26/05/2020
“Eh, ma dai, per un parere…”
Un parere.
Un parere non è mica una mia opinione sulla rovesciata di Cristiano Ronaldo o su chi vincerà il campionato il prossimo anno. Un parere implica che si deve dedicare il proprio tempo e la propria professionalità, utilizzando i propri mezzi, per leggere un contratto per esempio (magari fotografato o scannerizzato di fretta, così devo pure decifrarlo stamparlo e cercare di capirlo…?), analizzare il caso e spesso sentire la persona interessata per avere chiarimenti su alcuni fatti, per poi arrivare a una conclusione. Una conclusione alla quale si può arrivare dopo anni di studio, non per grazia divina. E assumendosi pure la responsabilità di dare magari indicazioni sbagliate e un domani essere pure chiamato a risponderne o sentirsi riferire da terzi che “tizio si è lamentato perché gli si è dato un parere sbagliato” o peggio. E questo nel 10% dei casi in cui il parere non nasconde o non diventa una questione molto più complessa…
Non solo: per dare questo parere “al volo e senza impegno” si è dovuto studiare al liceo mentre gli amici uscivano e passavano i pomeriggi a divertirsi, poi si è dovuta frequentare l’università, non proprio dietro casa, per anni, con sacrifici propri o dei genitori, mentre gli altri già programmavano la vita futura e acquistavano la prima automobile con i risparmi del lavoro o andavano a vivere da soli o addirittura si sposavano. Poi, da laureati, si sono dovuti fare 24 mesi di pratica forense, spesso gratuita o con semplici rimborsi spese. Terminata la pratica un bel corso da 1500 euro per preparare l’esame di stato, corso da frequentarsi tutti i sabati per qualche mese dalle 9 di mattina alle 18 di sera non certo dietro casa e poi via, tre scritti massacranti a dicembre con risultati a giugno e poi, se gli scritti si passavano, orali da incubo tra ottobre e novembre (e via altri 1000 euro di libri). Se poi agli orali venivi bocciato, beh, si ripartiva dagli scritti, tutto da rifare!