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“Non troviamo personale qualificato.”È una delle frasi più ripetute oggi da imprenditori, manager e professionisti in It...
04/06/2026

“Non troviamo personale qualificato.”

È una delle frasi più ripetute oggi da imprenditori, manager e professionisti in Italia. E il problema è che ormai non è più una percezione: è un problema strutturale del nostro sistema economico.

Sulla carta il lavoro cresce. Il tasso di occupazione ha superato il 62%. Ma guardando meglio i dati emerge una realtà diversa: gran parte della crescita riguarda gli over 50, mentre tra i giovani la resta ancora molto alta e il precariato continua a dominare il mercato.

Il risultato è un paradosso che molte aziende vivono ogni giorno.

Da una parte migliaia di imprese dichiarano di non riuscire a trovare persone preparate. Dall’altra milioni di giovani faticano a trovare un lavoro stabile, coerente con il proprio percorso e sufficientemente retribuito.

Il vero nodo è la crisi delle competenze.

In Italia quasi 4 giovani su 10 svolgono un lavoro che non è coerente con ciò che hanno studiato. Questo significa una cosa molto semplice: il sistema formativo e il mercato del lavoro parlano due lingue diverse.

E quando scuola, università e imprese smettono di dialogare, il costo lo paga tutto il Paese.

Lo pagano le aziende, che rallentano crescita e innovazione perché non trovano figure adeguate.
Lo pagano i professionisti, che lavorano in mercati sempre meno competitivi.
Lo pagano i giovani, costretti spesso ad accettare contratti fragili o a lasciare l’Italia.

La cosiddetta non riguarda più soltanto eccellenze accademiche o profili altamente specializzati. Riguarda sempre più persone che cercano semplicemente ambienti meritocratici, percorsi di crescita chiari e stipendi sostenibili.

Nel frattempo oltre un milione di giovani rientra nella categoria dei NEET: non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. Un capitale umano enorme che resta fermo mentre le imprese cercano competenze.

Ecco perché oggi il tema generazionale non è soltanto sociale. È economico. È industriale. È strategico.

Perché senza nuove competenze, senza giovani qualificati e senza stabilità, anche il futuro delle imprese italiane diventa fragile.

Il punto non è creare più lavoro.
Il punto è creare un ecosistema capace di trattenere talento, sviluppare competenze e generare valore nel lungo periodo.

Perché un Paese che perde i suoi giovani, prima o poi perde anche competitività.

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02/06/2026

Una città smette di essere una città quando chi ci lavora non può più permettersi di viverci.

E oggi sta succedendo esattamente questo.

Negli ultimi anni gli hanno trasformato interi quartieri in parchi tematici per turisti. Case che prima ospitavano famiglie, studenti, lavoratori e giovani coppie oggi vengono affittate a notte a prezzi fuori mercato, perché rendono molto di più di un normale contratto annuale.

Il risultato? Una vera .

Chi vive nelle città si trova schiacciato tra stipendi normali e affitti ormai fuori controllo. Monolocali da 1.200 euro al mese, stanze condivise a prezzi assurdi, studenti costretti a rinunciare all’università o lavoratori obbligati a vivere a decine di chilometri dal posto di lavoro.

E mentre i cittadini cercano disperatamente una casa, interi palazzi vengono comprati da società, investitori e operatori che trasformano tutto in business turistico.

La retorica è sempre la stessa:
“Portano ricchezza.”
“Favoriscono il turismo.”
“Fanno girare l’economia.”

Ma per chi?

Perché nel frattempo i residenti spariscono, i negozi di quartiere chiudono, i centri storici si svuotano e le città diventano scenografie artificiali costruite per chi resta 3 giorni e poi se ne va.

Nel frattempo hotel, B&B e appartamenti combattono spesso in condizioni completamente diverse. C’è chi paga tasse, dipendenti, normative, sicurezza e controlli. E poi c’è chi aggira regole, frammenta proprietà, usa prestanome, incassa in nero o sfrutta zone grigie fiscali praticamente impossibili da controllare davvero.

