Crime-Time dr. Giuseppe Pellegrino

Crime-Time dr. Giuseppe Pellegrino DNA: valore probatorio ed errori procedurali.

Criminologo - Profiler
Specializzato in Criminologia Investigativa e Scienze Forensi- Criminologo per l'investigazione- Cyber security e indagini investigative digitali.

dall' "Etica Nicomachea" di Aristotele. Si tratta di una intera opera che Aristotele ha dedicato al figlio Nicomaco (in ...
24/04/2026

dall' "Etica Nicomachea" di Aristotele. Si tratta di una intera opera che Aristotele ha dedicato al figlio Nicomaco (in greco Nikomachos).
L’Etica Nicomachea non è solo una dedica affettiva, ma un vero insegnamento morale rivolto a chi deve vivere nella polis. Aristotele vi espone la sua idea centrale: il fine ultimo dell’uomo è la felicità (eudaimonia), raggiungibile attraverso la virtù, cioè l’equilibrio tra eccesso e difetto (la “giusta misura”).
Il fatto che l’opera sia legata al nome del figlio suggerisce anche una dimensione educativa: Aristotele non scrive solo per i filosofi, ma per formare l’uomo virtuoso. In questo senso, l’opera può essere letta come una guida alla vita buona, destinata simbolicamente a Nicomaco e, più in generale, a ogni essere umano.

Viene ritrovato un ca****re cerificato in una camera di hotel. All’apertura della camera -sfondata da me con un calcio -...
23/04/2026

Viene ritrovato un ca****re cerificato in una camera di hotel. All’apertura della camera -sfondata da me con un calcio - esce fumo nero, un fumo leggerissimo e caldo che tende a stratificarsi sul soffitto. Non ci sono fiamme né tracce apparenti di fiamme. Si notano scarpe nike sciolte, liquefatte…

Primo punto decisivo: assenza di fiamma visibile non significa assenza di incendio.
In un ambiente confinato il fuoco può consumare l’ossigeno, le fiamme possono spegnersi, mentre i materiali continuano a pirolizzare o a covare (smoldering). La NFPA (National Fire Protection Association (NFPA Organizzazione internazionale che crea codici e standard per prevenzione incendi, sicurezza antincendio, gestione rischi e protezione persone e infrastrutture.) spiega che in un’area confinata il fuoco può consumare l’ossigeno, far scomparire le fiamme visibili, lasciando combustibili solidi in combustione lenta e gas molto caldi accumulati nel locale. NIST (National Institute of Standards and Technology (NIST Agenzia federale USA che sviluppa standard, misurazioni e ricerca scientifica per sicurezza, tecnologia, industria e analisi forense.) conferma che un materiale scaldato può andare incontro a pirolisi, evolvendo verso combustione covante o verso fase con fiamma a seconda di condizioni locali e ventilazione.
Secondo punto: “camera sciolta” non equivale automaticamente a “camera uniformemente a 350 °C”.
Questo è un errore investigativo classico. Molti polimeri si deformano o si ammorbidiscono molto prima di 350 °C. Per esempio, il PVC rigido ha transizione vetrosa intorno a 82 °C e autoaccensione molto più in alto; il polipropilene commerciale fonde tipicamente intorno a 160–166 °C. Quindi vedere plastica colata, superfici deformate, componenti “sciolti” non prova da solo che tutta la stanza abbia raggiunto 350 °C. Prova solo che alcune zone o alcuni oggetti hanno subito un carico termico importante.
La spiegazione più solida, in astratto, è questa:
uno scenario termico confinato e ventilazione-limitato. Cioè: c’è stata probabilmente una fase iniziale di forte riscaldamento — con o senza breve fiamma — che ha prodotto pirolisi dei materiali, deformazione dei polimeri, accumulo di gas caldi e poi riduzione o scomparsa della fiamma visibile per carenza di ossigeno. Questo quadro è coerente con un ambiente che appare devastato dal calore ma non mostra, al momento del rinvenimento, un incendio attivo o una combustione libera diffusa.

