Comitato Mario Pagano

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il Comitato Mario Pagano, nella sua nuova veste, intende promuovere una nuova stagione delle riforme sensibilizzando la società civile sui valori della cultura dello Stato di diritto in direzione garanzie, diritti, libertà e dignità della persona umana

Prima ti indago e poi mi candidoL’inchiesta Galleria, l’ex pm Siciliano e il populismo ambrosianoIl Foglio, 5.6.2026A qu...
05/06/2026

Prima ti indago e poi mi candido

L’inchiesta Galleria, l’ex pm Siciliano e il populismo ambrosiano

Il Foglio, 5.6.2026

A questo punto mancherebbe solo la titolarità di una rubrica sul Fatto, à la Barbacetto.
Poi il giro dell’oca mediatico-giudiziariopolitico del populismo di rito ambrosiano avrebbe raggiunto il traguardo.

Manca solo il bacio di Travaglio, ma lei non è Nicole Minetti.

La storia è strabiliante e pure divertente, a patto di non essere voi a finire strangolati dal boa constrictor dei pm.

La Guardia di Finanza si presenta con un “ordine di esibizione” a Palazzo Marino per un’inchiesta su presunti reati contro la Pubblica amministrazione, relativi agli affitti dei negozi in Galleria (proprietà del comune di Milano) e a “installazioni di grande impatto” di pubblicità e/o eventi di moda o cinema.
L’unica cosa che si capisce è che l’inchiesta nasce da un esposto di Massimiliano Lisa, personaggio noto alle cronache, come direbbe un Ranucci, in quanto gestore di una sorta di spazio museo alquanto pop in Galleria, dedicato a Leonardo.
L’esposto è contro il comune che nel 2024 – con parere del demanio – ha dato disdetta al museo per l’affitto.
Il Tar ha dato ragione al comune, e Lisa è stato pure querelato per diffamazione dall’amministrazione.

Ma questo è solo il primo giro dell’oca.

Infatti, non contento, ora Lisa si candida sindaco per lottare contro la malapianta della politica, assieme a una ex magistrata.

Il programma della sua lista “Milano libera” è velleitario e populista, manco Dibba da giovane.

Dalla denuncia contro il comune alla discesa in campo contro il comune.

Ma c’è un particolare ancora più strepitoso, e indicativo del rapporto malato tra giustizia e politica che da tempo sta minando una città come Milano.
Il particolare è che l’inchiesta sulla Galleria nata dall’esposto di Lisa contro Palazzo Marino era passata lo scorso anno tra le mani della ex procuratrice aggiunta (ora pensionata) Tiziana Siciliano, la super magistrata di tutte le inchieste sull’urbanistica e contro l’amministrazione, la grande teorica della “democrazia urbanistica” da ripristinare contro le malefatte del “sistema Milano” basato sulla corruzione (per ora non è stato individuato un euro) tra Amministrazione e imprenditori.

Solo che ora Siciliano ha annunciato di candidarsi nella lista di Lisa: e il giro dell’oca si chiude.

Per non sembrare pregiudiziali, lo lasciamo spiegare al sempre misurato Luigi Ferrarella del Corriere della Sera, a cui si deve il lancio in grande stile della nuova inchiesta sulla Galleria.
Ha scritto Ferrarella:
“Lisa pochi giorni fa ha annunciato la propria candidatura alle elezioni 2027 per il comune con una lista civica, Milano libera, che in caso di affermazione indicherebbe vicesindaco la magistrata in pensione Tiziana Siciliano.
Ciò significa che l’ex (sino al 20 dicembre 2025) procuratrice aggiunta di Milano ha accettato l’impegno politico con Lisa pur sapendo di aver proprio lei, in qualità di capo nel 2025 del pool reati contro la Pubblica amministrazione, assegnato a una pm del pool l’esposto di Lisa; e che si è resa disponibile alla candidatura senza considerarne l’inopportunità proprio anche nei confronti della sua ex procura, che sapeva stesse valutando l’esposto di Lisa”.

La prosecuzione della lotta giudiziaria con altri mezzi.

