18/06/2019
IL CAVALLO DI TROJAN
Ho già avuto modo di esprimermi sulla tempesta che sta travolgendo il Csm e non ho motivo di mutare opinione. Anzi, più la tempesta si incattivisce, più mi appare chiaro che l’idea di una soluzione ispirata al mero riscatto etico, senza mettere mano ad una radicale riforma dell’ordinamento giudiziario, è ben peggio che una pia illusione, è autentico suicidio istituzionale.
Ma qui mi interessa suggerire una diversa riflessione, solo apparentemente tangenziale al problema, sullo strumento investigativo che ha scatenato questo putiferio, vale a dire il famigerato Trojan, virus telematico che, infettando il cellulare del dott. Luca Palamara indagato per corruzione, ha disvelato scenari politico-istituzionali secondo alcuni sconvolgenti ed impensabili, e secondo altri (primi tra i quali i penalisti italiani) del tutto ovvi e scontati.
Occorre ricordare che l’intercettazione ambientale perpetua, che mette gli investigatori nelle condizioni di seguire ed ascoltare l’indagato in ogni sua azione quotidiana, in ogni sua parola o pensiero o gemito, fino alla sua più inviolabile intimità, è stato in questi ultimi anni l’autentico cavallo di battaglia del giustizialismo più cupo e fanatico.
La Magistratura stessa ha reclamato a gran voce il semaforo verde per l’infernale marchingegno, e quella luce verde se l’è data senza remore a sezioni unite. Per i reati di maggiore allarme sociale, si è detto, e figurati: non vorrete opporre garantismi pelosi alle indagini su mafiosi e camorristi? Poi accade che il catalogo dei reati allarmanti si allarga tumultuoso, ed eccoci alla Spazzacorrotti, che estende a tutti i reati contro la pubblica amministrazione quel semaforo verde. L’eccezione, si sa, diventa inesorabilmente la regola.
Si dirà: ma il disvelamento dello scandalo CSM sta lì proprio a dimostrare la straordinaria utilità ed efficacia del Trojan, al servizio della giustizia e della verità! Davvero? Ne siete proprio sicuri? Io penso che la vicenda stia dimostrando, e dimostrerà in modo mano a mano più chiaro, l’esatto contrario.
Gli effetti di una intercettazione così massiccia ed intrusiva sono assolutamente devastanti non solo perché lesivi di elementari diritti inviolabili della persona, ma anche per le finalità di giustizia che essa pretenderebbe di assicurare.
Chiunque di noi vive la propria quotidianità e la propria inviolabile intimità senza alcun freno inibitore. Ci sentiamo -e siamo!- liberi di raccontare verità o millanterie, di dire bugie innocenti o maliziose, di esprimere giudizi i più feroci, sprezzanti ed ingiusti, su persone, cose, istituzioni, simboli religiosi, familiari, amici, nella più assoluta e legittima sensazione di incensurabilità.
Le ragioni per le quali esprimiamo pensieri e giudizi nei quali indifferentemente crediamo e non crediamo, o raccontiamo ad altri vicende e fatti non necessariamente accadute, o non accadute in quei termini, possono essere le più varie: assicuriamo di aver fatto una cosa che non abbiamo fatto per toglierci dall’imbarazzo, per non apparire in torto, per prendere tempo, perché ricordiamo male, e per un milione di altre ragioni.
Questa pretesa barbarica di trasformare il libero ed imprevedibile fluire della vita di ciascuno di noi in una sorta di documentazione notarile della verità non saprei dire se è più violenta o più stupida. Risultato?
Se io, parlando con Tizio dico, nella medesima conversazione, che ho brigato con Caio per far eleggere Sempronio, e subito dopo che Mevio mi ha informato autorevolmente che il mio cellulare è infettato, con quale decente argomento si pretenderà di discernere dove stia confessando la verità e dove stia invece strategicamente millantando?
Più in generale, come si distingue una millanteria nel fluire di una conversazione? E come una bugia detta per liberarmi di insistenti pressioni?
E come faremo a capire se il “parlante” stia prendendo in considerazione, in quel preciso momento, di essere ascoltato, comportandosi di conseguenza?
Un microfono acceso ad ascoltare la vita di una persona, lungi da consentire la massima ricostruzione della verità, restituisce all’investigatore un magma ribollente, indecifrabile, pericolosamente indistingubile, un bolo fetido e velenoso. Un primo accenno lo abbiamo avuto con quei riferimenti al Quirinale, ed è solo un assaggio.
Dovessimo ragionare cinicamente, diremmo: vi è piaciuto il Trojan? Auguri.
Ma qui la questione è drammaticamente seria, e la voglia di fare battute francamente non c’è. Ci sono regole, principi fondamentali, diritti indisponibili della persona la cui manomissione mette in pericolo, drammaticamente e rovinosamente, la libertà di tutti noi, e le regole stesse del vivere civile. Riflettiamoci tutti, finchè siamo in tempo.