E la cosa più assurda è che molti politici continuano a trattare il problema come se fosse marginale.

Non lo è.

La legata agli affitti brevi sta cambiando il tessuto sociale delle città italiane. Sta espellendo il ceto medio. Sta rendendo impossibile costruirsi una vita normale nei luoghi dove si studia o si lavora.

Una città non può sopravvivere solo di turismo.
Perché quando insegnanti, infermieri, camerieri, impiegati, artigiani e giovani non riescono più a viverci… quella città lentamente muore.

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28/05/2026

“450 miliardi di euro.
E la domanda è semplice: dove si vedono?”

La frase di Michele Boldrin sta facendo discutere perché tocca un nervo scoperto del Paese.

Tra e , l’Italia ha mobilitato circa 450 miliardi di euro. Una cifra gigantesca. Per capirci: parliamo di un importo superiore a diverse manovre finanziarie messe insieme.

Eppure milioni di italiani oggi hanno la sensazione opposta rispetto a quella che ci si aspetterebbe dopo una spesa simile.

Sanità in difficoltà.
Trasporti spesso inefficienti.
Stipendi bassi.
Costo della vita in aumento.
Giovani che continuano a lasciare il Paese.
Imprese soffocate da tasse, energia e burocrazia.

Il punto non è dire che quei soldi non siano serviti a nulla. Alcuni cantieri esistono. Alcune aziende e famiglie ne hanno beneficiato davvero. Alcuni territori hanno visto investimenti concreti.

Ma il tema è un altro.

Quando spendi centinaia di miliardi di euro in deficit, il cittadino medio dovrebbe percepire un cambiamento reale nella qualità della vita e nella crescita dell’ .

Ed è qui che nasce il cortocircuito.

Perché molti italiani oggi vedono soprattutto il conto:
più debito, più interessi da pagare, più pressione fiscale futura e meno fiducia nel domani.

Il italiano continua infatti a salire, mentre la crescita economica resta tra le più basse d’Europa. E questo apre una domanda molto scomoda: stiamo investendo davvero per creare produttività futura o stiamo semplicemente spendendo per tamponare problemi presenti?

Il rischio è che l’Italia si abitui a una logica pericolosa:
fare debito enorme senza pretendere risultati enormi.

E quando un Paese smette di misurare l’efficacia della , prima o poi il conto arriva sempre. Magari non subito. Ma arriva.

La vera domanda quindi non è “sono stati spesi tanti soldi?”.
Quello è evidente.

La domanda è:
se domani ci togliessero il racconto mediatico e guardassimo solo la vita reale delle persone… ci accorgeremmo davvero di quei 450 miliardi?

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L’Italia sta per ba***re la Grecia. Ma non è una buona notizia.Nel 2026 il nostro Paese dovrebbe diventare quello con il...
26/05/2026

L’Italia sta per ba***re la Grecia. Ma non è una buona notizia.

Nel 2026 il nostro Paese dovrebbe diventare quello con il debito pubblico più alto dell’Unione Europea in rapporto al PIL: 138,4% contro il 136,9% della Grecia, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale.

Tradotto: il Paese che per anni abbiamo guardato come simbolo della crisi europea oggi ci sta superando. Ma nel verso opposto.

La Grecia è passata attraverso una cura durissima. Austerità, tagli, tasse, riforme, sacrifici sociali enormi. Non è stata una favola. Non è stata una passeggiata. Ma oggi Atene cresce più dell’Italia, riduce il proprio debito e recupera credibilità sui mercati.

L’Italia, invece, resta intrappolata nella solita formula: crescita debole, produttività ferma, spesa pubblica enorme e pochi investimenti capaci di generare vero sviluppo.

Il punto non è solo il . Il punto è cosa produci con quel debito.

Se ti indebiti per costruire infrastrutture, aumentare produttività, innovare, formare persone, attrarre investimenti, quel debito può diventare leva.

