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21/09/2026

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•Quando la giustizia guarda ai fatti: assolto giovane imputato dal reato di resistenza a pubblico ufficiale.

AVOLA – Si chiude con un’assoluzione una vicenda giudiziaria che, sin dall’inizio, aveva posto una questione che va oltre la semplice contestazione formale di un reato: fino a che punto un comportamento certamente imprudente e sbagliato può trasformarsi, sul piano penale, in qualcosa di diverso e più grave rispetto a ciò che realmente è accaduto?

È questa la domanda sulla quale si è concentrata la difesa del giovane Avolese, rappresentato e difeso dagli Avvocati Antonino Campisi e Antonio Cappello, e che ha trovato risposta nella decisione del Giudice, che ha assolto l’imputato dall’accusa contestata.

Al centro del processo vi era un episodio nato dalla circolazione a bordo di un motociclo senza casco e privo di copertura assicurativa. Quando il giovane aveva percepito alle proprie spalle il suono delle sirene, preso dalla paura per le conseguenze delle irregolarità commesse, aveva accelerato e si era allontanato.

Una condotta che la stessa difesa non ha mai inteso negare né minimizzare in termini di gravità e di prevenzione sopratutto riguardo alle nuove generazioni.

Il punto, però, era un altro: quell’allontanamento poteva essere automaticamente qualificato come resistenza a pubblico ufficiale?

Secondo la difesa, No.

L’art. 337 del codice penale richiede infatti una condotta di violenza o minaccia posta in essere per opporsi all’attività di un pubblico ufficiale. Non ogni fuga, non ogni accelerazione e non ogni reazione dettata dalla paura possono essere automaticamente sovrapposte alla condotta penalmente tipica richiesta dalla norma.

Ed è proprio su questa distinzione che si è sviluppata la difesa e l’arringa degli Avvocati Campisi e Cappello.

«Non abbiamo chiesto al giudice di giustificare un errore, ma di qualificare correttamente un fatto»

Avvocato Campisi, qual è stato il punto centrale della vostra difesa?

«Abbiamo cercato innanzitutto di riportare il processo alla sua dimensione concreta. Il nostro assistito aveva commesso delle violazioni e lo aveva riconosciuto. Non era venuto in aula per negare l’evidenza. Aveva spiegato di essersi spaventato quando aveva sentito le sirene e di avere reagito d’impulso, aumentando la velocità. Ma una cosa è riconoscere un comportamento sbagliato, altra cosa è attribuirgli necessariamente una volontà di aggressione o di opposizione nei confronti degli agenti».

La difesa ha insistito proprio sulla necessità di non confondere la violazione delle regole della circolazione con la volontà di opporsi all’esercizio di una funzione pubblica.

Avvocato Cappello, quanto è stata importante la concreta dinamica dell’episodio?

«È stata determinante. Nel processo penale non si può giudicare un comportamento soltanto attraverso la sua etichetta finale. Bisogna ricostruire ciò che è realmente accaduto. Nel nostro caso non emergeva una condotta aggressiva nei confronti degli operanti: nessun tentativo di colpirli, nessuno speronamento, nessuna minaccia. Dovevamo quindi chiederci quale fosse la reale finalità di quell’accelerazione: una volontà di usare violenza o minaccia per ostacolare gli agenti oppure la reazione impulsiva e certamente sbagliata di un ragazzo che, preso dalla paura, aveva cercato di allontanarsi?».

Un interrogativo che la difesa aveva posto espressamente al giudicante, sottolineando come l’imputato avesse successivamente assunto un comportamento completamente diverso: una volta raggiunto presso la propria abitazione, si era messo a disposizione degli operanti, aveva consegnato il motociclo, li aveva seguiti in Questura e aveva chiesto ripetutamente scusa.

Il valore di una sentenza che distingue il fatto dal reato

La decisione assume quindi un significato particolare proprio perché, secondo la prospettiva difensiva, non ha trasformato un comportamento censurabile in una responsabilità penale soltanto sulla base della sua apparente gravità.

«Una sentenza penale deve distinguere – spiegano i due legali – tra ciò che è moralmente o amministrativamente censurabile e ciò che costituisce effettivamente un reato, con tutti gli elementi richiesti dalla legge. È questa la funzione più autentica della giurisdizione».

La difesa aveva richiamato anche il principio secondo cui, nei casi di fuga a bordo di un veicolo, devono essere valutate le concrete modalità della condotta e la loro effettiva idoneità a incidere sull’attività degli operanti, senza considerare ogni fuga, in astratto, come necessariamente equivalente a una condotta violenta o minacciosa.

«Il giudice giusto è quello che non giudica la persona, ma il fatto»

«Abbiamo parlato della persona – spiegano Campisi e Cappello – non per chiedere un trattamento di favore. Lo abbiamo fatto per consentire al giudice di comprendere fino in fondo la vicenda umana, senza mai perdere di vista il dato fondamentale: in un processo penale non si condanna una persona perché il suo comportamento ci appare riprovevole, ma soltanto se è stata raggiunta la prova di tutti gli elementi del reato contestato».

È proprio questa, secondo i due difensori, la vera lezione che arriva dalla vicenda.

«Il giudice ha svolto fino in fondo la sua funzione. Ha guardato alla concretezza del caso, alla dinamica reale dei fatti e alla prova acquisita, senza lasciarsi condizionare dalla sola contestazione formale. È questo che ci aspettiamo dalla giustizia: non una giustizia indulgente, ma una giustizia rigorosa».

Una assoluzione che restituisce proporzione alla vicenda

La difesa aveva concluso chiedendo l’assoluzione e oggi quella linea difensiva trova il suo punto di arrivo.

«Siamo soddisfatti – concludono gli Avvocati Campisi e Cappello – soprattutto perché questa sentenza dimostra quanto sia importante, nel processo penale, distinguere l’errore dal reato, l’imprudenza dalla volontà criminale e la paura dalla violenza. Il nostro assistito ha certamente commesso un errore e lo ha riconosciuto. Ma il processo doveva stabilire un’altra cosa: se quell’errore integrasse davvero il delitto contestato. Il giudice ha verificato la vicenda per quella che concretamente era e ha pronunciato una decisione di assoluzione».

Una decisione che, al di là della vicenda personale dell’imputato, richiama uno dei principi più essenziali dello Stato di diritto: il processo penale non serve a punire ogni comportamento sbagliato, ma ad accertare, con il massimo rigore, se sia stato commesso proprio il reato contestato e se tutti i suoi elementi siano stati provati.

Quando la giustizia sa distinguere l’errore dalla persona

Forse è proprio qui che questa vicenda giudiziaria assume un significato che va oltre le aule di tribunale.

Nel corso della propria arringa, la difesa ha richiamato anche una suggestione di carattere filosofico e biblico: la storia di Caino e Abele, e il tema eterno della colpa, dell’errore e del perdono.

Un richiamo non certo utilizzato per sovrapporre la giustizia degli uomini a quella divina, ma per ricordare che giudicare non significa necessariamente condannare e che, talvolta, la vera giustizia consiste proprio nel riconoscere la differenza tra un errore e una persona.

È il senso profondo della riflessione che la difesa ha voluto affidare al giudice: davanti a chi ha sbagliato, la risposta della giustizia non può essere automatica, perché prima della sanzione viene l’accertamento della verità.

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