Avvocato Annalisa Giacobbe

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⚠️ 𝐂𝐀𝐒𝐎 𝐆𝐀𝐋𝐄𝐀𝐍𝐎: 𝐋𝐀𝐕𝐎𝐑𝐈 𝐍𝐎𝐍 𝐀 𝐑𝐄𝐆𝐎𝐋𝐀 𝐃’𝐀𝐑𝐓𝐄Vi ricordate la storia del Sig. Galeano? Quella che pensavamo avesse finalmen...
30/05/2026

⚠️ 𝐂𝐀𝐒𝐎 𝐆𝐀𝐋𝐄𝐀𝐍𝐎: 𝐋𝐀𝐕𝐎𝐑𝐈 𝐍𝐎𝐍 𝐀 𝐑𝐄𝐆𝐎𝐋𝐀 𝐃’𝐀𝐑𝐓𝐄

Vi ricordate la storia del Sig. Galeano? Quella che pensavamo avesse finalmente trovato un lieto fine. E invece no.

Per chi ci segue da poco, un piccolo sunto: il Sig. Galeano, mio assistito, invalido al 100%, su sedia a rotelle e con l’amputazione degli arti inferiori, dopo un lungo contenzioso aveva ottenuto dal Tribunale di Messina un’ordinanza che condannava il Comune a eseguire i lavori di eliminazione delle barriere architettoniche nel suo alloggio ERP.

I lavori, finalmente, sono stati eseguiti. Ma i problemi non sono stati risolti. L’intervento è stato realizzato in modo gravemente inadeguato:
❌ un lavandino lasciato pericolante;
❌ nessun box doccia, perché solo a lavori conclusi ci si è accorti che non erano rispettate le distanze di legge dai sanitari;
❌ la pendenza del piatto doccia rivolta verso il corridoio anziché verso lo scarico;
❌ il tutto completato da un improbabile patchwork di mattonelle.

A dare ragione alle nostre contestazioni è stato lo stesso tecnico nominato dal Comune: in sede di sopralluogo ha dovuto riconoscere senza esitazione che i lavori non erano stati eseguiti a regola d’arte.

Mi sono trovata costretta a presentare un ricorso ex art. 669-duodecies c.p.c., per l’attuazione del provvedimento cautelare.

Così, per un cittadino invalido al 100%, ciò che doveva essere la fine di un calvario si è trasformato nell’ennesimo capitolo di una vicenda che continuiamo a portare avanti con determinazione. Perché il diritto a un alloggio dignitoso e accessibile non è un favore, è un diritto. E va garantito fino in fondo.

La storia, purtroppo, continua. Ma noi non molliamo.

C’è una sentenza, depositata in questi giorni, che vale la pena raccontare per ciò che questa sentenza significa e rappr...
23/05/2026

C’è una sentenza, depositata in questi giorni, che vale la pena raccontare per ciò che questa sentenza significa e rappresenta: il coraggio di una madre e di una figlia minorenne, vittima di violenza da parte del suo fidanzato, che supera oltre ogni ostacolo e paura.

Partiamo proprio dalla sentenza.
Un anno e sei mesi di reclusione, con sospensione condizionale subordinata al risarcimento del danno, a una provvisionale immediatamente esecutiva di diecimila euro in favore della vittima e all’obbligo di intraprendere un percorso di consapevolezza con incontri bisettimanali presso strutture specializzate. In caso di inadempimento, la sospensione viene meno e la pena diventa effettiva. I capi d’imputazione: maltrattamenti, atti persecutori ex art. 612 bis del codice penale, con le aggravanti del reato informatico e della minore età della persona offesa.

Dietro questa formula tecnica c’è una storia che molte madri, e molte ragazze, riconosceranno. Una relazione cominciata quando lei era ancora minorenne, lui maggiorenne. Poi il restringimento progressivo del perimetro di vita: niente gita scolastica, niente tempo in cortile durante la ricreazione, videochiamata obbligatoria ogni volta che usciva di casa. Gli insulti. Le mani addosso. I lividi.