Che destino possa avere una simile inchiesta si vedrà, ma qualche dubbio sulla sua consistenza è lecito:
se tutto ruota, come pare, sugli affitti degli spazi commerciali di proprietà del comune e su una presunta corruzione e turbativa d’asta attorno agli spazi pubblicitari concessi.
Sarebbero indagate già otto persone, in maggioranza funzionari del comune ma anche della Soprintendenza delle belle arti, a cui si contesterà probabilmente il reato estetico di eccessiva cartellonistica prospiciente la piazza del Duomo.

Ciò che per il momento è noto a tutti, come cornice delle scelte del comune, è però altro.

Fin dal 2012 (èra Pisapia) Palazzo Marino ha intrapreso alla luce del sole una politica di rialzo degli affitti attraverso bandi (anche con aste) che hanno portato ingenti benefici alle casse comunali.
Nel 2020 Dior firmò un contratto d’affitto record in Galleria da 5 milioni l’anno, con una gara pubblica che fece epoca: ben 38 rilanci.
Nell’aprile 2025 Montblanc ha vinto un altro bando per un canone di 950 mila euro all’anno.

La GdF, ora, avrebbe chiesto l’esibizione di atti proprio sulle concessioni ai due marchi.

Ma in totale sono oltre quaranta i negozi aff***ati con questo metodo a brand del lusso.

Tiffany paga 3,5 milioni, poco meno Balenciaga e Loro Piana.

E l’assessorato al Demanio (quello finito nel mirino della nuova inchiesta) retto da Emmanuel Conte stima per il 2026 introiti di oltre 80 milioni di euro, 30 milioni in più rispetto all’inizio del secondo mandato di Sala.

Va inoltre detto che, negli anni, ci sono stati molti ricorsi da parte di ex affittuari o concorrenti battuti, oltre a quello di Lisa, ma il comune ha sempre avuto ragione.
Perché mai ora una inchiesta dovrebbe cambiare le evidenze rispetto a bandi formalizzati, procedure trasparenti e ricorsi vinti, è da scoprire.
Per ora di chiara c’è un’altra zeppa giudiziaria che la procura di Milano prova a mettere negli ingranaggi del comune in base al solito fumus della corruzione.
Ma la cosa davvero strabiliante, e grave, è la prosecuzione del populismo giudiziario con altri mezzi.

di Maurizio Crippa

L’umiliazione giudiziaria dei no Cav.Senza chiasso e senza medaglie al petto, un gip fa a pezzi le inchieste portate ava...
05/06/2026

L’umiliazione giudiziaria dei no Cav.

Senza chiasso e senza medaglie al petto, un gip fa a pezzi le inchieste portate avanti con clamore e furore dai magistrati intoccabili che hanno spacciato per trent’anni la grande balla del Berlusconi mafioso e del Dell’Utri stragista

Il Foglio, 5.6.2026

DI GIUSEPPE SOTTILE

E ora che cosa diranno i pubblici ministeri che per trent’anni lo hanno inchiodato all’albero della gogna?

Che cosa diranno quei magistrati coraggiosi che per trent’anni lo hanno trascinato per i capelli nel fango dell’accusa più infamante:

quella di essere stato il mandante occulto delle stragi del 1993?

Diranno, c’è da giurarci, che lo hanno impalato perché cercavano la verità.

E se un giornalista – se ne trovano ancora – farà osservare a quei diligenti inquisitori che Marcello Dell’Utri aveva già collezionato, prima della sesta inchiesta, cinque archiviazioni, la risposta sarà che era comunque sopraggiunto un nuovo indizio e che un magistrato ha sempre il dovere di andare fino in fondo.
E di sfiorare, se gli aggrada, anche la tortura o la crocifissione del povero cristo sciaguratamente finito tra le sue mani.

I magistrati coraggiosi, del resto, sono capacissimi – quando vogliono – di trovare un indizio o un pentito che gli offre la possibilità di incardinare un’inchiesta, a riaprire fascicoli o a formulare nuovi capi d’accusa.
Poi magari non riescono a trasformare l’indizio in una prova, ma che importa.
Intanto s’impancano a riscrivere la storia d’Italia.
Intanto guadagnano sui giornali titoli e titoloni.
Intanto vengono intervistati a reti unificate dai telegiornali.
Intanto arriva puntualmente un editore che li invita a scrivere un libro sulle trame oscure o sui servizi deviati.
Intanto il governo gli garantisce delle scorte sicure e non dissimili a quelle dei capi di stato.
Intanto girano in lungo e in largo per scuole e dibattiti, e intanto raccolgono pure dieci, venti, cento cittadinanze onorarie.

