22/09/2025
Rifiuto genitoriale?
Secondo comma del 473 bis.6 Cpc
La situazione è più o meno questa. Un figlio/una figlia non vuole avere contatti con il padre/con la madre. Non emergono ragioni oggettivamente valide che giustifichino la sua opposizione: non abusi, non maltrattamenti, non violenze. Magari il genitore-bersaglio non è stato abbastanza presente, o non è sufficientemente empatico, o ha dato al figlio/alla figlia qualche scappellotto, nessuno è perfetto. Però il figlio/la figlia piange, strepita, da’ in escandescenze ogniqualvolta il genitore si presenta nel suo cono visivo. L’altro genitore passivamente assiste: “mica lo posso portare con la forza, se non vuole…”.
I servizi intervengono, osservano, valutano e concludono: “mica lo possiamo obbligare… sarebbe traumatico”. Si prende atto della volontà del bambino/della bambina, altrimenti chissà che cosa succede. Tutti fermi.
Si presume che sia un dramma se il bambino/la bambina piange e si dispera, presumendo conseguenze inemendabili. Ora, è del tutto normale che i bambini piangano e si disperino, capita se non vogliono andare a scuola, se prendono un brutto voto, se subiscono prepotenze da un compagno, se sono stati sgridati, se si deve far loro una puntura. Compito educativo è abituarli a superare gli ostacoli, ad affrontare il dolore, ad adattarsi alle frustrazioni. Il bambino ha bisogno di ostacoli per crescere, perché lo sviluppo, fin da quando siamo neonati, si nutre di mancate sintonizzazioni, incomprensioni ed equilibri ritrovati. Ed infatti il bambino piange e si dispera ma poi accetta il brutto voto, va a scuola, trova il modo di fare la pace col compagno, obbedisce al genitore, accetta la puntura.
Ma se rifiuta il genitore cambia tutto. Pianto e disperazione sono assunti come categorie che definiscono e delimitano un perimetro invalicabile. Entrano in gioco fattori che rimandano al fantasma del trauma, alla sacralità dell’ascolto, alla sfera dei diritti, veri o presunti, alla difesa dagli abusi, e tutto si blocca in nome del cosiddetto “superiore interesse del minore”, un feticcio astratto che ognuno interpreta a modo suo.
Il bambino però ha bisogno di limiti, di un sistema di rango superiore riconoscibile e di adulti che decidono per lui. Dovrà essere guidato ed eventualmente forzato a riavvicinarsi al genitore rifiutato rapidamente e, come gli studi dimostrano, altrettanto rapidamente pianti e disperazioni si esauriranno. Andiamo oltre, guardiamo avanti, senza lasciar passare troppo tempo. Il pericolo vero è il lasciarlo in balia delle sue paure, spesso e volentieri indotte e alimentate dall’altro genitore, ovvero il mantenimento del rifiuto e i danni che ne derivano a carico del funzionamento psicologico.
Si vuole privilegiare la dimensione orizzontale dell’accogliere e del soddisfare il bisogno apparente rispetto a quella verticale della regola e del suo rispetto. La regola che da’ ordine al mondo interno del bambino, fornendogli un quadro di riferimento che lo rassicura.
E’ incomprensibile come il sistema si impalli e giri a vuoto in questi casi, con danni inenarrabili per i figli e le figlie