Perché è compatibile:
Calore + ambiente povero di ossigeno → fusione dei lipidi cutanei → aspetto ceroso/lucido (pseudo-ceroso termico).
Pirolisi senza fiamma evidente → essiccamento + compattazione dei tessuti → superficie liscia e “plastificata”.
Eventuale fusione di materiali sintetici → deposito su cute → effetto ceroso artificiale.
Qui siamo davanti ad un punto chiave:
• L’adipocera vera richiede tempo + umidità → poco compatibile con evento acuto da calore.
• Se l’aspetto è uniforme, gessoso, stabile, allora occorre sospetare un processo post-mortale non termico.

Concludo che:
Evento Compatibile con evento termico confinato e ventilazione-limitata
Non sufficiente da solo per stabilire causa/momento della morte
Snodo decisivo:
COHb, fuliggine vie aeree, istologia → distinguono morte durante l’evento vs corpo alterato dopo.
• Quello che in criminologia forense va verificato subito è se il soggetto era vivo durante l’evento termico oppure no.
I marker più importanti sono: fuliggine nelle vie aeree, carbossiemoglobina (COHb), eventuale cianuro, e ricerca di reazioni vitali ai margini delle lesioni. Nei corpi bruciati la PMCT è utile per trovare traumi nascosti, ma non sostituisce autopsia e tossicologia per stabilire vitalità durante l’incendio. La presenza di fuliggine tracheo-bronchiale e l’inalazione di fumo orientano fortemente verso esposizione in vita; al contrario, un corpo bruciato post mortem può essere stato usato per occultare il vero meccanismo omicidiario.
La formula più prudente e forte non è: “la stanza è arrivata a 350 °C senza fuoco”.
La formula corretta è:
“I reperti appaiono compatibili con un intenso evento termico in ambiente confinato, verosimilmente ventilazione-limitato, con possibile fase iniziale di combustione e successiva prevalenza di pirolisi/combustione covante, tale da provocare grave deformazione dei materiali senza necessaria persistenza di fiamme libere al momento del rinvenimento.”
Operativamente, gli accertamenti decisivi sono questi:
• identificazione dei materiali fusi e loro temperatura di rammollimento/fusione;
• ricerca del punto di origine termica;
• esame impianto elettrico per arco/guasto e per capire se è causa o effetto;
• PMCT del ca****re;
• autopsia con COHb, cianuri, fuliggine vie aeree, istologia dei margini di lesione;
• ricerca di traumi non termici occultati dal calore.
Non partiamo dall’idea “mistero impossibile”. Scientificamente il quadro è compatibile con un evento termico severo ma oxygen-limited, e la vera domanda investigativa diventa: il calore è stata la causa primaria della morte, oppure uno strumento di occultamento post mortem?
Basta attendere i risultati istologici della trachea e dei bronchi e poi la verità viene fuori e si presenta nella sua magnificenza invicibile.

URGENZA, EMERGENZA, PREVEDIBILITÀ E PREVENIBILITÀ:DISTINZIONI CONCETTUALI E RILEVANZA NELLA LETTURA GIURIDICO-CRIMINOLOG...
06/04/2026

URGENZA, EMERGENZA, PREVEDIBILITÀ E PREVENIBILITÀ:

DISTINZIONI CONCETTUALI E RILEVANZA NELLA LETTURA GIURIDICO-CRIMINOLOGICA DELL’EVENTO

Nel linguaggio comune, i termini urgenza ed emergenza, così come le categorie di evento prevedibile ed evento prevenibile, vengono frequentemente utilizzati in modo promiscuo. Tuttavia, sul piano giuridico e criminologico, tali nozioni rispondono a logiche profondamente diverse, incidendo in maniera determinante sull’accertamento della responsabilità e sulla qualificazione dell’evento lesivo.

L’urgenza si configura come una situazione che impone un intervento tempestivo per evitare un aggravamento del danno o per contenere un rischio già manifestatosi. Essa attiene alla dimensione temporale dell’azione e non implica necessariamente una rottura dell’ordine ordinario. Si pensi, in ambito sanitario, a un paziente che giunge in pronto soccorso con una crisi respiratoria: la necessità di intervenire immediatamente è evidente, ma il contesto resta governato da protocolli ordinari. Analogamente, in ambito investigativo, l’urgenza può manifestarsi nella necessità di eseguire rapidamente un sequestro o un accertamento tecnico irripetibile per evitare la dispersione della prova, senza che ciò comporti una trasformazione del quadro normativo di riferimento.

