Avvocato Margherita Baragliu

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Stamattina, sfogliando la pagina dei necrologi della Nuova Sardegna, il mio sguardo si è fermato su una foto.Una bambina...
18/06/2026

Stamattina, sfogliando la pagina dei necrologi della Nuova Sardegna, il mio sguardo si è fermato su una foto.
Una bambina.
Michelina.
Tre mesi appena.
Sono rimasta a guardarla a lungo.
Un sorriso luminoso,
due occhietti furbi, l'espressione di chi sembrava già voler scoprire il mondo.
Ci sono dolori che non ci appartengono, eppure riescono a raggiungerci lo stesso.
Poi ho letto il ringraziamento dei genitori.
Un lungo e sentito grazie ai rianimatori, agli operatori dell'emergenza-urgenza, ai medici, agli infermieri, agli OSS, al servizio di supporto psicologico, alla direzione dell'ospedale, ai carabinieri.
A tutte quelle persone che hanno incrociato il loro cammino nel momento più terribile che una madre e un padre possano vivere.
E in quel momento mi sono chiesta quanto debba essere immenso il cuore di questi genitori.
Quanto amore debba abitare due anime ferite per riuscire a guardare oltre il proprio dolore e riconoscere il bene ricevuto.
Perché quando il mondo ti crolla addosso, quando perdi ciò che hai di più prezioso, quando il futuro si spegne con una bambina di appena tre mesi, sarebbe comprensibile vedere soltanto il buio.
E invece loro hanno scelto di ringraziare.
Hanno trovato una luce.
Una luce fatta di gratitudine, di umanità, di riconoscenza verso chi ha camminato accanto a loro nel momento più difficile della loro esistenza.
Non conosco questa famiglia.
Non conoscevo Michelina.
Eppure oggi porto con me il suo sorriso.
Porto con me quella fotografia e quelle parole che valgono più di mille discorsi.
Perché mi hanno ricordato che esistono dolori davanti ai quali il silenzio sembra l'unica lingua possibile.
Ma esistono anche persone che, nel giorno più doloroso della loro vita, riescono ancora a insegnarci cosa significhino davvero la dignità, l'amore e la gratitudine.
Un pensiero colmo d'amore per te, piccola Michelina.
Ai tuoi genitori il più rispettoso e commosso degli abbracci.
E un grazie sincero per la grande lezione di umanità che, nel mezzo del loro dolore, hanno saputo donare a tutti noi 🥹💓🥹

Credevo che anni di professione mi avessero cambiata, ma non fino al punto di diventare un uomo abbronzato. 😎😂Eppure esi...
17/06/2026

Credevo che anni di professione mi avessero cambiata, ma non fino al punto di diventare un uomo abbronzato. 😎😂
Eppure esiste un profilo che sostiene il contrario.
Per fugare ogni dubbio: la vera Margherita resta fermamente donna e color "ufficio legale", non "tramonto ai Caraibi".
Se incontrate il mio alter ego tropicale, ignoratelo e segnalatelo.
Grazie dall'originale! ⚖️🌴😂

"Chi è senza peccato scagli la prima pietra."Sono parole antiche, ma non hanno mai smesso di interrogare le nostre cosci...
11/06/2026

"Chi è senza peccato scagli la prima pietra."

Sono parole antiche, ma non hanno mai smesso di interrogare le nostre coscienze.
Per giorni, mesi, a volte anni, ci dividiamo tra chi accusa e chi difende, tra chi condanna e chi assolve.
Ci schieriamo, commentiamo, sentenziamo.
Ma arriva sempre un momento in cui il rumore si spegne e resta soltanto una domanda: cosa rimane, alla fine, di una vita umana?
Stefano Addeo ha pronunciato parole gravi, sbagliate, che hanno ferito molte persone.
Parole che lui stesso definì un gesto stupido, scritto d'impulso, chiedendo scusa per quanto aveva fatto.
Ma oggi, davanti all'epilogo di questa vicenda,non vedo una lezione impartita. Vedo soltanto dolore.
Vedo un uomo che ha sbagliato e che, nel tempo, è stato travolto dalle conseguenze dei propri errori.
Vedo una madre anziana che ha assistito impotente alla sofferenza del proprio figlio.
Vedo una famiglia che, nello stesso giorno, ha dovuto fare i conti con due perdite devastanti.
Forse il dramma del nostro tempo è che abbiamo imparato a giudicare in pochi secondi, ma fatichiamo sempre di più a comprendere.
La rete amplifica tutto: la rabbia, l'indignazione, il disprezzo.
Molto meno la pietà, la misericordia, l'umanità.
Nessun essere umano dovrebbe essere ridotto esclusivamente al peggiore momento della propria vita.
Perché tutti noi, se siamo sinceri con noi stessi, abbiamo pronunciato parole di cui ci siamo pentiti.
Abbiamo commesso errori. Abbiamo ferito qualcuno.
E abbiamo sperato che un giorno fossimo giudicati per ciò che siamo stati nel complesso, non soltanto per la nostra caduta più grave.
Oggi il pensiero va a una madre e a un figlio che se ne sono andati lo stesso giorno, lasciando dietro di sé una domanda che riguarda tutti noi:
quanto spazio resta, nella nostra società, per il perdono, la compassione e la possibilità di rialzarsi dopo aver sbagliato?
Forse dovremmo ripartire da lì.

