Avv. Mariano Scapolatello

Avv. Mariano Scapolatello Libero professionista, libero pensatore, libero. Già viceprefetto aggiunto, Mariano Scapolatello esercita oggi a Monza, Milano e Napoli la professione forense.

Da sempre impegnato nella sensibilizzazione della coscienza civica, usa i comuni strumenti di comunicazione per avvicinare i cittadini al mondo del diritto attraverso l'analisi dell'attualità.

Buone vacanze (non “romane”)!tempo di lettura: 2 minuti Ironia della s/morte, Guccini è morto il 6 agosto, lo stesso gio...
08/08/2026

Buone vacanze (non “romane”)!
tempo di lettura: 2 minuti

Ironia della s/morte, Guccini è morto il 6 agosto, lo stesso giorno in cui, nel 1978, morì Paolo VI.
La storia che li riguarda entrambi è nota: nel 1967 Guccini pubblica “Dio è morto” e la RAI - all’epoca emittente radio in regime di monopolio – censura la canzone, che non viene trasmessa.
Un titolo, una sentenza: la canzone è considerata blasfema, offensiva per la morale cattolica.

Succede, contemporaneamente, che all’interno delle Mura Vaticane l’analisi della canzone si spinge oltre il titolo e ci si accorge che “Dio è morto” è tutt’altro che un inno nichilista: è una critica feroce al materialismo, al conformismo, all’ipocrisia borghese, al militarismo, a una morale vuota e di facciata.
Radio Vaticana la trasmette, a Papa Montini la canzone piace.
Negli anni a ve**re la canzone sarà nei repertori degli oratori e dei gruppi scout.

Non sappiamo se la commissione di ascolto preventivo della RAI fosse genuinamente più guelfa del papa; due certezze ci sono: al governo c’era la solita DC e la canzone non era affatto blasfema.

In quella Roma dove - già Sallustio e Giovenale denunciavano - “tutto si compra” e gli equilibri di potere generano favori senza che ci sia neanche bisogno di chiederli, dalla riva destra del Tevere, il Capo della Chiesa Cattolica validò con bolla papale il brano di un cantautore agnostico in fatto di fede.

Nello stesso anno di “Dio è morto”, il 1967, Paolo VI firma la Populorum Progressio, l’enciclica con cui si mondializza la dottrina sociale della chiesa e si ammonisce sul lato oscuro del progresso: tematiche che formazioni laiciste di tutti i colori politici non avrebbero messo a fuoco per decenni (i pionieri “no global” sarebbero arrivati nel 1999).

La storia della strana coppia è quella di due sguardi “oltre”: oltre i titoli, oltre le posizioni apodittiche, oltre gli ordini di scuderia, oltre i sessant’anni che sarebbero seguiti.
Ancora oggi, parrucconi incapaci di riconoscere e ascoltare un’idea originale, da una parte, contestatori di una religione che di quella religione nulla sanno o comprendono, dall’altra: cosa avrebbero costoro di diverso dalla commissione di ascolto della RAI che giudicò blasfema una canzone senza leggerne o capirne il testo?

Dunque, l’augurio per le vacanze estive è di riuscire a “guardare oltre” anche noi: oltre i tramonti infuocati, sapendo che altrove è ancora giorno; oltre i titoli ad effetto, scoprendo che i fatti sono un’altra cosa; oltre i ruoli interpretati con sacralità ottusa, se persino di Dio si è potuto dire che è morto.

Arrivederci a settembre!

La sinistra con l’orologio fermo al polsotempo di lettura: 4 minutiLe lancette fisse sulle 10.25 alla stazione di Bologn...
02/08/2026

La sinistra con l’orologio fermo al polso
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Le lancette fisse sulle 10.25 alla stazione di Bologna ricordano permanentemente l’orario in cui esplose la bomba che fece 85 vittime il 2 agosto 1980.
Un orologio fermo esprime con potenza due concetti che dovrebbero sempre essere associati alla memoria: l’emozione e il tempo.
Il brivido nell’immaginare il boato all’istante dell’ultimo movimento della lancetta dei minuti, la commozione per il silenzio della vita immediatamente successivo, ma anche un riferimento temporale: quel preciso istante.