Se ti indebiti per bonus temporanei, misure elettorali, spesa corrente e incentivi senza strategia, quel debito diventa una zavorra.

Ed è qui che il confronto tra e Grecia diventa brutale.

Per anni abbiamo pensato che il problema fosse “non fare la fine della Grecia”. Oggi il rischio è scoprire che la Grecia, almeno sui conti pubblici, ha iniziato a fare una cosa che noi rimandiamo da decenni: mettere mano ai problemi strutturali.

Nel frattempo l’ cresce poco, il rapporto torna a salire e il conto finale non lo pagano “i mercati”. Lo pagano cittadini, imprese, lavoratori e generazioni future.

La vera non arriva quando i numeri diventano brutti. Arriva quando un Paese si abitua a considerarli normali.

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21/05/2026

“Il regime forfettario è un abominio che andrebbe abolito oggi stesso.”

Non è una nostra provocazione, ma il pensiero netto espresso dal content creator svizzero Mr Rip in un video che sta spaccando in due l'opinione pubblica. La sua tesi è puramente matematica: è inaccettabile che un professionista paghi il 5% di tasse su una parte del fatturato, mentre un dipendente o chi supera la soglia degli 85.000 euro venga letteralmente travolto dalla pressione fiscale del regime ordinario.

Il punto è che questa posizione accende un riflettore su una ferita aperta del sistema Italia.

Da una parte c'è chi vede nel forfettario un privilegio ingiusto che crea disparità sociale. Dall'altra c'è una platea di professionisti per cui quel regime non è un regalo, ma l'unico modo per restare a galla in un mercato dove i costi sono alle stelle e le tutele rasentano lo zero.

Tradotto: lo Stato ha creato un recinto fiscale dove si sopravvive bene, ma appena provi a scavalcarlo per crescere, vieni punito.

Ed è qui che nasce il vero problema. Molti non se ne accorgono, ma stiamo assistendo a una guerra tra poveri alimentata da regole scritte male. Se superi la soglia degli 85.000 euro, l'impatto fiscale è così violento che spesso conviene fatturare meno per guadagnare di più al netto. Un paradosso che uccide l'ambizione e blocca lo sviluppo economico del Paese.

Un sistema che rende la crescita un errore di calcolo finanziario è un sistema che ha fallito.

In pratica, ha senso prendersela con chi beneficia di un regime agevolato o bisognerebbe pretendere che il regime ordinario smetta di essere un patibolo per chi produce ricchezza?

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20/05/2026

Ti stanno abituando a essere povero e il problema è che lo stanno facendo con il tuo totale consenso.

Non parlo della crisi energetica o delle guerre, ma di qualcosa di molto più sottile e pervasivo che accade ogni volta che entri al supermercato o apri un’app.

Il punto è che stiamo vivendo una sorta di anestesia economica collettiva.

Prendi la shrinkflation. Le aziende non aumentano il prezzo, ma riducono il contenuto. La scatola di biscotti sembra la stessa, ma dentro mancano trenta grammi. Psicologicamente non avverti il colpo, ma nei fatti il tuo carrello vale il 10% in meno rispetto a sei mesi fa. Ti hanno tolto valore senza che tu potessi protestare.

Tradotto: stai pagando di più per avere di meno, ma il tuo cervello è programmato per non accorgersene finché il danno non è sistemico.

Ed è qui che nasce il problema vero. Questa logica si è spostata dal prodotto al servizio. Oggi chiamiamo "efficienza" o "innovazione" il fatto di dover fare tutto da soli. Prenoti da solo, scarichi i documenti da solo, scansioni la spesa da solo alle casse automatiche.

In pratica, le aziende hanno spostato il costo del lavoro sulle tue spalle. Tu lavori gratis per loro, convinto che sia una comodità tecnologica. Stai regalando il tuo tempo e le tue competenze per compensare tagli al personale camuffati da ottimizzazione dei processi.

