Volo to be

Volo to be Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Volo to be, Avvocato e studio legale, Via Amari 18, Ferrara.

03/09/2026

La prima cosa che ho pensato è stata che mio padre volesse punirci.

Non l’ho detto subito.

Sono rimasto in silenzio mentre leggevano il testamento olografo.

La sua grafia era lì.

Inconfondibile.

Più incerta di come la ricordavo, ma ancora sua.

Ogni parola scritta a mano sembrava rendere tutto più difficile da contestare.

Non era una firma messa sotto un documento preparato da altri.

Era lui.

Era proprio lui che aveva deciso.

Una parte del patrimonio sarebbe stata destinata a un progetto già affidato a VOLO.

Per dodici mesi, dopo la sua morte, i suoi canali digitali non sarebbero stati chiusi.

Non sarebbero diventati una pagina commemorativa.

Non sarebbero stati ripuliti, ordinati, trasformati in una versione elegante e pacifica della sua vita.

Al contrario.

Ogni mese sarebbe stato pubblicato un contenuto scelto da lui.

Una fotografia.

Un documento.

Una registrazione.

Un nome.

Quando il notaio finì di leggere, mio fratello disse quello che tutti stavamo pensando.

“È una follia.”

Mia sorella parlò di umiliazione.

Io pensai all’azienda.

Ai clienti.

Ai giornali.

Alle persone pronte a prendere un dettaglio e trasformarlo in scandalo.

Pensai a tutto, tranne che a quello che mio padre aveva davvero scritto.

Che non voleva essere ricordato meglio.

Voleva essere ricordato intero.

La prima pubblicazione arrivò un mese dopo il funerale.

Una foto in bianco e nero.

Mio padre giovane, davanti al primo capannone.

Accanto a lui c’era un uomo che non avevo mai visto nominare in nessuna presentazione aziendale.

Sotto, la voce di mio padre.

“Si chiamava Ernesto.

Per anni vi ho lasciato credere che tutto fosse cominciato da me.

Ma ogni mattina Ernesto apriva quel cancello prima ancora che io arrivassi.

Ha messo mani, tempo e salute in un’azienda che poi ha smesso di dire il suo nome.”

Lessi il testo tre volte.

Provai fastidio.

Poi rabbia.

Poi qualcosa che somigliava alla vergogna, ma che non volevo ancora chiamare così.

Il secondo mese arrivò una lettera.

Era di Lucia.

Una donna di cui avevo sentito parlare solo come di una socia uscita male dall’azienda.

Una di quelle storie archiviate con frasi vaghe.

“Non era più in linea.”

“Non aveva visione.”

“Se n’è andata al momento giusto.”

In realtà, nelle sue parole, c’era scritto altro.

Aveva rinunciato alla propria quota in un momento difficile.

Mio padre le aveva promesso che il suo contributo non sarebbe stato cancellato.

Poi l’azienda era cresciuta.

E il suo nome era sparito.

Il terzo mese, una registrazione.

Questa volta parlava di un dipendente licenziato.

Per anni avevamo ripetuto che aveva commesso un errore imperdonabile.

Mio padre raccontò che quell’errore era nato da una sua decisione.

Che qualcuno aveva pagato al posto suo.

A quel punto smisi di aprire quei contenuti in ufficio.

Li aprivo la sera.

Da solo.

Con lo stomaco chiuso.

Ogni mese pensavo che sarebbe arrivato qualcosa di ingiusto, qualcosa di esagerato, qualcosa pensato solo per metterci in difficoltà.

A volte lo era.

Non voglio renderlo migliore di quanto fosse.

Mio padre era capace di colpire anche quando diceva di voler spiegare.

C’era durezza in quel progetto.

C’era il bisogno di avere l’ultima parola.

C’era anche una forma di vendetta verso di noi, verso il modo in cui avevamo già iniziato a impacchettare la sua memoria.

Ma c’era una verità che non potevamo più evitare.

Per anni avevamo protetto il suo nome come se proteggere un nome significasse togliere tutto ciò che lo rendeva scomodo.

Avevamo preparato una pagina commemorativa.

Avevamo scelto le fotografie.

Avevamo già scritto frasi come “ha costruito tutto con le sue mani”.

E lui, da morto, ci stava obbligando a correggerle.

Non so se sia giusto.

Non so se un padre abbia il diritto di usare la propria assenza per costringere i figli a guardare quello che non vogliono vedere.

Non so se quella sia stata una forma di coraggio o l’ultimo modo che ha trovato per controllare la stanza anche senza esserci.

