15/01/2026
In un Paese in cui la percezione dell’insicurezza cresce più rapidamente della criminalità registrata, la risposta dello Stato non può essere timida né ambigua. Il rafforzamento dei poteri delle forze di polizia e il superamento della dipendenza dalla querela per i reati predatori non sono semplici aggiustamenti tecnici, ma una scelta politica di fondo: riaffermare la presenza dell’autorità pubblica nei luoghi in cui negli ultimi anni ha arretrato.
Quando lo Stato chiede al cittadino di farsi carico dell’avvio dell’azione penale, implicitamente ammette un vuoto. Ridurre questo spazio di incertezza significa riportare la sicurezza nell’alveo della responsabilità istituzionale, sottraendola alla logica della paura, del silenzio o della rassegnazione. È qui che la prevenzione diventa politica: colpire la criminalità diffusa prima che si traduca in violenza conclamata, spezzando quella catena di micro-illegalità che erode la fiducia collettiva.
La sicurezza non è una scorciatoia autoritaria né un tema da slogan, ma una condizione essenziale della libertà. Senza un presidio reale del territorio, senza regole applicabili e applicate, ogni discorso su diritti e coesione sociale resta incompiuto. Rafforzare lo Stato, oggi, significa rendere visibile la sua capacità di proteggere, prevenire e governare. Ed è su questa capacità che si misura, in ultima analisi, la credibilità della politica.
Il Viminale vara il pacchetto sicurezza: carcere per i coltelli, stretta sulle baby gang e nuovi limiti ai giudici sui migranti. Ecco tutte le novità del piano.