Il sistematico “perché non accada mai più”, che accompagna le commemorazioni delle vittime di ogni tipo di strage, responsabilizza a ricercare nel presente i rischi che gli orrori del passato si ripetano.
Il proposito è nobile, ma l’operazione è complessa.

Una memoria usata come bussola etica non può avere la sola componente emozionale, ma anche quella storica.
Il che significa conoscere bene la storia, comprenderne le dinamiche, distinguere gli elementi di contesto di un determinato periodo e individuare i fattori specifici che portarono a determinati avvenimenti.
Se la vittima di oggi ha lo stesso credo religioso di ieri, non vuol dire per forza che si sta ripetendo una persecuzione religiosa.
Se un reato ha una matrice politica oggi, non ha lo stesso valore che lo stesso fatto aveva ieri in un regime politico totalitario.
Se lo Stato commette un reato, non è indifferente capire se ciò accade per effetto di una regia occulta che muove centinaia di fili o perché un singolo o pochi hanno sbagliato.
In una parola, prima di dire che “oggi è uguale a ieri”, è fondamentale storicizzare: interpretare fatti e situazioni alla luce di un preciso momento storico e comprenderne le peculiarità.

Per il consueto corteo di oggi sulla strage dell’80 a Bologna, Potere al Popolo (accompagnato da decine di sigle, tra sindacati e collettivi), ha proposto di commemorare Fakir – il quarantatreenne di origine marocchina, condannato in passato per spaccio ed evasione, deceduto durante un arresto pochi giorni fa - e altri “morti di Stato” per i quali si chiedono verità e giustizia.
A tale equiparazione si è intanto opposta l’associazione dei familiari delle vittime, la quale vuole scongiurare strumentalizzazioni e mantenere concentrata l’attenzione mediatica su una strage che ha comportato oltre 40 anni di processi, terminati (per ora) in Cassazione solo l’anno scorso.
Quei processi hanno consentito di accertare il coinvolgimento nella strage di Bologna di una serie di esecutori materiali tutti collegati alla galassia neofascista degli anni ‘70/’80 del Novecento, ma anche di apparati dello stato deviati emblematizzati nella figura del prefetto Umberto D’Amato, anima nera della Repubblica Italiana, capo dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’interno.

Insomma: se il problema per l’associazione dei familiari delle vittime è la strumentalizzazione, il problema politico-culturale è abbastanza più grave: ma cosa c’entrano gli eventuali abusi in un’operazione di arresto con uno degli episodi-chiave della strategia della tensione in Italia?

Si potrebbe fare un lungo elenco di “cosa c’entra?” e si scoprirebbe che su errori logici -storici del genere si fonda molta della propaganda politica della attuale sinistra italiana.
Si può partire dal cavallo di battaglia di chi vede fascismo ovunque, senza evidentemente conoscere il contesto storico e le caratteristiche del regime del Ventennio, per arrivare a chi parla di immigrazione assimilando i flussi di migranti africani e asiatici che oggi arrivano in Europa a quelli degli italiani che sbarcavano in America tra fine ‘800 e inizio ‘900, al suono di “anche noi siamo stati migranti”.
In generale, basta notare la strumentalizzazione di ogni caso isolato, per farne una questione politica generale, nella quale ti**re ed evocare i più mostruosi spettri del passato, senza riuscire a dare, invece, un nome corretto e corrente a nuovi e più subdoli fenomeni.

Che peccato. È un peccato, soprattutto perché su temi del genere si trascina gente in piazza e si convogliano energie della società, per la quale gli slogan, oltre a frasi da pronunciare, diventano fonte superficiale di informazione.
Facili e improprie analogie col passato, strumentalizzazioni della memoria, ignoranze che - sia in buona che in mala fede - non reggono al momento di affrontare l’attualità.
Una piazza eccitata così non serve né a chi governa oggi, né a chi ambisce a governare domani la stessa piazza, quella che sarà delusa dal pragmatismo imposto dalla necessità di governare il reale e il presente, non la memoria emotiva e la storia raccontata alla carlona.

Quando questo è l’approccio, un orologio fermo non è il simbolo della memoria che rafforza una visione politica; ma solo un rottame, inutilizzabile per la lettura dell’attualità.

