Studio Legale - Avv. Ettore Cappuccio

Studio Legale - Avv. Ettore Cappuccio Opera principalmente nell’ambito penalistico.

Ha maturato una notevole esperienza nel settore della responsabilità colposa, soprattutto in materia di danni da circolazione stradale, di responsabilità medica e di infortuni sul lavoro.

31/08/2026

La miglior lezione sul clima è il soffio bruciante di Roma intollerabile per noi anziani
di Corrado Augias
Scendere dal treno, dopo giorni sull’altopiano di Asiago, è il modo giusto per capire quella che è una catastrofe annunciata
Giorni fa un mio nipote che si occupa di energie alternative mi confidava il suo scetticismo sul fatto che un governo o una qualche agenzia sovranazionale prenda davvero un’iniziativa efficace per contrastare il cambiamento climatico. Gli ho chiesto da dove venisse questa sua opinione. La sua risposta è stata netta: gli interessi che si oppongono a misure realmente efficaci sono così forti che al momento una soluzione drastica è fuori dalla portata politica di qualunque governo.
La tua risposta non mi basta, ho incalzato, c’è un disastro sotto i nostri occhi. Ci sono fenomeni che dimostrano come il pianeta si stia ribellando alla nostra azione devastante. Ti dirò di più, ha replicato, faccio un paragone con quanto avvenne nell’ultimo dopoguerra. L’idea di un’Europa unita, di un’autorità mondiale che in qualche modo regolasse i conflitti, riuscì ad essere concepita e in qualche modo attuata solo perché veniva dopo un’immane carneficina, i milioni di morti che la Seconda guerra mondiale era costata.
Oggi potrebbe ripetersi la stessa situazione: i terremoti, le bombe d’acqua che sfondano i tetti, le alluvioni che travolgono tutto, l’agonia dei ghiacciai, non bastano per un vero allarme. Sarebbe necessaria, provo orrore per ciò che dico, una catastrofe con milioni di morti perché forse si cominciassero a prendere seriamente in considerazione una serie di contromisure che salvino il pianeta e noi che ci abitiamo.
Ho riflettuto a lungo prima di riportare questo colloquio. Poi ho pensato che valesse la pena riferirne perché quel giovane mi ha anche detto che il suo punto di vista ha ampia circolazione tra i suoi coetanei. È come se un’ipotesi che sa di fine del mondo si sia fatta largo tra i trentenni un po’ rimpiazzando quei “Fridays for future” lanciati a suo tempo da un’adolescente molto determinata, Greta Thunberg. Visti oggi, avevano tutto sommato un che di innocente, di inoffensivo. Infatti, non sono serviti a granché.
Quando dico grandi e forti interessi devo anche precisare che accanto agli interessi delle grandi multinazionali, di quelle aziende divoratrici di energia che lavorano sull’intelligenza artificiale, dei magnati del petrolio, ci sono anche interessi di diverso genere, per esempio quelli dei paesi definiti in via di sviluppo. Lì, molti impianti e molti combustibili sono spaventosi produttori di anidride carbonica, l’impalpabile gabbia che sta trasformando il nostro pianeta in una serra dentro la quale stiamo bollendo.
I dirigenti di quei paesi sanno benissimo che i loro impianti e i loro combustibili sono obsoleti. Sono però gli unici di cui dispongono in grado di avviare un possibile sviluppo. Fateci raggiungere una capacità industriale e finanziaria vicina alla vostra, dicono, e poi potremmo pensare a limitare le emissioni nocive.
Un ragionamento analogo si può trasferire a livello sociale. I ceti a reddito più basso, quelli che devono combattere con l’aumento dell’affitto, le spese mediche, i pericoli di una periferia degradata, hanno poca voglia di occuparsi di un’emergenza planetaria. L’orizzonte delle loro preoccupazioni è quotidiano e concreto. Forse è proprio qui il punto di saldatura tra un problema epocale e il bisogno di sicurezza che anche le forze di sinistra sembrano aver dimenticato.
Noi italiani ci lamentiamo spesso, a giusto titolo, dell’apatia del nostro governo incapace di affrontare anche solo a parole, non si dice di risolvere, un cambiamento di dimensioni apocalittiche. Per amore di giustizia bisogna però aggiungere che in questo il governo di destra si comporta né più né meno come tutti gli altri governi che assistono impotenti a questo cataclisma incapaci di affrontarlo per la dimensione delle risorse che bisognerebbe impiegare, per l’entità degli interessi che pochi hanno la forza di contrastare.
Ma forse in questo sommario elenco di possibili ragioni ce n’è una che supera le altre. Affrontare oggi il problema in maniera efficace significa distrarre risorse pubbliche da altri impieghi di più immediata visibilità per investirle in azioni di lunga portata i cui benefici diventerebbero visibili di qui a qualche anno. Dove sono, ammesso che ci siano mai stati, politici dotati di una tale disinteressata lungimiranza?
L’altro ostacolo anch’esso di dimensioni gigantesche è che un’azione di questo tipo va affrontata tutti insieme. Non avrebbe senso che l’Italia o la Francia o anche gli Stati Uniti si impegnassero da soli in una battaglia del genere. Questa è una lotta che impegna nel suo insieme il genere umano. Basta scrivere queste parole per capire che forse nemmeno la catastrofe evocata con orrore dal giovane studioso delle energie alternative servirebbe davvero per un’efficace cambiamento di rotta.
È possibile che gli eventuali lettori scorgano in questa nota un eccesso di pessimismo. Per quanto mi riguarda spero vivamente di essermi sbagliato. Se pessimismo c’è lo si deve anche ad una penosa esperienza personale di pochi giorni fa. Ho passato parte dell’estate sull’altopiano di Asiago godendo un’aria raffrescata dall’altitudine intorno ai mille metri, dalle sue vaste foreste, dalle sterminate praterie.
Poi è arrivato il momento di tornare a Roma; scendendo alla stazione Termini dopo quattro ore di aria condizionata, sono stato di colpo investito dall’aria soffocante della capitale. Per la prima volta ho apprezzato il consiglio che suona così banale: le persone anziane non devono andare in giro nelle ore più calde. L’improvviso soffio bruciante mi ha investito con violenza costringendomi, appesantito come ero dalla valigia, a cercare un appoggio. Piccola e insignificante esperienza più efficace però della lettura di tante statistiche. Quando ero bambino mi dicevano di non stare troppo vicino alla fiamma perché fa male è pericoloso. Ora quella fiamma l’ho toccata.