Quanto erano belle le estati di una volta...Le estati di paese non erano semplicemente una stagione. Erano un modo di vi...
10/06/2026

Quanto erano belle le estati di una volta...
Le estati di paese non erano semplicemente una stagione. Erano un modo di vivere, un modo di amare, un modo di sentirsi parte di qualcosa di grande e prezioso.
Avevamo poco, è vero. I soldi bastavano appena, le comodità erano poche e i sacrifici facevano parte della quotidianità. Eppure, ripensandoci oggi, mi accorgo che eravamo incredibilmente ricchi. Ricchi di tempo, di affetto, di presenza. Ricchi di persone.
Le strade erano il nostro mondo. I vicoli il nostro parco giochi. Le porte restavano aperte e ogni casa aveva il profumo familiare dell'accoglienza. Bastava uscire per sentirsi al sicuro, per trovare un sorriso, una voce amica, qualcuno disposto ad ascoltare.
Ricordo le sere d'estate, quando il sole lasciava lentamente il posto alla luna e il paese si riempiva di vita. Le donne sedute sugli usci raccontavano storie, confidavano gioie e preoccupazioni, intrecciando legami che sembravano indistruttibili. Gli uomini si fermavano per una chiacchiera, una risata, una battuta che alleggeriva la giornata. E noi bambini correvamo liberi, da una casa all'altra, senza orari, senza telefoni, senza bisogno di organizzare nulla.
La felicità era già lì, ad aspettarci fuori dalla porta.
I vicini non erano semplicemente persone che abitavano accanto.
Erano famiglia.
Erano mani tese.
Erano occhi attenti che si accorgevano di te.
C'era una forma di amore silenziosa e autentica che viveva nelle piccole cose: in un piatto condiviso, in una sedia aggiunta a tavola, in una carezza data senza motivo, in una presenza che non chiedeva nulla in cambio.
Quella non era ricchezza materiale.
Era qualcosa di infinitamente più raro.
Era il privilegio di appartenere a una comunità.
Era la certezza di avere un posto nel cuore degli altri.
La vita mi ha insegnato molte cose, ma nessuna scuola, nessun libro e nessun titolo potranno mai insegnarmi ciò che ho imparato in quelle strade polverose illuminate dal sole. Lì ho imparato la gentilezza, il rispetto, la condivisione, il valore delle relazioni vere. Lì ho scoperto che la felicità non si misura da ciò che possiedi, ma dall'amore che ti circonda.
Oggi il mondo corre veloce. Abbiamo più comodità, più tecnologia, più possibilità. Eppure, sento sempre una nostalgia dolce che mi riporta a quelle estati lontane.
Perché la vera fortuna non è stata avere poco o tanto.
La vera fortuna è stata vivere in un tempo in cui le persone si appartenevano davvero.
E quando ripenso alla mia infanzia, capisco che il ricordo più bello non sono le strade, non sono le case, non sono i luoghi.
Sono i volti.
Sono gli abbracci.
Sono le voci che riempivano le sere d'estate.
Sono tutte quelle persone che, senza rendersene conto, mi hanno insegnato la lezione più importante della vita:
Sentirsi a casa non dipende da un luogo.
Dipende dall'amore che incontri lungo il cammino e dalle persone che, con la loro presenza, ti fanno sentire parte del loro cuore ❤️

La devozione prende forma e cammina lentamente tra le vie di Fonni.La processione della Madonna dei Martiri non è soltan...
08/06/2026

La devozione prende forma e cammina lentamente tra le vie di Fonni.

