologiche.

FRATELLI D’ITALIA E LA COMUNICAZIONE SOCIAL :

Pagine non ufficiali: L'inchiesta ha analizzato il network di pagine social e piattaforme di propaganda (come la piattaforma Esperia o pagine di meme e merchandising) vicine alle posizioni del partito di governo.

ALTRE POSIZIONI E QUERELE INCROCIATE :

Sono stati esaminati dossier e pendenze legali riguardanti vari ministri e parlamentari (tra cui il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, il ministro delle Imprese Adolfo Urso) legati anche alle numerose querele e diffide depositate nei confronti della trasmissione.

178 tra querele e richieste di risarcimento danni.
Report non ha mai perso una causa, mantenendo una fedina penale e civile del tutto pulita.

Giudicate voi...

01/09/2026

Veramente bravo

01/09/2026
31/08/2026

Fa esplodere una moschea, poi si traveste da palestinese: l’Hasbara di Adi Karni

31/08/2026
by Osservatorio Repressione

Il caso di Adi Karni raccontato dalla newsletter di Lavinia Marchetti: dalle demolizioni dell’esercito israeliano a Gaza al tour nelle scuole ebraiche italiane, fino al travestimento da palestinese davanti alla Columbia University. Quando chi ha partecipato alla distruzione e al genocidio pretende anche di controllarne il racconto.

Prima la divisa dell’esercito israeliano. Poi le aule delle scuole ebraiche di Roma e Milano. Infine una kefiah sulle spalle e una bandiera palestinese davanti alla Columbia University. Tre immagini apparentemente lontane che appartengono alla stessa persona e raccontano qualcosa che va molto oltre la sua biografia. È la storia di Adi Karni, ex militare israeliano, riportata dalla newsletter di Lavinia Marchetti: una parabola quasi perfetta della trasformazione della guerra materiale in guerra della narrazione.

Karni ha prestato servizio come sergente nel 603º battaglione del genio militare israeliano, reparto impegnato nelle operazioni a Gaza. Video e immagini attribuiti al militare sono stati raccolti e analizzati anche dalla Hind Rajab Foundation. In uno dei filmati, già richiamato nell’ottobre 2025 da Mai Indifferenti – Voci ebraiche per la pace e dal Laboratorio ebraico antirazzista, Karni compare con altri soldati prima della demolizione di una moschea. Nel video appare la scritta «Bye bye mosque», poi l’esplosione. La distruzione viene accolta dai militari come un momento da celebrare e immortalare.

Non è un dettaglio secondario. I luoghi di culto civili sono protetti dal diritto internazionale umanitario e possono perdere tale protezione soltanto in circostanze specifiche. Proprio per questo le due associazioni ebraiche antisioniste parlarono all’epoca di un «probabile crimine di guerra», contestando duramente la successiva scelta di invitare Karni nelle scuole italiane.

Perché il secondo capitolo della storia si svolge proprio in Italia.

Nell’autunno del 2025 Karni viene invitato negli istituti ebraici di Roma e Milano per raccontare agli studenti la propria esperienza della guerra a Gaza. Secondo la lettera pubblicata da Il Fatto Quotidiano, la presidente dell’UCEI era presente almeno a uno degli incontri. Mai Indifferenti e Laboratorio ebraico antirazzista scrissero alle Comunità ebraiche, ai dirigenti scolastici e all’UCEI denunciando quella che definirono esplicitamente «propaganda militare nelle scuole ebraiche». Alla loro richiesta di chiarimenti, riferirono successivamente, non arrivò risposta.

Il problema non era che un soldato raccontasse la propria esperienza. Era il dispositivo nel quale quella testimonianza veniva collocata. Un militare appartenente a un esercito impegnato nella devastazione di Gaza entrava in una scuola non per confrontarsi con altre testimonianze, non per rispondere criticamente delle proprie azioni, ma come soggetto legittimato a spiegare la guerra.