So solo che, dopo la sesta pubblicazione, ho smesso di dire che VOLO stesse realizzando una vendetta.

O forse ho iniziato a capire che certe vendette non servono solo a ferire.

A volte servono a impedire che una bugia continui indisturbata.

Alla fine dei dodici mesi, la pagina di mio padre non era più bella.

Non era più ordinata.

Non era più rassicurante.

Era più difficile da guardare.

Ma era anche più vera.

C’erano nomi che non conoscevo.

Errori che avrei preferito non sapere.

Persone che avrebbero meritato di essere ringraziate quando lui era ancora vivo.

E una domanda che non riuscivo più a togliermi dalla testa.

Quanta parte della nostra eredità era costruita su ciò che avevamo imparato a non vedere?

Mio padre non ci ha lasciato solo beni.

Ci ha lasciato un profilo che non potevamo chiudere.

Una memoria che non potevamo lucidare.

Un racconto che non potevamo più controllare da soli.

Per mesi l’ho odiato per questo.

Poi ho capito che forse era proprio quello il punto.

Alcune volontà non nascono per consolare chi resta.

Nascono per impedire che chi resta trasformi una vita in una versione più comoda della verità.

27/08/2026

Per anni ho lasciato che fossero gli altri a raccontare chi ero.

All’inizio mi faceva comodo.
Una foto scelta bene.
Una frase pulita.
Un comunicato scritto da qualcuno che sapeva togliere le parti scomode.
Un profilo pubblico ordinato, coerente, rispettabile.

Con il tempo, quella versione è diventata più forte di me.
Più semplice.
Più accettabile.

Un uomo che aveva costruito tutto da solo.
Un padre severo, ma giusto.
Un imprenditore visionario.
Una famiglia compatta.
Un nome da proteggere.

A un certo punto ho iniziato a crederci anch’io.
O forse mi conveniva farlo.
Perché la verità è che nessuno costruisce niente da solo.
Nemmeno la propria reputazione.

Dietro ogni risultato che avete sempre chiamato mio, c’erano persone che non compaiono più da nessuna parte.
Nomi tolti dai discorsi.
Volti tagliati dalle fotografie.
Soci diventati dettagli.
Dipendenti trasformati in numeri.
Errori chiamati decisioni difficili.
E silenzi che, col tempo, abbiamo imparato a chiamare discrezione.

Quando ho capito che stavo morendo, la prima cosa che ho visto non è stata la fine.
È stata la versione di me che avreste continuato a raccontare dopo.
Sapevo già come sarebbe andata.

Una pagina commemorativa.
Le foto migliori.
Le frasi giuste.
I ricordi ripuliti.

La storia dell’uomo che aveva lasciato un’eredità importante, un’azienda solida, un cognome ancora spendibile.

Sapevo che avreste chiuso tutto ciò che non serviva.
Vecchi post.
Documenti.
Archivi.
Messaggi.
Fotografie.

Tutto quello che poteva disturbare il racconto.
Non perché siete cattivi.
Perché vi ho insegnato io a farlo.
Vi ho insegnato che il nome veniva prima delle persone.
Che una verità scomoda poteva aspettare.
Che un errore, se nessuno lo ricordava più, smetteva quasi di essere un errore.

Poi ho preso carta e penna.
Ho scritto il mio testamento olografo.
Di mio pugno.
Con la mia grafia tremante, ma ancora mia.
Ho destinato una parte dei miei beni a un progetto che non avreste scelto.
Non a voi.
Non all’azienda.
Non alla fondazione di famiglia con il mio nome sopra.
A un archivio pubblico.

Dodici mesi.
Dodici pubblicazioni.
Una al mese.
Non per distruggere ciò che resta di me.
Per impedire che resti soltanto ciò che vi fa comodo.

Poi VOLO.
A VOLO ho affidato ciò che un testamento, da solo, non poteva spiegare.
Le date.
Le immagini.
I documenti.
Le registrazioni.
Le storie dietro ogni nome che avevamo imparato a non pronunciare.

Il primo mese uscirà la fotografia di Ernesto, l’uomo che per vent’anni ha aperto il capannone prima di me e che nessuno ha mai chiamato fondatore.

Il secondo, la lettera di Lucia, la socia che ha rinunciato alla sua quota quando l’azienda rischiava di fallire, perché io le avevo promesso che il suo nome sarebbe rimasto.
Non è rimasto.

Il terzo, il video in cui racconto la commessa persa per un mio errore, che per anni avete attribuito a un dipendente licenziato troppo in fretta.