La processione della Madonna dei Martiri non è soltanto una tradizione che si rinnova ogni anno.
È l'omaggio di un popolo alla sua Madonna, un cammino di fede che unisce generazioni diverse sotto il suo sguardo materno.

Ad aprire il corteo sono i cavalieri.
I cavalli avanzano con passo lento e solenne, uniti dal filo che conduce allo stendardo della Vergine.
È come se, passo dopo passo, preparassero la strada al suo passaggio.

Dietro di loro arrivano i bambini.
Nei loro volti si intravede il futuro di una devozione antica, custodita e tramandata nel tempo.

Poi arriva uno spettacolo che lascia senza fiato:
un interminabile fiume di donne in costume tradizionale.
Le vie del paese si riempiono di colori, di ricami preziosi e di antichi copricapi.
Ogni abito custodisce una storia, ogni dettaglio parla di appartenenza.
Il corteo scorre lentamente come un mosaico vivente, dove centinaia di donne camminano all'unisono aprendo la strada alla Madonna.

E infine appare Lei.

La Madonna dei Martiri avanza tra il suo popolo accompagnata dal rosario cantato in lingua sarda.
Le voci si fondono in un unico canto che sale verso il cielo e attraversa il cuore di chi ascolta.
In quel momento il tempo sembra fermarsi.
Restano solo la fede, l'emozione e lo sguardo rivolto alla Madre.

Dietro di Lei cammina un lungo fiume di uomini in costume tradizionale.
La seguono con rispetto e devozione, quasi a volerla accompagnare e proteggere nel suo cammino tra la sua gente.

Attorno alla Madonna si raccolgono le speranze, le preghiere e i silenzi di un intero paese.
C'è chi ringrazia per una grazia ricevuta, chi affida una preoccupazione, chi porta nel cuore il ricordo di una persona amata. Ognuno consegna qualcosa di sé a quella Madre che da secoli veglia sulla comunità.

E mentre il corteo attraversa le vie del paese, si comprende che la vera bellezza di questa processione non sta soltanto nei costumi, nei colori o nella sua straordinaria partecipazione.
Sta nel legame profondo che unisce un popolo alla sua Madonna.
Un legame fatto di fede, amore e devozione, che continua a rinnovarsi anno dopo anno, passo dopo passo.

Complimenti Fonni...

Ci sono storie che ci costringono a guardarci allo specchio.Non solo per ciò che raccontano, ma perché ci fanno domandar...
04/06/2026

Ci sono storie che ci costringono a guardarci allo specchio.
Non solo per ciò che raccontano, ma perché ci fanno domandare quando abbiamo smesso di accorgerci degli altri.
Molti di noi ricordano un tempo diverso.
Le case erano più piccole, i soldi meno, le comodità quasi inesistenti.
Eppure le porte erano aperte.
I vicini si conoscevano.
I bambini crescevano un po' con tutti.
Se un bambino giocava in strada, c'erano decine di occhi che lo osservavano. Se piangeva, qualcuno chiedeva cosa fosse successo. Se aveva bisogno di aiuto, difficilmente restava solo.
Non era un mondo perfetto.
Ma era un mondo in cui ci si accorgeva gli uni degli altri.
Oggi abbiamo costruito palazzi più grandi, vite più comode, strumenti che ci permettono di essere in contatto con chiunque in ogni momento.
Eppure, paradossalmente, siamo diventati più lontani.
Spesso non conosciamo chi vive sul nostro stesso pianerottolo.
Non sappiamo chi soffre dietro una porta chiusa. Non vediamo la solitudine, la paura o il dolore che abitano accanto a noi.
E i bambini, quelli no, non sono cambiati.
Continuano a fidarsi degli adulti.
Continuano a cercare protezione.
Continuano a chiedere aiuto, spesso senza parole, attraverso i silenzi, gli sguardi, i comportamenti che cambiano.
Ma per vedere quei segnali bisogna essere presenti.
Bisogna guardare davvero.
Forse è questo che fa più male di certe storie.
Non solo il male che è stato fatto, ma il fatto che nessuno lo abbia visto in tempo.
Perché una volta i bambini crescevano tra le braccia di un'intera comunità.
Oggi rischiano di crescere circondati da persone che guardano altrove.
E una società non perde sé stessa quando le manca qualcosa.
La perde quando smette di accorgersi dei suoi bambini.

30/05/2026

Uno dei mali più profondi del dibattito pubblico italiano è l'analfabetismo giuridico travestito da sete di giustizia.

Basta un'indagine, una fuga di notizie o un titolo costruito ad arte perché il meccanismo si metta in moto:
l'indagato diventa colpevole, l'accusa diventa prova, il processo diventa una formalità.