Diversa è la nozione di emergenza, che presuppone una condizione straordinaria capace di alterare gli equilibri sistemici e di giustificare l’attivazione di poteri eccezionali o derogatori. L’emergenza non riguarda solo la rapidità dell’intervento, ma il contesto complessivo entro cui l’evento si colloca. Un esempio paradigmatico è rappresentato da una calamità naturale o da una situazione di crisi sanitaria diffusa, in cui l’ordinamento consente deroghe alle procedure ordinarie per fronteggiare un rischio collettivo. In ambito criminologico, un’ondata improvvisa e diffusa di violenza urbana può determinare l’adozione di misure straordinarie di controllo del territorio, evidenziando come l’emergenza sia una categoria che incide sulla struttura stessa dell’azione pubblica, e non solo sulla sua tempistica.

Se urgenza ed emergenza attengono al “quando” e al “contesto” dell’intervento, la distinzione tra prevedibilità e prevenibilità incide invece sul “perché” della responsabilità. Un evento è prevedibile quando, sulla base delle conoscenze disponibili al momento antecedente al fatto, esso poteva essere ragionevolmente anticipato. Si tratta di un giudizio ex ante che si fonda su regole di esperienza, dati scientifici e indicatori di rischio. In ambito sanitario, la possibilità che una determinata patologia evolva in senso peggiorativo costituisce spesso un esito prevedibile, così come, in ambito criminologico, l’escalation comportamentale di un soggetto già noto per precedenti violenti può rendere anticipabile il verificarsi di ulteriori condotte aggressive.

La prevenibilità, tuttavia, richiede un passaggio ulteriore: non basta che l’evento sia prevedibile, occorre che esistano strumenti concreti, efficaci e giuridicamente praticabili per impedirlo o ridurne la probabilità. È proprio qui che si innesta il nucleo della responsabilità. Si consideri il caso di un medico che, in presenza di una diagnosi chiara e di linee guida consolidate, ometta di somministrare un trattamento salvavita disponibile: l’evento lesivo non solo era prevedibile, ma era anche evitabile attraverso una condotta doverosa, con conseguente configurabilità di responsabilità. Analogamente, in ambito criminologico, quando le autorità ricevono reiterate segnalazioni di violenza domestica e non attivano strumenti di protezione previsti dall’ordinamento, l’eventuale esito letale non si presenta come una fatalità, bensì come la concretizzazione di un rischio noto e neutralizzabile.

Diverso è il caso in cui un evento sia prevedibile ma non prevenibile. Si pensi a una patologia rara e aggressiva per la quale la scienza medica riconosce un elevato rischio di esito fatale, senza tuttavia disporre di terapie efficaci. In tale ipotesi, il decorso sfavorevole è anticipabile, ma non evitabile, con la conseguenza che non può imputarsi responsabilità a chi abbia operato secondo le conoscenze disponibili. Analogamente, nel contesto investigativo, un soggetto può manifestare segnali di pericolosità tali da rendere plausibile un futuro comportamento criminoso, ma in assenza di presupposti giuridici per limitarne la libertà personale, il rischio resta non neutralizzabile.

Vi sono poi ipotesi più complesse, in cui l’evento specifico appare imprevedibile, ma il rischio generale risulta prevenibile attraverso misure di sicurezza standard. È il caso, ad esempio, di un incidente industriale determinato da una combinazione inedita di fattori: l’evento concreto non era anticipabile, ma l’adozione di sistemi di sicurezza generali avrebbe potuto evitarne o attenuarne le conseguenze. In ambito urbano, un’aggressione improvvisa in una zona priva di illuminazione e sorveglianza può non essere prevedibile nella sua specificità, ma risulta comunque riconducibile a un deficit strutturale di prevenzione.

Infine, si colloca l’area del caso fortuito, in cui l’evento non è né prevedibile né prevenibile. Si pensi a una reazione allergica fulminante in un soggetto privo di qualsiasi precedente indicatore clinico, oppure a un comportamento violento improvviso posto in essere da un individuo privo di segnali premonitori. In tali circostanze, anche la massima diligenza non avrebbe consentito di anticipare o evitare l’evento, con conseguente esclusione della responsabilità.

