01/03/2025
GIUSTIZIA A SENSO UNICO: È ORA DI CAMBIARE
Sono un avvocato. Non un magistrato, non un pubblico ministero, ma uno di quei professionisti che ogni giorno difendono i diritti dei cittadini, spesso combattendo contro un sistema che non li tutela, ma li ostacola. La mia è una professione che non gode di privilegi, non si arrocca dietro corporazioni intoccabili e non si permette il lusso di scioperare senza conseguenze.
Quando protestiamo, lo facciamo per difendere i diritti di tutti, non i nostri. Negli anni ho rinunciato a giorni di lavoro e a compensi per scioperare contro una giustizia sempre più punitiva e meno giusta: contro la cancellazione della prescrizione, che ha trasformato il processo in una condanna infinita; contro l’inasprimento delle pene senza criterio, come se la soluzione fosse solo il carcere; contro un sistema che troppo spesso calpesta la dignità dei detenuti, negando loro condizioni di vita accettabili. Ho raccolto firme per la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, perché il processo sia davvero equo, e per il referendum che avrebbe dovuto porre fine a molte di queste ingiustizie. Ma troppi italiani non ne hanno colto l’importanza.
LA GIUSTIZIA A DOPPIO STANDARD
Nel nostro sistema giudiziario esistono due pesi e due misure. L’avvocato è sempre responsabile di ciò che fa, mentre il magistrato, semplicemente, no.
Se sbaglio un termine processuale, la responsabilità è mia e la pago io. Se un giudice deposita una sentenza con mesi di ritardo, pazienza.
Se una querela viene presentata anche solo un giorno dopo il termine, il processo finisce e la responsabilità è dell’avvocato. Se il pubblico ministero, che dovrebbe concludere le indagini in sei mesi, le chiude dopo tre anni, pazienza.
Se arrivo in ritardo a un’udienza per cause di forza maggiore, il mio assistito viene affidato a un difensore d’ufficio che non conosce la causa. Se il pubblico ministero ritarda, si aspetta. Se il giudice ritarda, si aspetta. Pazienza, due volte.
Se un avvocato è malato, può chiedere un rinvio, a meno che il giudice non decida che non è abbastanza malato. Se deve partecipare al funerale di un genitore o assistere il proprio figlio in ospedale, può sentirsi dire che non è una ragione valida. E sì, è successo davvero.
Se il giudice, il giorno stesso dell’udienza, decide di rinviare tutto, dopo che l’avvocato ha viaggiato per centinaia di chilometri per essere lì, pazienza.
Se dimentico di citare un testimone, la responsabilità è mia. Se la procura sbaglia cinque notifiche di seguito o il tribunale dimentica di tradurre un imputato, il processo si rinvia. Pazienza.
E se il reato si prescrive? È colpa dell’avvocato, accusato di usare cavilli per garantire il diritto di difesa.
Ma se un giudice tiene in carcere per anni un innocente, chi paga? Nessuno.
UNA CATEGORIA INTOCCABILE
Oggi l’Associazione Nazionale Magistrati sciopera. Senza perdere un centesimo, senza rischiare alcuna conseguenza. Protestano contro una riforma in discussione in Parlamento, non per il bene dei cittadini, ma per difendere privilegi di casta. Vogliono restare al di sopra delle regole, al di sopra del potere legislativo, che non accettano se non si allinea ai loro interessi.
Diranno che lo fanno per la giustizia, per l’indipendenza della magistratura, per difendere la Costituzione. Ma in realtà stanno solo difendendo sé stessi.
Eppure, una vera riforma della giustizia deve passare anche da un altro principio fondamentale: la responsabilità civile dei magistrati. Perché chi decide della vita e della libertà altrui non può essere immune dai propri errori.
Un avvocato paga per ogni errore commesso. Se un giudice sbaglia e rovina la vita di una persona, chi paga? Noi. I cittadini. E questo non è più accettabile.
IL PROCESSO DEVE ESSERE GIUSTO
La legge non appartiene ai magistrati, ma ai cittadini. Il giudice deve essere terzo e imparziale, il pubblico ministero è una parte esattamente come l’avvocato. Il processo deve essere GIUSTO.
Oggi più che mai, separiamoli. E rendiamoli responsabili.