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È deprecabile che un giudice si faccia prendere la mano e percorra la strada di un feroce giustizialismo...
13/08/2026

È deprecabile che un giudice si faccia prendere la mano e percorra la strada di un feroce giustizialismo...

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Il giudice istruttore Bonifazi (Ugo Tognazzi), integerrimo magistrato, indagando sul sospetto omicidio di una giovane, Silvana, desume dall’interrogatorio dei genitori della ragazza il possibile coinvolgimento di Lorenzo Santenocito (Vittorio Gassman), un imprenditore edile ricco e senza scrupoli: sotto l’etichetta delle “pubbliche relazioni”, si serviva di Silvana per intrattenere i suoi altocati clienti. Santenocito, dopo aver cercato di bloccare sia con le minacce che con le lusinghe l’inchiesta di Bonifazi e dopo fatto rinchiudere in manicomio il proprio anziano padre, che non si era prestato a fornirgli un alibi per la sera della morte di Silvana, riesce finalmente a procurarsi una falsa testimonianza, che dovrebbe scagionarlo. Bonifazi però smaschera il falso alibi e ne ordina l’arresto. L’industriale tuttavia non ha ucciso Silvana: lo scoprirà lo stesso giudice istruttore, leggendo il diario della povera ragazza. Al termine di una giornata in cui Roma impazzisce per la vittoria della Nazionale di calcio sull’Inghilterra, Bonifazi giunge con amarezza alla vera conclusione dell’inchiesta: certe cose avvengono perché sono il “sistema” e l’ottusa coscienza generale a consentirle. Distruggendo la prova dell’innocenza dell’indiziato, il giudice deciderà perciò di trascinarlo ugualmente in tribunale, per colpire, attraverso lui, tutto quello che egli rappresenta.

1. Oltre che un film profetico, In nome del popolo italiano è il ritratto di una nazione. Risi, supportato dalla sceneggiatura di Age e Scarpelli, racconta una Italia degli anni 1970, attraversata da istanze rivoluzionarie. A ‘destra’ l’industriale Renzo Santenocito (Vittorio Gassman) tangentista con agganci nelle alte sfere, a ‘sinistra’ il giudice istruttore Mariano Bonifazi (Ugo Tognazzi) che cerca di incastrarlo in un caso di omicidio. Il quadro rappresentato è nell’insieme decadente: mostri architettonici in demolizione, mari inquinati dagli scarichi industriali, strade che si sgretolano, palazzi di giustizia che vengono giù a pezzi. L’orrore ambientale è specchio dell’avidità e della grettezza morale di un Paese che tira avanti con il colpo di gomito e la strizzatina d’occhio: il qualunquismo è trasversale e colpisce tutti. All’interno della stessa magistratura vi sono connivenze politiche e “strabismi legislativi”.

Gassman rende al meglio la figura dell’ingegnere Santenocito: un uomo che dietro la ricercatezza dei termini nasconde il vuoto di un nuovo mostro in giacca e cravatta in preda a soliloqui del tipo: “io rifiuto il piattume delle terminologie indifferenziate. Più parole, più idee. Si! Io amo il linguaggio aderenziale e desemplicizzato…”.

Il film, uscito nel pieno degli gli anni di piombo, ha un’atmosfera plumbea e catastrofica, incarnata nella rappresentazione di spiagge sporche e abbandonate, di degrado ambientale conseguente all’inquinamento che in quegli anni era davvero incontrollato (la legge Merli, la prima che ha affrontato l’inquinamento delle acque, è solo del 1976), del crollo del Palazzo di Giustizia e del grigiore dei suoi androni e degli uffici: un’aria catastrofica che coinvolge i (magistrali) protagonisti, l’imprenditore senza scrupoli e l’integerrimo magistrato.

2. Il giudice Bonifazi è il prototipo dell’anti-eroe. Crede nella giustizia e la vuole esercitare nel nome del popolo italiano, nel nome e per conto degli italiani probi ed onesti. Ma quanti e quali sono gli italiani onesti e integerrimi fino in fondo? «Ma voi altri magistrati, non lo avete ancora capito che questo popolo italiano nel nome del quale sentenziate non merita un cacchio?», dice a inizio film a Bonifazi il professor Rivaroli, incaricato di effettuare l’autopsia della giovane es**rt Silvana. Il popolo italiano è anche quello gretto, violento e volgare, che si riversa in piazza a festeggiare in modo sguaiato la vittoria in una partita di calcio.

E il magistrato interpretato da Tognazzi è cosi ligio al dovere di operatore di giustizia? Bonifazi brucia il diario di Silvana, quello che riporta la prova dell’innocenza di Santenocito , in carcere per un omicidio che non ha compiuto: la ragazza, es**rt di professione, non per mantenere una famiglia povera, ma per ambizioni di ricchezza e successo, si è suicidata.