E’ il loro trionfo.

E’ la loro santificazione.

Con la conseguente e non trascurabile prospettiva di una futura e più folgorante carriera.

L’ultima archiviazione per Dell’Utri, 84 anni, ex senatore di Forza Italia e collaboratore tra i più stretti di Silvio Berlusconi, è stata decisa nel gennaio scorso dal gip del tribunale di Firenze, Patrizia Martucci.
La quale, non appartenendo alla parrocchia dei magistrati che vogliono redimere l’umanità dai propri peccati, ha avuto il coraggio di scrivere nero su bianco che nell’inchiesta promossa dai reverendissimi pm Luca Turco & Luca Tescaroli “mancano elementi concreti sui contatti/rapporti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi”.
In meno di due righe la dottoressa Martucci ha demolito anni di sospetti, di sfregi e di campagne violente non solo contro Dell’Utri ma anche e soprattutto contro Berlusconi il quale, oltre a essere stato un grande imprenditore, ha avuto la pazza idea nel ’94 di scendere in politica, di sconvolgere i piani della sinistra e di entrare, col consenso degli elettori, a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio.

Le anime belle della magistratura e del cosiddetto giornalismo d’inchiesta non gliel’hanno perdonata.

Ed è cominciata la persecuzione.

Ha aperto le danze Gian Carlo Caselli, procuratore di Palermo, che sui primi fatui sospetti ha schierato un esercito di pentiti e ha messo in moto la procura di Caltanissetta, titolare delle indagini sulle stragi del ’92, quelle che hanno massacrato i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Poi s’è fatto avanti il trittico giudiziario più audace del Palazzo di giustizia palermitano, quello composto dai coraggiosissimi Roberto Scarpinato, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo che, pur di affermare la “boiata pazzesca” della trattativa tra lo stato e i boss di Cosa Nostra – preludio e movente dell’agguato a Paolo Borsellino – hanno fatto in modo che Dell’Utri sedesse sul banco degli imputati accanto a Totò Riina e a Leoluca Bagarella, spietati boss dei sanguinari corleonesi.
Ma, dopo sette anni di processi in Corte d’assise, in Corte di appello e in Cassazione è andato in fumo anche quest’ultimo teorema.

Ed è a quel punto che si sveglia la procura di Firenze.

Il principe degli inquirenti affacciati sull’Arno è Luca Tescaroli, un pm proveniente da Caltanissetta, che, a giudicare dai tempi della sua principale indagine, non vedeva l’ora di riannodare i fili dei misteri mafiosi e di scavare tra le macerie delle stragi del ’93, prima fra tutte quella dei Georgofili a Firenze, per incastrare finalmente mandanti ed esecutori, boss e colletti bianchi.

La scintilla che ha acceso il fuoco del suo impegno antimafia è stata l’intercettazione di un colloquio avvenuto nel 2017 in carcere tra il boss di Cosa nostra, Giuseppe Graviano e il compagno di cella Umberto Adinolfi.
I due, in piacevole conversazione, sostenevano che gli attentati mafiosi erano finalizzati a creare nel paese un clima di terrore favorevole all’ascesa di Forza Italia, il partito di Berlusconi, fondato da Dell’Utri.
Tescaroli non si lascia sfuggire l’occasione e dà il via a una f***a serie di avvisi, di convocazioni, di interrogatori.
Un rito che si prolunga per quasi sei anni ma che Tescaroli non chiude perché nel 2024 viene promosso al ruolo di procuratore capo e trasferito a Prato.
A mettere il sigillo al flop della sua inchiesta ci ha pensato il 15 gennaio di quest’anno Patrizia Martucci, giudice per le indagini preliminari.

Il dottor Tescaroli – ma, precisiamo subito, non era nei suoi doveri – si è guardato bene dall’informare gli amici giornalisti.
Motivo per cui l’archiviazione è venuta fuori solo ieri.
Dopo sei mesi.
Le volpi argentate della cronaca giudiziaria – quelli dalla schiena dritta – non hanno avuto lo scatto felino come ai vecchi tempi e non hanno artigliato subito la notizia. Forse le due righe vergate dalla dottoressa Martucci hanno seppellito, assieme all’inchiesta di Turco & Tescaroli, anche lo zelo salvifico di quella stampa che ha pattugliato in questi ultimi trent’anni i corridoi dei Palazzi di Giustizia e non si è lasciata sfuggire neanche una pagliuzza se quella pagliuzza riguardava Berlusconi.