Preferenze degli italiani? O Vannacci o non saperetempo di lettura: 4 minuti Come ogni governo, anche quello Meloni si s...
26/07/2026

Preferenze degli italiani? O Vannacci o non sapere
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Come ogni governo, anche quello Meloni si sta cimentando nella modifica della legge elettorale: ultimo importante terreno di scontro parlamentare prima delle prossime elezioni politiche.
Il dibattito, anche stavolta, è ispirato dall’indignazione generalizzata e trasversale della stessa classe politica per le “liste bloccate”, cioè l’impossibilità per gli elettori di esprimere la propria preferenza sul singolo candidato.
Sono 21 anni che la politica si indigna per le liste bloccate (le cancellò Calderoli nel 2005), ma, evidentemente, non è abbastanza per eliminare quello che viene identificato come un drammatico problema del meccanismo elettorale.

E, in effetti, ad ogni tornata, si nota una certa attenzione per i singoli candidati, soprattutto da parte… dei partiti.
Classico espediente per recuperare voti in momenti di crisi o di incerto sostegno dalla base, candidare “un nome” può garantire obiettivi che il solo programma elettorale non assicura.
Alle ultime europee, 500.000 preferenze ha portato Vannacci alla Lega, offrendo un palliativo alla contestata leadership di Salvini (che oggi pensa a come candidare Roggero); mentre i 176.000 voti di Ilaria Salis hanno consentito ad AVS di superare la temuta soglia di sbarramento del 4%.
I candidati-testimonial hanno una lunga tradizione, che risale alla prima Repubblica e che ha conferito anche un certo lustro alla classe politica italiana, quando ha attinto dal mondo della cultura.

C’è, però, un mistero che lega molte candidature di personaggi famosi o resi famosi dal partito che li ha candidati, di cui sembra non vergognarsi nessuno tra candidati, candidanti ed elettori: il mistero sulle idee che questi candidati abbiano in testa.
Alzi la mano chi ricorda le posizioni – non cinematografiche, né simboliche - di Cicciolina (candidata ed eletta col Partito Radicale nel 1987) su problematiche concrete degli italiani;
batta un colpo chi saprebbe ricostruire il pensiero politico di Gianni Rivera (anche lui entrato la prima volta in Parlamento nel 1987, con la DC); qualcuno ci ricordi citazioni famose di Valentina Pezzali ulteriori a “Presidente, da lei mi farei toccare”, rivolta a Silvio Berlusconi, prima di entrare in politica e poi al governo con Mario Draghi.

Dicevamo Berlusconi… beh, troppo facile ricordare la carrellata di personaggi che dalla TV a Montecitorio hanno tramutato il consenso dello spettatore in quello dell’elettore.
Gente che davanti alle telecamere sapeva stare e spesso non ha sfigurato; il Cavaliere di comunicazione ne sapeva qualcosa.
Chi ne sapeva meno (di comunicazione, ma forse anche di sinistra) era Walter Veltroni, che usò la strategia dei candidati-figurina nel 2008: l’operaio della Thyssenkrupp scampato al disastro per gli operai, Colaninno (Piaggio) e Calearo (Federmeccanica) per gli imprenditori e poi un colpo di genio in rappresentanza di tutti i precari d’Italia: Maria Anna Madia.
Provenienza e frequentazioni made in alta borghesia romana, pronipote di Titta Madia, autorevole fascista prima ed esponente dell’MSI poi, eletta con Veltroni e poi ministra con Renzi: insomma, una precaria per antonomasia.
Anche qui: alzi la mano chi ne ricordi le idee, le frasi famose, o anche solo il suono della voce.
Su Renzi passiamo oltre direttamente (vedi Lucia Annibali e Paolo Siani) e ricordiamo che anche il Movimento 5 Stelle ha candidato Gregorio De Falco solo per un “Torni a bordo, caxxo!” prima di litigarci quando, dopo le elezioni, si è parlato anche di idee.

Fra tutti i personaggi passati in rassegna, a ben vedere, di uno solo si conoscevano le idee prima della candidatura, perché aveva scritto un libro che aveva fatto molto discutere: Roberto Vannacci.
Vannacci, che - se fascista non è – ai nostalgici strizza l’occhio, potrà entusiasmare o ripugnare, ma come la pensa si sapeva da prima della sua elezione.
Delle idee degli altri nulla sapevamo, eppure li abbiamo votati e li abbiamo resi trainanti per le rispettive liste anche in un sistema senza preferenze nominali.