È deprecabile che un giudice si faccia prendere la mano e percorra la strada di un feroce giustizialismo: ma se Santenocito era innocente per l’omicidio, lo era per il resto? Un uomo di bassa caratura morale, che costruisce un falso alibi, che ha fondato e sviluppato un impero economico valicando confini etici e morali, ancor prima che le leggi; pronto a mandare in manicomio l’anziano padre che si era rifiutato di aiutarlo, con il falso alibi. Quanti Santenocito esistevano, ed esistono?

3. Il giudice istruttore Bonifazi conduce le indagini sulla morte di Silvana, egli è dunque un Giudice, si “sente” profondamente Giudice e non “uomo di parte” come lui considera il Pubblico Ministero: emblematica in questo senso è la discussione che ha, nei corridoi e per le scale del Palazzo di Giustizia con il dott. Perrocchio, p.m. che aveva “passato” all’ufficio di Bonifazi il caso della “puttanella drogata” (parole di Perrocchio) e chiedeva una veloce conclusione delle indagini.

Quello che proprio Bonifazi non sopporta è l’atteggiamento di questo p.m., non sopporta che definisca così chiami quella povera ragazza, non sopporta che gli metta fretta nello svolgimento delle indagini e che gli dica in quale direzione rivolgere le sue attenzioni investigative (“indebite interferenze”, le chiama così Bonifazi).

Bonifazi considera Perrocchio un pubblico accusatore freddo e cieco, preoccupato solamente di applicare le norme. P.M. e Giudice: l’annosa diatriba del nostro ordinamento giudiziario che negli ultimi due decenni è stata alla ribalta della “questione giustizia” (e lo è ancora), ma che arriva da lontano, tanto che Age e Scarpelli nel 1971 marcavano questa distinzione tra i due personaggi della loro storia: il Giudice deve essere “terzo” tra le parti del processo, egli non è una “parte” processuale come invece è il pubblico accusatore.

4. È qui che si evidenziano le profonde differenze non solo tra Bonifazi e Perrocchio, ma tra il Giudice ed ogni altro personaggio del film: la presunta superiorità morale di Bonifazi lo spingerà a far di tutto per arrivare a cercare quella “verità” che si è precostituita nella mente perché, se i fatti fossero davvero andati così come egli ha pensato (e cioè che Silvana sia stata uccisa dall’Ing. Santenocito), ne avrebbe un piacere immenso (e non solo perché avrebbe fatto punire il colpevole, ma perché Santenocito è comunque colpevole, e non può essere altrimenti per Bonifazi), perché egli in cuor suo sa bene da che parte sta il male e dove il bene, ed un Giudice (o comunque un magistrato che abbia indipendenza morale) deve – come vedremo, a ogni costo – estirpare la mala pianta.

Bonifazi getterà nell’immondizia il diario di Silvana, dal quale apprende – per averlo scritto la stessa Silvana – che le ecchimosi e i segni delle percosse sul suo corpo (“botte e colpi e compagnia bella, insomma qualcuno l’ha menata…” aveva affermato il medico legale Brunori, sbagliando clamorosamente), non sono altro che la conseguenza di un “normale” tamponamento con “gran testata al parabrezza. La fronte e un ginocchio mi fanno malissimo” (dal diario di Silvana): e lui che era certo che fosse stata picchiata e che lo avesse fatto il suo indiziato eccellente!

Ma il colpo finale alle sue convinzioni di colpevolezza è scritto nel diario alla pagina del 7 Maggio (data della morte di Silvana): la ragazza ha vergato queste poche, eloquenti, parole “7 Maggio. Fourteenth lesson. No: this is my last lesson, questa è la mia ultima lezione. Ruhenol”. Il Ruhenol è un medicinale contenente un alcaloide sintetico, tipo “eroina” e la ragazza è morta per “eccessivo uso di oppiacei”, come aveva affermato il medico legale.

Che cosa farà dunque del diario che scagionerebbe Santenocito? È qui che il Giudice si pone contro quella legge che lui chiamato ad applicare: getta il diario nell’immondizia, facendo perdere per sempre la prova dell’innocenza del Suo “nemico”: egli è dunque convinto che la Giustizia si attui (anche) attraverso queste manipolazioni, purché il sistema venga finalmente scardinato e quindi i biechi personaggi come Santenicito siano comunque perseguiti perché la loro “colpa” è quella di ostacolare un percorso “inarrestabile”.