Ricordate l’incipit?

Il Cav. si era appena insediato come capo del governo e nel novembre del ’94, mentre imperversava Tangentopoli, si trovava a Napoli per presiedere la Conferenza mondiale dell’Onu sulla criminalità organizzata e fu allora che una manina manona della procura di Milano passò sottobanco a un giornalista del Corriere della Sera la notizia dell’avviso di garanzia che lo toccava personalmente e lo sderenava politicamente.
Il documento nasceva dall’inchiesta sulle presunte tangenti alla Guardia di Finanza.
Magistrati coraggiosi e giornalisti dalla schiena dritta si erano ritrovati insieme su una manovra che, data la risonanza internazionale, avrebbe, nel dicembre successivo, spinto Umberto Bossi, leader della Lega, a dichiarare la crisi di governo; e per raggiungere lo scopo avevano messo a punto uno scoop a orologeria che di fatto segnava l’inizio di uno scontro permanente tra Berlusconi e una parte della magistratura: quella, va da sé, fiancheggiata perinde ac cadaver da una pattuglia di giornalisti diventati nel frattempo cassa di risonanza per ogni verbale o atto delle procure.
Ma non dei gip, si badi bene; specie se un gip come Patrizia Martucci – senza chiasso e senza medaglie al petto – fa a pezzi le inchieste portate avanti con tanto clamore e tanto furore dagli irriducibili magistrati coraggiosi.

di Giuseppe Sottile

Da Minetti alle b***e su Berlusconi stragista. L’impunità del circo mediatico-giudiziario, che distrugge le vite degli a...
05/06/2026

Da Minetti alle b***e su Berlusconi stragista.

L’impunità del circo mediatico-giudiziario, che distrugge le vite degli altri senza pagare un prezzo

Il Foglio, 5.6.2026

Il circo mediatico-giudiziario funziona così.
Si prende un’accusa che può far comodo.
Si disumanizza il soggetto accusato rendendolo il simbolo di qualcosa da combattere.
Si trasforma rapidamente quell’accusa in verità assoluta.
Si utilizza quell’accusa per dimostrare la bontà delle proprie idee.
Si usano i sospetti per cercare di ottenere benefici politici.

E il gioco è fatto.

Per provare a combattere con la forza delle parole quel mostro chiamato circo mediatico-giudiziario occorre avere non solo amore per lo stato di diritto, ma anche un po’ di memoria.

L’amore per lo stato di diritto, che poi è anche amore per la famosa Costituzione più bella del mondo, suggerisce di non farsi abbindolare dai professionisti del rancore, delle allusioni, dei sospetti, del fango – ieri il capo dello stato ha diffuso un comunicato per ribadire che non vi sono ragioni, dopo le valutazioni della procura generale, per ridiscutere della grazia – e di considerare sempre un’accusa come un fatto da verificare, non come una condanna semplicemente da confutare.

Chi ama lo stato di diritto, e incidentalmente anche chi ama la Costituzione più bella del mondo, che all’articolo 27 ricorda che ogni cittadino va considerato innocente fino a prova contraria, di fronte al caso della grazia concessa a Nicole Minetti – ma se vogliamo anche di fronte al caso delle indagini infinite sul Berlusconi mandante occulto delle stragi mafiose insieme con Dell’Utri, accusa nuovamente caduta ieri dopo trent’anni di b***e – non poteva che comportarsi in modo lineare: le accuse, senza prove, restano accuse, spesso solo allusioni, e quando vi è un’accusa non dimostrata bisogna avere la pazienza di sfidare il mainstream manettaro per provare a ristabilire un minimo di verità.

Il caso della grazia a Nicole Minetti, con le polemiche montate a seguito delle inchieste non solidissime del Fatto quotidiano, che ha tentato in tutti i modi di dimostrare che Minetti avrebbe organizzato un complotto internazionale, con tanto di avvocati carbonizzati, tribunali gabbati, presidenze della Repubblica raggirate, per adottare un bambino malato unicamente per poter essere graziata, ha permesso di ricordare quali sono gli ingranaggi diabolici che muovono il circo mediaticogiudiziario.
Ma allo stesso tempo, non incidentalmente, ha permesso anche di far emergere un pezzo di classe dirigente che, di fronte alla possibilità di accarezzare lo stato di diritto o di piegarlo ai propri interessi, ha scelto di seguire la seconda strada piuttosto che la prima.