18/07/2026
18/07/2026

  da Pietro Cusati ( Giurista- Giornalista)   “La grazia non può diventare un altro grado di giudizio, né correggere una sentenza definitiva”,: “Il diritto di difendersi non può essere confuso con il diritto di vendicarsi”. “Una domanda di grazia, pur legittima, non può costituire n....

18/07/2026

Mario Roggero, l'avvocato Caiazza: "Il risarcimento è inevitabile. La norma del Governo? Così è incostituzionale"

03/06/2026

L'economia della finzione. Quando un Governo non capisce i numeri che racconta

Roberto Cataldi | 26 mag 2026

Pressione fiscale record, crescita zero, salari in caduta: radiografia di un fallimento che si autoassolve
La pressione fiscale in Italia è ai massimi degli ultimi undici anni. E chi governa non sa nemmeno cosa sia.
In un'intervista a XXI Secolo, la Presidente del Consiglio ha spiegato, con la sicurezza di chi ci crede davvero, che la pressione fiscale è aumentata perché ci sono più lavoratori. Ha abolito il reddito di cittadinanza, più persone lavorano, più tasse entrano nelle casse dello Stato.
Il 13 maggio 2026 ha riproposto lo stesso ragionamento nell'Aula del Senato, raccogliendo persino l'applauso convinto dei parlamentari di maggioranza.
La Premier, nel suo esempio, ha confuso il gettito fiscale (cresciuto perché ci sono più lavoratori) con la pressione fiscale, che è la percentuale del prelievo che lo Stato fa, attraverso tasse e contributi, sulla ricchezza prodotta dal Paese. Insomma, in quella che dovrebbe essere un'equazione semplice persino per un bambino delle elementari, ha confuso il numeratore con il denominatore.
Se aumentano i lavoratori, aumenta la ricchezza prodotta, aumentano le tasse versate. Aumenta il gettito. Ma non aumenta, per questo, la pressione fiscale. Se il rapporto sale, significa che tasse e contributi sono cresciuti più della ricchezza. È aritmetica, non opinione.
Semmai, un governo che incassa di più grazie a più lavoratori avrebbe il dovere di ridurre le aliquote, restituendo ai cittadini il beneficio di quella maggiore base imponibile. Avrebbe, cioè, gli strumenti per abbassare la pressione fiscale. Se invece la pressione sale, significa che quei soldi in più non solo non sono stati restituiti: sono stati usati per chiederne altri.
Ma c'è di più. Se i nuovi occupati sono davvero quelli che la Premier descrive (ex percettori del reddito di cittadinanza, lavoratori a basso reddito, con aliquote effettive ben inferiori alla media nazionale) il loro ingresso nel mercato del lavoro non alza la pressione fiscale. La abbassa. Aggiungono al denominatore proporzionalmente più di quanto aggiungano al numeratore. È come uno studente che entra in classe con un 4: la media non sale. Scende. Se la pressione fiscale è salita nonostante un milione di nuovi occupati a basso reddito, il problema non sono i lavoratori. Sono le scelte di chi governa.
Non è una gaffe. È il sintomo di un analfabetismo economico di una classe dirigente che spiega, meglio di qualsiasi analisi, perché l'Italia è ferma.
Sia ben chiaro: non è semplice spiegare perché la pressione fiscale in Italia sia salita e non possiamo banalizzare come ha fatto la Premier. I fattori sono tanti e complessi. Ma sicuramente la pressione fiscale non è salita per le ragioni che ci racconta. È salita anche per alcune scelte precise, misurabili, una per una.