Ed è così che la madre, ignara di tutto, ha scoperto la tremenda storia che stava logorando sua figlia nel corpo e nell’anima.
La vicenda diventa anche la storia di una madre. Una madre che si è accorta. Che ha fatto domande. Che ha cercato un avvocato, ha ascoltato, e poi ha scelto, insieme alla figlia, la strada più difficile, denunciare.

Io ho sentito tutto il peso e la responsabilità di questa storia e assieme a un collega abbiamo seguito e assistito la madre e la ragazza dal primo giorno fino all’emissione della sentenza.

Il procedimento è durato quasi due anni. L’imputato ha scelto il rito abbreviato, e parte delle prove raccolte non è entrata nel dibattimento. Eppure la condanna è arrivata, nei confronti di un soggetto incensurato, con un impianto probatorio che ha tenuto.

Vale la pena dirlo chiaramente, perché troppo spesso si sente il contrario: denunciare serve. La giustizia non è sempre veloce, non è spesso semplice, non risarcisce ciò che è stato tolto. Ma fa il suo percorso. E in fondo a quel percorso c’è una sentenza che riconosce, che nomina, che impone all’autore della violenza non solo una pena ma un cammino — quello degli incontri bisettimanali con psicologi ed esperti — per ricostruire la consapevolezza di ciò che ha fatto.

Staccarsi da una relazione di questo tipo è difficilissimo, anche quando da fuori sembra ovvio. C’è un legame che lega proprio dove ferisce, e c’è bisogno di un’équipe — psicologica, legale, familiare — che accompagni passo dopo passo. In questo caso quell’équipe c’è stata, e non si è risparmiata.

A chi sta leggendo e si riconosce, anche solo in un dettaglio dico solo una cosa: parlatene. Con una persona di fiducia, con un legale, con un centro antiviolenza. Il primo passo è il più faticoso. Tutti gli altri si possono fare insieme.

Negli scorsi giorni il Consiglio dei Ministri ha varato il nuovo Piano Casa 2026, un provvedimento che interviene sul di...
11/05/2026

Negli scorsi giorni il Consiglio dei Ministri ha varato il nuovo Piano Casa 2026, un provvedimento che interviene sul diritto all’abitare. Un diritto fondamentale, riconosciuto dalla Corte Costituzionale come diritto sociale fondamentale e strumentale alla dignità della persona.

Si tratta di un intervento ampio, che integra edilizia sociale, finanza pubblica e privata, semplificazioni procedurali e nuovi strumenti di tutela.

Tra le varie misure, figurano quelle di edilizia residenziale pubblica, di cui mi occupo quotidianamente. Per gli inquilini di edilizia residenziale pubblica, ad esempio, è previsto un diritto di opzione all’acquisto, condizionato al non possesso di altra abitazione e alla regolarità nei pagamenti.

Il Piano contiene strumenti che, sulla carta, possono incidere positivamente su un’emergenza ormai strutturale. La sua effettiva capacità di tradursi in tutela concreta del diritto all’abitare dipenderà dai decreti attuativi, dal funzionamento dei fondi di garanzia e dalla capacità degli enti locali di gestire un carico procedurale rilevante.

Per chi si trova oggi in situazioni di fragilità abitativa — sia come inquilino sia come proprietario — diventa essenziale conoscere strumenti, requisiti e tempi delle nuove procedure.

Non possiamo sottacere, infatti, i molti modi giuridici aperti. Il Piano introduce, ad esempio, una procedura accelerata di rilascio dell’immobile in caso di occupazione abusiva, contratti scaduti e morosità persistente, con tempi che si riducono sensibilmente e l’introduzione di una penale giornaliera pari all’1% del canone.
È qui che la lettura giuridica si fa più delicata. Il bilanciamento tra tutela della proprietà (art. 42 Cost.) e diritto all’abitazione tocca un equilibrio storicamente complesso, che la giurisprudenza costituzionale ha sempre richiesto fosse modulato sulle condizioni concrete del soggetto debole.