Per provare a combattere il mostro chiamato circo mediatico- giudiziario bisogna avere a cuore la Costituzione, lo stato di diritto, la presunzione di innocenza, e questo lo sappiamo.
Ma a volte bisogna anche avere semplicemente un po’ di memoria.
La memoria, nel caso specifico, è utile per non dimenticare, per non far passare tutto in cavalleria, per ricordare che cosa succede quando si trasformano i pettegolezzi in sentenze, quando si trasformano le illazioni in condanne, quando si sceglie di non sfidare la macchina del fango per paura di essere considerati complici degli accusati di turno (vale sul caso Minetti e vale sul caso Berlusconi, of course: con il Cav., da vivo e da morto, il mascariamento del circo mediatico-giudiziario è stato sempre alla luce del sole, bastava solo vederlo).

E dunque, sul caso Minetti, piccolo ripasso, minimo.

Nei giorni del fango riversato contro il Quirinale, il ministero della Giustizia e la procura generale di Milano è andato in onda un sabba del giustizialismo.

Accuse trasformate in sentenze, illazioni trasformate in condanne, innocenti considerati colpevoli fino a prova contraria.
Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Pd, ha chiesto a Meloni che Nordio facesse “un passo indietro”, parlando di “gravità inaudita”, “istruttorie improprie o superficiali”, “sciatteria a Via Arenula”.
I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato – Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato – hanno chiesto a Nordio di “fare una cosa sola”:

“Dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni”.

Il leader di Avs Nicola Fratoianni ha detto che, “in attesa delle doverose verifiche richieste dal Quirinale e dei necessari e urgenti chiarimenti del ministro della Giustizia, è del tutto evidente che siamo di fronte all’ennesimo disastro istituzionale, politico ed etico firmato Nordio”.

Angelo Bonelli, Avs, ha chiesto le dimissioni immediate di Nordio, accusandolo di aver messo “in imbarazzo il capo dello stato”.

Tomaso Montanari, rettore e intellettuale, ha invitato Meloni a dimettersi, sostenendo che Travaglio e Mackinson, autore degli “scoop” del Fatto, avrebbero dovuto fare il ministro e il capo di gabinetto, perché erano “gli unici capaci di fare un’istruttoria”.

Sigfrido Ranucci ha rilanciato a “E’ sempre Cartabianca” una pista secondo cui una fonte avrebbe visto Nordio nel ranch di Giuseppe Cipriani in Uruguay: Nordio ha smentito in diretta e poi Ranucci si è scusato parlando di “eccesso”.

Il circo mediatico-giudiziario funziona così.

Si prende un’accusa che può far comodo.

Si disumanizza il soggetto accusato trasformandolo nel simbolo di qualcosa da combattere.

Si trasforma rapidamente quell’accusa in verità assoluta.

Si utilizza quell’accusa per dimostrare la bontà delle proprie idee.

Si usano i sospetti per cercare di ottenere benefici politici.

E infine si getta gratuitamente fango sul prossimo senza pagare alcuna conseguenza, sapendo che ciò che conta nel dibattito pubblico non è ciò che viene dimostrato da un tribunale, ma ciò che viene affermato dal tribunale del popolo.

Niente male: il giornale dei magistrati che ha fatto campagna per l’autonomia della magistratura ora dice che i magistrati hanno ragione solo quando fanno quello che dice il Fatto.
Si potrebbe dire che in fondo tutto è finito in modo positivo, perché la procura generale di Milano ha confermato il parere positivo sulla grazia, ha smentito le illazioni da cui era nato il caso, chi si è sentito colpito nella propria reputazione prenderà i provvedimenti che ritiene opportuni, chi ha lavorato alla grazia ha visto confermata la bontà delle proprie procedure.
Ma quando un paese vive sotto lo schiaffo del circo mediatico-giudiziario, quando un paese si alimenta a processi mediatici, quando un paese sceglie di affidarsi al culto del tribunale del popolo, il problema non è il modo in cui si conclude un’indagine o un processo.
Il problema è l’assenza di anticorpi in grado di tenere lontana la classe dirigente politica, intellettuale e giornalistica da un rischio costante: trasformare la fuffa in un fatto, fare del fango la bussola dello stato di diritto, creare macchie che resistono a qualsiasi iter giudiziario, costruire carriere sulla cultura dello scalpo, come è accaduto per anni con Berlusconi, e inquinare il dibattito pubblico attraverso la distruzione sistematica delle vite degli altri. Il caso Minetti passerà, la cultura della gogna, fino a quando i giornalisti e i magistrati non impareranno a separare le loro carriere, purtroppo rimarrà a lungo ancora con noi.