E poi gli altri.

Uno alla volta.

Nel tempo giusto.

Perché nessuna verità vi arrivi addosso tutta insieme, abbastanza forte da essere chiamata attacco.
Ma nemmeno abbastanza debole da essere ignorata.

So che direte che è vendetta.
Forse, in parte, lo è.
Non sono abbastanza innocente da fingere il contrario.

C’è rabbia in quello che sto facendo.
C’è delusione.
C’è il bisogno tardivo di togliervi dalle mani la versione comoda di una vita che anche io ho contribuito a falsare.

Ma c’è anche un’altra cosa.

Il desiderio che, almeno dopo di me, nessuno venga più cancellato per proteggere il mio nome.

Voi erediterete beni.
Case.
Quote.
Oggetti.
Ma non erediterete il diritto di decidere da soli chi sono stato.

Un profilo può essere chiuso.
Una pagina può essere ripulita.
Una memoria può essere addomesticata.

Per questo ho chiesto a VOLO di custodire la mia identità digitale quando io non potrò più difenderla da chi mi ama troppo per raccontarmi intero.

Non vi sto chiedendo di perdonarmi.
Non vi sto chiedendo di capirmi subito.

Vi sto chiedendo di sopportare, per dodici mesi, una cosa che io ho evitato per tutta la vita.

La verità.

Non tutta.
Non perfetta.
Non pura.

Ma abbastanza da restituire un nome a chi è stato lasciato fuori dal racconto.

Pensavate che la mia ultima volontà servisse a dividere ciò che possedevo.
Invece serve a togliere il silenzio da ciò che ho lasciato irrisolto.
Perché non tutto ciò che resta dopo di noi è fatto di beni.

A volte resta una versione troppo comoda della nostra vita.
E qualcuno deve avere il coraggio di rovinarla.

26/08/2026

Quando diciamo “volontà”, pensiamo davvero a tutto ciò che questa parola contiene?

Riccardo Nota d’Elogio, in questo video, parte proprio dal suo significato più profondo.

La volontà può essere una decisione, certo.
Ma può essere anche un desiderio, un’aspirazione, una speranza.

Qualcosa che sentiamo profondamente e che vorremmo potesse trovare spazio anche nel futuro.

È da questa idea che nasce Volo: dare forma a ciò che una persona desidera lasciare, rendere possibile o far accadere anche dopo la propria assenza.

Un modo diverso di pensare a ciò che resta di noi, che attraversa anche le pagine de *La logica dell’infinito*.

▶️ Guarda il video e ascolta le parole di Riccardo Nota d’Elogio.

📖 Scopri *La logica dell’infinito* su Volo: https://www.volotobe.it/prodotto/la-logica-dellinfinito-per-esserci-sempre/

In *P.S. I Love You*, Gerry prepara per Holly una serie di messaggi prima della sua morte.Ogni lettera arriva in un mome...
20/08/2026

In *P.S. I Love You*, Gerry prepara per Holly una serie di messaggi prima della sua morte.

Ogni lettera arriva in un momento preciso e contiene un’indicazione, un ricordo o un invito a vivere una nuova esperienza. Nel giorno del suo trentesimo compleanno, Holly riceve una registrazione: Gerry aveva pensato anche a quella data e aveva scelto le parole con cui esserle accanto.

Il valore di quel gesto non risiede soltanto nel messaggio, ma nel momento scelto per consegnarlo.

Gerry conosce il significato di quel compleanno. Sa quanto potrebbe essere difficile affrontarlo senza di lui e prepara qualcosa capace di trasformare la sua assenza in una presenza diversa: una voce che raggiunge Holly quando lei ne ha bisogno.

Volo nasce dalla stessa possibilità: decidere oggi quali gesti compiere domani per le persone che amiamo.

Un messaggio per un compleanno.
Un dono per una ricorrenza.
Un aiuto destinato a un momento importante.
Un’esperienza pensata per accompagnare una persona cara lungo una nuova fase della sua vita.

Attraverso il mandato post mortem exequendum, Volo raccoglie queste volontà, stabilisce insieme alla persona tempi e modalità e si occupa della loro realizzazione dopo la sua morte.

La storia di Gerry e Holly appartiene al cinema.
Il desiderio di continuare a esserci appartiene a molti di noi.

Con Volo, quel desiderio può diventare una scelta concreta.

