17/10/2026
UNA STORIA CHE NESSUNO CONOSCE
Il Transatlantico approdato in Montana
Mi piacciono le montagne, i boschi e il silenzio e così sabato scorso seguivo la strada nazionale 93 che dal Canada scende in Montana con alle spalle cento chilometri di foreste e praterie sconfinate.
A un certo punto capito a Seeley Lake, vicino a Missoula, cinquanta case sparse nei boschi e noto un’insegna: “Catholic church”. Mi fermo davanti a una chiesetta semplice (che immaginavo fosse chiusa) e dove invece stava finendo una affollata messa prefestiva. Dopo la benedizione del sacerdote (polacco) resto a chiacchierare con un gruppo dei fedeli davanti alla chiesa e – saputo che sono italiano – subito si presenta una matura matrona che anche lei mi dice di essere “italian” o – meglio – lo era suo nonno che “era uno di quelli”. Al mio stupore mi conferma che era effettivamente “uno del Nord Italy” (poi si chiarirà essere invece di Lucca) e mi spiega che il nonno era stato internato proprio lì, in quelle foreste inaccessibili, dove nel 1941 arrivarono 1100 prigionieri italiani rinchiusi al “Fort Missoula” quello che un tempo ospitava una guarnigione che faceva la guerra agli indiani.
Ne viene fuori una storia incredibile - che forse pochi conoscono - quella del transatlantico “Conte di Biancamano” e del suo equipaggio approdato in Montana, ad occhio e croce a mille chilometri dall’oceano più vicino.
Avevo sentito parlare di prigionieri italiani negli Stati Uniti durante la guerra, ricordavo di aver letto in gioventù “Il cielo è rosso” di Giuseppe Berto (un romanzo che raccontava l’odissea dei nostri prigionieri “non collaboratori” detenuti in Texas), ma pochi sanno che durante la guerra migliaia di italo-americani sono stati internati (così come tanti americani di origine giapponese) e detenuti per anni perché potenziali nemici.
Ma la storia di “Fort Missoula” e del “Biancamano” è unica ed incredibile.
Questo transatlantico, varato nel 1925 per il Lloyd Sabaudo ed allora uno dei più belli della nostra marina mercantile, era normalmente adibito alla rotta Genova-New York - Buenos Aires, ma quella volta era arrivato a Valparaiso, in Cile, e stava tornando. Una nave stupenda per il lusso di 180 passeggeri in prima classe, 220 in seconda, ma anche di oltre duemila poveracci stivati in terza classe, la dura realtà della nostra emigrazione verso il Sudamerica.
Nel marzo del 1941 il transatlantico stava attraversando (quasi senza passeggeri) il canale di Panama che era allora territorio americano e - se anche la guerra con gli USA non era stata ancora dichiarata - le autorità statunitensi cercarono di requisirlo.
Comandante, ufficiali ed equipaggio reagirono e - prima che gli americani salissero a bordo - in pratica distrussero il transatlantico sabotando le turbine, i motori, il carburante. Gli americani si infuriarono arrestando tutto l’equipaggio di 532 persone che - dopo un avventuroso viaggio fino a New York - venne fatto salire con molti altri civili italiani bloccati dalla guerra negli USA (tra cui gli impiegati del nostro padiglione all’expo internazionale del 1939) su un treno che – a finestrini oscurati – partì per destinazione ignota.
Dopo una settimana arrivarono in Montana in mezzo alle Montagne Rocciose e furono imprigionati nel campo di Fort Missoula, praticamente in mezzo al nulla.
Alla fine si trattavano in totale di 1120 italiani, cento giapponesi e 24 tedeschi. Gli internati ribattezzarono ironicamente il campo “Bella vista” tenuto conto delle montagne e foreste tutte intorno, anche se tra i reticolati la vita era dura, come ben mostrano le fotografie oggi conservate nel piccolo museo all’ingresso del campo.
Per gli italiani iniziò una lunga detenzione dagli incerti connotati giuridici, mentre in inverno la temperatura scendeva anche a 20 gradi sottozero. “Sulla parola” molti di loro ottennero poi nel tempo una certa semilibertà per lavorare nelle fattorie e nelle foreste dei dintorni, mentre altri (erano detenuti anche chef, cuochi, ufficiali di bordo) organizzarono una presenza italiana che entusiasmò i locali. Nacque a Missoula – una cittadina oggi moderna, ma che al tempo aveva ancora tutti i connotati di un villaggio di frontiera – una scuola di cucina, un teatro italiano, una banda musicale, mentre alcuni internati si sposarono poi con ragazze locali, altri rimasero in America per sempre mentre la maggior parte venne poi rimpatriata nel dopoguerra.
Oggi il campo è un’area “heritage”: sono state restaurate alcune baracche del tempo (squallide come tutti i campi di prigionia) con i letti a castello dei prigionieri ed ingiallite riviste italiane degli anni ’30, c’è ancora la baracca con la chiesetta dedicata a San Michele, mentre le foreste che c’erano intorno al campo sono state invece abbattute ed oggi la zona è sede di stabilimenti, ipermercati e aree residenziali.
Tutto è cambiato, ma “Fort Missoula” testimonia silenzioso un passato che in Italia 85 anni dopo forse non ricorda più nessuno.
Tra l’altro la “Biancamano” ebbe poi tutta una sua storia: trasformata in nave da trasporto-truppe con il nome di USS Hermitage trasportò fino a 7000 soldati alla volta dagli USA ai fronti europei e fu restituita all’Italia nel 1947.
Portata ai cantieri di Monfalcone, nel 1948 subì un rifacimento totale diventando un simbolo della rinnovata marina mercantile italiana del dopoguerra. Gli interni furono rifatti con architetti di grido (come Gio Ponti per gli arredi) mentre Massimo Campigli e Mario Sironi curarono le decorazioni dei saloni. La “Biancamano” fu quindi rimessa in linea verso le Americhe fino al 1961, quando venne smantellata a La Spezia, ma in qualche modo è ancora oggi visibile, visto che la plancia di comando è stata rimontata all’interno del Museo della Scienza e della Tecnica “Leonardo da Vinci” di Milano.
(Il Punto dell’On. Marco Zacchera)