E’ lo scalpo, bellezza.

C’era una vita pre-referendum e una vita post-referendum.di Carmen GiuffridaPrima, i magistrati ben conoscevano le stort...
05/06/2026

C’era una vita pre-referendum e una vita post-referendum.

di Carmen Giuffrida

Prima, i magistrati ben conoscevano le storture del sistema correntizio interno alla magistratura.

Nelle mailing list c’era chi se ne lamentava e chi invece difendeva a oltranza il sistema.

Volavano anche insulti che voi umani non potreste neanche immaginare.

Ebbene si, lì dentro accadeva di tutto, ma i cittadini dovevano rimanere all’oscuro di quanto accadeva.
Perché il magistrato va immaginato al di sopra di ogni umana debolezza.

Poi venne Palamara, che a chi aveva sempre lottato contro il correntismo apparve come un messia.
Non perché fosse da glorificare, tutt’altro, ma perché finalmente la verità pareva destinata a divenire pubblica.

Eppure, anche dopo Palamara, tra circolari auto-assolutorie e varie ed eventuali, si riuscì a ‘lavare i panni sporchi in famiglia’, panni che pertanto rimasero sporchi.

Poi arrivò il referendum, e si scoprì che esistevano dei magistrati per il sì, alcuni apertamente, altri nel silenzio delle loro stanze.

E finalmente le storture del correntismo divennero pubbliche.

E buona parte dei cittadini comprese che quelle storture non erano solo lotte interne - il che comunque non é di per sé di poco conto - perché finalmente il magistrato dovette scendere dal suo piedistallo e mostrarsi ai cittadini nella sua nudità, al pari di qualunque essere umano.

Ma vi fu di più: buona parte dei citttadini comprese che quelle storture potevano incidere sulla politica giudiziaria, sulla scelta dei reati da perseguire e sul come perseguirli.

Non tutti però lo compresero, o non vollero comprendere.

Perché comunque, la magistratura, quella ‘bbbuona’, quella compattamente corporativista, scese in campo per difendere il magistrato dal politico, ché - si sa - se il primo é cattivo, il secondo però lo é di più.

Oggi tutti sanno.

Mai visto tanto fermento dopo un referendum.

Oggi, pure i magistrati che hanno votato no, raccolgono firme perché non gradiscono ‘l’allegro e disinvolto operato’ del CSM.
E chiedono correttivi, ma non sanno neanche loro quali.
Invocano e chiedono giustizia ma solo ‘a corrente alternata’, e la chiedono agli stessi che loro hanno votato al CSM perché sono i ‘mmmmigliori’ e come sanno studiare loro i curricula dei candidati non li studia nessuno.

E, nel frattempo - non ci crederete - nelle mailing list c’è ancora chi si dispera perché … il cittadino ha diritto di saperci uniti e al di sopra di ogni sospetto.

Insomma, i panni sporchi si continuino a lavare in famiglia.

D’altronde, si sa, se la polvere si nasconde sotto il tappeto, la polvere non c’è.

W la repubblica giudiziaria!

Istituzioni di parzialità imparzialeIl Foglio, 4.6.2026di Guido VitielloIn virtù dei poteri conferitimi dal Magnifico Re...
04/06/2026

Istituzioni di parzialità imparziale

Il Foglio, 4.6.2026

di Guido Vitiello

In virtù dei poteri conferitimi dal Magnifico Rettore, assegno all’avvocato Franco Coppi una cattedra honoris causa nella Facoltà di Irrilevanza Comparata, fondata dal professor Umberto Eco.

Nella fattispecie, insegnerà nel nostro Dipartimento di Adynata (o Impossibilia), accanto al professore di Urbanistica tzigana e a quello di Fonetica del film muto.