Karni disse agli studenti di aver incontrato a Gaza «solo odio». Secondo la denuncia delle associazioni, spiegò inoltre che l’esercito israeliano stava facendo «il lavoro sporco per voi». Nel frattempo nessun palestinese sedeva accanto a lui per raccontare cosa significasse quella stessa guerra vista dall’altra parte: vivere sotto le bombe, perdere la propria casa, vedere distrutto un ospedale, una scuola o una moschea.

La sproporzione non potrebbe essere più evidente. Chi possiede le armi possiede anche il microfono. Chi subisce la guerra deve lottare persino per ottenere il diritto di raccontarla.

Ma la storia di Adi Karni non finisce nelle scuole italiane.

Nell’agosto 2026 l’ex militare ricompare davanti alla Columbia University di New York insieme ad altri ex soldati legati a Frontline Advocates, organizzazione filoisraeliana che collabora su alcuni progetti con il ministero degli Esteri israeliano. Davanti agli ingressi dell’università viene allestito uno stand con una scritta inequivocabile: «We are IDF. We were in Gaza. Ask us anything». Siamo l’IDF. Siamo stati a Gaza. Chiedeteci qualsiasi cosa.

Questa volta, però, alcuni componenti del gruppo adottano una tecnica differente. Indossano kefiah, sventolano bandiere palestinesi e assumono l’aspetto dei manifestanti solidali con Gaza. Non per esprimere solidarietà, naturalmente, ma per avvicinare studenti e interlocutori che probabilmente non avrebbero accettato di parlare con un militante apertamente filoisraeliano. L’episodio è stato documentato da video circolati sui social e riportato dalla stampa universitaria statunitense.

Ed è proprio Karni a spiegare la logica dell’operazione. Interpellato sul travestimento, sostiene che le persone sarebbero più disposte ad ascoltarlo quando porta una kefiah piuttosto che quando si presenta come esponente dell’IDF. La provocazione contiene però qualcosa di ancora più significativo: nell’argomentazione attribuita a Karni, l’identità palestinese viene sovrapposta alla figura del militante di Hamas.

La kefiah diventa così un costume di scena. Un simbolo storico dell’identità e della resistenza palestinese viene indossato da chi ha prestato servizio nell’esercito occupante per rendere più credibile un inganno comunicativo.

È qui che la denuncia di Lavinia Marchetti coglie il nodo politico dell’intera vicenda.

Non siamo semplicemente davanti a una trovata provocatoria da campus universitario. È una delle forme contemporanee dell’Hasbara: non soltanto difendere l’operato dello Stato israeliano, ma intervenire sulle condizioni stesse attraverso cui quel conflitto viene raccontato, rappresentato e percepito.

La propaganda tradizionale afferma: questa è la nostra versione dei fatti. Questa operazione compie un passo ulteriore: assume l’identità dell’altro per costruire la scena nella quale quella versione dovrà apparire credibile.

Il palestinese non viene più soltanto silenziato. Viene impersonato.

Ed è difficile non vedere la violenza simbolica racchiusa in questa operazione. Dopo decenni nei quali la kefiah è stata il simbolo internazionale di un popolo sottoposto a occupazione, colonizzazione ed esilio, un ex militare dell’esercito occupante se ne appropria temporaneamente per fingersi appartenente proprio al campo politico delle persone contro le quali quell’esercito ha combattuto.

La metamorfosi è impressionante.

A Gaza la divisa. A Roma e Milano il ruolo del testimone autorevole. A New York la kefiah.

Prima si partecipa alle operazioni militari. Poi si raccontano quelle operazioni agli studenti. Infine si assume persino l’aspetto delle vittime per intervenire nella rappresentazione pubblica della loro causa.

Il punto non è Adi Karni come individuo. Sarebbe troppo facile ridurre tutto alla provocazione di un ex soldato. La questione è il sistema politico e comunicativo che rende possibile questa traiettoria e, soprattutto, la considera perfettamente normale.

Ed è qui che anche l’Italia entra nella storia.