Le accise sui carburanti, quelle che si era promesso di abolire, sono state riallineate. Ma il saldo, per lo Stato, è un aumento. La cedolare secca sugli affitti brevi è passata dal ventuno al ventisei per cento sul secondo immobile. L'IVA è cresciuta sui pannolini, sul latte in polvere, sui seggiolini, sugli assorbenti. E nessuno ha corretto il fiscal drag: gli scaglioni IRPEF sono rimasti fermi mentre l'inflazione spingeva i salari nominali verso l'alto, facendo scivolare milioni di lavoratori in aliquote più alte. Non sono diventati più ricchi. Sono diventati più tassati.
Il risultato lo certifica l'ISTAT: pressione fiscale ai massimi da undici anni.
E tutto questo prelievo non ha prodotto crescita. Tre anni tra lo zero virgola e il mezzo punto percentuale. La produzione industriale in calo per tre anni consecutivi. I salari reali che hanno perso il sette e mezzo per cento del loro valore in quattro anni. Più di un italiano su cinque è a rischio povertà.
E poi c'è il nodo dell'occupazione, perché è lì che il Governo costruisce la narrazione. È vero: circa un milione di occupati in più. Ma sono soprattutto lavoratori over cinquanta, trattenuti nel mercato del lavoro dalla mancata riforma della legge Fornero, quella stessa legge che si era promesso di abolire. Sono in gran parte lavoratori poveri, che non riescono ad alimentare i consumi. Tra i più giovani, gli occupati diminuiscono.
E c'è un dato che nessuno vuole leggere: il tasso di inattività italiano è il più alto d'Europa. Sempre più persone si sono rassegnate e non cercano nemmeno più un lavoro. Quando gli scoraggiati escono dal conteggio, il tasso di disoccupazione scende per illusione ottica. L'economia reale non li vede. I consumi non crescono. Il PIL non si muove.
Non è il mercato del lavoro di un Paese che cresce. È il mercato del lavoro di un Paese che trattiene gli anziani, respinge i giovani e produce povertà lavorativa.
Conviene allora ricordare cosa prometteva chi oggi governa. Si era parlato di una "rivoluzione copernicana" fiscale. Ridurre la pressione fiscale su imprese e famiglie. Abolire le accise. Introdurre la flat tax. Meno tasse per tutti.
Il bilancio dopo tre anni e mezzo: pressione fiscale ai massimi da undici anni; accise non abolite ma aumentate; flat tax mai realizzata; un debito pubblico in crescita; un aumento della spesa militare che sottrae risorse a sviluppo e occupazione.
Un governo che prometteva meno tasse, più crescita e più libertà economica ha prodotto più tasse, meno crescita e più debito. Non è un incidente di percorso. È un fallimento nel campo esatto in cui quel governo si dichiarava competente.
E mentre le famiglie stringono, il Governo taglia il Fondo per la morosità incolpevole. Promette centomila alloggi e svuota lo strumento che protegge chi la casa la sta perdendo.
Un Paese non cresce se chi lo governa non capisce i meccanismi che dovrebbe governare. Non cresce se confonde il gettito con la pressione fiscale. Non cresce se scambia la sopravvivenza per sviluppo, se chiama occupazione ciò che è trattenimento demografico, se presenta come risultato ciò che è solo un effetto ottico. Non cresce se il Parlamento applaude quando dovrebbe chiedere spiegazioni.
La domanda che dobbiamo porci non è se questo governo abbia mantenuto le promesse. La risposta è nei numeri, e i numeri dicono di no. La domanda è un'altra: può un Paese uscire dalla stagnazione se chi lo governa non sa distinguere un numeratore da un denominatore?
I numeri, a differenza dei parlamentari, in questo caso non applaudono.
Roberto Cataldi