Ne La Politica,Aristotele metteva in guardia sul rischio che la democrazia degenerasse in demagogia, quando i capi populisti, facendo leva sulla propria abilità oratoria, convincessero il popolo a sostenere ciò che fosse “detto meglio” in luogo di ciò che fosse giusto.
Quest’analisi, pur spietata e pessimista, è in fondo più ottimista e ingenua della realtà che conosciamo, perché presupponeva quantomeno un flusso comunicativo di idee tra capi e popolo.
Ma oggi che la democrazia è ampiamente studiata, giuridicamente presidiata, costantemente analizzata, il popolo – salvi rari casi, di Vannacciano tipo - alle idee della sua classe dirigente non è interessato. E se deve votare un nome, lo riesce a votare comunque.

Magari bastassero la legge elettorale e il voto di preferenza a curare la malattia del popolo!

Piccola ricognizione del potere di graziatempo di lettura: 4 minuti “Prerogativa personale dei sovrani assoluti, la conc...
19/07/2026

Piccola ricognizione del potere di grazia
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“Prerogativa personale dei sovrani assoluti, la concessione della grazia ha sostanzialmente mantenuto tale carattere anche dopo l'avvento della Monarchia costituzionale, essendo quello di dispensare dalle pene il segno massimo del potere, che attribuiva particolare autorità e prestigio alla figura del Monarca.
È, dunque, in tale contesto storico – quanto all'esperienza italiana – che, dapprima, nell'art. 5 del Proclama dell'8 febbraio 1848 (atto con il quale veniva preannunciata da Carlo Alberto l'emanazione dello Statuto), e, successivamente, nell'art. 8 dello Statuto stesso, venne riconosciuto al Re il potere di «far grazia e commutare le pene». Prerogativa, evidentemente, concepita in stretta connessione con i caratteri della «inviolabilità» e «sacralità» della persona del Monarca. Non irrilevante, tuttavia, appare la circostanza che, mentre nel primo dei citati testi normativi l'esercizio del potere de quo veniva ascritto alla sfera del “giudiziario” (il predetto art. 5, difatti, recitava: «ogni giustizia emana dal Re, ed è amministrata in suo nome. Egli può far grazia e commutare le pene»), nel secondo, viceversa, si recideva tale legame.
Alla previsione, difatti, dell'art. 8 dello Statuto («il Re può far grazia, e commutare le pene») corrispondeva quella autonoma dell'art. 68 (secondo cui «la Giustizia emana dal Re, ed è amministrata in suo Nome dai Giudici ch'Egli istituisce»), e ciò quasi a sottolineare che l'adozione del provvedimento di clemenza si poneva, già allora, come l'esito di un giudizio equitativo del tutto diverso da quello riservato agli organi giurisdizionali; ciò che rendeva l'esercizio del potere di grazia non idoneo ad essere gestito dalla magistratura il cui compito è “fare giustizia” applicando la legge. […]

L'art. 87, undicesimo comma, della Costituzione, dettando una disposizione sostanzialmente identica all'art. 8 dello Statuto albertino, ha infatti stabilito che il Presidente della Repubblica «può concedere grazia e commutare le pene».
[…]
Orbene, deve ritenersi, al riguardo, che l'esercizio del potere di grazia risponda a finalità essenzialmente umanitarie, da apprezzare in rapporto ad una serie di circostanze (non sempre astrattamente tipizzabili), inerenti alla persona del condannato o comunque involgenti apprezzamenti di carattere equitativo, idonee a giustificare l'adozione di un atto di clemenza individuale, il quale incide pur sempre sull'esecuzione di una pena validamente e definitivamente inflitta da un organo imparziale, il giudice, con le garanzie formali e sostanziali offerte dall'ordinamento del processo penale. La funzione della grazia è, dunque, in definitiva, quella di attuare i valori costituzionali, consacrati nel terzo comma dell'art. 27 Cost., garantendo soprattutto il «senso di umanità», cui devono ispirarsi tutte le pene, e ciò anche nella prospettiva di assicurare il pieno rispetto del principio desumibile dall'art. 2 Cost., non senza trascurare il profilo di «rieducazione» proprio della pena.
[…]