Quando nell’ottobre 2025 Mai Indifferenti e Laboratorio ebraico antirazzista denunciarono la presenza di Karni nelle scuole ebraiche di Roma e Milano, posero una domanda elementare: quale valore educativo può avere presentare agli studenti un militare coinvolto in simili operazioni senza alcun contraddittorio sulla devastazione di Gaza? La domanda rimane attuale.

Non si tratta di impedire a qualcuno di parlare. Esattamente il contrario. Si tratta di domandare chi abbia diritto alla parola e in quali condizioni. Se entra nelle scuole il soldato che racconta di aver trovato «solo odio», perché non entra anche il medico palestinese che ha lavorato in un ospedale bombardato? Perché non lo studente che ha perduto l’università? Perché non il giornalista che ha documentato le macerie? Perché non chi ha visto la propria famiglia sfollata più volte?

È questo squilibrio a trasformare una testimonianza in propaganda.

La vicenda raccontata da Lavinia Marchetti possiede allora una forza che va oltre il singolo episodio. Mostra una delle caratteristiche più profonde del colonialismo: non gli basta controllare la terra. Cerca di controllare anche il racconto della terra conquistata. Non gli basta distruggere. Vuole stabilire come quella distruzione debba essere chiamata, interpretata e ricordata.

La Palestina viene così sottoposta a una doppia cancellazione. Quella materiale delle case, delle infrastrutture, dei campi, delle università e dei luoghi di culto; e quella simbolica della possibilità dei palestinesi di essere soggetti della propria storia.

Prima si parla al loro posto. Poi si indossano perfino i loro simboli.

La fotografia di Adi Karni con la kefiah davanti alla Columbia University finisce così per raccontare involontariamente molto più di quanto probabilmente volesse comunicare Frontline Advocates. Racconta un potere che, dopo avere imposto la propria forza militare, sente ancora il bisogno di appropriarsi dell’immagine dell’altro per vincere anche la battaglia della rappresentazione.

Dalla moschea che esplode alla kefiah indossata come travestimento corre dunque un unico filo. È il tentativo di rivendicare contemporaneamente il diritto di distruggere e quello di raccontare la distruzione.

Ed è precisamente qui che la frase conclusiva della denuncia di Lavinia Marchetti acquista tutto il suo significato politico: il colonialismo non devasta soltanto, non distrugge soltanto, non uccide soltanto. Pretende anche di scrivere la storia di ciò che ha fatto.

foto e articolo:
https://www.osservatoriorepressione.info/fa-esplodere-una-moschea-poi-si-traveste-da-palestinese-lhasbara-di-adi-karni/

30/08/2026
30/08/2026
28/08/2026
28/08/2026

Vannacci e il programma della regressione.
Quando la propaganda si scontra con la Costituzione

Dopo aver letto le proposte di Roberto Vannacci e di Futuro Nazionale, viene spontanea una domanda: stiamo parlando di un programma di governo oppure di un catalogo di nostalgie, discriminazioni e promesse impossibili da trasformare in realtà?

Perché dietro parole apparentemente rassicuranti come identità, tradizione, sicurezza e famiglia si nasconde una visione politica che rischia di mettere in discussione alcuni dei principi fondamentali sui quali è costruita la Repubblica italiana. Il problema non è che Vannacci abbia idee di destra. In democrazia è assolutamente legittimo averle. Il problema nasce quando quelle idee vengono trasformate in proposte che distinguono tra cittadini di serie A e cittadini di serie B, tra culture considerate più compatibili e culture considerate meno compatibili, tra famiglie ritenute normali e altre considerate quasi un’anomalia.

Il primo grande problema è l’ossessione per l’identità. Vannacci propone una visione dell’Italia nella quale l’appartenenza nazionale sembra essere legata a una precisa idea culturale e religiosa. Si parla di compatibilità culturale, di tradizione cristiana e persino di preferenze nei confronti di persone provenienti da Paesi a maggioranza cristiana. Ma uno Stato democratico non può trasformare la religione, l’origine geografica o l’appartenenza culturale in una graduatoria del valore delle persone.