03/06/2026

COMUNICATO STAMPA SU CRIMINOLOGIA E MEDIA
I “criminologi mediatici” non sono criminologi
La Società Italiana di Criminologia (SIC) prende pubblicamente le distanze dai
cosiddetti “criminologi mediatici” — figure che compaiono regolarmente in
televisione e sui social per commentare casi penali, formulare diagnosi a
distanza e invocare condanne: nonostante si professino tali, non sono
criminologi, perché la loro attività riguarda soprattutto le indagini su autori di
reato ignoti ed è apparentata prevalentemente con le scienze di polizia e
dell’investigazione.
Per propria parte, la criminologia, pur non costituendo una scienza autonoma
ma l’applicazione dei contributi di diverse discipline — dalla sociologia alla
psicologia, alla psichiatria, al diritto — allo studio delle cause della criminalità,
della prevenzione, del trattamento degli autori di reato e del controllo del
fenomeno criminale, non si occupa di stabilire la colpevolezza o l'innocenza di
un imputato, che spetta soltanto all’Autorità Giudiziaria.

Un’attività che alimenta paura e vendetta
Il problema principale, però, non è il titolo: è il contenuto. I criminologi
mediatici alimentano sistematicamente le paure collettive, il desiderio di
punizione e l'odio verso gli accusati, spesso molto prima di una sentenza
definitiva, tra l’altro ignorando il fatto (o disinteressandosene totalmente) che
una lapidaria valutazione pseudodiagnostica può esporre il destinatario al
rischio di un’altrettanto sommaria giustizia, praticata dagli altri detenuti in
forza di un malinteso codice d’onore del carcere. Come documentato dalla
ricerca criminologica, spesso le trasmissioni televisive sui casi penali
trasformano l’imputato in un “mostro” da condannare pubblicamente, con
conseguenze concrete che vanno dall'inquinamento del dibattito pubblico
all’alterata percezione nei confronti della popolazione detenuta da parte della
comunità esterna.
Tutto ciò contrasta apertamente con l'articolo 27, comma 3, della Costituzione
italiana: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di
umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Chi invoca il
castigo si pone al di fuori di questo principio.
Né formazione né ricerca
Non è frequente, poi, che chi interviene sui media presentandosi come
criminologo abbia frequentato corsi universitari di criminologia presso atenei
riconosciuti, italiani o stranieri, o che il suo nome sia presente in lavori a tema
criminologico sui principali database bibliometrici internazionali (Scopus, Web
of Science) che registrano le pubblicazioni scientifiche; e chi non ha mai
sottoposto un lavoro criminologico al vaglio della comunità scientifica
internazionale non appartiene alla comunità scientifica della disciplina,
indipendentemente dalla sua visibilità mediatica.

