21/10/2026
oggi non bisogna scendere in piazza come tassisti e come NCC. Occorre che la nostra voce sia all’unisono come lavoratori, come padri e madri, come cittadini. Per una volta smettiamola di guardarci come concorrenti e scegliamo di guardarci negli occhi, perché il nemico non è chi guida l’auto accanto alla nostra. Il nemico è un costo della vita che ogni mese ci svuota le tasche un po’ di più.
Noi lo vediamo ogni giorno, prima di tutti gli altri. Il carburante è il nostro pane: ogni volta che giriamo la chiave, il contatore corre prima ancora di caricare un cliente. Facciamo il pieno e ci accorgiamo che una parte della giornata l’abbiamo già lavorata solo per pagare la benzina. Dodici ore al volante, e a fine mese il conto non torna.
In queste ore l’Italia sta vedendo cosa succede quando il carburante diventa un lusso. In molte zone del Paese i distributori espongono il cartello “esaurito”, gli scaffali dei negozi si svuotano, camionisti e agricoltori scendono in strada perché non reggono più. Non è il capriccio di una categoria: è il campanello d’allarme di un Paese intero.
E non è una battaglia di due categorie. Chi di noi non ha visto la propria spesa al supermercato crescere settimana dopo settimana? Chi non ha dovuto scegliere tra la bolletta e un regalo per i figli? Il pensionato che conta le monete alla cassa, la giovane coppia che rinuncia al mutuo, l’operaio che non arriva alla quarta settimana: questa è la vera fotografia del Paese.
E noi, che trasportiamo ogni giorno questo Paese, lo sappiamo meglio di chiunque. Sul sedile posteriore delle nostre auto ascoltiamo la voce della fatica della gente: lo studente, l’infermiera che torna dal turno di notte, l’anziano che va a una visita. Ci raccontano tutto. E tutti ci dicono la stessa cosa: non ce la facciamo più.
Noi capiamo le ragioni di chi protesta, perché viviamo la stessa pressione. Ma scegliamo un’altra strada: protestare senza togliere il pane a nessuno. Non vogliamo che a pagare siano l’anziano che aspetta una visita, la madre che cerca il latte per i figli, l’operaio che non può raggiungere il posto di lavoro. Il nostro è un fermo ordinato, civile, che non colpisce chi è già in difficoltà.
Ai colleghi che manifestano in modo diverso diciamo: le vostre ragioni sono le nostre. A chi governa diciamo: non servono altri tavoli rinviati né bonus a scadenza. Servono risposte vere e subito, sul peso fiscale dei carburanti, sulle accise che gravano su ogni litro, sul costo dell’energia, sul potere d’acquisto delle famiglie. Misure concrete e strutturali, non annunci che durano il tempo di un titolo di giornale. Chiediamo che chi lavora onestamente possa vivere del proprio lavoro con dignità.
Non chiediamo privilegi. Chiediamo rispetto. Chiediamo che la politica smetta di ricordarsi di noi solo quando servono i nostri voti e torni ad ascoltare chi sta in strada, ogni giorno, con ogni tempo, a mandare avanti l’Italia.
Alziamo la nostra voce in modo civile, con le nostre auto ferme e i nostri volti scoperti, perché non abbiamo nulla di cui vergognarci. Il nostro è un grido di dignità, non di rabbia. Ma sappiano che se questo grido non verrà ascoltato, torneremo, più uniti e più numerosi.
Perché oggi il problema non è più solo dei taxi, degli NCC o dei camion. È di chiunque faccia il pieno, la spesa o paghi una bolletta. Oggi tassisti e NCC camminano fianco a fianco. Domani, speriamo, con noi ci sarà ogni cittadino che si riconosce in questa battaglia. Perché quando un intero Paese fatica, nessuno può permettersi di restare in silenzio.
Uniti si vince, divisi si perde.
Viva il lavoro, viva la dignità, viva l’Italia che non si arrende!