04/06/2026
𝐂𝐎𝐒𝐀 𝐍𝐎𝐍 𝐕𝐀 𝐍𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐌𝐀𝐆𝐈𝐒𝐓𝐑𝐀𝐓𝐔𝐑𝐀 𝐈𝐓𝐀𝐋𝐈𝐀𝐍𝐀?
Parlare di malagiustizia oggi in Italia significa constatare una realtà ormai evidente a tutti. E non mi riferisco soltanto al processo penale, ma anche a quello civile e amministrativo: il sistema non funziona.
La politica, da anni, non è stata in grado di affrontare seriamente le cause della crisi della giustizia. Molti invocano la legalità, ma secondo me il problema è un altro: ciò che il cittadino chiede è la giustizia. Come il malato non invoca la sanità, ma la salute, così l’innocente e la vittima del reato chiedono giustizia, non semplicemente legalità.
I nostri edifici si chiamano ancora “Palazzi di Giustizia” e non “Palazzi della Legge”. Gli antichi dicevano: iustum est iustum, la cosa giusta è la cosa giusta. La legge, da sola, non basta.
Le riforme degli ultimi decenni hanno prodotto norme spesso inadeguate. Penso, ad esempio, al nuovo processo penale, che considero l’inizio di un progressivo peggioramento. Certo, le leggi sono importanti, ma da sole non fanno danni: contano anche gli operatori che le applicano.
Come abbiamo bisogno di medici capaci di guarire, abbiamo bisogno di magistrati dotati di equilibrio e saggezza. Il loro è un potere enorme, capace di incidere profondamente sulla vita delle persone. Per questo non mi interessa soltanto che conoscano il diritto: mi interessa che sappiano distinguere tra situazioni diverse, valutare le conseguenze delle proprie decisioni e usare il potere con prudenza.
La mia esperienza professionale cambiò quando incontrai Enzo Tortora. Compresi che ciò che era accaduto a lui poteva accadere a chiunque. Tortora fu arrestato nel 1983 e assolto definitivamente pochi anni dopo. Oggi, invece, capita che una persona venga assolta dopo aver trascorso anche diciassette anni sotto processo. È una situazione devastante che dimostra quanto il sistema sia diventato lento e inefficiente.
Da allora le cose non sono migliorate. I casi di errori giudiziari si sono moltiplicati e ormai quasi tutti conoscono qualcuno che ne è stato vittima direttamente o indirettamente. Per questo occorre intervenire sulle norme e sull’organizzazione della giustizia.
Uno degli errori più gravi è stato l’abbandono della figura del giudice istruttore. Oggi il pubblico ministero si trova a svolgere funzioni incompatibili tra loro: deve essere accusatore e, allo stesso tempo, garante dell’imparzialità delle indagini. È una contraddizione evidente.
La vera riforma dovrebbe partire dalla selezione dei magistrati. A mio avviso, prima di accedere alla magistratura occorrerebbe maturare una significativa esperienza professionale. In Inghilterra, ad esempio, per diventare giudice è necessario avere una certa età e molti anni di attività forense alle spalle. L’esperienza conta.
Oggi, invece, giovani laureati superano il concorso e si trovano immediatamente a esercitare funzioni delicatissime. Certamente cresceranno professionalmente, ma nel frattempo quante persone rischiano di subire conseguenze ingiuste?
Ben vengano, quindi, le associazioni che si occupano di malagiustizia. È importante alimentare la consapevolezza dell’opinione pubblica, perché solo una forte pressione culturale e sociale può favorire il cambiamento.
Tra i problemi più gravi resta la durata dei processi. La giustizia non è una competizione sportiva, ma non è accettabile che un procedimento duri decenni. La vita delle persone non può restare sospesa così a lungo.
Anche i riti speciali, introdotti per accelerare i tempi, spesso hanno prodotto effetti opposti. Oggi accade che un lavoratore, pur avendo diritto a una tutela più rapida, debba attendere anni per la prima udienza. È il segno di un sistema che ha perso efficienza.
Questo è il problema fondamentale: la giustizia italiana, oggi, non funziona come dovrebbe. E finché non si avrà il coraggio di affrontarne le cause profonde, continueranno a moltiplicarsi errori, ritardi e sofferenze per i cittadini.