In particolare, una volta recuperato l'atto di clemenza alla sua funzione di mitigare o elidere il trattamento sanzionatorio per eccezionali ragioni umanitarie, risulta evidente la necessità di riconoscere nell'esercizio di tale potere – conformemente anche alla lettera dell'art. 87, undicesimo comma, Cost. – una potestà decisionale del Capo dello Stato, quale organo super partes, «rappresentante dell'unità nazionale», estraneo a quello che viene definito il “circuito” dell'indirizzo politico-governativo, e che in modo imparziale è chiamato ad apprezzare la sussistenza in concreto dei presupposti umanitari che giustificano l'adozione del provvedimento di clemenza.
Infine, si deve rilevare come l'indicata conclusione risponda ad un'ulteriore esigenza, quella cioè di evitare che nella valutazione dei presupposti per l'adozione di un provvedimento avente efficacia “ablativa” di un giudicato penale possano assumere rilievo le determinazioni di organi appartenenti al potere esecutivo. […]

La prassi delle relazioni tra il Ministro e gli organi giurisdizionali ha poi portato a meglio precisare quali siano le «informazioni» e gli «elementi di giudizio» da utilizzare ai fini della determinazione circa la concessione, o meno, della clemenza nei singoli casi. Tra tali elementi vanno ricompresi – oltre ovviamente quelli desumibili dalla sentenza di condanna, dai precedenti dell'interessato e dai procedimenti in corso a suo carico – anche le dichiarazioni delle parti lese o dei prossimi congiunti della vittima, circa il risarcimento del danno e la concessione del perdono, nonché, in relazione alla valutazione della personalità del soggetto, le informazioni inerenti alle condizioni familiari e a quelle economiche, alla condotta dell'interessato, richiedendosi, infine, per i detenuti anche l'estratto della cartella personale ed il c.d. rapporto di condotta.

La valutazione di suddetti elementi, ed in particolare dei pareri espressi dagli organi giurisdizionali, è effettuata in sede ministeriale. A conclusione della istruttoria il Ministro decide se formulare motivatamente la “proposta” di grazia al Presidente della Repubblica ovvero se adottare un provvedimento di archiviazione. […] Spetterà, poi, al Presidente della Repubblica valutare autonomamente la ricorrenza, sulla base dell'insieme degli elementi trasmessi dal Guardasigilli, di quelle ragioni essenzialmente umanitarie che giustificano l'esercizio del potere in esame. In caso di valutazione positiva del Capo dello Stato seguirà la controfirma del decreto di grazia da parte del Ministro, che provvederà a curare anche gli adempimenti esecutivi.

Quanto, segnatamente, alla controfirma, pur necessaria per il completamento della fattispecie, è da rilevare – in via generale – come essa assuma un diverso valore a seconda del tipo di atto di cui rappresenta il completamento o, più esattamente, un requisito di validità. È chiaro, infatti, che alla controfirma va attribuito carattere sostanziale quando l'atto sottoposto alla firma del Capo dello Stato sia di tipo governativo e, dunque, espressione delle potestà che sono proprie dell'Esecutivo, mentre ad essa deve essere riconosciuto valore soltanto formale quando l'atto sia espressione di poteri propri del Presidente della Repubblica, quali – ad esempio – quelli di inviare messaggi alle Camere, di nomina di senatori a vita o dei giudici costituzionali. A tali atti deve essere equiparato quello di concessione della grazia, che solo al Capo dello Stato è riconosciuto dall'art. 87 della Costituzione. […]

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 3 maggio 2006”
(sentenza n. 200, ndr)

Ma che ne sai, se non apprezzi Peppinotempo di lettura: 3 minuti Neanche per l’estate delle nozze – all’epoca lavoravamo...
12/07/2026

Ma che ne sai, se non apprezzi Peppino
tempo di lettura: 3 minuti

Neanche per l’estate delle nozze – all’epoca lavoravamo entrambi in prefettura – mia moglie ed io potemmo contare su un periodo certo di ferie e, dunque, sfruttammo qualche ora di congedo matrimoniale per allungarci ad Ischia.