La distinzione tra queste categorie non ha un valore meramente teorico, ma rappresenta il fulcro della valutazione giuridico-criminologica. Confondere l’urgenza con l’emergenza significa alterare il quadro normativo di riferimento; confondere la prevedibilità con la prevenibilità significa compromettere il giudizio sulla colpa. La responsabilità, infatti, non nasce dal verificarsi dell’evento in sé, ma dalla sua evitabilità concreta in presenza di un rischio riconoscibile. Ed è proprio in questa intersezione tra conoscibilità del rischio e possibilità di intervento che si gioca, in ultima analisi, la linea di confine tra fatalità e colpa.
Per i PM più giovani dovrebbe essere tutto chiaro, diciamo, con gli anni l'esperienza si affina...

Ci si riferisce all'avelenamento con ricina... In un caso come quello analizzato, dove il mezzo utilizzato esclude la ca...
04/04/2026

Ci si riferisce all'avelenamento con ricina... In un caso come quello analizzato, dove il mezzo utilizzato esclude la casualità e impone una lettura precisa, non si può procedere per tentativi. Serve un piano. Questo schema rappresenta proprio il passaggio da una riflessione iniziale a un’impostazione operativa criminologico-investigativa concreta.

Dal metodo al nome. Quello schema non serve a fare teoria, serve a tagliare fuori il caso. Quando il mezzo utilizzato non è compatibile con la casualità, l’indagine cambia direzione: non si guarda più in generale, si inizia a stringere. Le cerchie servono proprio a questo, prima si divide, poi si restringe, poi si entra dentro. A quel punto arrivano i nomi, persone reali collocate dentro quelle cerchie, non più soggetti astratti ma individui concreti che avevano accesso, relazione, contatto. Ed è lì che avviene il passaggio vero: non chiunque, solo chi poteva e aveva un perché. Se un nome regge su questi due piani, l’indagine esce dalla fase logica ed entra in quella operativa, silenziosa, fatta di osservazione, verifica e controllo. Intercettazioni, movimenti, relazioni, comunicazioni: non si costruiscono più ipotesi, si cerca ciò che le conferma o le distrugge. Perché un investigatore non parte mai da un sospetto, ci arriva. E quando ci arriva nel modo giusto, non è più un’idea ma una direzione precisa. 🔥 Quando il mezzo esclude il caso, i nomi non si cercano: emergono.

Ricina e duplice morte: quando il mezzo esclude il caso e impone una domanda precisaCi sono indagini che partono dal “co...
04/04/2026

Ricina e duplice morte: quando il mezzo esclude il caso e impone una domanda precisa

Ci sono indagini che partono dal “cosa è successo”. E poi ci sono indagini che, a un certo punto, cambiano direzione. Quando emerge l’utilizzo di una sostanza come la ricina, il piano dell’analisi non può più restare quello dell’evento generico o dell’ipotesi accidentale. La ricina, associata ai semi della pianta di Ricinus communis, è una tossina naturale che agisce in modo preciso e devastante a livello cellulare, bloccando la sintesi proteica. Non è una sostanza che “capita”. Non è qualcosa che si incontra per errore nella quotidianità. Ma il punto non è la chimica il punto è la logica investigativa.
Quando il mezzo utilizzato non è compatibile con l’errore o la casualità, l’indagine si sposta necessariamente dal “cosa è successo” al “chi aveva motivo e possibilità di farlo”.
E qui l’analisi deve cambiare passo. Bisogna iniziare a guardare non più solo all’evento, ma alla selettività dell’esposizione. Chi c’era, in quel contesto? Tutti i presenti sono stati colpiti allo stesso modo? Oppure qualcuno no? Se erano erano presenti altre persone ma non hanno manifestato sintomi, questo dato diventerebbe centrale. Perché trasformerebbe l’evento da potenzialmente diffuso a mirato. E quando un evento è mirato, non si parla più di casualità. Si parla di intenzionalità. A quel punto l’attenzione si sposta inevitabilmente sulle relazioni.
Sulla vita delle vittime. Sui legami, sulle eventuali tensioni, sugli interessi – anche non immediatamente visibili. Questo è il metodo da applicare-
Ogni indagine seria, soprattutto quando il mezzo utilizzato è incompatibile con l’errore, impone di verificare chi avesse accesso reale al contesto, chi potesse intervenire senza destare sospetti e chi, soprattutto, potesse avere un motivo – anche latente – per farlo. È qui che il dato forense incontra il dato umano. Perché la sostanza restringe il campo delle possibilità. E le relazioni restringono il campo dei soggetti. Siamo nel punto esatto in cui l’indagine smette di essere descrittiva e diventa selettiva. Ed è proprio nelle dinamiche selettive che il caso, progressivamente, scompare.
Il punto non è solo cosa è successo. Il punto è che, quando il mezzo esclude l’errore, resta una sola domanda davvero rilevante: chi aveva motivo e possibilità di farlo ?.
Iniziamo, quindi, classificando i possibili moventi:
1. Dinamica relazionale (intrafamiliare o prossimità)
Quando l’evento si sviluppa in un contesto domestico o comunque ristretto, la prima lente è sempre quella della prossimità. Non è una scelta arbitraria. È statistica e metodo. Chi ha accesso continuo, chi conosce abitudini, orari, vulnerabilità, ha anche – in astratto – la possibilità concreta di intervenire senza destare sospetti. In questo tipo di dinamica, il movente non è necessariamente evidente. Può essere stratificato, latente, costruito nel tempo.