La fama non è competenza
La notorietà dei criminologi mediatici è un prodotto dell'ecosistema digitale:
internet e i social network premiano le voci più semplici e più emotivamente
cariche, non le più competenti. Alcuni si spingono poi a criticare pubblicamente
l'operato dei giudici, sovrapponendo il giudizio mediatico a quello giudiziario:
la SIC ritiene che questa dinamica rappresenti un pericolo per lo Stato di diritto.
Comprendere senza condannare
La filosofa di Oxford Amia Srinivasan ha scritto che anche le posizioni più
problematiche vanno comprese nella loro genesi, prima che condannate. La
SIC fa proprio questo principio e lo applica anche a se stessa: la critica ai
criminologi mediatici non deve trasformarsi in una condanna speculare. Chi
cerca soluzioni semplici a fenomeni complessi risponde a un'ansia diffusa che
merita comprensione, ma comprendere le ragioni di un fenomeno non significa
accettarlo: significa rispondervi con fermezza anziché con altrettanta
aggressività.
La posizione della SIC
La Società Italiana di Criminologia, ritenendo le attività dei criminologi
mediatici prive di fondamento scientifico, lesive della reputazione della
disciplina e in contrasto con i valori costituzionali, in cui invece essa si
riconosce, e consapevole della propria responsabilità pubblica, intende
pubblicamente impegnarsi in una più diffusa divulgazione delle scienze
criminologiche fondate sulla ricerca e rispettose dei diritti di tutti — autori di
reato, vittime, comunità.

09/01/2026

IL PENSIERO E LA LEZIONE DI ALFREDO DE MARSICO A QUARANT’ANNI DALLA SCOMPARSA.

di Fabio Pinelli

La relazione tenuta dal Vice Presidente del C.S.M. Avv. Fabio Pinelli al Convegno “Il pensiero e la lezione di Alfredo De Marsico a quarant’anni dalla scomparsa”, tenutosi a Napoli il 5 dicembre 2025.

Non è facile tratteggiare in uno spazio ridotto lo straordinario profilo di Alfredo De Marsico, riassumere in un breve scritto gli innumerevoli spunti che è possibile trarre dal suo fervido pensiero e dalla sua incessante opera.

Laureatosi nel 1909 con una tesi in diritto civile, sulla compravendita di cosa futura, fu fin da subito apprezzato come avvocato penalista, distinguendosi per le sue già eccelse capacità oratorie.

Conseguì la libera docenza in diritto e procedura penale a Roma nel 1915, dopo aver pubblicato numerosi saggi e la monografia su “La rappresentanza nel diritto processuale penale”, nella quale svolse con rigorosa lucidità interessanti ed ancora attualissime riflessioni sulla figura del pubblico ministero, ritenendo improprio che egli potesse essere collocato in una posizione quasi parallela a quella del giudice, dovendo essere piuttosto considerato una parte, contrapposta all’altra parte del processo, la difesa.

Già nei primi anni del suo impegno, nelle aule di udienza ed in quelle universitarie, si affermò la figura dell’infaticabile studioso: «la mia è stata sempre una pazienza ostinata, caparbia, ossuta», scrisse qualche anno dopo. «Quando mi preparavo per la prima cattedra, dovetti scrivere per molti mesi a lume di candela perché mia madre non se ne accorgesse, preoccupata com’era della mia magrezza. Conquistata la cattedra, raccolti in una scatola da scarpe regalai a mia madre quei mozziconi di cera».

Negli anni successivi ricoprì le cattedre di Camerino, Cagliari, Bari, Bologna, Napoli e Roma.

Del De Marsico giurista nulla posso aggiungere a quello che è noto a tutti: la sua personalità si è stagliata nel mondo della scienza giuridica italiana in posizione di singolare originalità e di eccezionale fecondità, testimoniata dalla sua poliedrica produzione scientifica, nel settore sostanziale ed in quello processuale; affrontò spesso tematiche d’avanguardia, ed i suoi insegnamenti anticiparono di molti anni le elaborazioni della dottrina e della giurisprudenza e le scelte del legislatore, ad esempio sui temi della responsabilità degli enti collettivi, dei rapporti tra psicopatia e diritto penale, dei limiti del diritto alla vita e alla morte.