Sotto il piacevole sole di un giorno qualunque di metà giugno, all’imbarcadero dei traghetti per le isole, Lea ed io ci ritrovammo seduti di fronte al caprese per antonomasia.

“Posso?”
“prego…”
“Peppino, io le sono molto affezionato, perché, da bambino, i miei genitori…”
“hanno infelicitato pure lei?”
“ahah, non dica così, in macchina ascoltavamo sempre le sue cassette… come canta lei Palomma ‘e notte…”
“grazie, molto gentile”
“no, ma Peppì, lei piace pure ai miei amici: siamo coetanei di E mò E mò, quella di Nina Ninetta… Sanremo ’83, con la scritta Totip dietro”
“era l’85”
“ah, era l’85?”
occhi semichiusi: “85”
“Scusi, Peppì”
Pensai di riparare con una frase intelligente, da consegnare alla storia dei dialoghi tra grandi uomini:
“sta tornando a Capri?”
“Sì”

Con Peppino di Capri l’Italia saluta per sempre un preciso modello di artista musicale.
Intrattenitore da fanciullo dei soldati americani in una Capri non ancora tamarra, una vita a suonare nei night, tante edizioni di Sanremo: voce e pianoforte, pianoforte e voce.
Nessuna pretesa di riempire gli stadi, nessuna arringa alle f***e, nessuna ambizione a guidare i suoi fan in grandi cause nazionali e internazionali.

La sua grande causa è stata la musica: l’unica che un musicista possa sposare con credibilità.
Ha cantato l’amore per lo più, accompagnando almeno due generazioni di innamorati.
Nessuna frase fuori posto, nessun messaggio politico a Sanremo prima e dopo l’esibizione, nessun indice puntato verso una via maestra etico-politica.

Oggi che De Gregori viene criticato perché si è permesso di dire che la questione israelo-palestinese è complessa e che rifiuta l’idea che un artista debba schierarsi a tutti i costi, oggi che Fiorella Mannoia ci spiega il referendum sulla giustizia, oggi che l’ultimo prodotto di Amici o X Factor, prima di esibirsi, sistematicamente lancia la propria enciclica al mondo sui diritti civili, uno come Peppino di Capri ci mancherà ancora di più.

Sempre in giacca e cravatta, qualche volta il papillon, sorriso rassicurante, voce morbida e mite come a dire “io sono qua, in un angolo del night: chi vuole sentirmi meglio, si avvicini”.

Il proprio mestiere, il proprio posto nel mondo, la fama che non coincide con l’idolatria.
Oggi che, a reti unificate, cuochi sgrammaticati e altezzosi ci spiegano cos’è il sacrificio, cos’è il successo, cos’è il buon gusto e qual è il senso ultimo della vita (in genere, da cercare nel piatto), mi manca particolarmente quell’isolano dal successo intercontinentale.
Perché Peppino internazionale lo era stato veramente, nel’65 coi Beatles, poi l’Europa, gli Stati Uniti, l’America Latina.

Ognuno ha le sue piccole perversioni: non so se la mia sia una forma di necrofilia, ma mi ha sempre incuriosito scoprire, all’inizio delle notizie biografiche, il luogo di nascita e il luogo di morte di un personaggio.
In genere, nel caso di chi lascia un segno nel mondo, non coincidono.
E questo mi fa sognare su tutta la strada fatta, sulla miriade di luoghi e incontri, sulla pienezza della vita vissuta.
Peppino di Capri (all’anagrafe Giuseppe Faiella) è nato e morto a Capri.
Ma, da Capri a Capri, in giacca e cravatta, col sorriso di un intrattenitore da night, con canzoni da disimpegno, ha fatto seriamente il suo mestiere, mantenendo il suo posto nel mondo: il messaggio etico più potente che una persona sotto i riflettori possa dare.

Ciao Peppì, l’omaggio più serio che posso farti stamattina è riascoltare uno dei tuoi pezzi più leggeri.
Il mestiere, la gavetta, il popolo di una notte che non ho mai conosciuto e che non tornerà raccontati insieme con Gigi – e che te lo dico a fare - Proietti e Stefano Palatresi: “ma che ne sai… (se non hai fatto il pianobar)”.
Ci mancherà quella leggerezza, ci manca già quella serietà.