💰 2. Dinamica economico-patrimoniale
Ogni volta che si verifica un evento grave, soprattutto in ambito familiare, l’indagine verifica anche l’eventuale presenza di interessi economici. Non significa necessariamente che ci siano. Significa che devono essere verificati. Eredità, proprietà, benefici indiretti, situazioni debitorie o tensioni patrimoniali: sono elementi che, se presenti, possono costituire un movente razionale.

3. Dinamica conflittuale o vendicativa
Esiste poi una terza dimensione, meno lineare ma spesso rilevante: quella del conflitto personale. Relazioni deteriorate, contrasti pregressi, tensioni non risolte. In questi casi, il movente non è economico, ma emotivo o reattivo. E proprio per questo, talvolta, più difficile da intercettare.
Il punto non è stabilire quale di queste ipotesi sia corretta.
Il punto è che, quando il mezzo utilizzato:
• non è casuale
• non è compatibile con errore
• restringe il campo delle possibilità
allora anche il movente deve essere coerente con questo livello di selettività.
Non generico.
Non casuale.
Ma mirato.
Quando il mezzo è selettivo, anche il movente lo è. E quando mezzo e movente iniziano a convergere, l’indagine smette definitivamente di chiedersi cosa è successo… e inizia a chiedersi chi aveva davvero motivo e possibilità di farlo.
Non dimentichiamolo mai: Cui prodest scelus is fecit...

Caso Garlasco: cosa sta emergendo davvero, e perché oggi non si può più liquidare tutto con quattro sloganNegli ultimi g...
29/03/2026