«Il pensiero, se mosso da brama di verità, è una vedetta sicura anche di avvenimenti che non appaiono ancora, ma fermentano in segreto», scrisse nel 1930 nella premessa al volume “Studi di diritto penale”.

La sua produzione scientifica proseguì ininterrotta per quasi settant’anni, spaziando tra monografie, articoli, note, prefazioni e contributi a riviste, rivelando un pensiero che si è sempre distinto per la virtuosa combinazione tra il rigore dogmatico e la sensibilità verso le evoluzioni sociali, un pensiero che influenzò intere generazioni di studiosi.

Alfredo De Marsico si definiva, ed in effetti fu, un «Maestro senza maestri»: cercò sempre una sintesi tra la scuola classica e quella positiva, sia quando allargò lo sguardo verso i più suggestivi ed incerti orizzonti delle teorie generali, sia quando approfondì i settori particolari dei vari istituti.

La solida impostazione delle sue opere, la risoluzione di una vasta rete di problemi, l’anticipazione originale e felice di numerose svolte interpretative che ebbero a maturarsi molti anni più tardi, costituiscono la ineguagliabile cifra della sua imponente personalità.

Vorrei qui ricordare le sue riflessioni sulla funzione della pena, sullo scopo che le si debba attribuire per legittimare il terribile potere, di cui l’uomo si investe, di giudicare e di punire il suo simile: il tramonto della visione esclusivamente retributiva della pena, scrisse De Marsico, costrinse i sostenitori di quella teoria a «flettere, con gli accorgimenti più sottili e nascosti, il concetto stesso della retribuzione, fino a comprendere nel suo ambito quegli altri scopi che, all’infuori di essa, alla sanzione bisogna prefiggere».

Costante ed indefesso fu il suo impegno sociale.

Eletto deputato nell’aprile del 1924 nella cosiddetta “lista nazionale”, fu rieletto nelle elezioni plebiscitarie del 1929.

Dal 1939 al 1943 fu membro del Consiglio della corporazione delle professioni e delle arti, in rappresentanza degli avvocati e dei procuratori.

Il 5 febbraio 1943 fu nominato Ministro di Grazia e Giustizia: quella nomina in un certo senso sorprese De Marsico, che, ancora giovanissimo, aveva fondato ad Avellino un circolo liberale, e che si definiva «un fascista non conformista»; qualche anno prima, al termine di un suo discorso in Parlamento, Mussolini, dai banchi del governo, aveva per l’appunto replicato «E già, onorevole De Marsico, voi siete sempre il solito liberale del fascismo!».

Qualche decennio dopo, rievocando quei giorni, De Marsico ebbe a scrivere che «andai da Mussolini e gli presentai il mio programma di Ministro, per iscritto, in tre righe: nessun favore ai fascisti, nessuna persecuzione agli antifascisti. Sarò il Ministro dello Stato e non del Regime».

È ben noto che fu proprio Alfredo De Marsico a dare forma giuridica all’ordine del giorno Grandi, che il 25 luglio 1943 portò alla deposizione di Benito Mussolini.

Egli ricordò poi che all’alba del 27 luglio Grandi gli offrì di accompagnarlo in Brasile, per scongiurare il concreto rischio, per i firmatari di quell’ordine del giorno, di cadere nelle mani dei tedeschi.

Ma Alfredo De Marsico non lasciò mai l’Italia.

Fu condannato a morte in contumacia il 10 gennaio 1944 nel processo di Verona, celebrato dal Tribunale speciale della Repubblica Sociale Italiana, per la violazione dell’art. 241 del codice penale, che incrimina chi attenti alla integrità, alla indipendenza ed alla unità dello Stato; di quella condanna egli dirà, qualche decennio dopo, che l’art. 241 era «il più improprio che si potesse citare»: «Noi del 25 luglio non agivamo per accordi presi con lo straniero, né con l’intento di cedere allo straniero la sovranità del nostro territorio, né per menomare la nostra indipendenza, né per sciogliere l’unità della Patria: noi agivamo anzi, per deprecare ed evitare questi mali, nella previsione … che il pieno ritorno alle garanzie costituzionali conferisse alla Nazione una maggiore compattezza e ne facesse il pilastro di sé stessa».