Da troppo tempo una parte dell'informazione e dell'opinione pubblica alimenta una cultura giustizialista che considera la presunzione d'innocenza un ostacolo anziché una garanzia di civiltà giuridica.
Si invocano arresti, dimissioni e condanne quando spesso non esiste ancora nemmeno una sentenza di primo grado.

Il risultato è un sistema parallelo in cui il verdetto viene pronunciato nei talk show, sui giornali e sui social, molto prima che un giudice abbia accertato i fatti.
E quando, anni dopo, arrivano assoluzioni o archiviazioni, il danno umano, professionale e reputazionale è già stato consumato.

Il garantismo non è buonismo.
Non è indulgenza verso chi sbaglia.
È il rifiuto della barbarie giuridica.
È il principio secondo cui nessuno può essere considerato colpevole fino a una sentenza definitiva, perché senza questa regola non esiste giustizia: esiste soltanto il pregiudizio.

Una società che scambia l'accusa per una condanna non sta difendendo la legalità.
Sta semplicemente rinunciando allo Stato di diritto in favore della piazza.

E la storia insegna che quando la piazza pretende di sostituirsi ai tribunali, la giustizia smette di essere giustizia e diventa vendetta.

Sei anni fa, in questo giorno ci lasciava Antonio.Un ragazzo straordinario, che con il suo talento, la sua intelligenza ...
29/05/2026

Sei anni fa, in questo giorno ci lasciava Antonio.
Un ragazzo straordinario, che con il suo talento, la sua intelligenza e la sua umiltà era diventato motivo d’orgoglio per tutta la nostra comunità.
Antonio era un giovane medico brillante, uno studioso serio e appassionato, ma soprattutto una persona gentile, altruista e sempre disponibile verso gli altri.
Aveva davanti un futuro importante, costruito con sacrificio, impegno e dedizione.
Il tempo passa, ma resta il dolore per tutto ciò che avrebbe ancora potuto dare: alle persone, alla medicina, alla vita.
E resta il ricordo di un ragazzo speciale, capace di lasciare un segno profondo in chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerlo.
Ricordarlo oggi è un modo per dirgli che il suo sorriso, la sua umanità e il bene che ha lasciato non saranno mai dimenticati.
Ciao Anto 💓

La fama amplifica tutto:i sorrisi, le cadute, le fragilità.E spesso costringe a sembrare forti anche quando dentro si st...
27/05/2026

La fama amplifica tutto:
i sorrisi, le cadute, le fragilità.
E spesso costringe a sembrare forti anche quando dentro si sta crollando.

Ci ostiniamo a pensare che bellezza, successo e denaro siano una garanzia di felicità.
Ma la verità è che nessun applauso riesce a colmare certi vuoti.
Ci sono solitudini che fanno rumore anche in mezzo a milioni di persone.

Bisogna imparare a salvarsi.
A fermarsi quando il cuore è stanco.
A proteggersi da ciò che consuma lentamente.
A scegliere chi ci fa sentire accolti invece che giudicati.

E soprattutto a prenderci cura della nostra salute mentale, senza vergogna.
Perché anche l’anima si ammala, anche la mente ha bisogno di ascolto, riposo, aiuto e cura.
Chiedere supporto non è debolezza.
Dire “non sto bene” è un atto di coraggio.

Curiamoci.
Parliamo di salute mentale con più umanità e meno giudizio.
Impariamo ad ascoltare chi soffre, e ad ascoltare anche noi stessi.

Non vergognatevi mai della vostra fragilità ❤️

Lorenzo…c’è un silenzio che arriva dopo le cose troppo grandi.Non è vuoto: è pieno di ciò che non si riesce a dire.A Nur...
25/05/2026

Lorenzo…
c’è un silenzio che arriva dopo le cose troppo grandi.
Non è vuoto: è pieno di ciò che non si riesce a dire.
A Nurri ieri quel silenzio è sceso piano sui campi.
E lì ti immagino piccolo… tra la luce, nella vita semplice dei bambini che non sanno ancora quanto sia fragile il tempo.
Se esiste un luogo dove l’amore non finisce, è lì che ti penso, insieme ai tuoi genitori.
In un abbraccio infinito che nessun addio potrà più sciogliere.
Forse questo disegno di Dio è qualcosa che non sappiamo comprendere fino in fondo…
ma tu, Lorenzo, ora sei nel cielo.
🤍 buona eternità, piccolino.

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