Caso Garlasco: cosa sta emergendo davvero, e perché oggi non si può più liquidare tutto con quattro slogan
Negli ultimi giorni il caso Garlasco è tornato al centro della scena con una forza che non si vedeva da anni. Ma chi continua a parlarne come se fosse soltanto un vecchio processo riesumato dai talk show non sta capendo cosa sta succedendo davvero. Oggi il punto non è più soltanto la memoria del delitto di Chiara Poggi: il punto è che stanno riemergendo, contemporaneamente, profili genetici, tracce, tempi, impronte, alibi, dinamiche e letture della scena del crimine che rimettono sotto pressione l’intero impianto interpretativo del caso. Partiamo da ciò che è concreto. Alberto Stasi resta il soggetto condannato in via definitiva per l’omicidio, ma nel frattempo la Procura di Pavia ha riaperto il fronte investigativo su Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara, iscritto nel registro degli indagati l’11 marzo 2025. Al centro della nuova fase ci sono soprattutto il materiale genetico repertato sotto le unghie della vittima, lo scontrino utilizzato come alibi, le telefonate verso casa Poggi nei giorni precedenti e l’impronta 33 sulle scale della cantina, che i pm oggi riconducono a Sempio. A marzo 2026, inoltre, viene descritto come possibile il passaggio successivo del rinvio a giudizio, segno che non siamo davanti a una semplice curiosità mediatica, ma a un fascicolo che ha ancora massa investigativa. Ed è qui che bisogna essere seri. Perché una cosa sono i fatti tecnici che stanno riemergendo, altra cosa sono le dichiarazioni più esplosive che stanno circolando in televisione e online. Massimo Lovati, ex avvocato di Sempio, ha sostenuto pubblicamente che l’assassino di Chiara sarebbe stato “un sicario di una organizzazione criminale” e ha anche rilanciato la tesi secondo cui Alberto Stasi avrebbe scoperto il ca****re “sotto minaccia di morte”. Queste sono dichiarazioni sue, pesanti e mediaticamente dirompenti, ma allo stato non coincidono automaticamente con un fatto processualmente provato. Questo è un passaggio essenziale, perché chi fa analisi deve saper distinguere tra atto, indizio, interpretazione e narrazione. Ora però arriva la parte veramente interessante, quella che in molti stanno leggendo male. La nuova consulenza attribuita a Cristina Cattaneo, secondo quanto riportato da Tg1 e ripreso da diverse testate, non si limiterebbe a riaprire il tema del DNA sotto le unghie, ma sposterebbe anche in avanti l’orario della morte, indicando che Chiara potrebbe essere stata uccisa almeno mezz’ora dopo la colazione. Lo stesso filone parla di una colluttazione violenta e più prolungata di quanto a lungo si sia ritenuto, e questo punto è centrale: se il delitto non è stato un’azione lampo di pochi minuti, ma una sequenza più articolata, allora cambia la lettura della compatibilità degli spostamenti, degli alibi e del significato difensivo delle tracce lasciate sul corpo della vittima. Questo non è un dettaglio. In criminologia investigativa, il tempo della morte non serve solo a fissare un orario sul calendario: serve a verificare compatibilità, opportunità, accessi, permanenza sulla scena, finestra di rischio e coerenza narrativa del racconto dell’autore. Per anni il caso è stato letto anche dentro una forbice molto stretta, centrata sul dato che Chiara era certamente viva alle 9:12, orario della disattivazione dell’allarme, e sul fatto che Stasi risultava al computer alle 9:35. Se oggi quella finestra viene rimessa in discussione e l’omicidio si sposta più avanti, non cambia solo un numero: cambia la pressione logica esercitata sull’intera cronologia del delitto. È anche per questo che chi segue Crime-Time sa bene perché noi avevamo già percepito che alcune cose non tornavano. Lo avevamo detto quando ancora altri trattavano il caso come una storia congelata. Lo avevamo detto perché la scena del crimine, le anomalie interpretative e la persistenza di alcuni nuclei irrisolti suggerivano che la verità processuale non avesse esaurito tutto il contenuto criminologico del fascicolo. E sì, lo dico anche qui nel modo più chiaro possibile: forse non eravamo fuori strada, forse abbiamo fatto gli stessi “sogni” dell’avvocato Lovati. Ma la differenza è decisiva: noi non ci fermiamo al sogno, noi entriamo nei metodi. E allora apriamo davvero il capitolo della criminologia investigativa. Primo punto: victimology. Chiara Poggi viene uccisa nella sua casa, senza evidenti segni di effrazione, in abiti domestici, in una cornice che da sempre ha suggerito l’ingresso di una persona non percepita come immediatamente ostile. Questo non individua automaticamente il colpevole, ma è un dato di comportamento: la vittima si trovava in una zona di apparente sicurezza, e questo fa pensare a un contatto non casuale, o comunque a un’interazione iniziale non esplosiva fin dal primo secondo. Secondo punto: dinamica aggressiva. Se la nuova lettura medico-legale insiste sulla colluttazione prolungata e sul valore delle tracce sotto le unghie, allora il corpo della vittima torna a parlare come luogo di interazione fisica e non soltanto come esito terminale dell’azione omicidiaria. In termini investigativi, ciò significa che ogni segno di difesa, ogni contatto, ogni residuo biologico assume peso differenziale molto superiore. Non è la stessa cosa ragionare su un’aggressione fulminea di pochi istanti o su una lotta più lunga, perché nel secondo caso aumentano tempi, spazi e possibilità di trasferimento di tracce. Terzo punto: ipotesi di pluralità dei soggetti sulla scena. Open, riprendendo la nuova inchiesta, ricorda che l’ipotesi provvisoria della Procura è quella di un omicidio in concorso con Stasi o con altri ignoti. Questo non vuol dire che oggi sia provato un delitto di gruppo; vuol dire però che l’ufficio requirente non esclude, in questa fase, una scena con più di un partecipante. È un passaggio enorme, perché sul piano criminologico porta a riconsiderare distribuzione dei ruoli, sequenza dell’aggressione, funzione di eventuali depistaggi e compatibilità di più presenze con le tracce note. Quarto punto: alibi e micro-incongruenze. Lo scontrino del parcheggio, oggi nuovamente al vaglio, e i tabulati telefonici descritti da Rai come potenzialmente sospetti non sono “prova definitiva” da soli. Ma chi ha esperienza investigativa sa che i casi non si riaprono quasi mai per un singolo colpo di scena; si riaprono quando una serie di elementi considerati minori comincia a convergere. È il principio della pressione cumulativa dell’indizio: ogni singolo tassello può sembrare fragile, ma la loro convergenza può cambiare il quadro. Quinto punto: autopsia psicologica in chiave investigativa. Qui bisogna capirsi bene: non stiamo parlando di un elaborato ufficiale depositato che abbiamo in mano, ma di una lente criminologica utile a leggere il caso. L’autopsia psicologica, applicata con rigore, non serve a fare romanzi sulla vittima; serve a ricostruire routine, percezione del rischio, relazioni attive, soglie di fiducia, eventuali segnali di preoccupazione e compatibilità tra stile di vita della vittima e profilo dell’aggressore. In un caso come questo la domanda non è solo “chi poteva uccidere?”, ma anche “chi poteva entrare, interagire, avvicinarsi e restare compatibile con la normalità di quella mattina?”. Questa è criminologia vera, non folklore. L’inferenza qui è mia, ma è coerente con gli elementi noti sulla scena e con il tema dell’accesso non forzato. Ed eccoci al punto finale. Oggi il caso Garlasco non sta semplicemente “tornando di moda”. Sta mostrando che un processo può chiudersi e un enigma criminologico può invece restare aperto. Sta mostrando che i tempi della morte, le tracce sotto le unghie, le impronte, gli alibi, le colluttazioni e le ipotesi di concorso non sono dettagli da talk show: sono nodi tecnici. E quando i nodi tecnici tornano tutti insieme, il caso cambia stato. Noi continueremo a fare quello che facciamo da sempre: leggere i fatti, separare le suggestioni dalle evidenze, e guardare dove gli altri non guardano. Perché la differenza, nei grandi casi, la fa sempre chi sa distinguere il rumore dal dato.

