08/08/2026
Il femminismo universalista è sotto assedio, va difeso da chi vuole lasciare le donne libere di essere oppresse
Qualche giorno fa Anna Paola Concia ha raccontato un episodio che dovrebbe far rabbrividire chiunque abbia ancora un minimo di memoria storica. In un confronto radiofonico, uno studioso islamista l’ha definita “femminista colonizzatrice” e ha dichiarato morto il suo femminismo universalista. Perché, secondo lui, il femminismo moderno accetta il burqa e il niqab. Un ossimoro: lasciare le donne libere di essere oppresse. Questa non è un’opinione rara. Anzi, è la normalità in certi ambienti. È la traduzione, in linguaggio accettabile per le società liberali, di un concetto islamico radicale. Si prendono idee di sottomissione della donna, le si rivestono di “inclusione” e “tutela delle minoranze”, e si finisce per parlare il linguaggio post-colonialista. La propaganda della Fratellanza Musulmana funziona così da decenni. E una parte del progressismo neo-marxista, insieme a una sinistra che non sa più dire di no, l’ha assorbita.
I dati smentiscono qualsiasi narrazione relativista. Secondo il Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum, i Paesi a maggioranza musulmana occupano sistematicamente le posizioni più basse: Iran 145° su 148 (0,583), Pakistan ultimo (0,567), seguiti da Sudan, Ciad e altri. La regione del Medio Oriente e Nord Africa impiegherà 185 anni per raggiungere la parità. Non sono esiti di complesse questioni storiche: è una struttura giuridica, culturale e religiosa che nega alle donne eredità, libertà di movimento, tutela penale e diritto di testimoniare su un piano di parità.
Dove finisce la libertà individuale e dove comincia il dovere dello Stato di intervenire? Se una coppia musulmana entra in ambulatorio (esperienza personale) e chiede medici donne altrimenti porta via la moglie, è un diritto da tutelare o un’aggressione ai princìpi di uguaglianza? Se per le strade di Roma vediamo donne col volto completamente coperto come per il Covid, dobbiamo fingere di crederci o dire che la mascherina è lo stratagemma per far passare il velo integrale? Se a Westminster, nel luglio 2026, Khadija Patel riceve il British Citizen Award col niqab, stiamo elevando a modello chi cancella il volto della donna?
In tutti i Paesi a maggioranza musulmana non esiste parità tra uomo e donna. È questo l’Islam. Non è relativismo culturale, è un dato. Eppure qui, in nome del multiculturalismo, si separano uomini e donne al mare, si moltiplicano le fasce orarie di piscina riservate alle sole donne col burkini, si propongono spiagge separate. È la stessa logica che in Iran, Afghanistan o Arabia Saudita produce la segregazione di genere come norma di Stato. Il velo integrale non è una scelta individuale. È la sottomissione imposta dalle frange più oscurantiste. In Iran le ragazze hanno perso la vita a migliaia per toglierselo. “Donna, vita, libertà” non era uno slogan: era una rivolta contro lo stesso pezzo di stoffa che qui alcuni progressisti vogliono far passare come “cultura diversa”. Secondo la missione ONU, nelle proteste 2022-2023 le forze iraniane hanno ucciso almeno 551 persone, tra cui 49 donne e 68 bambini. Mahsa Amini è morta in custodia della polizia della moralità per “hijab impropriamente indossato”. Le voci di chi ha vissuto questa oppressione sono chiare. Ayaan Hirsi Ali, in esilio e sotto scorta da anni dopo l’assassinio del suo collega Theo Van Gogh, scrive: “Il velo segna deliberatamente le donne come proprietà privata e ristretta, non-persone”. Maryam Namazie lo definisce “una prigione mobile e un sacco per cadaveri”: “Togliete tutta la pressione e vedrete quante resteranno velate”.
Il cortocircuito è grave. Gli stessi che sorridono quasi inebetiti di fronte a queste “manifestazioni culturali” si battono per i diritti LGBT, diritti che in tutti gli Stati islamici sono fuorilegge e punibili con la morte in almeno undici Paesi. Non è coerenza. È autodistruzione. Secondo il Pew Research Center, in numerosi Paesi oltre il 90% dei musulmani ritiene che “una moglie debba sempre obbedire al marito”. L’Europa non è rimasta interamente passiva: Francia, Belgio, Austria, Danimarca e altri hanno vietato il velo integrale. Il Tribunale europeo dei diritti dell’uomo ha confermato la legittimità di queste norme in nome del “vivere insieme” e dell’uguaglianza di genere. La tolleranza del velo integrale non è inclusione. È iniettare veleno nelle vene di un paziente già moribondo. L’Occidente ha costruito la libertà della donna con secoli di battaglie. Rinunciarci per paura di essere accusati di colonialismo o islamofobia è la vera sconfitta.
Anna Paola Concia ha ragione. Il femminismo universalista non è morto. È sotto assedio. E se non lo difendiamo con chiarezza, a cominciare dal rifiuto netto del volto cancellato, con piccoli cedimenti non resterà più nulla da difendere.
di Enrico Cerchione