5. Rileggendo un libro pubblicato nel 1998, nel quale il magistrato Francesco Misiani ripercorre gli anni della sua attività di Giudice a cavallo tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta (“La toga rossa” di Carlo Bonini e Francesco Misiani; Marco Tropea Editore), a pagina 29 troviamo scritto: “La sintesi è nella mozione approvata a Roma, in dicembre (il 5 Dicembre 1971, esattamente lo stesso anno in cui il film è stato scritto, ndr). “Il nostro comune assunto teorico” si legge “è che l’attuale giustizia è una giustizia di classe”, tale da “imporre un processo di riappropriazione popolare”.

Obiettivo è dunque “La realizzazione di un modello di teoria e prassi giudiziaria volto a privare la giustizia delle sue caratteristiche di strumento e di tutela degli interessi delle classi dominanti per renderla funzionale alle esigenze di uguaglianza, partecipazione ed emancipazione, sociale ed economica, delle classi lavoratrici”.

La Giustizia “da piegare” per il raggiungimento di un obiettivo. Come la “giustizia” praticata dalla Corte Marziale in “Orizzonti di gloria”: la condanna dei tre fanti era scritta, la loro punizione non era dovuta perché realmente colpevoli, ma perché ritenuti simbolo di ciò che i loro “carnefici” volevano in quel momento avversare e combattere[1].

Il diritto diventa così solo quello del più forte e non quello di tutti. Il Giudice Bonifazi ha ceduto a tutto questo: si può considerare un buon giudice?

Per un uomo di legge, la verità dovrebbe essere l’obiettivo dell’azione, a costo di scagionare il peggior nemico. «Io mi chiedo: se è ancora utile investire tante energie per l’applicazione delle leggi o se invece, rinunciando a vacue speranze e ad aspettative mai ripagate, non ci convenisse accettare l’ingiustizia come regola e non come eccezione, questo nella speranza ovviamente che almeno l’ingiustizia sia uguale per tutti», recitava Alberto Sordi in “Tutti dentro“[2].

Il suo Salvemini, per incastrare i colpevoli e i “pesci grossi”, esce dai confini dell’azione giudiziaria, veste i panni del detective, e manda in carcere anche persone che non hanno responsabilità. Nel finale si ritrova ingiustamente incriminato e la sua posizione è al vaglio di giudici verosimilmente onesti, che potrebbe condannarlo, giustamente, per delle prove che sembrano effettivamente inconfutabili, ma che in realtà sono state costruite a tavolino dai suoi nemici. E allora la speranza è nell’ingiustizia che restituisca a Salvemini la sua innocenza. Bonifazi invece incastra con una falsa accusa chi era riuscito sempre a eludere la legge. Il sistema si può combattere in questo modo? Si possono distruggere centri di potere giocando così sporco? «Io sono stufo di essere difensore di leggi che proteggono una società che fa schifo, perché consentano a individui come lei di prosperare e proliferare», è lo sfogo di Bonifazi.

Ma Santenocito gli risponde: «Lei mi odia a livello ideologico, lei è prevenuto. Lei non è un buon giudice». Noi da che parte stiamo? O vi è la strada, del tutto alternativa, del rispetto della verità del fatto, raggiunta nel rispetto delle regole, della quale è stato maestro Rosario Livatino?

Daniele Onori

[1] Cfr https://www.oralegalenews.it/magazine/in-nome-del-popolo-italiano/12369/2020/

[2] Cfr https://www.centrostudilivatino.it/3-tutti-dentro-1984-di-alberto-sordi/

Articolo dal titolo
In nome del Popolo italiano (1971), di Dino Risi
pubblicato in data Giu 18, 2022 sul sito centrostudilivatino.it

Link diretto alla fonte:
https://www.centrostudilivatino.it/5-in-nome-del-popolo-italiano-1971-di-dino-risi/

Fonte foto:
https://assonanze.com/2024/02/10/in-nome-del-popolo-italiano-analisi-di-un-film-minore-e-sottovalutato-come-specchio-di-una-carriera/

𝐈𝐧 𝐧𝐨𝐦𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐨 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐟𝐢𝐥𝐦 𝐝𝐞𝐥 𝟏𝟗𝟕𝟏 𝐝𝐢𝐫𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐚 𝐃𝐢𝐧𝐨 𝐑𝐢𝐬𝐢, 𝐮𝐬𝐜𝐢𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐚𝐥𝐞 𝐢𝐥 𝟏𝟓 𝐝𝐢𝐜𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝟏𝟗𝟕𝟏