L’articolo 3 della Costituzione afferma il principio di uguaglianza. Non dice che alcuni esseri umani sono più compatibili di altri con la Repubblica. Non stabilisce che un cristiano debba avere più possibilità di un musulmano. Non crea cittadini più italiani degli altri.

Il passaporto italiano non dovrebbe diventare un certificato di conformità culturale.

Ancora più inquietante è l’idea di subordinare la cittadinanza a un lungo periodo di permanenza e a una presunta assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana. Conoscere l’italiano, conoscere la Costituzione e rispettare le leggi sono requisiti comprensibili. Ma chi dovrebbe decidere se una persona è sufficientemente assimilata? Quale sarebbe il test? Quale commissione dovrebbe stabilire se qualcuno pensa, vive e crede nel modo considerato abbastanza italiano?

La cittadinanza non può diventare un esame di obbedienza culturale.

E qui emerge la contraddizione più evidente. Vannacci parla continuamente di libertà, ma sembra voler costruire uno Stato che stabilisce quale cultura sia corretta, quale famiglia sia legittima, quale religione sia più compatibile e quale comportamento renda una persona più accettabile.

Questa non è la libertà intesa dalla Costituzione. È una concezione gerarchica della cittadinanza.

Poi arriva la proposta di attribuire un peso maggiore al voto dei genitori. Anche qui la propaganda può cercare di presentarla come una misura a favore della famiglia e della natalità. Ma il problema è elementare. Un cittadino non dovrebbe valere politicamente più di un altro perché ha avuto più figli.

Una persona con tre figli può meritare più servizi, più sostegni economici, più asili nido e più politiche di conciliazione. Non dovrebbe però ricevere più potere elettorale.

Perché, se si comincia a moltiplicare il peso del voto sulla base della condizione familiare, dove si finisce? Diamo più voti anche a chi paga più tasse? A chi possiede una casa? A chi ha una laurea? A chi ha combattuto nell’esercito?

La democrazia non è una classifica dei cittadini più meritevoli.

Sul tema dell’aborto, il programma propone una revisione profonda dell’attuale equilibrio legislativo e una maggiore tutela del concepito. Ma anche qui la propaganda tende a semplificare una questione estremamente complessa.

Lo Stato può certamente discutere e modificare le proprie politiche, ma deve rispettare i diritti e gli interessi costituzionalmente rilevanti della donna, la tutela della salute e la disciplina della legge 194. Trasformare la tutela del concepito in uno strumento per comprimere progressivamente l’autodeterminazione della donna aprirebbe una questione costituzionale enorme.

La politica non può cancellare la complessità della vita reale con uno slogan.

Lo stesso vale per le unioni civili. Abolire un istituto giuridico può essere una proposta politica. Ma non significa che si possano cancellare con un tratto di penna le tutele concrete costruite negli anni per migliaia di persone.

Se l’obiettivo è proteggere la famiglia, bisogna spiegare perché alcune famiglie dovrebbero essere considerate meno degne di protezione di altre.

E soprattutto bisogna capire una cosa molto semplice. La Costituzione protegge le persone, non le fantasie ideologiche di un partito.

Sul fronte della sicurezza, poi, la ricetta sembra essere sempre la stessa. Più potere, più armi, più durezza, meno garanzie. Ma uno Stato forte non è quello che permette agli agenti di fare ciò che vogliono. Uno Stato forte è quello che garantisce sicurezza rispettando contemporaneamente la legge e i diritti fondamentali.

Dire che chi si difende ha sempre ragione può funzionare benissimo in uno slogan da comizio. Nel diritto, invece, esistono proporzionalità, circostanze, responsabilità e controllo giudiziario.

La giustizia non può essere sostituita dalla logica del Far West.

E poi c’è la proposta di riportare il lavoro a 14 anni. Presentata come libertà di scegliere, rischia di dimenticare una cosa fondamentale. A 14 anni si è minorenni. Lo Stato ha il dovere di proteggere i minori dallo sfruttamento e di garantire il diritto all’istruzione.