La velocizzazione delle procedure di rilascio, se non accompagnata da un funzionamento effettivo del Fondo morosità incolpevole e da un raccordo solido con i servizi sociali comunali, rischia di tradursi in un disallineamento tra rapidità processuale e tenuta della rete di protezione.

Restano, poi, da chiarire alcuni profili rilevanti come i criteri di accertamento della morosità “incolpevole”, i meccanismi di coordinamento tra giudice dell’esecuzione e amministrazioni locali, e l’ambito applicativo delle deroghe attribuite al Commissario straordinario.

Tra i temi da approfondire, primario è anche quello delle risorse stanziate: non si può pensare di risolvere il problema della casa con un Piano nazionale che di fatto si avvale di fondi già destinati ai Comuni per progetti di rigenerazione urbana ma servono fondi nuovi, dedicati e vincolati. E, in questo, condivido le preoccupazioni annunciate dall’Alleanza Municipalista per il Diritto alla Casa, la rete delle assessore e degli assessori alle politiche abitative delle città italiane.

Sul tema ovviamente sarà necessario rimanere informati e studiare per bene ogni novità legislativa. E io, come sempre, vi terrò aggiornati!

“L’effettività del diritto al lavoro e alla retribuzione necessaria per un’esistenza libera e dignitosa sono state ragio...
01/05/2026

“L’effettività del diritto al lavoro e alla retribuzione necessaria per un’esistenza libera e dignitosa sono state ragione e motore di progresso, coesione, di libertà, di civiltà. Sono obiettivi irrinunciabili.”

Le parole del Capo dello Stato, nella loro densità, racchiudono l’essenza stessa del patto costituzionale su cui si fonda la nostra Repubblica.

Non a caso l’articolo 1 della Costituzione individua proprio nel lavoro il principio fondativo della comunità nazionale: non un mero strumento di sostentamento, ma la condizione attraverso cui la persona realizza se stessa, partecipa alla vita civile, contribuisce al progresso collettivo.

Il termine scelto da Mattarella, “effettività”, non è casuale. Richiama la distanza che troppo spesso separa il diritto proclamato dal diritto realmente esercitato. Una retribuzione proporzionata e sufficiente, come prescrive l’articolo 36 della Costituzione, resta lettera morta se chi lavora non dispone degli strumenti per farla valere.

La dignità del lavoratore non si difende con le dichiarazioni di principio, ma con la possibilità concreta di vederla riconosciuta nelle aule di giustizia.

Dietro ogni vertenza che affronto in tribunale ci sono storie che parlano di questo scarto: licenziamenti privi di giustificazione, retribuzioni inferiori ai minimi contrattuali, mansioni dequalificanti che svuotano la professionalità acquisita in anni di lavoro, demansionamenti che diventano forme silenziose di mobbing, contratti precari utilizzati per aggirare tutele inderogabili, infortuni e malattie professionali che non trovano adeguato ristoro.

Una riflessione particolare merita la condizione del lavoro fragile: quello dei lavoratori con disabilità, con patologie croniche o invalidanti, dei caregiver, di chi attraversa fasi della vita in cui la salute, fisica o psichica, impone tempi e modi diversi. Per loro l’effettività del diritto al lavoro passa attraverso uno strumento giuridico tanto fondamentale quanto ancora troppo spesso disatteso: gli accomodamenti ragionevoli, previsti dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e dalla normativa europea, recepiti nel nostro ordinamento. Non si tratta di concessioni discrezionali del datore di lavoro, ma di un vero e proprio obbligo giuridico e cioè adattare la postazione, rimodulare l’orario, ripensare le mansioni, introdurre strumenti tecnologici idonei. Negare un accomodamento ragionevole, quando esso non comporti un onere sproporzionato, costituisce discriminazione e legittima la tutela giudiziale. Eppure, nella prassi, troppi lavoratori fragili si trovano davanti all’alternativa drammatica tra rinunciare alla cura di sé o perdere il proprio posto. È in questo terreno – delicato, complesso, profondamente umano – che il diritto del lavoro mostra la sua vocazione più alta: includere, non escludere; adattare l’organizzazione alla persona, non sacrificare la persona all’organizzazione.

