27/05/2026
IL CASO PERUGIA-CAPANNE: QUANDO L’INVESTIGAZIONE DIVORA LE GARANZIE.
Sento il dovere di dirlo chiaramente:
quanto emerso dal carcere di Capanne è uno dei casi più gravi degli ultimi anni.
I FATTI, IN SINTESI.
Nell’ambito di un procedimento per concorso esterno in traffico di stupefacenti a carico di un’avvocata, la Procura di Perugia avrebbe autorizzato intercettazioni nelle salette colloqui del carcere.  Le operazioni sarebbero durate sei mesi e avrebbero registrato colloqui di almeno 15 avvocati diversi da quello indicato nel decreto.
Conversazioni nelle quali i legali avrebbero discusso con i propri assistiti strategie processuali e questioni personali protette dal segreto professionale. 
IL PROBLEMA GIURIDICO E’ STRUTTURALE.
L’art. 103 c.p.p. è netto: le comunicazioni tra difensore e assistito sono non intercettabili.
Non è una norma tecnica.
È un presidio di civiltà.
Quando autorizzi un’intercettazione ambientale in una saletta colloqui, anche con “bersaglio”lecito, stai inevitabilmente captando tutto ciò che accade in quello spazio fisico.
Il perimetro del decreto non regge alla fisicità del luogo.
Questo è il punto che nessun decreto di autorizzazione può sanare retroattivamente.
LE CONSEGUENZE PROCESSUALI.
Il materiale captato in violazione dell’art. 103 è inutilizzabile.
Ma il danno reale va oltre l’inutilizzabilità: il cuore della questione è la possibile trasformazione di un luogo destinato al colloquio difensivo in un luogo di captazione generalizzata, con le relative domande sulla conoscenza anticipata delle strategie difensive. 
Questo non è un dettaglio.
È un potenziale vizio genetico di ogni procedimento connesso.
Non si tratta di scegliere tra sicurezza e diritti. Si tratta di riconoscere che senza garanzie difensive effettive non esiste processo equo, e senza processo equo non esiste nemmeno una condanna legittima.
Chi difende le garanzie non difende i colpevoli.
Difende il sistema.
gia