08/05/2023
F. CARINGELLA: "IO, MAGISTRATO, MI SENTO NULLA DI PIÙ CHE UN OPERATORE SOCIALE"
"Tra le righe dei complimenti che ricevo per le mie avventure letterarie e cinematografiche, leggo spesso una critica, perfettamente legittima: un magistrato non dovrebbe distogliere tempo ed energie dal suo lavoro per immergersi in universi lontani che potrebbero inquinarne la purezza virginale.
Non sono d’accordo, lo dico con pudore ma anche con notevole fermezza.
Il magistrato non e’ un sacerdote blindato nel tempio, ma un operatore sociale che vive nel mondo reale. Ogni sentenza è un “antropological document”, un atto che incide sulla carne viva di uomini e donne, un viaggio dell’uomo nell’uomo. Ma se non si può giudicare ciò che non si conosce, è chiaro che dovere primario del giudice è la curiosità, la voglia di esplorare la vita, il mondo, l’umanità. L’arma primaria è la cultura, che è sete, ricerca, tensione. Letteratura, cinema, arte, viaggi, musica, non sono esercizi estetici o svaghi intellettuali ma strumenti indispensabili per l’esercizio consapevole della giurisdizione.
Per dirla con Giacomo Ebner, “La stanza del giudice deve avere una finestra. Di la’ deve entrare la luce: quella luce è la vita”. Come ricordo spesso ai miei allievi citando Carnelutti “chi conosce solo il diritto non conosce neanche il diritto”.
- Francesco Caringella - da Reti di Giustizia