Se un ragazzo vuole lavorare qualche ora durante l’estate, esistono già strumenti e regole per disciplinare il lavoro minorile. Trasformare la possibilità di lavorare a 14 anni in una bandiera politica è tutta un’altra cosa.

La libertà senza protezioni, soprattutto per i minori, può diventare semplicemente libertà per chi sfrutta.

Ma il capitolo più interessante arriva quando si passa dai grandi proclami ai conti.

Pensioni minime più alte, incentivi alla natalità, sostegni alle famiglie, agevolazioni sui mutui e nuove politiche sociali possono essere politicamente desiderabili. Ma ogni promessa ha un costo.

Quanto costa tutto questo? Dove sono le coperture? Quali spese vengono tagliate? Quali tasse aumentano? E soprattutto, perché gli italiani dovrebbero credere che basti chiedere all’Europa una deroga alle regole di bilancio per ottenere automaticamente miliardi di euro?

La politica non è Amazon. Non basta mettere le promesse nel carrello per riceverle il giorno dopo.

Un programma di governo serio dovrebbe presentare numeri, coperture finanziarie, tempi di attuazione e compatibilità giuridica. Gli slogan non pagano le pensioni. Le conferenze stampa non finanziano gli asili. Le battaglie identitarie non fanno quadrare il bilancio dello Stato.

Ed è proprio questo il punto centrale.

Il programma di Vannacci appare costruito molto più sulla provocazione che sulla capacità concreta di governare. È facile individuare un nemico. Il migrante, il musulmano, la famiglia diversa dalla propria, l’Europa, il politicamente corretto, chiunque non rientri nell’immagine di società considerata normale.

È molto più difficile spiegare come risolvere la sanità, l’invecchiamento della popolazione, i salari bassi, il lavoro precario, il costo della casa, la scuola, le disuguaglianze territoriali e il debito pubblico.

Governare significa affrontare problemi complessi. La propaganda preferisce inventare nemici semplici.

E qui sta la vera debolezza del progetto politico di Vannacci. Pretende di vendere come rivoluzione ciò che spesso appare come una miscela di nostalgia, rigidità identitaria e promesse finanziariamente tutte da dimostrare.

Non è sufficiente dire prima gli italiani. Bisogna spiegare quali italiani, perché alcuni dovrebbero essere considerati più italiani di altri e soprattutto quali diritti si è disposti a mettere in discussione per costruire questa presunta nuova identità nazionale.

Non è sufficiente parlare di famiglia. Bisogna spiegare perché una famiglia dovrebbe essere considerata più rispettabile di un’altra.

Non è sufficiente parlare di sicurezza. Bisogna spiegare come garantire sicurezza senza trasformare lo Stato di diritto in uno Stato di polizia.

Non è sufficiente parlare di libertà. Bisogna spiegare perché alcune libertà dovrebbero essere concesse soltanto a chi rientra nella propria idea di società.

E soprattutto non è sufficiente promettere tutto a tutti senza spiegare chi pagherà.

La Costituzione non è un optional. I diritti non sono concessioni del governo. La realtà economica non si piega agli slogan.

Vannacci può proporre tutto ciò che ritiene opportuno. I cittadini hanno il diritto di giudicare e votare il suo progetto. Ma proprio perché pretende di rappresentare una possibile alternativa di governo, quel progetto deve essere sottoposto a una verifica molto più severa della propaganda da campagna elettorale.

Alla fine rimangono tre domande semplicissime. È costituzionalmente sostenibile? È giuridicamente realizzabile? È economicamente finanziabile?

Se la risposta è no, allora non siamo davanti a un programma di governo.

Siamo davanti a una raccolta di slogan politici travestiti da progetto per il Paese.

E forse è proprio questo il punto che Vannacci e i suoi sostenitori preferirebbero evitare. Prima di chiedere agli italiani di votare per una nuova Italia, sarebbe opportuno spiegare quale Italia vogliono costruire, quanto costerà e soprattutto quali diritti intendono sacrificare per realizzarla.

Indirizzo

Padua

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