Soggetto Age & Scarpelli
Sceneggiatura Age & Scarpelli
Produttore Edmondo Amati
Casa di produzione International Apollo Films
Distribuzione in italiano Fida Cinematografica
Fotografia Sandro D'Eva
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Luigi Scaccianoce
Costumi Enrico Sabbatini
Interpreti e personaggi
Ugo Tognazzi: Mariano Bonifazi
Vittorio Gassman: Lorenzo Santenocito
Ely Galleani: Silvana Lazzorini
Yvonne Furneaux: Lavinia Santenocito
Michele Cimarosa: maresciallo Casciatelli
Renato Baldini: ragionier Cerioni
Pietro Tordi: professor Rivaroli
Maria Teresa Albani: madre di Silvana
Checco Durante: Pieronti
Simonetta Stefanelli: Giugi Santenocito
Edda Ferronao: cameriera di Lorenzo
Enrico Ragusa: Riziero Santenocito
Piero Nuti: avvocato di Lorenzo
Franco Angrisano: Colombo
Gianfilippo Carcano: padre di Silvana
Claudio Trionfi: giornalista TV
Giordano Falzoni: giudice collega di Bonifazi
Francesco D'Adda: Lipparini
Vanni Castellani: Settimio

La trattoria sul mare dove Santenocito (Gassmann) e Bonifazi (Tognazzi) pranzano [nota mia: quella di questa foto, per intenderci] è il ristorante dello stabilimento balneare "Le Sirene", situato in Via Lungomare in località Bufalara (Sabaudia, Latina)
Fonte: https://www.davinotti.com/forum/location-verificate/in-nome-del-popolo-italiano-1971

A voi! :)

07/04/2026
2008,  LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE DI FRANCESCO COSSIGA: UNA RIFORMA LASCIATA CADEREil 24 settembre 2008 il senatore F...
21/12/2025

2008, LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE DI FRANCESCO COSSIGA: UNA RIFORMA LASCIATA CADERE

il 24 settembre 2008 il senatore Francesco Cossiga presentà il disegno di legge costituzionale n. 1030 al Senato della Repubblica (https://www.parlamento.it/service/PDF/PDFServer/DF/204068.pdf).

Francesco Cossiga, esattamente come avviene oggi, proponeva di rompere il principio dell’unicità della carriera del magistrato, introducendo una distinzione costituzionale netta tra magistratura giudicante e magistratura requirente. Non una semplice separazione funzionale, ma due percorsi professionali autonomi, non comunicanti.

Nel 2008 Cossiga non “parlava da Presidente della Repubblica” né da membro del Governo, ma da senatore a vita, pienamente legittimato all’iniziativa legislativa, con la libertà — e la responsabilità — del parlamentare costituzionalmente indipendente.

Per dovere di cronaca è importante segnalare che a quell’epoca segretario di ANM era Luca Palamara, con il quale Cossiga ebbe un duro scontro televisivo il 16 gennaio 2008, durante una puntata di Sky Tg24 (https://tg24.sky.it/politica/2019/05/31/video-luca-palamara-cossiga?utm_source=chatgpt.com).

Il Parlamento del 2008 non respinse il DDL Cossiga: lo ignorò. Fu assegnato alla Commissione Affari Costituzionali, ma non giunse mai alla fase di esame sostanziale, né in Commissione né in Aula, perchè il Governo Berlusconi, a seguito della famosa lettera inviata all’Italia il 5 agosto 2011 dalla Banca Centrale Europea, cadde.

Allora come oggi si sosteneva che la separazione delle carriere era necessitata dal principio giusto processo:

- «[I principi del processo accusatorio] si possono riassumere nella terzietà del giudice, nell’onere della prova a carico del pubblico ministero […] e nella parità delle parti nel contraddittorio.» (cfr. pag. 2);

- -«L’appartenenza dei nostri pubblici ministeri allo stesso corpo dei giudici è in evidente contrasto con gli assetti giudiziari dei Paesi a consolidata tradizione demo-liberale […] Nei Paesi di common law l’appartenenza dei pubblici ministeri e dei giudici allo stesso corpo sarebbe considerata come una violazione del principio della divisione dei poteri.» (cfr. pag. 9);

- «Tenere il ruolo del giudice penale visibilmente separato dal pubblico ministero […] serve a sottolineare agli occhi del cittadino anche l’imparzialità del giudice, a renderla pienamente credibile e, quindi, in ultima analisi, ad accrescere la legittimazione del suo ruolo.»(cfr. pag. 10).

Nella relazione alla proposta di legge costituzionale si citano espressamente le parole di Giovanni Falcone: «La regolamentazione delle funzioni e della stessa carriera dei magistrati del pubblico ministero non può essere identica a quella dei magistrati giudicanti […] investigatore a tutti gli effetti il pubblico ministero, arbitro della controversia il giudice.» (cfr. pag. 13)

Leggi su Sky TG24 l'articolo Cossiga- Palamara, lo scontro su Sky Tg24 nel 2008. VIDEO

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Messina
98122

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