4 luglio 2026Lettera a Robert Hemmingstempo di lettura: 3 minuti Caro Bob,quando - giusto duecentocinquant’anni fa - il ...
04/07/2026

4 luglio 2026
Lettera a Robert Hemmings
tempo di lettura: 3 minuti

Caro Bob,
quando - giusto duecentocinquant’anni fa - il Congresso degli Stati Uniti approvò la Dichiarazione di Indipendenza, il tuo nome nei ringraziamenti non fu pronunciato.
Chissà se almeno il tuo padrone un “thank you” te l’ha rivolto, mentre lo servivi come valletto di buona cultura e bella presenza durante la redazione del documento.
Chissà se Thomas Jefferson, il tuo proprietario (proprietario di te, della tua persona, tra le centinaia di schiavi che possedeva), posando la penna e alzando gli occhi dallo scrittoio, ti abbia mai visto come un uomo.

Non puoi immaginare, caro Bob, quante lotte nel mondo e negli anni abbia ispirato il tuo padrone con quella frase che scrisse nel preambolo: “Consideriamo verità evidenti per sé stesse che tutti gli uomini sono creati uguali; che sono stati dotati dal loro Creatore di taluni diritti inalienabili; che, fra questi diritti, vi sono la vita, la libertà e il perseguimento del benessere.”.
Forse non puoi neanche immaginare che di quella frase si sarebbero avvalsi anche i neri (o, per farmi capire meglio da uno nato nel ‘700 come te, i “negri”).

Lo so Bob, Jefferson non ti avrebbe mai liberato, se non si fosse messo di mezzo il Dottor Stross a pagare il tuo altissimo prezzo, ma devi capirlo.
I padroni sono fatti così: se non riescono a fare a meno di un oggetto da lavoro con testa e gambe, certo non fanno scegliere a lui dove andare.
Del resto, lo sai anche tu, Bob, che quasi tutti quelli che firmarono la Dichiarazione di Indipendenza erano proprietari di piantagioni e di migliaia di schiavi.

Quello che forse non sai è che la schiavitù sarebbe stata abolita per legge 90 anni dopo, mentre di fatto non si sa bene se e quando sia mai finita. E, in ogni caso, schiavitù o meno, la storia tra bianchi e neri, in quel Paese di cui il tuo padrone è Padre fondatore, non è ancora risolta.

Quello che ti farà sorridere, Bob, è che gli Stati Uniti, da quei giorni caldi di Filadelfia fino ad oggi, vengono spesso definiti, soprattutto in Occidente, “la più grande democrazia del mondo”.
Anche se quando non ti puoi pagare le spese mediche muori, anche se i magistrati vengono eletti politicamente, anche se in alcuni Stati c’è ancora la pena di morte (nonostante un mio connazionale, nel 1764 – quando l’America era ancora una colonia – ne avesse teorizzato e dimostrato la contrarietà allo stato di diritto), credimi Bob: nonostante tutto questo, tantissimi e pure autorevoli ammiratori la definiscono “la più grande democrazia del mondo”.

Sai, Bob, da qualche anno imperversa un erede del tuo padrone; fa anche lui il Presidente.
E fa tante di quelle cose strane che anche gli ammiratori degli Stati Uniti lo guardano con sospetto.
E sono in tanti, in questo momento, che gli puntano il dito contro.
Però, Bob, sai cosa fa un po’ ridere?

Nessuno nota che questo signore è dov’è e fa le cose che fa perché il sistema americano glielo consente: dalla possibilità di stare ancora su piazza all’efficacia degli ordini esecutivi che firma e con cui limita ogni giorno una libertà diversa, tutto ciò per cui molti pastori della meraviglia gridano allo scandalo il sistema americano – “la più grande democrazia del mondo” – lo consente.
Non penserai mica che il sistema si basi su una qualche ipocrisia, Bob?
Non sei tu lo schiavo negro che assisteva il suo padrone mentre scriveva: “Consideriamo verità evidenti per sé stesse che tutti gli uomini sono creati uguali; che sono stati dotati dal loro Creatore di taluni diritti inalienabili; che, fra questi diritti, vi sono la vita, la libertà e il perseguimento del benessere.”?