Scopri tutte le possibilità su volotobe.it/oltre

E se il successo potesse continuare a generare valore anche oltre la vita di una persona?Agatha Christie è stata una del...
19/08/2026

E se il successo potesse continuare a generare valore anche oltre la vita di una persona?
Agatha Christie è stata una delle autrici più lette e amate di tutti i tempi.
Attraverso i suoi romanzi ha costruito personaggi, storie e misteri capaci di attraversare generazioni, entrando nell'immaginario di milioni di lettori in tutto il mondo.
Ma il suo lascito non si è fermato alle pagine dei suoi libri.
Nel corso della sua vita scelse infatti di destinare una parte significativa dei diritti d'autore a cause benefiche e organizzazioni impegnate nel sociale.
Una decisione che ha permesso alle sue opere di continuare a generare un impatto concreto anche dopo la sua scomparsa.
Ospedali, scuole e realtà benefiche hanno continuato a ricevere sostegno grazie a una scelta fatta molti anni prima.
Una scelta che ci ricorda come un'eredità possa assumere forme diverse.
Non soltanto beni materiali.
Ma anche valori.
Idee.
Opportunità.
Perché ciò che lasciamo può continuare a produrre effetti ben oltre il tempo della nostra presenza.
VOLO nasce anche da questa riflessione: dalla possibilità di immaginare un'eredità che continui a raccontare ciò in cui crediamo e ciò che desideriamo lasciare al mondo.

Scopri di più e lasciati ispirare su https://www.volotobe.it/oltre/stelle/agatha-christie-tra-mistero-e-filantropia/

💬 Se potessi trasformare un tuo valore in qualcosa destinato a durare nel tempo, quale sarebbe?

14/08/2026

Ho odiato per anni il modo in cui mia moglie faceva foto.
A qualunque cosa.
Alla colazione.
A nostra figlia con il pigiama storto.
A me mentre camminavo, mentre ridevo, mentre dormivo con la bocca aperta sul divano.
«Viviti il momento», le dicevo sempre.
Lei sorrideva.
E continuava.
Dopo la sua morte, per mesi non sono riuscito a guardare niente.
Nemmeno il suo telefono.
Restava chiuso in un cassetto, spento, come se tenerlo lì potesse impedire a tutto il resto di diventare reale.
Poi un giorno nostra figlia mi ha chiesto com’era la mamma quando rideva.
Non “com’era” in generale. Proprio quando rideva.
Sono rimasto in silenzio.
Perché certe cose credi di ricordarle per sempre.
Poi arriva una domanda semplice e ti accorgi che hai paura di non riuscire più a vederle bene.
Quella sera ho acceso il suo telefono. La galleria si è aperta quasi subito. C’erano migliaia di foto.
All’inizio ho pensato che fosse troppo.
Poi ho cominciato a scorrerle. Una dopo l’altra.
E ho visto la nostra vita. Non come la ricordavo io. Come la vedeva lei.
C’ero io che tenevo nostra figlia in braccio senza sapere dove mettere le mani.
C’era il disordine della cucina dopo cena.
C’erano i piedini sul divano.
Le lenzuola stropicciate.
I nostri viaggi brevi.
Le mattine lente.
I giorni qualunque.
E lei, quasi mai.
Sempre dietro l’obiettivo. Sempre a guardarci. Sempre a tenerci insieme senza che io me ne accorgessi.
Poi ho trovato una cartella con il mio nome. Dentro, una sola foto. Io e nostra figlia addormentati. Sotto, un messaggio.
“Questa è la prima.”
Non capivo.
Qualche giorno dopo sono stato contattato da VOLO. Mi hanno spiegato che mia moglie aveva affidato loro un progetto per noi.
Non un album. Non una raccolta di ricordi da consegnare tutta insieme.
Un percorso.
Le sue foto sarebbero arrivate nel tempo. Una alla volta.
In certi giorni.
Nei momenti che lei aveva scelto.
La prima arrivò quando nostra figlia compì tre anni.
Una foto di loro due davanti allo specchio.
Sul retro, poche parole:
“Dille che quel giorno voleva mettersi il mio rossetto. E che io l’ho lasciata fare.”
La seconda arrivò il giorno del suo primo ingresso a scuola.
Una foto di uno zainetto appoggiato sul letto.
“Lo so che oggi ti sembrerà troppo grande. Ma lo sembrava anche quando l’hai presa in braccio la prima volta.”
Ogni foto mi restituiva qualcosa.
Non solo lei.
Noi.
Il modo in cui ci aveva guardati.
Il modo in cui aveva capito che un giorno avrei avuto bisogno di una prova.
Che eravamo stati felici.
Che nostra figlia era stata amata da sua madre in mille gesti che ancora non poteva ricordare.
Ho pensato a tutte le volte in cui le avevo chiesto di mettere via il telefono.
A tutte le foto che non le ho lasciato fare.
A tutte quelle in cui lei avrebbe potuto esserci e invece non c’è, perché era sempre lei a guardarci.
E ho pianto.
Non per le foto che aveva scattato.
Per quelle che io non avevo capito.
Oggi, quando arriva una nuova immagine, non la apro subito.
Mi siedo.
Chiamo nostra figlia.
La guardiamo insieme.
A volte lei mi chiede di raccontarle cosa stava succedendo.
A volte sono io a chiederlo a lei, anche se era troppo piccola per ricordare.
E allora inventiamo poco.
Ricostruiamo.
Ridiamo.
Restiamo lì.
Dentro un momento che sua madre aveva salvato prima di andarsene.
Pensavo che quelle foto ci avrebbero fatto male.
Invece ci stanno insegnando a ricordare senza restare fermi.
Perché mia moglie non ci ha lasciato soltanto immagini.
Ci ha lasciato il suo sguardo.
E, attraverso quello, continua ancora a mostrarci quanta vita c’era nei giorni che io chiamavo normali.

