14/10/2026
«Avvocata». Una parola, una storia, una scelta
il Direttivo di ADGI sez.Milano desidera condividere una breve riflessione su una parola che usiamo, o evitiamo di usare, ogni giorno: avvocata.
Sappiamo che a molte persone non piace. Suona strana, a volte persino riduttiva. È una reazione comprensibile, ma vale la pena chiederci da dove nasca. Una parola suona male soprattutto quando non siamo abituate a sentirla, e non ci siamo abituate perché per secoli non c'è stata alcuna donna da chiamare così nella nostra professione. Lo stesso valeva, fino a poco tempo fa, per ministra o sindaca, termini oggi entrati nell'uso comune.
Non nascondiamo che anche per noi, all'inizio, è stato uno sforzo (e a volte lo è ancora): l'abitudine è forte e il maschile ci sembrava più «neutro». Ma è proprio quello sforzo, ripetuto, che rende una parola naturale. Non siamo sole in questo percorso: anche il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Milano sostiene l'uso del termine «avvocata» e molte altre Istituzioni.
La lingua italiana, del resto, non ha bisogno di forzature: diciamo maestra, professoressa, direttrice, infermiera, e nessuno chiamerebbe «maestro» un'insegnante donna. Avvocata è anche la forma grammaticalmente corretta.
C'è poi un'altra ragione, forse la più importante. Nel 1883 Lidia Poët fu la prima donna iscritta all'albo degli avvocati di Torino; pochi mesi dopo l'iscrizione fu annullata, perché l'avvocatura era ritenuta un «ufficio virile». Solo con la legge n. 1176 del 1919 le donne ottennero l'accesso alla professione, e Lidia Poët poté finalmente iscriversi all'albo nel 1920, a sessantacinque anni. Il nostro diritto di indossare la toga non ci è stato concesso: è stato conquistato da Donne che hanno pagato un prezzo alto per ottenerlo.
Per questo avvocata non è un titolo «minore». Se mai è un titolo che porta con sé qualcosa in più: la memoria di quella conquista. Usarlo è un gesto di rispetto verso chi ci ha aperto la strada e un modo per renderci visibili in una professione che per troppo tempo ha parlato solo al maschile ed ancora lo fa in molti contesti.
Può sembrare una questione di forma, ma la discriminazione passa anche dal linguaggio: ciò che non viene nominato tende a non essere visto/esistere. Come associazione che si impegna ogni giorno per la parità, crediamo che anche le parole facciano parte di questo impegno.
Non vi chiediamo un obbligo, ma una riflessione. La prossima volta che qualcuno vi chiamerà «avvocata», vi invitiamo a pensare a tutto ciò che quella parola racconta