La decisione di attribuirgli questa onorificenza nasce dall’intervista rilasciata al Fatto quotidiano di ieri, a proposito delle nuove Linee guida del Csm sull’informazione giudiziaria.

Ha detto l’illustre giurista che il regolamento è inutile, perché la materia “dovrebbe essere dominata da due cardini guida, il rispetto del diritto all’informazione, che discende dall’art. 21 della Costituzione, e il rispetto della presunzione d’innocenza.
Tutto il resto è una superfetazione inutile”.

È una scoperta entusiasmante.

E pensare che settant’anni fa il povero Francesco Carnelutti si era rotto inutilmente la testa sui due corni del dilemma:

“L’uomo, quando è sospettato di un delitto, è dato ad bestias, come si diceva una volta dei condannati offerti in pasto alle fiere.
La belva, l’indomabile e insaziabile belva, è la folla.
L’articolo della Costituzione, che si illude di garantire l’incolumità dell’imputato, è praticamente inconciliabile con quell’altro, che sancisce la libertà di stampa”.

Ebbene, l’avvocato Coppi ha trovato la quadratura del cerchio – altra disciplina insegnata con profitto nella nostra Facoltà.

La soluzione al problema insolubile era da sempre a portata di mano: non c’è bisogno di regolamenti, ci assicura Coppi, basta affidarsi al senso di responsabilità e all’onestà intellettuale del singolo magistrato, il quale sa bene quali notizie può dare e quali deve tacere allo scopo di conciliare le due esigenze in conflitto.

La sintesi, insomma, è già compiuta nella testa dei pubblici ministeri.

Non per caso alla figura del pm italiano è dedicata una delle cattedre più prestigiose del nostro Dipartimento di Ossimorica:

Istituzioni di parzialità imparziale.

Grazia a Nicole Minetti, la Procura generale di Milano smentisce gli "scoop" del Fatto e rassicura MattarellaIl Dubbio, ...
03/06/2026

Grazia a Nicole Minetti, la Procura generale di Milano smentisce gli "scoop" del Fatto e rassicura Mattarella

Il Dubbio, 3.6.2026

di Simona Musco

Tutto regolare: la procedura per l’adozione, le informazioni fornite alle autorità e, soprattutto, l’iter per la concessione del provvedimento di clemenza.

Nel polverone sollevato dal Fatto Quotidiano sulla vicenda di Nicole Minetti – culminata con la “revisione” della grazia concessa dal Presidente della Repubblica il 18 febbraio 2026 – non c’era nulla di vero.

Tanto che la Procura generale di Milano, guidata da Francesca Nanni, ha messo la parola fine al supplemento di indagini con una nota ufficiale che blinda la regolarità della procedura.

Una smentita tombale che conferma, punto per punto, quanto Il Dubbio era riuscito a dimostrare sin dal primo giorno, smontando pezzo per pezzo le maliziose ricostruzioni mediatiche.

Il comunicato della Procura generale “assolve” in primis il ministero della Giustizia, chiarendo come via Arenula si sia mossa in conformità alle norme, e poi la procura stessa, che «si è attenuta ai principi affermati dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 200 del 2006».

Il guardasigilli, ricevuta l’istanza, ha regolarmente investito l’ufficio giudiziario milanese per formulare il proprio parere.

Il quadro probatorio su cui il Quirinale ha poi firmato l’atto era, carte alla mano, perfetto.

Gli “scoop” del Fatto hanno però spinto Sergio Mattarella a chiedere un supplemento di verifica per fare assoluta chiarezza.

«Sono state così delegati accertamenti ai Carabinieri ed all’Interpol per controllare la verità del contenuto delle notizie di stampa originariamente apparse su un quotidiano (“Il Fatto Quotidiano"), nonché per verificare le ulteriori notizie successivamente pubblicate».

L’esito degli accertamenti internazionali, tuttavia, non ha lasciato spazio a dubbi:

«Dagli accertamenti svolti risulta che i fatti riportati nelle notizie di stampa dalle quali ha tratto origine il presente supplemento di attività non corrispondono al vero e che non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito ed in base al quale sono state assunte le determinazioni da parte delle Autorità competenti nell’iter procedimentale per la concessione della grazia».

Insomma, altro che giornalismo d’inchiesta: le presunte “ombre” erano solo fantasie.