UNITA' ANALISI EVIDENZE FORENSI... unità a firma del dottor Pellegrino
21/03/2026

UNITA' ANALISI EVIDENZE FORENSI...
unità a firma del dottor Pellegrino

Quando il controllo diventa pericolo: i segnali che la criminologia invita a non ignorare.Nella percezione comune, gli o...
08/03/2026

Quando il controllo diventa pericolo: i segnali che la criminologia invita a non ignorare.
Nella percezione comune, gli omicidi che avvengono all’interno di relazioni sentimentali sembrano eventi improvvisi e incomprensibili. L’analisi criminologica mostra invece che, in molti casi, la violenza grave è preceduta da una serie di segnali comportamentali che emergono nel tempo.
Secondo le analisi statistiche elaborate dall’Istituto Nazionale di Statistica e dal Servizio Analisi Criminale del Ministero dell'Interno, una quota significativa degli omicidi avviene in ambito familiare o relazionale, spesso al termine di una progressiva escalation di tensione. Nell’ottica criminologica esistono alcuni indicatori ricorrenti che meritano attenzione.
1. Il controllo costante
Quando l’interesse verso la vita dell’altro diventa insistente: domande continue su dove si trovi, con chi sia, cosa stia facendo. Il controllo può trasformarsi lentamente in limitazione della libertà personale.
2. La gelosia possessiva
Frasi come “sei mia”, “non voglio che parli con altri”, oppure richieste di interrompere amicizie o relazioni sociali. La criminologia individua nella gelosia patologica uno dei fattori che spesso precedono conflitti relazionali gravi.
3️. Scatti di rabbia improvvisi
Reazioni sproporzionate a discussioni banali, aggressività verbale o difficoltà nel gestire la frustrazione. Questi comportamenti possono indicare scarsa capacità di controllo emotivo.
4️. Incapacità di accettare la fine della relazione
La fase della separazione è spesso un momento delicato. Quando una persona non accetta la rottura e continua a cercare l’altro in modo insistente, il conflitto può intensificarsi.
5️. L’isolamento progressivo
In alcune relazioni problematiche la vittima tende a ridurre contatti con amici o familiari. L’isolamento sociale può aumentare la vulnerabilità e rendere più difficile chiedere aiuto.
Riconoscere questi segnali non significa prevedere automaticamente un esito tragico. Significa però comprendere quando una relazione può trasformarsi in dinamica di controllo o di violenza, permettendo interventi più tempestivi. La criminologia studia è molto attenta a questo genere di escalation!
Fonti istituzionali consultabili
• Rapporti sugli omicidi volontari – Istituto Nazionale di Statistica
• Analisi della criminalità – Ministero dell'Interno
(Questo è un post divulgativo di analisi criminologica.)