Ogni causa è una persona. Ogni ricorso è una famiglia che attende risposte. Ogni sentenza favorevole è un frammento di Costituzione che torna a essere viva.

Difendere i diritti dei lavoratori significa, in fondo, custodire quella promessa di civiltà che il Presidente richiama: trasformare i principi in tutele esigibili, dare sostanza giuridica alla dignità della persona, ricordare che la libertà economica di chi intraprende non può mai comprimere la libertà esistenziale di chi lavora.

In questo Primo Maggio, il mio pensiero va a chi attende una sentenza, a chi ha trovato il coraggio di rivendicare ciò che gli spetta, a chi ogni giorno – nei cantieri, nelle fabbriche, negli uffici, nei campi – tiene in piedi il Paese con la propria fatica.

E va, in modo particolare, a chi quella fatica la affronta portando con sé un peso ulteriore, e che troppo spesso resta ai margini del dibattito pubblico.

Oggi celebriamo il lavoro. Domani, e ogni giorno, continuiamo a difenderlo. Nelle aule di giustizia, prima ancora che nei discorsi.

«Quando l’ingiustizia diventa legge, la Resistenza diventa dovere».Se dovessi racchiudere l’essenza del 25 Aprile, non p...
25/04/2026

«Quando l’ingiustizia diventa legge, la Resistenza diventa dovere».

Se dovessi racchiudere l’essenza del 25 Aprile, non potrei che affidarmi a queste parole di Bertolt Brecht.

Quella di oggi non è una ricorrenza di circostanza. Non è solo un momento di festa, né soltanto di memoria. E non può, né deve, essere una data piegata a fini politici o di propaganda.

Il giorno della Resistenza è parte del nostro DNA. Appartiene alla nostra storia di cittadini di una Repubblica democratica che riconosce, tutela e promuove i diritti di tutti, nel solco del principio di uguaglianza.

Ma c’è di più.
Questo giorno ci ricorda che la tensione tra legge morale e legge positiva, tra etica e diritto scritto, è un conflitto millenario — da Antigone a Norimberga — che continua ad attraversare il nostro tempo.

Ci ricorda che il diritto non è mai neutro: può essere strumento di liberazione o di oppressione, a seconda di chi lo scrive e di chi lo applica.

Per chi, come me, ha scelto la professione forense, il 25 Aprile non è una data qualunque. È il richiamo quotidiano a un principio fondativo: che la legalità senza giustizia è una forma raffinata di sopruso, e che il vero giurista non si limita ad applicare le norme, ma ne custodisce il senso.

Fare memoria, oggi, significa questo e cioè tenere vivo il coraggio di chi ha saputo distinguere la legge dalla giustizia, e scegliere la seconda anche quando costava tutto.

Buon 25 Aprile.

Sono molto felice che la sentenza del TAR di Palermo che ho pubblicato negli scorsi giorni abbia suscitato molto interes...
19/04/2026

Sono molto felice che la sentenza del TAR di Palermo che ho pubblicato negli scorsi giorni abbia suscitato molto interesse. Tante le domande che mi avete posto. Tra queste: qual è il criterio che guida l’amministrazione nello scegliere se assumere attingendo alla graduatoria oppure stabilizzando degli interni? Ed è questo il cuore della questione.

