26/11/2025
Il femminicidio di Giulia Trigona, la contessa siciliana zia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore del Gattopardo.
Ma chi era Giulia?
È il 1877 quando Giulia Tasca Lanza nasce a Palermo, figlia della principessa Giovanna Filangeri di Cutò e del conte Lucio Mastrogiovanni Tasca Lanza.
Giulia è una donna molto bella e ammirata, una delle protagoniste indiscusse della vita mondana di quel tempo e assidua frequentatrice dei salotti della famiglia Florio, poiché amica di donna Franca.
Appena diciottenne, sposa il conte Romualdo Trigona dei principi di Sant’Elia, che si dedicava alla politica diventando sindaco di Palermo dall'aprile 1909 al dicembre 1910.
Il loro matrimonio dura fino a quando Giulia non scopre che il marito la tradisce con un’attrice della compagnia di Scarpetta. Da quel momento un profondo dolore e un grande desiderio di rivalsa si impadroniscono di lei.
In quegli anni a Palermo, una delle mete più importanti dell’occidente europeo, furoreggiavano i grandi ricevimenti che i Florio organizzavano nella loro villa dell’Olivuzza o nei saloni di Villa Igiea, l’albergo di lusso di cui erano i proprietari.
È durante una di queste feste principesche, che, nell’agosto del 1909, Giulia incontra il barone Vincenzo Paternò del Cugno, aitante tenente di cavalleria, di due anni più giovane di lei, sempre alla ricerca di soldi da investire nella passione per il gioco e per i cavalli.
Un viveur e un tombeur de femmes dai modi galanti che nasconde, però, un temperamento violento e impetuoso.
Giulia e Vincenzo iniziano una relazione segreta tormentata e travolgente, fatta di mille escamotage pur di vedersi e, anche, di liti furiose dovute all’assurda gelosia di lui, che procurano frequenti fratture e, altrettante, frequenti riappacificazioni.
Nascono pettegolezzi e lettere anonime che, recapitate a palazzo Trigona, scatenano l’ira di Romualdo verso Giulia, bersaglio di paurose scenate e atti di violenza fisica.
Il conte scaccia la moglie di casa, ma su insistenza dei parenti la riprende con sé; lei, dal canto suo, fa la promessa, non mantenuta, di interrompere la storia col Paternò, covando in cuor suo l’idea di separarsi dal marito per andare a vivere con l’amante.
Per problemi economici, che non le permettono di compiere un tale gesto, decide di vendere un feudo che le avrebbe garantito la libertà. Intanto Vincenzo Paternò, che aveva lasciato l’esercito, le consiglia, come consulente, il cognato, l’avvocato Serrao.
La regina Elena, per cambiare il corso degli eventi e tentare una riconciliazione, convoca gli sposi, annunciando loro che si sarebbero dovuti trasferire al Quirinale in quanto Giulia sarebbe stata sua prima dama d’onore e Romualdo, gentiluomo di Corte Reale.
La giovane, però, ormai stanca, è sempre più ferma nella decisione di lasciare entrambi e, su consiglio dell’avvocato Serrao, vincola la disponibilità della somma ricavata dal feudo per evitare che finisca nelle mani di Paternò. Quando questi lo viene a sapere, pieno di rabbia, ha uno scontro furibondo con il cognato, colpevole di tramare alle sue spalle.
Resosi conto che la donna vuole lasciarlo, Vincenzo Paternò del Cugno riesce a convincerla a vederlo un’ultima volta il 2 marzo 1911, alle ore 12, all’Hotel Rebecchinonon, lontano dalla Stazione Termini a Roma.
Lungo la strada che lo conduce all’appuntamento, fa una breve sosta in un negozio di armi, dove acquista un coltello da caccia grossa. Giulia, salita in camera, non si accorge nemmeno quando l’uomo che aveva così tanto amato, preso dalla follia, le infligge ripetuti colpi mortali alla gola.
Giulia ha appena 34 anni.
Sarà una cameriera ad accorgersi della macabra scena: un uomo che brandiva un coltello e ripetutamente colpiva una donna, per poi afferrare la pi***la e fare partire un colpo contro se stesso.
Ma Paternò, soccorso immediatamente, sopravvive e viene accusato di omicidio premeditato: nel corso dell’istruttoria il suo difensore invoca la semi-infermità mentale, chiedendo di sottoporlo a perizia.
Il 24 ottobre 1911 l’assassino viene mandato nel manicomio giudiziario di Aversa e affidato al Professore Filippo Saporito, l’illustre alienista direttore dell’istituto. Il risultato della perizia, però, smentisce la tesi della difesa e Paternò viene trasferito nel carcere di Roma “Regina Coeli”.
Il processo si apre il 17 maggio 1912 presso la Corte d’Assise di Roma e vede Giovanna e Clementina Trigona, figlie di Giulia, costituirsi parte civile.
La Corte, il cui verdetto viene pronunciato la sera del 28 giugno dello stesso anno, non credendo alla volontà suicida dell’imputato, lo condanna alla pena dell’ergastolo.
Trent’anni dopo, nel 1942, a 62 anni, Vincenzo Paternò riceve la grazia dal re su richiesta di Mussolini e se ne torna a Palermo, dove fa in tempo a sposare la sua donna di servizio e a mettere al mondo un figlio, prima di morire nel 1949.
Nel 1978 la RAI produsse uno sceneggiato televisivo, “Il delitto Paternò”: Delia Boccardo interpretava Giulia, Lino Capolicchio il suo assassino, Vincenzo.