Parigi, o calda!Tempo di lettura: 3 minuti Nella morsa del caldo eccezionale di questi giorni, Parigi è la capitale mond...
28/06/2026

Parigi, o calda!
Tempo di lettura: 3 minuti

Nella morsa del caldo eccezionale di questi giorni, Parigi è la capitale mondiale che sta registrando, più di tutte, una quantità di ricoveri massiva e inaspettata. Le autorità stanno adottando una serie di misure stringenti per evitare il punto di saturazione delle strutture ospedaliere.

A proposito di caldo e record, la capitale francese detiene un altro primato.
Ironia della storia, proprio nella Ville Lumière, nel 2015 è stato siglato il primo accordo mondiale sul clima con carattere giuridicamente vincolate.
Con l’obiettivo principale di ridurre i livelli di emissioni di gas serra al fine di contenere l’aumento della temperatura globale sotto i 2°C rispetto al periodo preindustriale, impegnandosi a limitarlo a 1,5°C, i 195 originari Paesi firmatari dell’Accordo di Parigi si sono impegnati ad adottare una serie di misure di pianificazione e comunicazione reciproca, in una logica di sviluppo sostenibile e coordinato a livello planetario.

Durante la COP 28 (vertice ONU sul clima), nel 2023 è stata evidenziata la necessità di raggiungere il picco delle emissioni globali di gas a effetto serra entro il 2025 e di una loro riduzione del 43% entro il 2030 e del 60% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2019, al fine di limitare il riscaldamento globale a 1,5 ºC.
L’accordo raggiunto alla fine della Cop 28 ha anche ufficialmente avviato la “transizione dai combustibili fossili” per raggiungere l’obiettivo di emissioni zero nel 2050.
Durante la Conferenza è anche emerso con chiarezza il ritardo di alcuni Paesi rispetto al conseguimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi.

La Cina, che pure è molto impegnata ad investire sulle energie rinnovabili, resta il primo emettitore globale di gas serra.
Al secondo posto degli inquinatori mondiali ci sono gli Stati Uniti d’America, i quali nel 2016 hanno ratificato l’Accordo di Parigi (presidenza Obama), nel 2020 (prima presidenza Trump) si sono ritirati, poi vi hanno fatto rientro nel 2021 (presidenza Biden), fino a uscirne nuovamente con la seconda presidenza Trump.
Al terzo posto l’India pure ritarda i tagli alle emissioni: lo sviluppo economico interno resta la priorità politica che annacqua i suoi impegni internazionali.
Paesi come Russia, Arabia Saudita, Iran e Libia (tutti estrattori di combustibili fossili) ora ostacolano ora restano del tutto fuori dai meccanismi di controllo internazionale.

Il quadro che ne viene fuori, insomma, è il solito mosaico di fronte al quale ciascun osservatore può professare ottimismo o pessimismo, a seconda della tessera che ha notato.
Dinamiche tipiche della diplomazia internazionale, ambito nel quale tra il dichiarato e l’agito possono intercorrere distanze notevoli e dove anche il solo dichiarato sottintende sempre qualcos’altro.
Chi volesse cimentarsi nella lettura dell’Accordo di Parigi (14 pagine in tutto), rinverrà una serie di misure che gli Stati devono attuare per combattere il surriscaldamento globale, ma troverà una sola volta l’espressione “emissioni antopogeniche”.
In nessuna parte del preambolo si fa riferimento all’incidenza dell’attività umana sull’aumento delle temperature globali; eppure, l’Accordo si basa sulle evidenze scientifiche raccolte dall'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), che affermano con certezza che le cause del riscaldamento globale sono antropiche.
Insomma, l’Accordo stabilisce cosa deve fare l’uomo per ridurre il riscaldamento, ma non afferma il collegamento scientifico tra l’attività dell’uomo e il riscaldamento.
E ciò perché la logica tipica della diplomazia internazionale – soprattutto nell’ambito dei trattati - è quella di evitare imbarazzi.

E in effetti, confrontando la situazione geopolitica mondiale del 2015 con quella del 2026, non c’è che dire: meglio arrossire per il caldo che per l’imbarazzo, ché nelle relazioni internazionali le regole di decenza si possono infrangere, non certo quelle del bon ton.

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