22/09/2026
La notte prima di presentare Giustizia Emotiva alla Camera dei Deputati
non ho chiuso occhio.
Continuavo a pensare al giorno dopo, a quei luoghi imponenti ed al significato che avrebbe avuto pronunciare ad alta voce, nel cuore delle Istituzioni, parole che per tanto tempo erano state per me soltanto pensieri, appunti, domande.
Perché Giustizia Emotiva nasce proprio da una domanda che mi accompagna da anni, ogni giorno, facendo l’avvocato: dove sta andando la giustizia?
Possiamo davvero pensare che basti applicare perfettamente una norma se, nel frattempo, non siamo più capaci di comprendere le persone sulle quali quella norma incide?
Il 25 febbraio 2026, a Roma, è accaduto qualcosa che porterò con me a lungo.
Il mio pensiero è stato ascoltato alla Camera dei Deputati.
E mentre parlavo mi rendevo conto che non stavo semplicemente presentando un libro. Stavo affidando alle Istituzioni una riflessione nella quale credo profondamente: il diritto ha bisogno di recuperare la sua grammatica emotiva.
Non significa sostituire la legge con le emozioni. Significa esattamente il contrario: rendere la legge più capace di raggiungere la realtà.
Perché all'interno di ogni fascicolo c'è sempre una paura, una perdita, una rabbia, un figlio, una famiglia che cambia, qualcuno che aspetta una risposta. E se noi operatori del diritto non impariamo anche a leggere quella parte della storia, rischiamo di chiudere i processi senza chiudere davvero i conflitti.
Forse è questa l'immagine che conserverò più di tutte: io, con il mio libro tra le mani, a Roma, dopo aver visto un pensiero nato nel silenzio del mio lavoro quotidiano arrivare fino all'apice delle Istituzioni.
La notte prima non avevo dormito per l'emozione.
Quella dopo, invece, continuavo a pensare a quanta strada ci fosse ancora da fare.
Ed è proprio quella strada che voglio continuare a percorrere.