Molti non se ne accorgono, ma questo costante scivolamento verso il basso sta ridefinendo il nostro standard di vita. Ci convincono che il "meno" sia il nuovo "normale" e che la perdita di assistenza e qualità sia un passaggio obbligato verso il futuro.

La domanda però rimane una sola. Siamo davvero diventati più moderni o abbiamo solo imparato ad accettare la povertà con un nome più elegante?

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L’Italia non è fondata sulle grandi aziende, ma sulle microimprese. E questo, anche se suona romantico, è il nostro prob...
19/05/2026

L’Italia non è fondata sulle grandi aziende, ma sulle microimprese. E questo, anche se suona romantico, è il nostro problema più grande.

Siamo abituati a celebrare il tessuto delle piccole realtà locali come il cuore del Paese. I numeri lo confermano: il 94,9% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti. Le grandi aziende? Sono una specie rara, appena lo 0,1% del totale.

Il punto è che siamo un esercito di nani in un mondo che premia i giganti.

Tradotto: queste microimprese e PMI producono il 65,5% della ricchezza nazionale e garantiscono il lavoro al 76,1% degli occupati. Sembra un successo, ma è una trappola. Il divario di produttività rispetto alle grandi realtà è enorme.

In pratica, lavoriamo tantissimo per produrre proporzionalmente meno valore.

Molti non se ne accorgono, ma se riuscissimo a ridurre questo gap di produttività, il nostro PIL potrebbe crescere del 6% ogni anno. Stiamo parlando di miliardi di euro che restano sul tavolo a causa della burocrazia, di un accesso al credito che sembra un percorso a ostacoli e di una gestione spesso troppo familiare per essere competitiva.

Ed è qui che nasce il problema.

Dal 2000 a oggi, solo il 5% delle PMI è riuscito a fare il salto e diventare una grande azienda. Le altre restano piccole finché non chiudono o vengono assorbite. Per crescere servono capitali, formazione e una digitalizzazione reale dei processi finanziari. Non è più tempo di "piccolo è bello" se il piccolo non ha gli strumenti per scalare.

Il limite è nel sistema o nella mentalità di chi guida l'impresa?

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Ti hanno sempre detto che sotto certe cifre sei “al sicuro”. Non è così. Il problema non è la soglia, è il comportamento...
12/05/2026

Ti hanno sempre detto che sotto certe cifre sei “al sicuro”. Non è così. Il problema non è la soglia, è il comportamento. E questo cambia tutto.

Oggi i non si attivano solo quando superi numeri evidenti, ma quando quello che fai con il denaro non torna rispetto a quello che dichiari. È qui che entra in gioco l’ : non guarda solo quanto hai, ma come ci sei arrivato.

Puoi avere anche 50.000€ sul conto e non avere alcun problema, se quei soldi sono coerenti con il tuo reddito. Ma basta iniziare a versare contanti in modo frequente, senza una causale chiara, e il sistema si accende. Non perché hai superato una soglia, ma perché hai creato un’anomalia.

Esistono comunque dei numeri che fanno da spartiacque. I 5.000€ di giacenza media fanno scattare automaticamente l’imposta di bollo. I 10.000€ mensili in contanti attivano segnalazioni legate all’ . E poi c’è il limite meno noto: i 1.000€ in contanti versati con frequenza possono diventare un problema se non giustificati.

Il punto è che il sistema oggi è basato sull’incrocio dei dati. Ogni movimento lascia traccia, ogni incongruenza viene letta. Non serve nascondere, serve dimostrare. Documentazione, bonifici, causali: tutto ciò che rende il denaro tracciabile diventa una difesa.

Molti lo scoprono tardi, quando una semplice operazione diventa una richiesta di chiarimenti. E da lì si apre un percorso che può portare a verifiche, sanzioni o recuperi fiscali.

La verità è semplice: non esiste una cifra magica sotto cui sei invisibile. Esiste solo coerenza tra ciò che guadagni e ciò che muovi.

