27/08/2026
Ormai, per me come per tanti altri, le vacanze sono finite. Pochi giorni e si torna in trincea.
A volte penso che il mio studio sia una specie di pronto soccorso. Sulla porta c’è scritto “studio legale”, ma qui dentro arrivano persone politraumatizzate, ferite dalla vita. Persone che stanno perdendo tutto, che combattono per i propri figli, per la propria libertà, per la propria incolumità, per il proprio onore, per un patrimonio, per un’eredità, per il proprio nome, per avere giustizia.
Il loro problema diventa il mio, tra scadenze, udienze e riunioni in studio.
In queste stanze ho sentito tante volte il gelo della paura, l’angoscia dell’attesa, la disperazione di chi non sa che cosa accadrà domani.
Poi arriva la sera. Tutti se ne vanno, il telefono finalmente smette di squillare e rimango solo. Nel silenzio. Riprendo un faldone. Ma per me quel faldone non è il numero di una procedura: è una vita.
Rileggo le carte, i documenti, le prove. Ricomincio da capo. Penso, scrivo, cancello. Cerco una strada, una strategia. Organizzo trasferte di lavoro ovunque.
E naturalmente parlo al plurale, perché dietro molte battaglie giudiziarie c’è il lavoro di più avvocati, collaboratori, consulenti. C’è un lavoro di squadra che ho costruito in tanti anni.
Gli orari ormai non esistono più. Sabato, domenica, sera tardi. Nessuno svago. Quando devo andare a Milano prendo l’ultimo treno utile, per non togliere nemmeno un’ora alla giornata di lavoro. E quando da Milano torno a Roma succede la stessa cosa: ultimo treno, arrivo a notte fonda, quando quasi tutta la città si è spenta.
Dentro questi fascicoli ci sono amori finiti, famiglie distrutte, fratelli che diventano nemici per un’eredità, denunce false, vendette, ripicche, cattiverie. Ma anche persone che chiedono soltanto di essere ascoltate e difese.
Dormo poco. Mi sveglio presto. E la testa comincia a lavorare prima ancora di alzarmi dal letto. Penso mentre mi faccio la barba, mentre preparo il caffè con la mia vecchia moka, mentre indosso il vestito e annodo la cravatta.
Poi via, come un robot, verso lo studio, con quella stessa ansia che credo conoscano milioni di persone quando la mattina vanno a lavorare: scadenze, udienze, clienti, provvedimenti da aspettare, sentenze da leggere e, qualche volta, da impugnare.
Non c’è quasi mai un momento nel quale la mente si ferma.
Ma il vero problema è un altro: quando chiudo la porta dello studio, i problemi non rimangono lì dentro. Me li porto dietro. Non mi danno tregua.
Mi seguono a casa, in treno, durante una cena, mentre cerco di dormire.
Quella dell’avvocato è una professione totalizzante perché noi la giustizia la vediamo negli occhi di chi la aspetta. Quelle persone vengono nei nostri studi, ci telefonano, ci scrivono. Ci raccontano le loro paure. E noi, inevitabilmente, ne raccogliamo una parte, pur dovendo mantenere il giusto e provvidenziale distacco.
Siamo noi avvocati il punto di contatto tra il cittadino e la sua domanda di giustizia.
Ci carichiamo sulle spalle speranze, paure, rabbia, libertà, patrimoni, figli, vite.
È una professione dura. A volte ingrata. Faticosa. Ma terribilmente affascinante.
E pensare che a diciott’anni non era questa la professione che immaginavo per me. Detestavo il diritto. Sognavo ben altro…
Invece oggi, dopo tanti anni, posso dirlo: nonostante tutto, essere avvocato è stata — ed è ancora — una bellissima avventura.