13/08/2026

Lui odiava quando facevo foto.
Diceva che non riuscivo mai a godermi il momento.
Che guardavo tutto attraverso uno schermo.
La colazione.
Una passeggiata.
Nostra figlia addormentata sul divano.
Lui di spalle, mentre camminava senza sapere che lo stavo fotografando.
Ogni volta alzava gli occhi al cielo.
«Ancora?»
Io sorridevo.
Non gli ho mai saputo spiegare davvero perché lo facessi.
Forse perché certi momenti mi sembravano troppo piccoli per essere ricordati da soli.
Troppo fragili.
Troppo facili da perdere.
Quando è arrivata la malattia, ho iniziato a guardare quelle foto in modo diverso.
Non erano più soltanto immagini.
Erano prove.
Di una vita vissuta dentro gesti normali.
Le mani di nostra figlia sporche di crema.
Il suo piedino sul petto di suo padre.
La tazza lasciata sul comodino.
Una domenica senza niente di speciale.
Il sole che entrava storto in cucina.
Tutte cose che, mentre accadono, sembrano poco.
E poi diventano tutto.
Ho capito che un giorno lui avrebbe avuto bisogno di ritrovarci lì dentro.
Non nelle foto perfette.
Non in quelle in cui guardavamo l’obiettivo.
Ma in quelle storte, mosse, rubate.
Quelle in cui la vita non si metteva in posa.
Così ho scelto le immagini una a una.
Non le più belle.
Le più nostre.
Con VOLO abbiamo pensato a un modo per farle arrivare nel tempo.
Non tutte insieme.
Non come un archivio da aprire e richiudere.
Ma come una presenza capace di tornare quando sarebbe servita.
Un album per i suoi primi mesi senza di me.
Una scatola per il primo compleanno di nostra figlia.
Una foto stampata per il giorno in cui avrebbe iniziato la scuola.
Un messaggio per quando lui avrebbe pensato di non ricordare più la mia voce.
Ogni immagine aveva una data.
Ogni data aveva un perché.
Ogni perché era un modo per dire: ero lì.
Vi ho visti.
Vi ho amati anche nei giorni in cui sembrava non stesse succedendo niente.
Lui pensava che fotografassi perché non sapevo vivere il momento.
Io fotografavo perché sapevo che alcuni momenti, un giorno, avrebbero dovuto vivere anche senza di me.
Non volevo lasciargli soltanto il mio ricordo.
Volevo lasciargli il modo in cui avevo guardato la nostra vita.
Perché a volte l’amore non resta nelle grandi promesse.
Resta in una foto sfocata.
In un dettaglio che nessuno aveva notato.
In un istante salvato prima che il tempo lo portasse via.
VOLO ha custodito quelle immagini perché potessero tornare da loro, una alla volta, nel momento giusto.
Come una mano appoggiata piano sulla spalla.
Come una voce che dice ancora: guarda bene.
Eravamo felici anche lì.

Cosa scegliamo di custodire, quando desideriamo che qualcosa di noi continui ad arrivare nel tempo?A volte non sono gli ...
31/07/2026

Cosa scegliamo di custodire, quando desideriamo che qualcosa di noi continui ad arrivare nel tempo?
A volte non sono gli oggetti più preziosi a raccontarci davvero, ma quelli che conservano un significato: una lettera scritta a mano, una fotografia, una frase lasciata in un momento preciso della vita. Tracce intime, capaci di mantenere vivo un legame anche a distanza di anni.