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Il problema non è solo quanto guadagnano gli italiani. È chi paga davvero il conto. 💸Nel 2024 i redditi italiani sono cr...
07/05/2026

Il problema non è solo quanto guadagnano gli italiani. È chi paga davvero il conto. 💸

Nel 2024 i redditi italiani sono cresciuti: il reddito complessivo dichiarato ha sfiorato i 1.100 miliardi di euro e il reddito medio è arrivato a 25.820€. Sulla carta sembra una buona notizia. Più reddito, più capacità economica, più respiro per famiglie e lavoratori.

Ma poi arriva il dato che cambia completamente la prospettiva: più di un italiano su 6 non paga Irpef.

E qui il tema non è puntare il dito contro chi ha redditi bassi. Il punto è capire cosa racconta davvero questo numero sul nostro Paese. Racconta un’Italia dove una parte enorme della popolazione guadagna troppo poco per contribuire in modo significativo. Racconta un sistema fiscale in cui la ricade soprattutto su chi ha redditi tracciabili. E racconta un ceto medio che, ancora una volta, finisce nel mezzo.

I contribuenti fino a 35.000€ rappresentano il 76,6% della platea, ma versano solo il 34,9% dell’imposta totale. Sopra quella soglia, invece, c’è circa il 23% dei contribuenti, che paga il 65% del gettito.

Tradotto: l’Irpef è formalmente una tassa di tutti, ma nella pratica è sempre più una questione di pochi.

Il dato diventa ancora più interessante se guardiamo da dove arrivano i redditi dichiarati. L’84,6% proviene da lavoro dipendente e pensioni, cioè dalle componenti più controllate, più tracciabili e dove il nero è quasi impossibile. È qui che il italiano incassa con maggiore certezza.

Il problema, quindi, non è solo fiscale. È economico, sociale e politico. Perché quando il peso del sistema si concentra su una parte sempre più ristretta della popolazione, la domanda diventa inevitabile: quanto può reggere ancora questo equilibrio? ⚖️

Perché senza crescita reale dei salari, senza produttività e senza una base imponibile più ampia, la italiana rischia di continuare a spremere sempre gli stessi.

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05/05/2026

Ti hanno sempre detto che per investire servono tanti soldi… ma nessuno ti ha mai spiegato che il vero vantaggio è il tempo.

La maggior parte delle persone resta ferma per anni aspettando “il momento giusto”. Spoiler: quel momento non arriva mai. E nel frattempo l’inflazione lavora contro di te, ogni singolo giorno.

Qui entra in gioco il concetto di PAC e della loro importanza ne parla in questo video Alberto Martini, Direttore Wealth Management di Banca Mediolanum.

Il piano di accumulo capitale non è solo uno strumento finanziario. È una strategia mentale. Significa smettere di inseguire il mercato e iniziare a costruire qualcosa nel tempo, con costanza.

Invece di investire tutto subito, entri poco alla volta. Ogni mese. Ogni periodo. Senza farti paralizzare dalla paura di sbagliare timing.

Ed è proprio qui che sta il punto.

Non si tratta di “ba***re il mercato”. Si tratta di restarci dentro abbastanza a lungo.

Con un , trasformi la volatilità da nemico a alleato. Quando i mercati scendono, accumuli di più. Quando salgono, benefici della crescita. Senza dover indovinare nulla.

È un approccio noioso? Sì.
È sexy? No.
Funziona? Molto più di quanto pensi.

Ma attenzione: non è una scorciatoia. Non elimina il rischio. Non ti rende ricco dall’oggi al domani.

Quello che fa davvero è molto più potente: ti obbliga ad avere disciplina.

E la disciplina, nel mondo degli investimenti, vale più del talento.

Non a caso, il tema è stato al centro del dibattito tra i professionisti del settore, come emerso durante “Il Valore della Consulenza 2026”. Perché oggi il vero problema non è l’accesso agli strumenti, ma la mancanza di una strategia.

Ed è qui che entra in gioco l’ .

Perché non è questione di quanto guadagni.
Ma di quanto sei capace di costruire nel tempo.

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