23/09/2026
Erano venute da me.
Anzi, prima ancora erano arrivate sette, forse otto telefonate di fila.
Era il pomeriggio del 23 dicembre, lo studio era chiuso e io, come faccio sempre in quei giorni, cercavo già di rallentare un po’, di lasciare spazio alla famiglia e di mettere in pausa il lavoro almeno per qualche ora.
Quando però ho visto tutte quelle chiamate ho pensato subito che dovesse essere successo qualcosa di grave.
Rispondo.
Dall’altra parte c’è una voce agitata, quasi spezzata.
“Avvocato, aiutatemi. Mia mamma deve andare davanti a un giudice in Calabria. Mi hanno detto che deve presentarsi come testimone. Dobbiamo fare subito qualcosa.”
La prima cosa che faccio, ancora prima di capire bene cosa sia successo, è cercare di tranquillizzarla.
Le dico di respirare, di mandarmi tutto quello che ha, di non fare supposizioni fino a quando non vedo le carte.
Perché una cosa mi sembrava strana.
A ridosso di Natale, una convocazione in Calabria, a centinaia di chilometri da Napoli, una persona convinta di essere stata chiamata semplicemente come testimone.
Mi manda gli atti.
Il 24 dicembre mi rimetto al lavoro.
Non avrei voluto farlo, lo ammetto. In quei giorni mi piace fermarmi, stare con la mia famiglia, riposare la testa dopo un anno passato tra udienze, studio e scadenze.
Ma non potevamo aspettare, loro non potevano aspettare. Troppe agitate, troppo impaurite.
Dovevo capire cosa stesse succedendo e soprattutto dovevo farle firmare subito le nomine, perché senza quelle non avrei potuto fare nulla.
Inizio a leggere.
E dopo poche righe capisco che la situazione è molto diversa da quella che loro avevano immaginato.
La mamma non era stata chiamata come testimone.
Era imputata.
Quello che aveva ricevuto non era una semplice convocazione, ma un decreto di citazione a giudizio per un processo penale a 500 chilometri da casa.
L’imputazione era per truffa…
A quel punto ho capito anche il motivo di tutta quella agitazione.
Erano persone incensurate, una famiglia per bene, lontanissima da qualsiasi esperienza giudiziaria, e improvvisamente si ritrovavano dentro un procedimento penale complesso, con decine di persone coinvolte e una storia che ruotava attorno a una presunta attività di lavoro online.
Una di quelle situazioni che, almeno all’inizio, possono sembrare innocue.
Un lavoro da casa.
Movimenti di denaro.
PostePay.
Pagamenti che passano da una carta all’altra.
Persone che partecipano senza avere piena consapevolezza di quello che sta accadendo realmente.
Poi, però, quando arriva un processo, tutto cambia.
E così abbiamo iniziato a studiare.
Abbiamo ricostruito i fatti, analizzato i passaggi, letto i documenti, controllato i movimenti e cercato di capire con precisione quale fosse il ruolo effettivo della mia assistita all’interno di quella vicenda.
C’era poi un altro aspetto che non potevo ignorare.
Quel processo era lontano.
Molto lontano.
E quando una famiglia è già spaventata da un procedimento penale, anche il peso delle trasferte, delle spese, delle giornate p***e può diventare enorme.
Per questo avevo promesso loro una cosa molto semplice: avrei cercato di ridurre al minimo possibile i costi, senza mai ridurre la qualità della difesa.
E così abbiamo fatto.
Per mesi hanno vissuto con quell’ansia.
Con la paura di una condanna.
Con il timore che quella vicenda potesse lasciare un segno permanente sulla loro vita.
Con la domanda che tornava ogni volta:
“Avvocato, come finirà?come andra?”
Il mitico “ce la facciamo,che dite?”
Poi è arrivato settembre.
E con lui abbiamo chiuso il procedimento.
Con una remissione di querela.
Finito.
Nessuna condanna.
Casellario pulito.
E soprattutto una famiglia finalmente libera da una paura che si era portata dietro per mesi.
Quando penso a questo caso, non penso solo al fascicolo.
Penso a quella telefonata del 23 dicembre.
Penso a quella voce agitata.
Penso a una figlia convinta che sua madre dovesse andare in Calabria soltanto come testimone e alla paura provata quando ha capito che, invece, era imputata.
E penso a come sono cambiate nel tempo.
All’inizio tremavano.
Alla fine sorridevano.
Per me questo è il senso del lavoro che faccio.
Non solo leggere atti e studiare norme.
Ma prendere una persona nel momento in cui tutto le sembra enorme, confuso, ingestibile, e aiutarla a rimettere ordine.
Prima nei fatti.
Poi nelle carte.
E infine, quando si può, anche nella vita.