Le capsule del tempo nascono proprio da questa esigenza: creare un ponte tra presente e futuro, affidando a messaggi, ricordi e simboli il compito di arrivare a qualcuno nel momento giusto.

Non si tratta soltanto di conservare qualcosa, ma di scegliere cosa lasciare, come farlo e quale emozione si desidera trasmettere nel tempo. Ogni elemento custodito all’interno di una capsula racconta una parte di chi siamo: valori, legami, pensieri, frammenti di vita destinati a continuare.

Da questa visione nasce Volo.
Un servizio pensato per trasformare ricordi, messaggi e oggetti personali in un’eredità emotiva concreta, costruita su misura e custodita affinché possa arrivare quando conta davvero.

Perché alcune presenze continuano ad esistere anche attraverso ciò che decidono di lasciare.

Scopri di più su www.volotobe.it

24/07/2026

La logica dell’Infinito è un libro che invita a guardare ciò che lasciamo da una prospettiva nuova: possiamo continuare a prenderci cura delle persone che amiamo anche quando non saremo più qui?

Riccardo Nota d’Elogio ne ha parlato con Livio Partiti ai microfoni de Il posto delle parole, raccontando anche la nascita di Volo e la sua visione: trasformare desideri e volontà in gesti concreti destinati a continuare nella vita di chi resta.

L’intervista completa è disponibile su Spotify, Spreaker e sul sito ilpostodelleparole.it.

La logica dell’Infinito, edito da Sperling & Kupfer, è disponibile nelle migliori librerie, su Amazon e al link https://lnkd.in/dYSwMrdp

11/07/2026

Resto fermo qualche secondo davanti all'ingresso.
Le stesse luci.
Gli stessi colori.
La stessa atmosfera.

Quando il cameriere mi accompagna al tavolo, lo riconosco.
È proprio quello.
Quello in cui, tanti anni fa, avevo chiesto a mia moglie di sposarmi.
Sorrido amaramente.
Davanti a me una sola copertura.
L'altra sedia è vuota.
Come se qualcuno dovesse ancora arrivare.

Sul tavolo mi aspetta un piccolo registratore.
Accanto, un biglietto.
"Quando sarai seduto, premi play."

Per qualche secondo penso di alzarmi.
Di uscire.
Di fingere che questa cena non sia mai esistita.
Poi mi risiedo.
Premo il tasto.

La sua voce arriva quasi subito.
“Hai passato anni a dire che non eri pronto per questa conversazione. Adesso però devi ascoltarmi.”
Istintivamente mi viene da guardarmi attorno, come di fronte a uno scherzo di cattivo gusto.
"Per anni hai raccontato a tutti la tua versione del nostro matrimonio. Oggi ascolterai la mia."

Resto immobile.

Il cameriere arriva con una bottiglia.
È lo stesso vino che ordinavamo sempre.
Non glielo avevo nemmeno chiesto.
Aveva pensato anche a questo.

Le parole di mia moglie arrivavano come pietre.
La mia assenza.
I miei silenzi.
Le volte in cui aveva finto di stare bene nella speranza che io mi accorgessi del contrario.

Ad un tratto la voce si ferma.
Per qualche secondo sento soltanto il rumore dei bicchieri provenire dalla sala.

“Non ti ho mai detto queste cose quando potevo, non perché non ne abbia avuto il coraggio. Ma perché ogni volta che provavo a dirtela, avevi già deciso quale sarebbe stata la mia risposta, senza lasciarmi parlare. Ora posso finalmente farlo a modo mio.”

Stringo il bicchiere senza quasi accorgermene.
Vorrei fermare quella registrazione e risponderle.

Eppure, per la prima volta non posso interromperla.
Non posso cambiare argomento.
Non posso andarmene.
Posso solo ascoltare.
Fino alla fine.

Quando la registrazione termina, il ristorante è rimasto lo stesso.
Lo stesso tavolo.
Le stesse luci.
L'unica cosa ad essere cambiata è la storia che avevo raccontato a me stesso per tutti quegli anni.

Esco senza voltarmi.
Per la prima volta non porto via con me una risposta.
Porto via una versione di me stesso che non avevo mai avuto il coraggio di ascoltare.

Indirizzo

Via Amari 18
Ferrara
44121

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