30/08/2026
Si torna alle scrivanie, ai fascicoli, alle udienze, alle telefonate che si rincorrono e alle scadenze che non aspettano nessuno. Ma, soprattutto, si torna alle persone. Si, perché dietro ogni pratica non c’è mai soltanto un numero o un procedimento, bensì c’è qualcuno che ha paura di perdere qualcosa: una famiglia, un figlio, un lavoro, un patrimonio, la propria libertà, la propria dignità; qualcuno che entra nel tuo studio e ti affida una parte della sua vita sperando che tu riesca a trovare una strada dove lei/lui non riesce più a vederla. È questo che rende il nostro lavoro così difficile e così straordinario. Essere avvocato significa portarsi dietro i pensieri anche quando la porta dello studio si chiude, significa continuare a cercare una soluzione mentre torni a casa, mentre prepari la cena ai tuoi figli, mentre provi ad addormentarti;
significa sapere che dall’altra parte di quelle carte c’è una persona che aspetta una risposta, la strategia necessaria ad andare avanti. Domani ricominceranno le corse, le udienze ordinarie, le notti sui documenti, gli aggiornamenti, i viaggi e quelle giornate nelle quali sembra non esserci abbastanza tempo per tutto.
Eppure, credetemi, torno con la stessa passione, immutata. Perché ci sono professioni che si possono lasciare sulla scrivania alla fine della giornata, durante una vacanza o una pausa… la mia no, la mia te la porti dentro ed è forse proprio per questo che, nonostante la fatica, ogni volta sceglierei ancora di essere il tuo avvocato, sceglierei ancora di stare dalla parte dei miei assistiti e della necessità di rappresentarli e difenderli, perché come amava dire Fulvio Croce (ex Presidente Ordine Avvocati di Torino, 1968-28.04.1977) io “𝗡𝗢𝗡 𝗙𝗔𝗖𝗖𝗜𝗢 𝗟’𝗔𝗩𝗩𝗢𝗖𝗔𝗧𝗢, 𝗦𝗢𝗡𝗢 𝗨𝗡 𝗔𝗩𝗩𝗢𝗖𝗔𝗧𝗢”.