Dopo la caduta del fascismo De Marsico subì le conseguenze dei procedimenti epurativi: fu allontanato per quattro anni dal Foro, e per ben sette anni rimase lontano dagli ambienti accademici.

Il suo strazio è ben rappresentato in un suo scritto del 1978, Apogeo: «il non poter frequentare le aule universitarie e il distacco dagli studenti mi fu più doloroso dell’altro, anch’esso dolorosissimo, dalle aule dei tribunali. L’attività che ivi si spiega dà una ebbrezza difficilmente esprimibile; l’ora della conversazione universitaria porta a una serenità luminosa, alla coscienza di una funzione spirituale che quasi nessun’altra intimità uguaglia».

All’epurazione amministrativa non si aggiunse il procedimento penale, che l’alto commissario aggiunto per i delitti fascisti Mario Berlinguer gli risparmiò: rispondendo alla sua lettera di ringraziamento, Berlinguer, riconoscendone l’altissima statura morale, gli scrisse che «non ho fatto che il mio strettissimo dovere, per evidenti motivi di giustizia e di rispetto .. al più grande ed onesto avvocato e giurista del nostro tempo».

De Marsico tornò ad insegnare a Roma nel 1950, richiamato dal preside della facoltà di giurisprudenza Filippo Vassalli, svolse ancora per decenni la sua intensa attività professionale e proseguì nel suo illuminato impegno civile: fu eletto senatore nel 1953, come indipendente nella lista monarchica di Achille Lauro; all’inizio degli anni Settanta pubblicò su numerose testate nazionali le sue ancora attualissime riflessioni contro la politicizzazione della magistratura, che egli riteneva gravissima minaccia della stessa indipendenza di quel potere dello Stato.

Alfredo De Marsico è stato un gigante, un vero fuoriclasse, dell’avvocatura: innamorato della sua professione, che esercitò con infaticabile passione, egli ancora in età avanzata attraversava l’Italia passando da una curia all’altra, senza patire il peso degli anni e gli acciacchi della vecchiaia.

Il 15 luglio 1975, presentando a Fasano il quinto volume delle sue Arringhe, disse che «entrato per caso nel mondo dell’avvocatura, ho visto nell’esercizio di questa professione uno spazio che abbraccia l’universo, ho avvertito l’infinito dello scibile, e questo mi ha posseduto fino a subirne un fascino irresistibile. Ho amato l’avvocatura con tale potenza, l’amo ancora con tale intensità, che potrei esprimere questa mia passione con le parole che Wagner pone sulle labbra di Parsifal: “per sempre tu ti danneresti con me, se un’ora sola dimenticassi la mia missione”, e non vi è stata un’ora della mia vita in cui io abbia tradito l’avvocatura».

Difese davanti al Tribunale di Benevento, e poi in Cassazione, Pier Paolo Pasolini, tratto a giudizio per rispondere di delitti contro la moralità pubblica e il buon costume per le scene del suo film “I racconti di Canterbury”: Pasolini, l’intellettuale comunista difeso da De Marsico, il giurista di spicco del regime fascista, che aveva collaborato ai lavori preparatori di quello stesso codice la cui violazione veniva contestata a Pasolini.

Si fece tossicologo per affrontare il caso Nigrisoli, il famoso processo del curaro; psicologo e psichiatra per i processi Conti e Braibanti; geologo nella difesa di Violin, per la strage del Vajont; chiamato a Sulmona per difendere un ingegnere accusato di omicidio colposo per folgorazione, si immerse nello studio dei trasformatori ad alto potenziale.

La rivista Panorama lo definì “Il fenomeno De Marsico” in un articolo del 10 novembre 1980, raccontando con stupore il vigore con cui, a 92 anni, egli difese Angelo Izzo, accusato della strage del Circeo.