Gli "angeli della morte"  sono illustrati perfettamente bene nel mio libro, psicopatologicamente difficilissimi da indiv...
03/03/2026

Gli "angeli della morte" sono illustrati perfettamente bene nel mio libro, psicopatologicamente difficilissimi da individuare...
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Immergetevi, con la lettura di questo libro, nell'oscura ed affascinante psiche del serial killer donna. Nel trattatello scientifico avvincente, vi si propone un'analisi dettagliata della psicopatologia forense del serial killer donna, della storia e dei miti che circondano queste figure enigm...

Tragedia nella tragediaIl 22 gennaio 2026, ad Anguillara Sabazia, viene uccisa Federica Torzullo, 41 anni. Nelle ore suc...
25/01/2026

Tragedia nella tragedia
Il 22 gennaio 2026, ad Anguillara Sabazia, viene uccisa Federica Torzullo, 41 anni. Nelle ore successive il marito Claudio Carlomagno viene fermato e poi arrestato con l’accusa di omicidio. Il caso assume immediatamente una rilevanza mediatica nazionale, anche per il contesto familiare e per la dinamica del femminicidio. Il 24 gennaio 2026, dopo la segnalazione di irreperibilità, vengono trovati morti nella loro abitazione i genitori di Claudio Carlomagno: Pasquale Carlomagno e la moglie Maria, ex appartenente alle forze dell’ordine ed ex assessora comunale. I corpi vengono rinvenuti impiccati. Gli inquirenti parlano fin da subito di ipotesi suicidaria, rafforzata dal ritrovamento di una lettera indirizzata all’altro figlio. I due decessi avvengono a distanza di 48 ore dal femminicidio e mentre l’indagine penale sul figlio è ancora in fase iniziale. La vicenda assume così i contorni di una tragedia familiare a catena, concentrata in pochissimi giorni.
Qui va chiarito subito: non siamo davanti a un suicidio egoistico, nel senso durkheimiano classico. Il suicidio egoistico nasce dall’isolamento individuale, dalla rottura dei legami sociali e dall’incapacità di sentirsi parte di un tutto. Qui accade l’opposto. Il gesto dei genitori si colloca molto più vicino a un suicidio altruistico, seppure in una forma patologica e moderna, non ritualizzata.
Il movente non è la fuga dal dolore individuale, ma la percezione di essere diventati un peso morale e simbolico per la famiglia e per il figlio superstite. La lettera – elemento decisivo – indica un gesto orientato all’altro, non ripiegato su di sé.
Il contesto sociale è determinante: un figlio arrestato per femminicidio produce uno stigma totale. In una comunità medio-piccola, l’identità familiare viene travolta. Non è solo “nostro figlio ha ucciso”, ma “noi siamo diventati parte del problema agli occhi di tutti”.
Crolla la funzione genitoriale. Il suicidio qui assume la forma estrema di una “riparazione impossibile”: se il figlio ha distrutto, io mi auto-elimino. È una logica distorta, ma coerente: mi tolgo di mezzo per non aggravare.
Il fatto che il gesto sia doppio e simultaneo rafforza la lettura altruistica: non è disperazione individuale scollegata, ma decisione condivisa, maturata nello stesso orizzonte simbolico.
Il suicidio altruistico reattivo è stato generato da vergogna sociale estrema, crollo identitario e iper-responsabilizzazione genitoriale, amplificata dall’esposizione pubblica e dal ruolo istituzionale pregresso della madre.
Non è un gesto “per se stessi”.
È un gesto per gli altri, tragicamente sbagliato, ma socialmente leggibile. Il suicidio diventa, nella loro percezione, l’ultimo atto di protezione possibile.

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