In primo luogo viene demolito il presunto giallo sul decesso dell’avvocato in Sudamerica:

«In particolare contrariamente a quanto riportato sul Fatto Quotidiano risulta che il decesso in circostanze non chiare non riguarda il legale dei genitori del figlio adottivo, ma si tratta del legale di quest’ultimo, favorevole alla adozione, nel cui procedimento non vi è stata alcuna battaglia legale, non essendosi costituiti i genitori naturali, rappresentati dal difensore di ufficio ed essendo risultata da sempre irreperibile la madre biologica del minore».

Anzi, sul decesso del legale del bambino, lo stesso Procuratore della Repubblica in Uruguay ha formalmente riferito che «non vi sono ipotesi di reato».

Tanto che nei giorni scorsi, sui giornali locali, è emersa la pista del conflitto familiare, con accuse esplicite ai cognati della donna.

Crolla anche il castello di sospetti sullo status internazionale della coppia.

La procura generale rimarca che «non emergono irregolarità nel procedimento di adozione riconosciuto in Italia dal Tribunale per i Minorenni di Venezia» e che «non vi sono segnalazioni di reato o pendenze giudiziarie o coinvolgimento in indagini di alcuna natura in Uruguay ed in Spagna di Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani».

Al contrario, l’istruttoria conferma la delicatezza e il dramma umano che stavano alla base della richiesta di clemenza:

è «confermato il grave quadro sanitario del minore in cura al Boston Children’s Hospital che richiede la presenza della madre in occasione dei controlli e terapie, nonché confermato il previo consulto presso strutture ospedaliere di Cleveland e New York, oltre che in Italia».

Così come viene certificata la condotta irreprensibile degli ultimi anni, essendo «confermato il volontariato in Italia e la presenza pressoché stabile in Italia di Nicole Minetti a far tempo dal gennaio 2024 e per tutto il 2025, salvo rientri per brevi periodi in Uruguay».

Un passaggio chiave della nota demolisce infine il cuore pulsante del teorema scandalistico: il fango sui presunti festini a base di sesso e droga.

Come Il Dubbio aveva già documentato – evidenziando anche il dietrofront della principale "testimone", che ha edulcorato in maniera clamorosa le proprie dichiarazioni accusando la testata di Travaglio di averla strumentalizzata – le accuse erano totalmente fasulle.
Anche perché la donna non solo non ha mai denunciato Cipriani per molestie, ma non ha nemmeno quasi mai visto Minetti, che, dunque, non avrebbe selezionato giovani donne alle feste di Cipriani.
In più, una volta licenziata, aveva tentato in ogni modo di farsi riassumere.
La procura certifica che «risultano smentite da numerose dichiarazioni assunte in sede di indagini difensive, con gli avvocati Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra, nonché dalle dichiarazioni rese ai Carabinieri da persone informate sui fatti, le affermazioni circa feste con droga e sesso a cui avrebbe preso parte Nicole Minetti negli ultimi anni, affermazioni rese originariamente al Fatto Quotidiano dalla massaggiatrice, dapprima con modalità anonime ed in seguito con indicazione del proprio nominativo».

Nessun mistero, infine, sul mancato ricorso a rogatorie:
la procura milanese specifica che «non si è proceduto ad accertamenti mediante rogatoria internazionale in quanto il trattato di cooperazione giudiziaria in materia penale tra Italia ed Uruguay, ratificato con legge n. 45 del 22 aprile 2022, è finalizzato all’acquisizione di prove o elementi di prova nel corso di un procedimento penale».
Raccolti tutti i dati, la procura generale ha trasmesso la relazione finale a via Arenula «al fine di consentire al ministro della Giustizia ed al Presidente della Repubblica di assumere le determinazioni di rispettiva competenza».
Determinazioni che, alla luce della totale inconsistenza delle accuse mediatiche, non potranno che confermare la legittimità e la giustizia del provvedimento di grazia.

https://www.ildubbio.news/news/giustizia/50935/nicole-minetti-grazia-procura-smentisce-accuse.html?fbclid=IwY2xjawSM6exleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe9o8Ce4-RSx67DHgaHxuH_5BXRKUTsaJcH79eaGghgkBlFKph7tcBNaMZJQA_aem_929QYY1HeRY3suseTS50Ag

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