Ma non è con un elenco – che davvero dovrebbe essere interminabile – dei suoi processi più celebri che voglio terminare questo mio breve scritto.

Le ultime parole voglio dedicarle al De Marsico inimitabile ed ineguagliato oratore.

L’arringa di Alfredo De Marsico non fu soltanto una imponente e perfetta costruzione, che definirei “architettonica”, eretta a tempio della parola; fu anche un reticolo di saperi multidisciplinari, tutti piegati alla dimostrazione difensiva.

Grazie alla profondità dei contenuti ed alla genialità delle immagini che egli riusciva a evocare, l’arringa, il cui destino è quello al più di brillare nell’aula di giustizia ma fatalmente di durare la gloria di un giorno, con Alfredo De Marsico travalicò lo spazio e il tempo della difesa della causa, verrebbe da dire del microcosmo forense, ponendosi come modello assoluto di scienza e di argomentazione.

Concludo citando alcuni passaggi di una sua intervista del 1929, proprio sul tema della preparazione dell’arringa difensiva.

«Un’arringa non si prepara: l’arringa nasce … come la creatura umana: impeto di amore fra l’avvocato e la sua causa», spiegava.

De Marsico considerava imprescindibile punto di partenza il meticoloso studio di ogni singolo atto dell’incarto processuale: «L’elaborazione critica di un processo comincia in me solo dopo che il sentimento di responsabilità si plachi nella piena sicurezza di possedere e dominare il contenuto di tutti gli atti».

Quando lo studio era completo, aggiungeva, «ha inizio in me, senz’alcun intervento della volontà, come per un processo spontaneo di vegetazione delle idee, quella felice inquietudine del cervello e dell’animo, che, tumultuando senza angoscia ed affaticandosi senza pena, a poco a poco abbozzano e precisano il disegno dell’arringa».

«Il resto è ansia e febbre della mente».

A chi gli chiedeva quale fosse il modo migliore per costruire un’arringa, egli rispondeva deciso che non potevano esservi «metodi o prescrizioni efficaci per tutte le occasioni. Come si prepara la tela di un romanzo o di un dramma? Come si prepara una sinfonia? Come si prepara una lirica? Come si prepara una statua? Ognuna di queste frasi è un contrasto insanabile: preparare è soprattutto opera della mano, mentre romanzo, dramma, sinfonia, lirica, statua sono creazioni dello spirito».

Dunque, l’arringa intesa come un’opera d’arte, nella quale convivevano la bellezza della parola ed il rigore dimostrativo, senza mai seguire un testo predefinito: «il massimo della preparazione interiore, per la massima possibilità di improvvisazione», diceva, al fine di realizzare «il trapasso di una tesi dall’ombra in cui è sepolta allo splendore dell’evidenza».

Uno sforzo da profondere in ogni causa, anche in quelle il cui esito poteva sembrare compromesso: «non vi è causa, anche la peggiore, che non presenti una piega da cui si possa svolgere la richiesta di un beneficio, di una attenuazione, perché non vi è male che non tocchi per un orlo della sua nuvolaglia la sfera della luce. Chi vede quel margine e vi si attiene, chi eviterà di ferire il sentimento di chi ascolta, salverà il cliente e l’arte».

Sono, dunque, ancora attualissimi il pensiero e la lezione di Alfredo De Marsico: egli offrì alla scienza del diritto penale un contributo che il tempo non cancellerà; mai si chiuse nel perimetro dei suoi studi, né chiuse il suo pensiero nello splendore dei suoi scritti, ma lo portò con ineguagliabile passione nelle aule di università e nei tribunali; il suo costante impegno sociale fu animato da una humanitas completa ed assoluta, dalla fede incrollabile negli ideali di libertà e giustizia e da una naturale e fortissima empatia verso il prossimo.

Un Maestro del diritto, un gigante dell’avvocatura, un raffinato intellettuale che ha costantemente messo al servizio della collettività la sua straordinaria sensibilità e la sua cultura fuori dal comune; un grande Uomo, al quale la comunità dei giuristi deve continuare a manifestare entusiastica ammirazione e profonda gratitudine.

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