La normativa nazionale di settore pone un vincolo in capo alla pubblica amministrazione la quale può riservare il 50% dei posti disponibili attingendo dalla graduatoria dei concorsi banditi ma ha l’obbligo, al contempo, di impiegare la restante parte del 50% attraverso la stabilizzazione degli interni. Si tratta del caso della mia cliente giacché la pubblica amministrazione di riferimento aveva già attinto alla graduatoria per assumere il 50% delle risorse necessarie, dovendo quindi procedere alla stabilizzazione dei precari.

Questa è solo una delle tante questioni su cui avete chiesto approfondimento e, a fronte delle vostre richieste di approfondimento, ci tengo a condividere con voi una breve sintesi illustrata dei principi di diritto espressi dalla Corte.

Spero possa esservi utile!

Come sapete, mi occupo da anni di diritto all’abitare e fronteggio quotidianamente le difficoltà che affrontano le famig...
11/04/2026

Come sapete, mi occupo da anni di diritto all’abitare e fronteggio quotidianamente le difficoltà che affrontano le famiglie che vivono in condizioni indegne, in attesa di una casa.

Conosco la loro sofferenza, conosco la loro angoscia di vivere nella totale e continua incertezza di quello che sarà. Per questo motivo appena ho letto l’articolo pubblicato oggi su L’Espresso ho provato una forte, fortissima indignazione.

I 970 milioni previsti dal piano casa elaborato dal Ministro Matteo Salvini per gli alloggi di edilizia residenziale pubblica sono congelati. Il motivo? La guerra.

Sia chiaro: quei soldi sono degli spiccioli, una goccia nell’oceano perché già di per sé insufficienti a coprire il fabbisogno reale di chi necessita di una casa. Ma cancellare quelle (seppur irrisorie) risorse è uno schiaffo.

Il congelamento di queste risorse si traduce in 100mila alloggi vuoti e fatiscenti. A Genova, in 600 ristrutturazioni saltate. A Roma e in tante altre città d’Italia ci sono famiglie in lista d’attesa da anni. Nella mia Messina, tra emergenza residenziale e baraccopoli, la situazione è ancora più grave.

Dietro questi numeri ci sono persone reali: bambini che sviluppano l’asma per l’umidità, famiglie costrette a scegliere tra pagare l’affitto o le bollette, anziani chiusi in casa per mancanza di ascensori.

Il diritto all’abitazione è un diritto fondamentale perché pone le basi dell’esercizio di tutti gli altri diritti come salute e istruzione. Questo tema non può essere trattato come una voce di bilancio sacrificabile davanti all’altare degli interessi politicamente più calzanti in un dato momento storico.

Quando si blocca un finanziamento, non si blocca una cifra si blocca una vita. Questa volta, ancora di più.

“Che la pasqua ci insegni a entrare nel fiore della primavera, a rinnovarci, ad accogliere più che giudicare, a covare u...
05/04/2026

“Che la pasqua ci insegni a entrare nel fiore della primavera, a rinnovarci, ad accogliere più che giudicare, a covare un uovo di luce dentro la nostra anima” (Fabrizio Caramagna)

Voglio condividere con voi queste parole di Caramagna per augurarvi una Pasqua che sia di serenità e di rinascita anche interiore. Auguri a tutti voi 🐣

Ringrazio di cuore Money.it per aver voluto dedicare un articolo alla recente sentenza del Tar di Palermo in cui i giudi...
31/03/2026

Ringrazio di cuore Money.it per aver voluto dedicare un articolo alla recente sentenza del Tar di Palermo in cui i giudici, aderendo alla mia linea difensiva, hanno stabilito importanti principi in materia di concorsi pubblici.

Il Tribunale ha stabilito che le amministrazioni possono procedere alla stabilizzazione del personale precario anche in presenza di graduatorie concorsuali ancora vigenti, senza essere obbligate al loro completo scorrimento.

Qui l’articolo intero: https://www.money.it/concorsi-pubblici-scorrimento-tutti-idonei-ecco-cosa-dice-giudice

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